mercoledì 12 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Caro Scoiattolo
ho dovuto metterci una notte di riflessioni in mezzo...
Penso e ripenso a lupi e leoni e mi viene in mente che sia io (moltissimo) sia tu (un po' meno, forse) siamo animali sociali. Come sociali sono loro: i lupi, i leoni...
Ti dico questo perché nel lungo processo verso la costruzione di una propria identità gli altri contano un sacco. Da una parte, spesso sono i necessari destinatari di ciò che vogliamo essere. Si può essere gentili o sgarbati senza qualcuno con cui esserlo? Direi di no. Si può essere felici o belli senza qualcuno che sia lì ad attestarlo? Forse.
Dall'altra gli altri contano un sacco nella loro pretesa necessità di indirizzarci di qui o di là. L'educazione non è forse anche un po' mettere le briglie a un cavallo brado? Resti inteso, se all'interno del formicaio non ci fosse educazione e ruoli e regole, non potrebbe funzionare, tuttavia io stessa qualche volta avrei piacere a fare altro, assecondare il mio pensiero in assoluta autonomia.
Non mi riesce: siamo il risultato di natura e cultura, nel loro continuo condizionamento reciproco.
Ah, come sarebbe bello nascere da un prurito...niente lunga elica di DNA ma solo un fogliettino in tasca in cui trovi un paio di indicazioni di partenza (o di arrivo?)


Irrompere nella vita dal nulla e costruirsi da sé.
È capitato a un orso, un orso che non c'era e che poi ci fu.
Oren Lavie ne racconta la storia in un libro fulminante.1
Lo conosci certamente: nasce da un Prurito, diventa grattatina, si mette le mani in tasca, e ne estrae un pezzo di carta che contiene una domanda e tre utili indizi (chapeau! mister Lavie) Tu sei me? 1. Sono un orso molto gentile 2. sono un orso felice e 3. anche molto bello.
E con questo, che non è tutto, ma è già molto, parte. Partono le zampe e parte la sua testa a ragionare. Inanella una collana di bei pensieri, con l'intento di costruire se stesso nel mondo. Va da sé che senza tenere conto del mondo, sarebbe piuttosto complicato farlo. Ne convieni? Così dopo aver ragionato sulla crescita degli alberi e sul silenzio, fa già il suo primo incontro con l'altro da sé: un curioso insieme dato dalla Mucca Mollacciona e dal Ramarro Rilassato che la usa come divano. Per essere uno che arriva dal nulla, l'Orso ha già un bel po' di idee in merito; è come se i tre già si conoscessero da sempre...
La mia riflessione però è un'altra e ne voglio parlar con te per continuare a discutere di come si arrivi a essere quello che si è, coccodrillo che mangia gli scoiattoli o coccodrillo che mangia le banane?
Leone che è cacciatore di cacciatori? O leone che è cacciatore di leoni?
Il foglietto di carta nella sua tasca è un suo, seppur breve, DNA? O dobbiamo già parlare di libero arbitrio?
Una cosa è certa: l'Orso di Lavie una sua direzione l'ha già presa - chi non vorrebbe essere gentile felice e bello?
Meglio non dare per scontata questa risposta, vero?
Ma sia come sia, quell'orso nuovo al mondo, non può fare a meno degli altri per verificare la sua identità, almeno in parte. E se al prossimo giro di pagina gli venisse una gran fame e decidesse che per pranzo un bel brodo di tartaruga ci starebbe proprio bene? Oppure se la petulanza, ma soprattutto l'egoismo del Penultimo Pinguino lo esasperasse a tal punto da prendere la drastica decisione di sferrargli una bella zampata e chiudere così la loro chiacchierata?
Scusa la schiettezza, ma io credo che all'egoismo, ma soprattutto alla fame (che, ora che ci penso, spesso sono padre e figlia) vada trovato un rimedio.
Nella fattispecie, io di natura sarei piuttosto egoista, ma son formica e mi risulta complicato esserlo fino in fondo, tuttavia quando ho fame ho fame.
E adesso ho fame.
Vado a prendermi la mia razione. Ma, mi chiedo, non è mai festa nel nostro formicaio per aver la doppia dose?


Formica sull'orlo di una crisi di inedia

1O. Lavie, W. Erlbruch, L'orso che non c'era (trad. S. Manfredo), Edizioni E/O 2014


Cara Formica,

Mi parli di coccodrilli, Lupi, Orsi…tutta gente che vive dove l’uomo non è di casa. Eppure questo posto esiste in ognuno di noi. Esiste nei bambini, ed è per questo che i libri dedicati a loro pullulano di figure animali addomesticate e di istinti ricacciati nell’ombra, ed esiste anche dentro l’uomo stesso, anche se non lo tollera …dominato come è dall’illusione della razionalità non sopporta che vi siano delle correnti che, inconosciute, determinano la sua identità indebolendo la fiducia del libero arbitrio così come lo ha sempre conosciuto. Questo luogo è la foresta.



