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venerdì 2 aprile 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DEI PICCOLI
 
Bilù, Alexis Deacon (trad. Loredana Baldinucci)
Il Castoro, 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)
 
"Bilù non doveva trovarsi lì.
Si era persa. Nessuno sembrava capirla.
Alcuni non si fermavano nemmeno ad ascoltare.
Poi, da lontano le sembrò di udire la sua mamma che la chiamava..."


Gialla. Tre occhi, e delle orecchie spropositate. Dietro di lei, in un luogo deserto del pianeta, c'è un'astronave fumante che per metà è affondata nel terreno.
Incidente spaziale.
Sola, si mette in cammino, cerca lì intorno. Il primo incontro con i conigli o l'albero si rivela un fiasco, per non dire di quello con un turbine di foglie. Da lontano, Bilù intravede una grande città tutta illuminata. Forse quel trillo che sente potrebbe proprio essere quello della sua mamma... ma no, è solo una vuota cabina in cui un telefono suona a vuoto. I passanti per strada la ignorano, ma forse quei cuccioli che dormono in un cartone potrebbero fare al caso suo... ma no, il padrone la scaccia. Forse quei piccolini che saltano a corda potrebbero fare al caso suo...ma sì. Ma poi invece no, perché la vecchia maestra dalle tette cadenti la separa da loro anche se giocavano bene assieme.
Di nuovo da sola, ma con un loro giocattolo in mano, Bilù guarda il cielo buio e la luna e le pare di sentire che la mamma la stia chiamando...


Proprio quest'anno Beegu, Bilù in italiano, compie diciott'anni. Pubblicato nel 2003 è forse uno dei libri migliori che Alexis Deacon abbia mai concepito e realizzato. Di sicuro rappresenta il manifesto della sua poetica di autore. E non solo. 
 

Per come è costruita la sua architettura narrativa è assolutamente perfetto. Come Deacon insegna, per scrivere un buon libro, bisogna avere una buona storia da raccontare. E spesso, è sempre lui a dirlo, una buona storia nasce da una collisione. Una collisione, una invasione di campo. In sostanza, in un contesto dato, occorre prevedere l'inserimento di un oggetto che con quel contesto non abbia nulla a che vedere. Durante una sua conferenza, Deacon ha spiegato con molta chiarezza che cosa intendesse dire. Se scrivo una storia con un pilota che guida un aeroplano non sto dicendo nulla di sensazionale, ma se nella cabina di quel velivolo metto un coniglio, ho già un buon punto di partenza, quanto meno promettente e di certo 'interessante' per il suo essere anomalo, imprevisto.
Portato all'ennessima potenza, in Bilù abbiamo una 'invasione di campo': una creaturina che arriva sulla Terra dallo spazio. Il resto viene da sé. Si tratta a ogni pagina di una nuova scoperta e di un ripetuto gioco degli equivoci. Ogni volta Bilù cerca di instaurare un qualsiasi tipo di contatto che la faccia sentire meno sola e meno diversa da tutto ciò che la circonda. Senza esito. Superate le prime delusioni, con i conigli e con le foglie e l'albero, riceve dei veri e propri rifiuti che si concretizzano in allontanamenti, in nome del suo essere aliena, fuori contesto, appunto. Questo non fa che generare in lei il desiderio di casa (E.T., telefono, casa...) con il relativo ennesimo equivoco e fraintendimento riguardo alla cabina telefonica. Gli unici che dimostrano autentico interesse nei suoi confronti sono dei bambini che giocano nel cortile di una scuola. Con loro scatta immediatamente l'intesa. Si riconoscono tra loro come simili: infatti appartengono tutti alla categoria cuccioli e come tali inevitabilmente si attraggono, se non altro per curiosità non preconcetta. L'allontamento forzato, per la seconda volta, ripropone il tema della nostalgia di casa. Stavolta niente cabina telefonica, ma luna piena in cielo. Lo schema narrativo è molto preciso e cadenzato con un forte senso di equilibrio.
Il finale, consolatorio, che mi sto vietando di raccontare, chiude alla perfezione, dando anche tutti gli elementi per costruire il senso ultimo della storia.
 
