mercoledì 2 aprile 2025

ECCEZION FATTA!

…il piede che si informicola è sempre tuo… 


Le tre ragazze che cambiano -  Franca, Carmela e Tommasina - sono tre sorelle. Un giorno la maggiore, Franca, registra la perturbante sensazione che qualcosa in lei sia cambiato. A nulla pare servire l’approfondita analisi comparativa fatta con le sorelle. Ciò che Franca sente non assomiglia affatto all’approssimarsi del crepuscolo la domenica sera e di certo non ha nulla a che fare con l’essere scoperti a dire una bugia, e nemmeno assomiglia a quando il piede ti si informicola e non riesci più poggiarlo a terra… 


Per dare un nome alla specialissima sensazione, Franca propone alle sorelle di andare a cercare una Regina meravigliosa che, stando a un sogno fatto qualche notte precedente, starebbe nella grotta al centro del bosco, oltre la recinzione del giardino. Di nascosto da tutti, Franca si trova alla testa di questa inebriante avventura seguita a ruota dalle due sorelline.


La Regina della Grotta è il primo albo di cui Júlia Sardà, prolifica illustratrice di cui abbiamo conosciuto il tratto in La famiglia Lista, è autrice integrale. Si tratta di con una storia di formazione tutta al femminile, un viaggio iniziatico che prende il via in quel momento dell’infanzia in cui tutte le certezze della propria quotidianità vengono scompaginate e appare un’insoddisfazione inebriante che impone di essere esplorata. 


La crescita e lo sconvolgimento del mutare sono spesso raccontate assecondando una istintiva tensione verso l’alto e il fuori, forse pensando al seme che dalla terra spinge alla luce, o allo sguardo bambino, che da altezza pavimento si alza, ampliando il proprio raggio di azione fino a portarsi sempre più lontano. Ne La Regina della Grotta, Sardà decide di procedere in direzione un po’ diversa: non solo le tre sorelle - come in ogni fiaba che si rispetti - si addentrano nel bosco, non solo si destreggiano un intrico sempre più fitto di alberi, fronde e tronchi, da cui occhieggiano misteriose creature. Il viaggio di Tommasina, Carmela e Franca continua dove apparentemente non è più possibile andare: le bambine diventano minuscole e tutto ciò che popola i piani più bassi diventa enorme. 



Sardà espande a piena pagina tutto ciò che popola il sottobosco: ingigantisce le texture dei bruchi e delle ali degli insetti, mostra nel dettaglio le pelli butterate dei rospi, toglie dall’ombra bisce e insetti notturni, lumache, pesci gatto, pipistrelli e monetine, funghi, ragnatele e radici, evocando le tenebre del sottoterra, le streghe, i demoni e le orchesse impegnate in un pic-nic a base di pesce crudo e zampe di gallina. Guidate dalla determinazione di Franca, le tre sorelle partecipano alla frenetica attività delle formiche, accompagnano il funerale di un topo, e via discendendo, in un tripudio di presenze oniriche e inquietanti pericoli, fino ad arrivare alla famigerata grotta, un antro buio più buio della loro stessa cantina da cui fuoriesce uno strano fetore. 


Qui, Franca incontra la Regina. Si tratta di un doppio, sporco, spettinato e selvaggio con cui darsi a frenetici giochi di riconoscimento e danze, talmente strette che la Franca di superficie e la Franca del sottoterra sembrano riunirsi per tornare a essere una sola. E se è vero come è vero che ci troviamo nell’ambito del racconto di formazione non è possibile ignorare che abbandonare l’infanzia per una bambina coincide non solo con il cambiamento di interessi, ma anche con una impattante maturazione del corpo: la comparsa del seno, il primo ciclo, il sangue, l’odore non più neutro. Sardà, che è autrice non conformista e coraggiosa, trova nelle illustrazioni il modo di evocare questo aspetto della ricerca: la presenza umida e soffocante della foresta, il fiorire rutilante e spugnoso dei fiori, l’allusione alla marcescenza che ha luogo negli strati più profondi del suolo, l’abbondare del colore rosso. Il secondo aspetto interessante dell’albo è proprio questo, il saper raccontare un viaggio iniziatico femminile senza ignorarne nessun aspetto, riallacciandosi alla capacità della favola tradizionale di non esplicitare ma anche di non escludere mai la totalità del processo. 