Ora io, da buon scoiattolo selvatico quale sono, mi sento di affermare che non vi sia luogo migliore per crescere.
E hai visto, cara Formica, che bella foresta ha fatto crescere il sapiente Wolf Erlbruch attorno al nostro Orso? La sua esistenza comincia qui, davanti ad arbusti meticolosamente riprodotti fino alla più recondita arborescenza, in mezzo a tratti di inchiostro sottilissimi ed insistenti, immersa in una frusciante abbondanza. Proprio mentre la osservavo seguendo con l’unghiolo bacche e foglie, mi è balenata (anche lei dal nulla come un prurito che c’era, e poi non c’era più, o viceversa) una possibile risposta alla tua domanda più interessante: come arriviamo ad essere ciò che siamo. Ecco, forse, cominciamo già contenendo tutta la nostra natura.
Prendi ad esempio le piante: una ghianda contiene già una quercia dentro di se, così come l’orso è già un orso ben prima di saperlo. Deve solo verificarlo, come dici tu.
E certo, il foglietto che tiene in mano è abbastanza enigmatico, ed anche s e so che avresti preferito delle indicazioni più adatti ad un orso selvatico e maestoso, ti faccio notare che probabilmente il punto nodale della narrazione si svolge un passo prima: non sono le definizioni piuttosto a buon mercato indicate sul foglietto che ci devono interessare, ma piuttosto la camminata che il nostro Orso intraprende, foglietto alla mano. E’ la camminata di un cucciolo, una prima esplorazione che (noi lo sappiamo) è solo un antefatto che conduce non sulla soglia della consapevolezza della propria natura, ma solo (!!!) al suo presupposto: la consapevolezza della propria esistenza. E sebbene sia esplosivo che un cucciolo faccia il suo viaggio tutto da solo, noi (non lui!) sappiamo che è un viaggio alla scoperta di qualcosa che è già tutta li. 

 
Come del resto già intere e perfettamente sviluppati sono i personaggi che lui incontra. Hai notato come sono caratterizzati? La precisa sensibilità di Erlbruch si fa notare nella scelta di ogni dettaglio: osserva le sopracciglia della Mucca Mollacciona, la grazia leziosa e campagnola delle sue zampe, guarda la spalluccia sufficiente del ramarro posto di tre quarti, la schiena rigida del Penultimo Pinguino , per non parlare della vertiginosa calata ad altezza tartaruga, in una boscaglia che improvvisamente ci cresce tutta attorno ed invade tutta la pagina…tutto concorre a raccontarci un bosco perfettamente formato, in cui siamo inermi (e inconsapevoli) spettatori, come se tutto esistesse già da molto tempo e noi invece lo rilevassimo per la prima volta…
Proprio come orso…
Come giustamente mi fai notare è una fiaba pensata da adulti sazi per bambini sazi, o semplicemente pensata per un momento dell’infanzia in cui è giusto che essi siano così: appagati, felici e contenti.
Ma temo che il discorso della fame, su come si diventa ciò che si è, sulla scoperta della natura che si nasconde sotto la natura così come la parte vitale del seme si nasconde sotto il duro guscio sia ancora tutta da fare.
E saranno domande.
E saranno grandi camminate nella foresta.

Scoiattolo









martedì 11 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Carissima Formica!
Sono veramente sconcertato! Non solo non mi consoli, anzi, sembra quasi che tu dia ragione a quel coccodrillo, giustificando il suo comportamento!
E io che mi aspettavo da te almeno un po’ di solidarietà!
Certo, si sa che i coccodrilli amano sbranare gazzelle e compiere altre nefandezze simili, ma da che mondo è mondo esiste uno strumento per evitare che la propria natura straripi oltre i limiti della civiltà: l’educazione! Ci sono cose che si fanno e altre no!
A questo servono certi libri! A far comprendere a quali parti di sé lasciar spazio, e quali invece chiudere (a mio parere saggiamente) in un cassetto per dimenticarsene. Mi parli di coccodrilli che si permettono di mangiare pulcinotti e di altri così sconsiderati da non voler condividere il loro fiume con un uomo, ma lasciami dire che questo non ha proprio nulla di educativo!
Nei libri che ho letto io, il coccodrillo non fa queste cose!
Mi viene in mente ad esempio Guij Guij, scritto e illustrato da Chih-Yuan Chen1, in cui non si sa come il coccodrillo Guji Guji finisce per nascere in una famiglia di papere. Ebbene, quando una volta cresciutello si trova di fronte a dei suoi simili intenzionati a mangiarsi la sua famiglia, egli non ci mette molto a decidere che cosa fare. Non riconosce come propri nessuno degli istinti predatori che sembrano dominare quelli della sua specie, respinge in toto la possibilità di essere come loro! Non solo, ma si adopera per sgominare la loro banda. Lui sì che aveva ricevuto una buona lezione e aveva sconfitto la parte più deteriore della sua natura. 