 
Deacon con molta nettezza si schiera dalla parte dei piccoli. I grandi ne escono con le ossa rotte in questa minuscola storia e, per paradosso, è proprio la sua esilità a conferirle il valore di apologo.
Bilù nasce nella testa di Deacon, ragionando su cosa significhi arrivare in un posto del tutto estraneo, come era successo a lui nel trasferirsi a Londra (quella cabina telefonica non sta lì per caso).
 
 
Su che forma dare al suo alieno, ha lavorato molto. E la risultante è una creatura tutto sommato solo abbozzata che però ha una mimica corporea molto potente: una lingua parlata con le orecchie. Se Bilù è volutamente abbozzata, al contrario le figure dei bambini (ma metterei anche quelle della maestra dispotica) sono volumetriche, con un disegno al tratto, ed espongono un vero repertorio di movimenti in scena. Nelle loro espressioni hanno qualcosa di grandioso e misterioso. 
 

La linea di Deacon è nello stesso tempo matura espressione di grande tecnica e capacità mimetica, ma nello stesso tempo sa essere riassuntiva, quasi ingenua. Circostanza questa che crea una sorta di vibrazione visuale da una pagina all'altra - come per esempio se si confrontano quella con il padrone dei cuccioli di cane e quella nell'asilo. Quasi non sembrano appartenere alla stessa mano. Anche la tecnica di colorare le tavole ha qualcosa di sensazionale: la carta su cui compare il disegno viene oliata per renderla trasparente e il pigmento viene dato sul retro del foglio in modo da lasciare in primo piano la linea e attenuare l'impatto del colore.
Un testo costruito su il minimo indispensabile di parole che però lascia - al pari del disegno - un segno indelebile nel cuore di chi legge.
Immediatemente Bilù genera un sentimento di tenerezza nel suo essere così fuori posto. Questo stato d'animo si rinforza a ogni giro di pagina, nel ripetersi di incomprensioni e allontanamenti. In questo Deacon dimostra di sapere utilizzare molto bene il ritmo che il giro di pagina dà alla storia, lasciando che, ogni volta si crei una sorta di iato, un tempo sospeso per i secondi necessari a girare il foglio, prima di sapere se continuare a prendersi a cuore la triste storia della creaturina gialla, oppure, se eventualmente tirare un sospiro di sollievo.
 

Considerata la circostanza che Deacon esce dall'Accademia di Brighton nel 2001 e che nel 2002 pubblica il suo primo libro illustrato per bambini dal titolo Slow Loris che vince all'istante il Blue Peter Book Award e che a distanza di anni viene considerato uno tra i cento migliori libri di sempre, e considerato il fatto che Beegu/Bilù, di solo un anno posteriore, viene premiato come miglior libro illustrato dell'anno per il NYTimes, e selezionato per la Kate Greenaway Medal forse Alexis Deacon, che Booktrust considera uno dei migliori illustratori inglesi di sempre, non va perso di vista...
 
Carla
 
Noterella al margine. Considerato che Deacon per molti anni non ha lavorato a causa di un suo problema personale, e che quindi in assoluto non sono molti i suoi libri in circolazione, tuttavia si sappia che in Italia esistono solo tre titoli suoi: Cip e Croc (Settenove, 2015), Io sono Marcello Fringuello (Officina Libraria, 2015) e adesso Bilù.

mercoledì 27 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CARTOLINE DALLA TERRA

Metropolis, Benoit Tardif (trad. Tommaso Gurreri)
Clichy 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"ROMA popolazione dell'area urbana: 4,3 milioni; lingue più parlate: italiano; paese : Italia.
gelato Colosseo secondo la leggenda, la bocca della verità morde la mano ai bugiardi lambretta Pantheon vigile fontana di Trevi pizza margherita utilitaria caffè basilica di San Pietro papa piazza del Popolo obelisco."