Il terzo aspetto interessante di La Regina della Grotta è come la storia del mutamento venga declinata per ognuna delle sorelle, nel rispetto della peculiarità della loro età. Non è infatti un caso se Franca ha il capo libero mentre Carmela e Tommasina indossano copricapi e cappucci. Non è un caso se le due bambine più piccole sentono che quello che Franca ha trovato non è affare per loro e che non siano interessate a ulteriori liberissimi giochi a cui Franca e la Regina della Grotta le esortano con entusiasmo. Al cospetto dell’altra Franca la triade si incrina. E se Carmela, la sorella di mezzo, sente riverberare embrionalmente alcune delle istanze di Franca, Tommasina, ancora pienamente bambina, è semplicemente spaventata, ha freddo e fame ed è stanca. Alla fine sono i sensi più basilari ad avere la meglio. 


Tommasina e Carmela tornano a casa da sole, e trovano il cibo buonissimo, il bagno deliziosamente caldo. Il letto dove sprofondano, poi, è più soffice che mai. Ma se Tommasina, stremata dall’avventura, dorme profondamente, Carmela è inquieta, consapevole di aver lasciato la sorella ad avventure a lei sconosciute. Attende che Franca rincasi. E quando questo accade le tre si ritrovano riunite sotto le stesse lenzuola: Tommasina perfettamente inconsapevole, Carmela in trepidante ascolto, Franca sporca e scompigliata con addosso ancora l’odore sconosciuto delle nuove esperienze fatte in solitaria. Chiuse in un unico cerchio, tre distinte fasi di ogni cambiamento. 
 

Se all’inizio dell’avventura assistiamo a un moltiplicarsi di particolari e al proliferare di inquadrature capaci di ingrandire ogni dettaglio, il ritorno alla normalità è scandito dalla scelta di forme geometriche basilari che permettono all’ebrezza della giornata di placarsi e alle nuove scoperte di essere messe a dimora. “Mi sembra di non sentire più quella strana sensazione” afferma Franca stringendo le mani a Carmela. E vi è una nuova consapevolezza che si infila sotto le lenzuola, il sospetto che il cambiamento sia davvero una sorta di fame, che davvero disorienti come fanno i capelli elettrici che non si staccano dalle guance, che davvero sia simile a quando si è scoperti a dire una bugia. Che mutare sia proprio come il crepuscolo la domenica sera, o ancora più precisamente, come aveva ipotizzato Tommasina per non sentirsi esclusa: come quando ti si informicola il piede e non sembra più tuo. Ma poi lo poggi a terra, e scopri che tuo non ha mai smesso di esserlo. 


Giorgia

 “La Regina della Grotta”, Júlia Sardà, (trad. Giulia Rizzo), L’Ippocampo 2023

lunedì 31 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DISEGNANTE D(E)I BREMA  

Voglio andare senza rotelle!, Tobias Giacomazzi 
Kalandraka 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Voglio andare in bicicletta senza rotelle! dice Ettore sbuffando. 
- Come fa il signor Renato, che è in grado di mantenere l'equilibrio anche con il giornale sotto il braccio. 
Voglio andare senza rotelle! 
- O come la signora Adelaide che carica di spesa non cade. 
Voglio andare senza rotelle!"

Ettore è un ranocchio. Un ranocchio con un bel caratterino, pantaloncini, maglietta e sandali tedeschi. E un ridicolo caschetto che tiene in equilibrio sulla testa. A cavallo della sua biciclettina rossa con rotelle, smania perché vede i grandi che, per una ragione o per l'altra, in bicicletta ci vanno con stile e sicurezza. 


E tutti senza rotelle: chi ci va a far la spesa, chi la usa per lavoro, chi per sport, chi pedala sul filo sotto il tendone di un circo. 
Tanto insiste e tanto frigna, che alla fine qualcuno toglie finalmente le rotelle alla sua biciclettina. Ma come tutti quelli che vanno in bici sanno, senza rotelle e senza sostegno non è proprio facilissimo andare senza cadere. E come sempre accade, dopo due pedalate, finisce zampe all'aria. Il tono della sua voce non è più lo stesso. Ora spiagnucolante e pieno di vergogna, chiede - per favore - l'aiuto di qualcuno. Di qualcuno o di tutti? 