Però sai, mentre dico queste cose un pensiero si insinua a intristirmi…


Certo un coccodrillo innocuo è comodo per me che sono uno scoiattolo… ma te ne devo dare atto: che tristezza un coccodrillo che non può permettersi di essere un coccodrillo! Tanto più quando a distrarlo dalla sua voce interiore sono la buona educazione, i modelli da imitare, o lo sguardo giudicante della società che sempre lo preferirà buono e giusto e innocuo…o magari le aspettative di mamma e papà.
Ad esempio in Mangerei volentieri un bambino2 i genitori del piccolo coccodrillo Achille fanno di tutto per distoglierlo dall’intenzione di mangiare un bambino. Gli offrono torte al cioccolato, squisite e succose salsicce e un casco di dolcissime banane, sembrano tanto premurosi eppure, a ben vedere, non ascoltano mai il proposito chiaro e determinato di Achille…il quale, dopo alcune avventure in riva al fiume con una bambina troppo grande (per ora) e dopo essere sceso a patti con le banane per diventare grande, riesce a ribadire le sue più irriducibili intenzioni solo nell’ultima pagina, in cui i genitori sono assenti.
Quanto dovrà aspettare il piccolo Achille per essere libero di mangiare un bambino? Riuscirà ad attraversare indenne l’età dell’educazione o il suo desiderio di mangiare un bambino sarà schiacciato da monti di banane che lasceranno sulla pagina sempre meno spazio per lui? 


Perché sai Formica…forse davvero l’educazione che si vuole impartire proprio ai coccodrilli e ai lupi e a tutte le creature selvagge non è che il desiderio imperioso dei grandi di calmierare un istinto, una natura che potendo esprimersi anche da sola, li renderebbe superflui. Ed è forse proprio per questo che Guji Guji non può accettare la somiglianza con i suoi simili e Achille deve imparare a tenere a bada il suo indecente appetito nascosto in angolino del libro…
La natura sussurra con una voce segreta inequivocabile e ai bambini dovrebbe essere garantito anche questo per diritto...la possibilità di sentire la propria natura e di pronunciarla, quale essa sia.

E se c’è una cosa che mi fa arrabbiare più di un coccodrillo affamato, sono le persone che non sanno ascoltare.
Ma tu sei Formica, e sai ascoltare benissimo
Scrivimi presto

Scoiattolo

PS. Avevo letto un buffo libro, in cui una signora era accecata dal suo desiderio di avere un gatto remissivo e coccolone di cui disporre liberamente, da non vedere la natura fiera del gatto irriducibile che le era toccato in sorte… Eppure quel gatto trionfava, e la sua natura non smetteva di sussurrare in lui nemmeno per un attimo….3



Ti chiedi una cosa che mi colpisce, Scoiattolo: quanto spazio sulla pagina vien lasciato a chi vuole seguire la propria natura?
Stai pensando ai libri che piacciono a noi, a quei libri che finiscono in piccole mani e piccole zampe, a quei libri che dovrebbero contribuire a costruire una corretta idea del mondo per chi del mondo è nuovo, giusto?
Hai ragione, sono rari, ma esistono.
Un lungo muso di lupo, in primissimo piano, letteralmente compresso tra i margini della pagina, squadra il lettore, come a dire: ehi tu, guardiamoci negli occhi e non diciamoci bugie.4
Io sono un lupo, sono nato nel bosco: "il bosco è la mia casa. Dentro c'è tutto quello che mi serve per vivere: papere, maialini, cerbiatti e altre golosità. Molti dicono che sono cattivo, ma la mia non è malvagità. Noi lupi siamo fatti così. È nella nostra natura mangiare altri animali. Non possiamo farci niente."


Questo lupo sente forte il bisogno di dirlo al suo lettore perché sente il peso del suo giudizio. Lui, il lupo, consapevole e abituato alla preconcetta visione che si ha di lui. Da Cappuccetto rosso in poi per il lupo è sempre stato molto difficile farsi accettare per quello che è.
Però però però, caro Scoiattolo, la prima volta che lui assurge agli onori della cronaca fiabesca, ovvero quando Perrault ne scrive per le dame di corte, il giudizio sembra circoscritto alla sua innata pericolosità.
A ben guardare, l'unica cosa che di lui si racconta è che nella sua indole c'è l'istinto di predare. Non è forse la verità? E se il pranzo o la cena sono una vecchia donna e una bambina, dipende dal fatto che Perrault, in chiave metaforica, gliele mette sul percorso per dimostrare che il mondo per le giovani donne può essere pieno di insidie...
Il lupo è chiamato dentro le fiabe a rappresentare il pericolo della ferocia.
Perrault si serve di lui per poter dimostrare che chi 'sconfina' nel suo territorio, chi decide di attraversare il bosco, lo fa a proprio rischio e pericolo.
Cappuccetto Rosso, non prendere la strada del bosco, perchè c'è il lupo che è pericoloso...
Solo in un secondo momento è arrivato il cacciatore, mandato tra quegli alberi dai fratelli Grimm, a fare giustizia, la giustizia degli uomini che tutto vuole governare. Lo scopo filantropico dei fratelli tedeschi è quello di tranquillizzare i piu' piccoli, dicendo loro che comunque, pur avendo 'sgarrato', a casa sani e salvi si torna sempre.
Mangiare per autentica fame una nonna e una bambina che ha preso la strada vietata diventa reato, e se il reo è il lupo, tocca a lui pagare il fio.
Fucilata e via.
E il lupo da feroce diventa mostro.
Ah, anche da Formica, sai quanto mi ci arrabbio ogni volta a ripensarci...
Ma fammi tornare al punto di partenza: in In bocca al lupo la scelta, o forse sarebbe meglio dire la consapevolezza, di quello che si è costituisce il primo snodo del racconto. Il secondo snodo è l'incontro con l'altro, in questo caso, l'altra. L'invaghirsi di quella bambina dal lungo cappuccio rosso e il successivo e naturale assecondare il proprio sentire, è al di là di ogni cultura di appartenenza.
Il lupo, forse perché selvatico e scevro da ogni condizionamento, non ha dubbi sul seguire il proprio istinto di amare: lo asseconda e si concede di vivere questa nuova condizione accanto a quella primigenia dell'esser lupo.
Scontando fino in fondo la propria meravigliosa ingenuità.
Assecondare ciò che si è - qualunque cosa si decida di essere - non è esercizio facile nella vita vera e, anche nei libri, di rado trovi storie che ragionino di questo.
Però però però, caro Scoiattolo, ora che ci penso, un libro ci sarebbe...
Lafcadio, il leone che mirava in alto 5 proprio da ciò prende l'avvio per arrivare a una conclusione piuttosto inaspettata che non ti voglio anticipare.
Ti basti sapere che il giovane leone nella savana, dopo aver mangiato un cacciatore piuttosto incapace e parecchio autoreferenziale, ne eredita il fucile. Come spesso accade, è il caso che cambia il corso di una vita. Così Lafcadio nella savana in mezzo ai leoni infastiditi con quel fucile si allena e si allena, fino a diventare il miglior tiratore del mondo.
E qui viene il meglio. Nonostante il branco degli altri leoni gli ricordi la sua natura, la sua appartenenza al mondo dei grandi felini predatori, lui decide di non farsi condizionare e di essere qualcos'altro (al di là di quello che tutti possono pensare di lui): per l'appunto un gran tiratore. Il migliore. 