Il giro del mondo in trentadue tappe importanti - le città più significative, talvolta le capitali - che prende l'avvio da Montreal, città dell'autore Benoit Tardif e poi gira per il globo da nord a sud e in senso rotatorio (non si può dire da Est a Ovest perché entrambi i punti cardinali si spostano con il girare lungo la superficie della Terra).
Per poi concludersi a Sud, all'estremo opposto del Canada: la Nuova Zelanda con Auckland.


Per ogni tappa due grandi pagine con alcune costanti: il numero approssimativo degli abitanti dell'area costruita, la lingua parlata e lo stato di appartenenza. Per ogni metropoli, Benoit Tardif costruisce una sorta di collage di cartoline di luoghi, persone e contesti, come pure di attrattive imprescindibili (il gelato a Roma) che hanno l'obiettivo di dare una visione d'insieme che non privilegi nulla rispetto al tutto,che renda equivalenti monumenti importanti e venditori ambulanti. Come farebbe un bambino.
Le cartoline si affiancano secondo nessi inaspettati, come le collegherebbe in bambino: accanto a Rembrandt, Van Gogh e Vermeer al Rijksmuseum c'è una bici-taxi e appena sotto il ritratto di Gullit, una celebrità olandese con il pallone ai piedi, a cui qualcuno sta offrendo, dalla cartolina successiva, un cartoccio di patatine fritte con maionese, salsa di arachidi e cipolle.


Un libro che non può passare inosservato, come nulla di quello che esce dalle mani di Benoit Tardif. In perfetta sintonia con il segno che contraddistingue le sue copertine, i suoi poster anche in Metropolis ritroviamo il medesimo gusto per i colori forti, piatti, serigrafici e per un segno potentemente grafico. Come altrove, anche qui lo spazio a disposizione viene sfruttato fino all'ultimo millimetro libero, creando qualcosa che ricorda l'effetto di una tessitura astratta.


Benoit Tardif, oggi a capo di una interessante operazione editoriale, la casa editrice De ta Mère che ha appena festeggiato i suoi primi undici anni (!), racconta del suo modo di costruire le figure: dopo aver disegnato con cura il contorno nero ricalca le parti con il colore per poi scansionarle e comporle con Photoshop. Molto diversamente che nelle immagini per giornali e pubblicità, sulle copertine dei libri o anche nelle immagini interne lui si mette alla ricerca di un mood comune che rispecchi alla perfezione il tono del libro, senza mai tradirlo. Tuttavia, ammette lui stesso, non tutti i libri sono adatti a questo stile. Temi ricorrenti, e anche in Metropolis, sono il cibo e certi personaggi disegnati in modo infantile che però hanno un quid di immediatamente chiaro e comunicativo. Tutto appare leggibile, anche in quasi totale assenza di parole.


Lo spazio che invece si concede in qualità di autore e che mi solletica indagare è dato punte di ironia qua e là e soprattutto dall'assoluta libertà di accostamento dei singoli elementi distintivi delle diverse città. Non credo di sbagliarmi se noto che nell'accostamento è possibile cogliere al meglio la sensibilità, l'immaginario, il gusto di questo autore finora mai pubblicato in l'Italia. Nella griglia di ogni pagina esistono solo 11 cartoline e nella dura selezione che deve aver necessariamente fatto mi pare si annidi uno dei valori di questo strano libro.
Vado a cercare le città su cui posso ricorrere al mio personale repertorio di ricordi: Berlino, per esempio, offre tratti di autenticità interessanti anche se apparentemente trasversali o addirittura marginali: il venditore di kebab può davvero essere elemento tipico di quella città? certamente sì, accanto alla Bode Insel dei musei! La porta di Brandeburgo e l'orso come icone di una città. L'omino del semaforo (così tanto reiterato in magliette, borse, e copertine di quaderni) accanto al musicista tecno e per chiudere il Muro con i suoi graffiti. Non c'è tutto, ma c'è molto e pochi gli stereotipi. C'è quel che serve a incuriosire ragazzini e ragazzine.


Dulcis in fundo, non posso non condividere quasi in blocco tutte le scelte che attengono al cibo, espressione importante di ogni cultura e ricordo irrinunciabile dopo ogni viaggio: i loukum a Istanbul, il tè alla menta a Fes, i blini a Mosca, le tapas di Barcellona, la baguette di Parigi...
Ma Copenaghen con il suo smorrenbrod dov'è?

Carla

lunedì 6 marzo 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


GIUNGLA METROPOLITANA
 
Professione coccodrillo, Giovanna Zoboli, Mariachiara Di Giorgio
Topipittori 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Una storia senza parole di Giovanna Zoboli e Mariachiara Di Giorgio"

Un coccodrillo nella notte nuota.
Nel cielo scuro sovrastante, palme e fuochi d'artificio. Nell'acqua chiara sottostante, pesci e alghe. E il coccodrillo abita entrambi gli spazi ed è diviso anche lui: verde cupo sulla schiena all'aria, rosa pallido il ventre in acqua.
E questa è solo la copertina.
Superati i risguardi lussureggianti, la sua storia comincia in una luminosa camera di un appartamento al quarto piano di un palazzo. 


Sono le sette del mattino quando suona la sveglia e il sogno di un bagno nell'acqua scura di una giungla si interrompe. Il coccodrillo con il pigiama a righe ha abitudini umane: apre gli occhi, poi la finestra, a seguire fa pipì, un po' di igiene orale, sceglie con cura cravatta intonata all'abito, fa colazione con la radio accesa, pane e marmellata, quindi indossa cappello, sciarpa e paltò ed esce dal palazzone di fronte alla rumorosa tangenziale. Siamo a Roma, ve lo confermo. Resta da capire se Pigneto o San Lorenzo, ma sono sottigliezze. Tratto di strada a piedi per raggiungere la metro, breve sosta davanti al negozio di profumeria e poi giù, in un fiume di persone, arriva alle scale mobili e al treno. Il tragitto prosegue tra i portici di Piazza Vittorio con breve sosta dal fioraio e dal rosticciere accanto alla pasticceria di Regoli e poi via di corsa attraverso i giardini fino ad arrivare al grande cancello del suo posto di lavoro. Mazzolino di fiori alla giovane portinaia e quindi, dopo essere passato negli spogliatoi, il coccodrillo prende posizione alla sua consueta postazione di lavoro...che non va svelata neanche sotto tortura.


Colpisce fin dal primo sguardo questo silent book, per utilizzare il termine che meglio di altri definisce un libro senza parole. Un formato che asseconda quello del protagonista coccodrillo. Una copertina divisa in due dal passaggio silenzioso e incurante del protagonista che da sinistra a destra ci invita ad entrare nel libro stesso. A un primo sfogliarlo si coglie subito l'assenza di parole e la potenza delle immagini. E viene subito in mente che per produrre un libro senza parole di parole ne devono essere state dette se gli autori, in questo caso autrici, sono due. Il silent book, salvo eccezioni, è spesso frutto di un'unica mente (penso a Shaun Tan, a Iela Mari, Suzy Lee, Wiesner solo per citare i maggiori) che concepisce un racconto attraverso il codice iconico invece che verbale.
Qui è diverso: Giovanna Zoboli elabora una sorta di sceneggiatura, un soggetto, racconta una storia a Mariachiara Di Giorgio che ha il compito di darle forma. Devono essersi parlate, le due, ma non so dire se poco o tanto. Avranno cercato assieme un tono? Un ritmo? Un contesto? O la prima ha dato alla seconda solo (si fa per dire) la sostanza della storia, lasciando a lei carta bianca sulla forma del discorso per raccontarla?
Già tutto questo domandarsi rende ai miei occhi il libro interessante. Non è la prima prova felice di Giovanna Zoboli nella creazione di un silent book a quattro mani. C'è l'insuperato Chiuso per ferie (2006) con la grandissima Maja Celjia.
Ci siamo di nuovo. Ho come il sospetto che anche in Professione coccodrillo si ritrovi la medesima qualità e valore.
La bellissima idea di partenza: un e se...gigantesco che ribalta la prospettiva di lettura della realtà e che nel disegno diventa discorso, prende forma, in quei coccodrilli, leopardi, scimmie, giraffe, ippopotami e cammelli mescolati a una folla distratta e assorta nella lettura di libri, di giornali o di messaggi al cellulare (attenta al mariuolo...). 