 
Sai cosa significa questo? Una lenta ma inesorabile trasformazione di un leone in un essere umano. Non sono forse loro gli unici a usare i fucili su questa terra?

Tua Formica disarmata, per ora...















1Chih-Yuan Chen, Guji Guji (testo italiano A. Stoppa), Bohem Press 2015
2S. Donnio, D. De Monfreid, Mangerei volentieri un bambino (trad. F. Rocca), Babalibri 2012
3L. Segal, P.O. Zelinski, La storia della Signora Filadritto e del gatto Pussavia (trad. B. Lazzaro), Donzelli 2016
4F. Negrin, In bocca al lupo, Orecchio acerbo 2003
5S. Silverstein, Lafcadio. Il leone che mirava in alto (trad. E. Fantasia), orecchio acerbo 2009

lunedì 10 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Carissima Formica,

mentre ti scrivo ho ancora tutti i peli della schiena che vibrano come antenne e il cuore che batte all’impazzata, per non parlare delle zampette, che mi oscillano come rametti scossi dal vento. Anzi, ti prego in anticipo di perdonare gli errori che commetterò nello scriverti, perché questo e solo questo voglio fare: raccontarti, affinché tu stessa possa giudicare l’avventura che mi è capitata.
Mi è accaduta una cosa incredibile, gravissima e inaudita: non potrai credere ai tuoi occhi quando leggerai quello che ti sto per riferire…e perdona il mio indugio, ma sono così costernato che a stento riesco a raccogliere le parole più adatte…
Ma andiamo con ordine. Ero in giro per il bosco, che in questi giorni è parecchio desolato: Beccaccia è alle prese con una nuova nidiata e Scarabeo non vuole mettere le antenne fuori dalla tana per il troppo sole.
Ebbene, così, solo, mi aggiravo come sempre alla ricerca di ghiande quando ecco dalla boscaglia spuntare il muso di un coccodrillo. Conosco bene i coccodrilli, ho letto un sacco su di loro, e quello era inequivocabilmente uno di loro, e anche bello grosso: le lunghe fauci aperte in un ghigno sorridente, gli occhi gialli con la pupilla che mi ha sempre fatto tanta simpatia, le zampe corte con quei buffi unghioni…
Mi sono avvicinato subito per presentarmi, immaginandomi chissà quali occasioni di svago in compagnia di un nuovo amico, quand’ecco che questo apre la bocca e fulmineo mi sferra un gran morso. I miei riflessi non sono stati meno pronti, e subito mi son girato e mi son messo a correre. E lui, dietro!
“Ho fame, ho fame” gridava mentre mi inseguiva, e io ancora stupidamente cercavo di dirgli con la poca voce che riuscivo a strapparmi dalla gola che a casa avevo un casco di banane! E invece no, pensa un po’, mia cara amica! Quello voleva me, un suo pari, un altro animale! Figurati! Ha accelerato e ci è mancato un pelo che non riuscisse a inghiottirmi quando con un balzo disperato sono arrivato al mio tronco e mi sono messo in salvo. Ora quello si aggira qui sotto, rivolgendo il suo brutto muso verso la mia tana e annusando l’aria, come se non sapesse benissimo che sono qui.
E io, cara amica, tremo di paura e forse ancora più dalla sorpresa e dallo sconcerto!
Ora dimmi tu, Formica, se è questo il modo di comportarsi!
Ma quando mai si è visto un coccodrillo andare a caccia di scoiattoli!
Io lo so bene, conosco i coccodrilli, ho letto un sacco su di loro e so che sono molto educati! Da tempo hanno abbandonato queste vergognose abitudini per imparare a vivere come si deve tra le altre creature del bosco!
Eppure ecco che proprio io sono andato a incontrare il coccodrillo più selvaggio, quello dal comportamento più inaccettabile!
Non fosse per il caldo che c’è lì da te, nel formicaio, ti chiederei di ospitarmi per riprendermi.
Ma mi accontento di scriverti: sono sicuro che saprai trovare le parole per consolarmi da questa brutta avventura…