 
E chi meglio di Mariachiara Di Giorgio per raccontare tutto questo? Se c'è una capacità che mi pare doveroso riconoscerle è quella di essere grande narratrice di città, architetture e luci metropolitane. Già notato in Due ali, il felice acquerello qui si sbizzarrisce in un racconto di vita quotidiana che le calza a pennello. 


Si muove sicura tra scale mobili, interni giorno, esterni cittadini, scorci di parchi e di tangenziali trafficate. A saper guardare ci si vede Roma e ci si vede Parigi. E in mezzo a mille dettagli di cui punteggia l'intero libro (manifesti, insegne, visi che richiamano altro, citano, rimandano) seguiamo il tragitto del coccodrillo da casa al lavoro con inquadrature sempre diverse, sempre mosse, dall'alto, dal basso, frontali, scorci e primi piani. In un susseguirsi così movimentato da dare alle immagini il medesimo ritmo del passo affrettato di una città che si mette in marcia in un mattino feriale. Tavole divise da un margine bianco che ricorda il fumetto o il succedersi di singoli fotogrammi o fotografie di un giorno di una giornata in una grande città. Un ritmo che è fin da subito vivace, scandito, e che arriva all'ultima tavola a passo svelto per poi fermarsi di botto per dare spazio allo stupore.


Questo per dire, o meglio ridire, che chi crede che il silent book sia una variante semplificata del libro con le parole, è ben lontano dalla verità.
E brave, le due.

Carla


Noterella al margine. Un ringraziamento personale per aver raccontato una Roma che, nonostante tutto, riesce ancora a farsi riconoscere in alcuni suoi angoli sopravvissuti.

martedì 2 febbraio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN ELEFANTE A POIS
Piccolo Elliot nella grande città, Mike Curato (trad. Laura Bortoluzzi)
Il Castoro 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Piccolo Elliot era un elefante. Per tanti versi non era come gli altri.
Piccolo Elliot adorava vivere nella grande città, ma a volte era difficile essere così piccolo in un posto così enorme."

Quando saliva sulla metropolitana doveva stare a attento a non farsi calpestare, anche quando chiamava un taxi doveva sbracciarsi e il più delle volte l'autista non lo vedeva e lo schizzava passando a tutta velocità sulle pozzanghere. Elliot aveva problemi anche ad arrivare alle maniglie delle porte a prendere il gelato nello scomparto alto del frigo, ad arrivare a vedersi nello specchio del bagno...


Forse proprio per questo suo essere piccolo era in grado più degli altri di notare le piccole cose e di gioirne. La cosa che più di tutto gli piaceva erano i dolcetti, ma ancora una volta, non arrivando all'altezza del bancone nessuno lo vedeva, e così non riusciva mai a comprarsi un cupcake.


In fatto di grandezze tutto è relativo. Quando, mogio, Elliot se ne stava tornando a casa, notò nel parco che qualcuno ben più piccolo di lui aveva un problema ben più grande del suo. Si trattava di un topino affamato che non riusciva a raggiungere un avanzo di pizza, buttato in un cestino.
Elliot si sentì il più alto del mondo perché, prendendo il topino sulla proboscide, riuscì a spingerlo fin lassù a prendere la tanto desiderata pizza. 


Riconoscente fu il topo che, in giorno seguente, sempre arrampicato sulla proboscide di Elliot, arrivò al bancone della pasticceria per comprare il tanto desiderato cupcake.
Quella sera Elliot nel suo appartamento all'ultimo piano a Brooklyn non aveva solo un dolcetto, ma qualcosa di molto più importante: un amico.

Si festeggi la trionfale entrata di un altro elefante in città! Dopo Babar in ghette, dopo l'elefante che si crede un gatto, dopo Ortone che non smette di covare le uova dell'allodola, dopo Pomelo che dorme sotto un soffione, dopo Piccolo Elefante che da oggi dorme solo, dopo Elmer che è a scacchi ecco arrivare l'elefante a pois. I puntini rosa pallido e verdolino costellano l'intero corpo di Elliot, rendendolo unico e inimitabile. Altrettanto unico e inimitabile pare Mike Curato, il suo ideatore. Primo titolo pubblicato negli Usa due anni fa ed è già autore di culto.


Brooklyn che nella storia è sfondo costante (dalle case a schiera, alle vie trafficate, alla metropolitana affollata, fino al ponte illuminato) è evidentemente un luogo del cuore per Mike Curato. L'altro elemento catalizzante della storia di questo elefante di città, è la pasticceria, altra passione dichiarata da Curato. Quest'ultima attraversa la storia sotto forma di negozio, nell'antica Bakery Speranza, attiva dal 1905, nei cupcake in primo piano, nella confezione rosa che ne contiene uno, nel cupcake al cioccolato, che suggella la nuova amicizia sul finale.
Ancora una storia con un'ambientazione di altri tempi, questa volta gli anni '40, per la casa editrice Il Castoro. Come già per la serie dei Dinosauri di Yolen-Teague, ambientata una decina di anni dopo, anche per Elliot siamo di fronte a un primo episodio di una serie di tre.
Il disegno morbido, colorato al computer, denuncia nelle inquadrature un'impostazione quasi cinematografica, che mitiga certa leziosità di fondo.


Accurato in ogni dettaglio, è un piacere per gli occhi!

Carla

lunedì 2 dicembre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


TOPI E UTOPIE

Clandestini, Valentina Paravano, Valerio Tassara
Edizioni corsare 2013


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"Salta, B, salta! Vai! Poi mi prende per il collo avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice: Non aver paura. La gabbia è solo nel cuore. Al momento giusto mi dà una grossa spinta e mi getta nel tubo del condizionatore che porta all'esterno.
Lo guardo un'ultima volta pieno di angoscia: i suoi occhi brillano di determinazione. Non preoccuparti per me, noi siamo forti..."