Scoiattolo

P.S. Ora che mi ci fai pensare, avevo letto di un coccodrillo dal fare bonaccione che andava a nascondersi sotto il letto di una bambina...era tanto simpatico e collaborativo, l’infido, ma se andavi a guardar bene nelle sguardie…potevi ben capire di che vera pasta fosse fatto1…




Ah, caro te!
Amico mio Scoiattolo lasciami dire che sono felicissima di sentire che hai salvato la pelle e la coda di cui tanto vai fiero.
Te la devi essere vista proprio brutta!
Quel che mi racconti, fammelo scrivere subito, mi fa molto preoccupare e anche un po' indignare. Ma non fraintendermi, la preoccupazione e l'indignazione non sono strettamente legate all'episodio in sé, che - lo ribadisco - mi fa piacere non abbia avuto per te conseguenze fatali.
Mi faccio pensierosa e anche contrariata nel constatare ancora una volta la grande inconsapevolezza, o per meglio dire, ignoranza che governa il nostro agire di esseri superiori!
Abbiamo la testa vuota, o meglio, piena di fuffa!
Ignoranti e disabituati a pensare!
Oggi è toccato a te, Scoiattolo caro, verificare quanto poco osservi e sai del mondo che ti circonda, e quanto poco e male ti documenti. E, ancora, quanto tutta questa inconsapevolezza possa avere esiti fatali.
Mi viene da chiederti: ma che libri leggi? Quelli della buona notte, dove tutti si vogliono bene, dove tutti sono ben educati?
Ma la mamma non ti ha detto nulla? Oppure hai anche tu una di quelle mamme tanto in voga oggi che censurano la verità, per non spaventare e non turbare i loro piccolini? Ecco che cosa accade: incontri un coccodrillo e, stando a quanto ti è stato raccontato, tu sei certo che lui mangi banane...
Forse dovrei consigliarti altre letture, diverse da quelle che fai...
Hai mai avuto per le mani un libricino verde palude che si intitola Il signor coccodrillo (scritto grosso) ha molta fame (scritto più piccolo, ma altrettanto ben visibile)?2
È la storia di una fame che va spenta. 



Ad avere fame è un coccodrillo che sulla sua strada verso qualcosa da mettere nella pancia incontra bugiardi, ipocriti e imbroglioni e un certo numero di 'inconsapevoli'.
Joann Sfar che ne è l'autore è figlio della cultura ebraica, sefardita e askenazita al contempo, che lo fa essere tagliente e ironico, ma al contempo è anche un filosofo: la sua laurea è stata ottima palestra per il suo modo di leggere il mondo. Così il suo coccodrillo non mangia banane, ma pulcinotti, come la natura insegna. E s'incazza assai, il coccodrillo, quando scopre che da lui ci si aspetta bon ton, "mangiare la gente è cosa che non si fa!" e non istinto, "mi spiace signorina ma nella giungla mia madre mi ha insegnato a comportarmi così…". E ancora di più si arrabbia quando, in giro per un supermercato, vede fatti a fettine buoi, polli e maialetti. Questa grande ipocrisia lo manda fuori di testa, "L'unica differenza tra la mia giungla e il tuo negozio è che qui pagate qualcuno per uccidere gli animali al posto vostro...! Con i coccodrilli ci fate le borsette!"


Ah! Basta pagare...tipico della superiorità dell'uomo!
E a tal proposito mi viene in mente un secondo libricino che con i coccodrilli, la loro natura e il denaro contante ha molto a che vedere.
Lingua che non si adagia, anche quella di Gustavo Roldán, quando scrive e illustra Il fiume dei coccodrilli. 3
Di nuovo uno scontro di civiltà: quella dei coccodrilli e quella degli uomini.
I primi nel loro fiume paludoso amano sostare, facendosi cullare dallo scorrere dell’acqua, riprodursi e allevare i piccoli; sono consapevoli che il fiume sia per loro il luogo naturale, il miglior posto dove stare. Meno consapevole è il signore dal vestito rosso che pretende di aver acquistato il medesimo fiume. Carta canta e il contratto sventola.
Secondo la legge dei coccodrilli, non varrà il denaro contante e sonante che il signore vestito di rosso ha sborsato per acquistarlo. Ancora una volta, mi preme dirtelo, varrà una legge superiore: quella di natura.


Insomma, caro scoiattolo, non ti sorprendere, ma i coccodrilli son così.
È la loro natura e non solo la loro...se ti guardi intorno troverai lupi che fanno i lupi e troverai cani che un tempo sono stati lupi.
Non basta indossare gli abiti eleganti o vezzosetti di una civilissima umanità, per dimenticarsi la natura primigenia.
Ah, quanta verità e quanta sapienza nel riconoscerla, da parte di quel bambino (e D.H. Lawrence che scrive dietro di lui) a proposito del cucciolo di Fox Terrier che sta allevando "era lacerato tra due impulsi l'impulso innato di cacciare e uccidere, e l'arcano, secondario, tardivo impulso di amare e obbedire." 4
Te l'ho mai detto che ai bambini, ai cuccioli d'uomo, proprio questo dovrebbe essere riconosciuto per statuto?
Di' a tua mamma di leggerti ogni tanto storie così, se vuole farti crescere consapevole...almeno quel che basta per non finire, ignaro, nella bocca di un coccodrillo...

Curati e sappimi dire

Formica















1I. e D. Schubert, C'è un coccodrillo sotto il mio letto, Lemniscaat 2014

2J. Sfar, Il signor coccodrillo ha molta fame (trad. F. Lazzarato), Orecchio acerbo 2011

3G. Roldán, Il fiume dei coccodrilli (trad. M. Corsi), La Nuova Frontiera 2017

4D.H. Lawrence, F. Negrin, Rex (trad. D. Abeni), Orecchio acerbo 2017

venerdì 7 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


INSEGUENDO BILLY-BOBBY


Benvenuti a Toc-Toc, di Florie Saint-Val, è un albo che mette allegria, così, naturalmente, partendo dalla copertina, colorata e invitante.
A metà strada fra albo illustrato e libro gioco, descrive il percorso che il protagonista, un cagnolino, forse, dalle lunghe orecchie, compie per andare da casa sua alla festa di compleanno di un amico, nell'arco di un'intera giornata. Per andarci, deve attraversare tutta la città che viene descritta minuziosamente, con tutti i suoi strani abitanti, un po' umani e un po' animali. D'altra parte, nel pensiero bambino, non si fanno troppe distinzioni.
Dunque seguiamo Billy-Bobby che va con l'autobus 123 prima al parco, poi al museo, poi in piscina e così via, fino arrivare a casa dell'amico Ulisse. Ma non è finita qui, ci sono ancora il ristorante e il cinema da frequentare con mamma e papà.


Ogni tavola è densa di particolari, con la prospettiva piatta, tipica dei bimbi, che mette sullo stesso piano il vicino e il lontano; tutti i personaggi fanno qualcosa, sorridendo, che siano grandi o piccoli, e questa è una gran cosa. L'autrice, una giovane illustratrice francese, usa una palette fresca, di colori vivaci, ma non troppo squillanti, e i disegni dai contorni definiti, anche questa è una gran cosa per i piccoli lettori e lettrici, rendono più decifrabile l'immagine, che sprizza vivacità in ogni angolo.


Dicevo come l'immagine fosse piena di dettagli e di personaggi buffi; l'aspetto ludico consiste proprio nel trovarli: già individuare il protagonista, che si sposta da un ambiente all'altro, è una bella impresa; ma alla fine dell'albo sono indicati una serie di personaggi da ritrovare nelle tavole. Per farlo è necessario guardare e guardare con attenzione, attività che può anche arricchire il canovaccio, che costituisce la trama, di altri divertenti elementi. Nulla vieta di inventarsi qualche storia supplementare sulla signora Davanzoni o su Isidoro e i suoi genitori.

Questo albo appartiene pienamente a quella categoria di libri border line, quelli che attraversano i generi, rompono gli schemi, applicano linguaggi, per esempio quello dell'albo illustrato, a libri pensati per essere giocati dai bambini e dalle bambine, in questo caso decisamente piccoli, intorno ai tre quattro anni.
Benvenuti a Toc-Toc mi sembra un esperimento decisamente ben riuscito, pensato con intelligenza e realizzato con cura; e bene ha fatto l'editore Sinnos a regalarlo ai nostri piccoli lettori.
Eleonora

“Benvenuti a TOC-TOC”, F. Saint-Val, Sinnos 2017


mercoledì 5 luglio 2017

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


UNA TIGRE IN CUCINA 
E UNA FOCA IN SALOTTO: 
DUE STORIE DI JUDITH KERR

Classe 1923, nata a Berlino dove vive fino all'età di nove anni, Judith Kerr fugge con la famiglia dal Nazismo e da Hitler. Oggi questa adorabile signora naturalizzata britannica, sempre sorridente dietro i suoi grandi occhialoni, è una delle più amate autrici di libri per l'infanzia della Gran Bretagna e del mondo occidentale.
Ignorata per anni in Italia, miracolosamente nel 2017 ben tre titoli del suo catalogo sono sugli scaffali delle librerie.
Due di questi, Una tigre all'ora del tè e Una foca in salotto, pur essendo molto diversi per formato e contenuto, hanno un filo rosso che li tiene insieme e che si rivela illuminante per definire la poetica di questa autrice.


Una tigre all'ora del tè (Mondadori 2016) è un picturebook assolutamente classico, per formato, per lunghezza e per rapporto tra testo e immagine.
La storia è quella di una visita inaspettata.
Una tigre un giorno suona alla porta della casa di Sophie proprio mentre lei sta bevendo un tè con la sua mamma in cucina. La tigre dichiara subito la sua fame e quindi viene invitata a condividere tè e biscotti. Per sfamare una tigre ci vuole ben altro: così in un batter d'occhio nella casa sparisce ogni cibo. La tigre spazzola tutto quello che c'è sul tavolo, poi attacca il frigo, la dispensa e le pentole sui fornelli. 