Due cavie da laboratorio stanno scappando dal laboratorio. Hanno capito che lì per loro è finita. Hanno capito, anche se non del tutto, che gli uomini li stanno 'usando' per uno scopo orribile, che ha più a che fare con il crimine che con la scienza. Uno dei due, B54, ce la fa. L'altro, AZ8, torna però sui suoi passi, dopo aver rassicurato il compagno che si ritroveranno presto. Non può lasciare il laboratorio senza prendere quegli importanti fogli che raccontano la loro storia.
Dall'altro capo della città, contemporaneamente, fa la sua comparsa Pepe, un cincillà venuto dall'Ecuador in cerca del padre. E ancora in un altro angolo, vediamo il triste destino di Filippo, furetto snob che precipita nel fiume, buttato dai suoi padroni snob.
B54, Pepe e Filippo formano una squadra. Con caratteri ben diversi e con aspettative dalla vita spesso distanti, i tre affrontano una serie di rocambolesche avventure sullo sfondo di una grande città, Roma. Si muovono in un mondo il più delle volte invisibile, un'altra città nella città: sull'isola tiberina infatti esiste una grande comunità di animali tra loro anche molto diversi, dai gabbiani alle tartarughe, gatti e topi, che vivono in un regime di grande armonia, in cui a ciascuno viene offerta ospitalità e sostentamento e assegnato un ruolo attivo all'interno della comunità: uno stato sociale costruito per volere di Tito, un topo, a suo modo, rivoluzionario.
Ma come spesso accade, il benessere assicurato a tutti è difficile da ottenere e soprattutto cozza con le aspirazioni di potere di alcuni. Quella che poteva essere una felice utopia, si trasforma in una lotta finale all'ultimo intrigo, all'ultimo tradimento.
In un crescendo di colpi di scena, di faide tra bande rivali, di vittorie e di sconfitte, di rapimenti e sparizioni, di uccisioni e salvataggi, tra veleni e antidoti, seguiamo le avventure dei tre protagonisti ormai indissolubilmente intrecciate a quelle di una miriade di altri personaggi, tutti rigorosamente su zampe.
Gli uomini sono i grandi assenti: a parte qualche spazzino più o meno zelante, qualche scienziato crudele e una signora dei Parioli, gli umani sono sullo sfondo, pur essendo i registi occulti dei mali di questa grande città.
Ma sebbene tutta la storia sia giocata tra animali, e principalmente roditori e mustelidi, è impossibile non cogliere il continuo riferimento ideale a certi caratteri tutti umani: la sete insaziabile di potere, la crudeltà, la menzogna, l'imbroglio, la delazione, questa è tutta roba da uomini, non da topi.

Più di duecento pagine che ti tengono letteralmente incollato al libro, che, per ritmo e intreccio si rivela molto gradevole e adatto a un pubblico di lettori giovani. L'ho letto in una mattina, tutto d'un fiato: ho riso per Filippo il furetto che pensa di essere in un reality show perché crede ciecamente che i suoi padroni non avrebbero mai potuto buttarlo dalla macchina dal parapetto sul Tevere. Ho trepidato per B54 nel momento in cui decide di tornare al laboratorio per fare i conti con il suo passato. Mi sono arrabbiata con Pepe per il suo spagnolo sgrammaticato. Ho sognato con Milla e Tito un mondo migliore...

Carla

Noterella al margine: con Valentina Paravano, se non ricordo male, un po' di anni fa facemmo due chiacchiere in una libreria romana su un suo progetto editoriale che aveva a che fare con i pesci. Bello leggere questo suo libro e verificare che di strada ne ha fatta.

giovedì 20 dicembre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CAPPUCCETTO ROSSO UNA FIABA MODERNA, Roberto Innocenti, Aaron Frish
La Margherita 2012


ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)

"Avvicinatevi, bambini, e vi racconterò una storia intessuta d'incanti.
I giocattoli possono essere passatempi divertenti, ma una buona storia è pura magia. E non c'è momento migliore di quando la pioggia bussa alla finestra.
Sappiate però, bambini, che le storie sono come il cielo. Possono mutare, portarvi meraviglie, sorprendervi proprio quando non avete addosso la giacchetta col cappuccio.
Alzate lo sguardo, scrutate pure il cielo, ma non saprete mai davvero quel che sta per arrivare."

È vero. Anche se è una nonna meccanica a raccontarcela. Siamo effettivamente senza 'cappuccio' e senza 'giacchetta' di fronte a questa storia: siamo scoperti, più vulnerabili. 


Ma nello stesso tempo siamo anche sorpresi, o più tristemente facciamo finta di esserlo, di fronte a una foresta fatta di palazzoni pieni di minuscoli appartamenti dove vivono centinaia di persone differenti oppure di fronte a un sentiero che è fatto di basoli sbrecciati, cartacce e lattine qua e là. Tanto più il tragitto della giovane Cappuccetto si inoltra nel folto, tanto più noi, con lei, siamo colpiti da mille insegne luminose, da mille colori di cartelloni pubblicitari, scritte sui muri, macchine e moto e persone che vedono ma non guardano. Il bosco, che anche nella fiaba, è il cuore tenebroso del racconto, si trasforma in un enorme e spaesante centro commerciale, pullulante di persone e di mille colori che cancellano le pareti e lasciano spazio alle centinaia di richiami pubblicitari.