Finita ogni cosa, pensa sia giunto il momento di levare l'incomodo, così senza colpo ferire, saluta e riprende la porta e se ne va.
Al ritorno del padre di Sophie gli viene raccontato l'accaduto e viene presa la decisione di andare a cena fuori (Sophie in camicia da notte). 


Il giorno successivo bisogna fare una grande spesa per rifornire frigo e dispensa e procurarsi anche del cibo da tigri nel caso si la loro amica si ripresentasse alla porta...
Una foca in salotto (Rizzoli 2017) è un racconto di una novantina di pagine con qualche disegno a matita, rigorosamente in bianco e nero, al suo interno.


La storia è quella di un innamoramento inaspettato, anzi due.
Il primo riguarda l'incontro di un vecchio pensionato in vacanza con un cucciolo di foca che ha perso la mamma ed in pericolo di vita. Il secondo è più tradizionale, ma non meno inaspettato, ed è tra il suddetto pensionato e la sua vicina di casa: una anziana signora che sa tante cose sugli animali (soprattutto sulle foche).


Il signor Cleghorn ha appena dato via il suo negozio e ora ha molto tempo per sé. Così decide di andare a trovare finalmente il cugino e la sua famiglia che provano a invitarlo da un sacco di tempo. L'incontro fatale con il cucciolo avviene durante una viaggio in barca e dove ci si rende conto che il piccolo se non nutrito, morirà. Il passo è breve anche se rivoluzionario: il pensionato di città si prenderà cura del cucciolo fino al momento di portarlo allo zoo. Lo nasconderà (dallo sguardo punitivo del portiere) sul balcone e lo bagnerà ogni tanto, come si fa con le piante. Tanto è questione di pochi giorni, o no?


Cosa tiene insieme questi due piacevoli racconti? l'impensabile che diventa realtà, l'imprevedibile che si trasforma in quotidiano.
Insomma l'impossibile che si fa possibile.
Nel primo caso dietro la porta di casa appare una tigre in carne e ossa che ha voglia di farsi una teiera di tè; nel secondo come animale da compagnia si sceglie una foca. Sebbene la storia della foca affondi le sue radici in una struggente storia vera che Judith Kerr racconta a fine libro, altrettanto non si può dire per la tigre in cucina. Tuttavia entrambi i racconti sono attraversati dal medesimo modo 'sognante' di leggere la realtà, tipico dell'infanzia. Infatti alla Kerr va conferito il merito di essere sempre capace di raccontare storie come lo potrebbe fare un bambino, non accettando nessuna limitazione data dalle leggi della logica e della opportunità. E nonostante il continuo aggancio con l'assurdo, riesce a creare un legame altrettanto forte con la realtà, quella che tutti sono in grado riconoscere.
Mi spiego: accanto a una tigre che svuota un frigo e una dispensa c'è una mamma che si preoccupa di non avere da mangiare per cena e fa la spesa. Accanto a un pensionato che ha avvolto il suo cucciolo di foca in una coperta per trasferirlo nella vasca da bagno dove intende allevarlo per un po', c'è sempre qualcuno, un portinaio, che veglia sul divieto di introdurre animali nel palazzo...
La giustapposizione di queste due letture della realtà, che forse hanno anche a che fare con la storia tormentata della Kerr, è la cifra che segna spesso i suoi racconti, rendendoli unici e di assoluta bellezza. Un segno che va al di là di ogni moda rende le sue illustrazioni senza tempo. La sua predilezione per storie di animali, da una parte dipende dalla sua esperienza personale, dall'altra le permette di prendere una certa distanza dal mondo reale e convenzionale (degli adulti) per ispezionare quello un po' immaginifico e selvatico (dei bambini).

Carla

Una tigre all'ora del tè, Judith Kerr (trad. Augusto Macchetto)
Mondadori 2016
Una foca in salotto, Judith Kerr (Trad. Bérénice Capatti)
Rizzoli 2017


lunedì 3 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PROFUMO DI MOFFETTA


Ci sono dei personaggi che provocano, nelle lettrici e nei lettori, una sorta di dipendenza, un legame affettivo che richiede di essere rinfrescato con nuove letture e nuove avventure.
Così vale, nonostante molti abbiano considerato il primo romanzo 'difficile'  , e ancora mi chiedo il perché, per Calpurnia, l'intraprendente ostinata ragazzina impegnata a diventare una valente naturalista. Ritorna ora in un romanzo breve, dedicato a lettrici e lettori più giovani, dal titolo molto evocativo Puzzole che puzzano, con le illustrazioni di Jennifer Meyer. Si tratta, in realtà, di una serie intitolata Il mondo di Calpurnia, che mi auguro l'editore Nord Sud, dello stesso gruppo cui appartiene anche Salani, provveda tempestivamente a tradurre.
Di che si tratta? Come ricorderete, Calpurnia è la giovane protagonista di due romanzi scritti dalla talentuosa scrittrice Jacqueline Kelly; l'azione si svolge vicino alla cittadina texana di Fentress, a cavallo fra Ottocento e Novecento. Lei è l'unica ragazza in un nugolo di fratelli, sei. Ed è proprio con uno di questi, Travis, che Callie condivide, in questa storia, la sua avventura.
Travis, come sanno i lettori dei precedenti romanzi, è il fratellino col cuore tenero, quello che raccoglie animali selvatici, tentando di trasformarli in pacifici animali domestici, con risultati poco apprezzati dai genitori.


Anche in questo caso, è proprio la sensibilità di Travis a dare origine a una montagna di guai. Il ragazzino trova, nella cavità di un albero, un cucciolo di moffetta, grazioso animale col difetto di avere una micidiale arma di difesa: lo spruzzo di una sostanza dal fetido e persistente odore. Travis non ci pensa su due volte, raccoglie il cucciolo e se lo porta a casa; lo sistema in una gabbia per conigli vuota e lo nutre amorosamente. Calpurnia lo scopre ed è costretta dall'amore fraterno ad aiutarlo, anche quando, dalla stessa cavità, spunta un altro cucciolo, molto malmesso. Così Puzzetta la Moffetta e Occhiolino lo Scartino entrano a far parte della famiglia animale che popola questa grande casa di campagna.
Ovviamente non tutto fila liscio: per prima cosa uno dei cani da caccia, il preferito del Babbo, scova la gabbia e scatena un putiferio, col risultato di ritrovarsi malconcio e puzzolente. Ma le disavventure non finiscono qui: Travis ha la pessima idea di portarsi i cuccioli a scuola, con i risultati che si possono immaginare.
Come si capisce da questa breve sintesi della trama, si tratta di una storia dalla struttura semplice, con pochi formidabili personaggi, moffette comprese, e questo ne fa una lettura scorrevole e molto divertente per lettrici e lettori alle prima armi, dagli otto anni in poi. Ma nell'essere appunto una storia semplice, non perde alcuni dei punti di forza dei primi romanzi: primo e il più importante, l'ironia con cui le vicende sono raccontate, la leggerezza che accompagna i momenti più seri e quelli votati alla risata più travolgente; la forza dei personaggi, la loro credibilità e umanità che consente con facilità di rispecchiarsi nelle vicende della giovane naturalista, votata alla scienza, e del più giovane Travis, dal cuore così grande da contenere più o meno tutti gli animali del creato, il Nonno e il resto della famiglia, che si muovono sullo sfondo con pochi risolutivi interventi.


E' insomma una bella lettura, leggera e intelligente, apprezzata sicuramente da chi ama la scienza, gli animali e la bella scrittura, grande antidoto alla banalità delle produzioni seriali.

Eleonora

“Puzzole che puzzano. Il mondo di Calpurnia”, J. Kelly con le illustrazioni di J. Meyer, Nord Sud edizioni 2017

domenica 2 luglio 2017


LA SERATA È SALVA
 
Quando, verso le sette di sera, tornando a casa un po' stanca, hai la matematica sicurezza che tra le quattro mura domestiche non c'è neanche un biscotto ad attenderti, puoi fare due cose: o metti la freccia e orienti le ruote della moto in direzione del primo negozio di alimentari sulla strada e lì compri un pacco di frollini qualsiasi, oppure speri di avere un po' di fortuna e aspetti di vedere quest'oggi Piccole ricette sull'app del tuo telefono cosa ti manda. 
Non dovrebbe mancare molto: arriva alle sette, minuto più minuto meno il ding che ti avvisa.
Ding! 
Sì, biscotti morbidi alla ricotta. 
E, complice quella frasetta introduttiva, li ho prodotti in men che non si dica.
Cito, la frasetta: Ottimi da servire con il tè, sono perfetti anche con il latte e il caffè, oppure da mangiare da soli davanti alla tv: uno tira l’altro!


Ingredienti

250 g di farina 00
200 g di ricotta vaccina soda
120 g di zucchero semolato
10 g di lievito vanigliato per dolci
1 bustina di vanillina
1 uovo
1 pizzico di sale
facoltative le uvette ammorbidite nel cognac...
 

Preriscaldate il forno a 180°.
Mettete la ricotta, lo zucchero, e l'uovo in una ciotola e lavorateli con la frusta fino a farne una crema morbida. Poi aggiungete, setacciandoli assieme, la farina e il lievito e la vanillina e il sale (ed evt le uvette scolate). Amalgamate il tutto. Verrà un composto morbido e leggermente appiccicoso. Foderate la teglia con la carta forno e fate mucchietti (poco più di un cucchiaino) ben distanziati fra loro (non devono essere perfetti, perchè il lievito con il calore li arrotonderà naturalmente). Quindi infornate e fate cuocere per 12-15 minuti, finché non saranno leggermente dorati. Togliete i biscotti dal forno e fateli raffreddare completamente su una gratella adatta, prima di servirli. 
Poi preparate un tè digestivo alla salvia, mettete nel barattolo dei biscotti ormai freddi due foglioline di salvia.
L'aroma fa eco da biscotto a tè e viceversa.
Non male e la serata è salv(i)a!

Carla