Anche i sentieri deserti, ovvero vicoli periferici, tra fili spinati e alti muri di mattoni, deserti non lo sono mai del tutto: c'è se sempre qualuno che spia e controlla il passaggio.
L'incontro con il lupo, o meglio con gli sciacalli, è inevitabile anche se questa volta non hanno quattro zampe per inseguirti, ma due robuste gambe che cavalcano motorini e motorette. Il branco fa paura. Ma ad un passo dalla tragedia entra in scena il cacciatore: non ha fucile ma una moto di alta cilindrata, nera, nerissima. Conosce ogni scorciatoia, anche quella che lo porta alla vecchia roulotte della nonna di Cappuccetto. E così quello che sembrava un muscoloso cacciatore si trasforma in feroce lupo...

Ma come ogni fiaba che si rispetti, bambini e ragazzi non piangete prematuramente la scomparsa di nonna e nipote, perché forse lo sceriffo di turno, sull'alba nascente, ha in mano il lieto fine. E la tv, testimone onnipresente, una storia così proprio non se la può proprio perdere...

Un nuova Cappuccetto Rosso, niente cestino, ma zaino, niente natura ma megalopoli, niente fiori ma lattine vuote, niente casette nel verde ma baracche e alveari di molti piani e molte parabole, niente lupi ma bulletti di strada, niente cacciatori ma poliziotti dalla nuca grassoccia, rasata e sudata.
Eccoci a a casa. Il Bronx (in onore dell'editore americano?) o una delle degradate periferie italiane? Forse tutte e due insieme. Di certo un concentrato dell'orrore in cui spesso viviamo. Sporcizia, violenza, abbandono, solitudini, incuria sono alcuni dei caratteri distintivi delle nostre grandi città. Magari con un centro storico decoroso per accogliere il turista di passaggio, ma abbandonate e pericolose le periferie. Ogni ragazzino o ragazzina, ogni donna, ogni vecchio - non importa se indossano il costume d'ordinanza con il cappuccetto rosso - è in potenziale e costante pericolo come lo è la fanciulla che Perrault raccontò alle dame della corte di Francia, a cavallo tra Seicento e Settecento o come fecero i due fratelli Grimm che di lei e di sua nonna ebbero pietà, mandandogli in soccorso il baldo cacciatore.
Questa è la Cappuccetto di Innocenti (Hans Christian Andersen Award 2008 per l'illustrazione), Perrault e Grimm assieme , questa è la nostra.
Il lupo, travestito da cacciatore, è quasi una comparsa di fronte al vero protagonista pericoloso della storia: l'insidioso e subdolo quanto martellante richiamo pubblicitario o commerciale. Ad ogni angolo sembra dire: Guardami, sono il migliore. Compra me, non potrai mai più vivere senza...
Con un gusto quasi ossessivo per il colore rutilante, contrapposto al fosco e al grigio della periferia, con un gusto macabro nel rievocare faccioni a noi noti che si ostinano a riproporsi di fronte ai nostri poveri occhi, lo scenario urbano suggerisce un 'voyeurismo' perverso nel lettore che può letteralmente perdersi per lungo tempo nel cogliere ogni minimo dettaglio anche nell'angolo più remoto. Dettagli, ecco la cifra di Innocenti, dettagli che costituiscono una rete, una trama fitta che dà origine al contesto generale. Ma ciò che sembra reale perde invece questo suo carattere di autenticità proprio nell'equipollenza di tutti questi particolari. Ancora una volta Roberto Innocenti ci illude. Davanti a una sua tavola, non stiamo vedendo la realtà, ma una sua personalissima e distorta visione della stessa. 
Ed ecco la meraviglia che vince l'orrore e finalmente si fa protagonista.


Carla