Tobias Giacomazzi, al suo primo albo, è lì che si divide tra due passioni. 
Da una parte l'illustrazione (si è diplomato all'Accademia di Macerata, se non ho capito male con Maurizio Quarello) e dall'altra la musica (è padre fondatore della band indie-folk-rock I Brema di cui è voce e chitarra acustica). 
Questo "Brema" che appare nel suo lato musicale, a ben vedere, sembrerebbe riverberare anche nella storia di Ettore che sul concetto che è l'unione che fa la forza ha un po' il suo nocciolo di senso. 
Il libro è tra i finalisti del premio Compostela e Kalandraka lo pubblica. 
Come nella fiaba dei Grimm, anche qui ci sono quattro cose che, se prese singolarmente, poco possono contare, ma che se invece diventano parte di un progetto unitario, così come accade al vecchio gallo, al cane e al gatto e all'asino dei Musicanti, fanno crescere il valore e il risultato del progetto. 
La prima sta nel segno, la seconda sta nel colore, la terza sta nei dettagli la quarta sta nell'uso dello spazio immaginato e in quello che realmente che un albo concede. 


Il segno. La mano sinistra di Giacomazzi mi pare sappia ben disegnare. 
Ovviamente possono piacere più o meno nelle loro forme un po' caricaturali, un po' esagerati, tuttavia i personaggi sembrano convincenti, compreso il canarino in gabbia. 
Ognuno di loro prende il corpo di un animale, secondo una logica di buon senso - il postino è un piccione, il funambolo è un fenicottero, il ciclista un asciutto grillo. E la formosa massaia? - e di ciascuno la corporatura diventa elemento importante. Così come importante è il fatto che ciascuno di loro vesta panni presi dagli armadi delle persone. 
E qui entra in gioco il terzo elemento: i dettagli. 


Davanti a tutti, il primissimo piano della zampa di Ettore al momento della sua prima pedalata senza rotelle: con quei sandalini tedeschi o imitazione degli stessi, ma a minor costo. Ma a parte questo, Giacomazzi si diverte a mettere su ogni singola tavola piccoli personaggi che tra loro mettono in piedi scenette: il gatto con la coda nella trappola per topi, il topo sulla corda del funambolo sono tutti dettagli comici a uso e consumo di chi guarda con gusto le figure, ossia i bambini.
Lo spazio. Partiamo da quello reale che un libro offre. Il bordo della pagina e il giro della stessa: due limiti, ma anche due opportunità per chi illustra di mettersi alla prova. Tobias Giacomazzi cavalca la tigre e quindi, sul suo colpo di teatro finale decide di sfruttare al meglio il breve silenzio e il piccolo blackout visivo che si verifica puntuale a ogni giro di pagina. 


Per quanto riguarda lo spazio immaginato, parrebbe che Giacomazzi, oltre a saper ben disegnare, sia capace anche di costruire belle prospettive, scorci sempre un po' arditi, e architetture di un certo garbo, con finestre e portoni architravati e strombati. 
Ed è proprio in questa cura per il dettaglio architettonico, per i volumi squadrati, per la ricerca di movimento dei piani che azzarderei l'ipotesi che tra i suoi maestri ci sia stata anche Claudia Palmarucci che, sottilmente sottilmente, mi pare trasparire anche nella tecnica e nelle scelte cromatiche: le ombreggiature e i mezzi toni caldi dell'edilizia storica. Quella vera. 
Ma forse ho preso solo una cantonata. O forse no.

Carla

venerdì 28 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN'AGENTE SEGRETO

Niente di straordinario, Fabrizio Silei 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 
 
"A te, che non te l'aspettavi." 
F. S. 

Di schiena, alla scrivania, risponde al telefono che squilla nella sua agenzia di spedizioni internazionali. Segnata su un foglietto la prossima destinazione, non resta che attrezzarsi del minimo indispensabile e partire: cappello, lunga sciarpa, maschera per mantenere l'anonimato e nella tasca del cappottone un bel po' di biscottini saporiti per felini, probabilmente quelli del gatto che sta dormendo sul divano della sala d'attesa. 


Sulle sue tracce si mettono tre loschi individui: bassi goffi e decisamente poco atletici. Sebbene a fatica, non perdono mai di vista l'agente in missione. 
Moto, mongolfiera, paracadute, giungla - utilissimi i biscotti da gatto... Quindi canoa, ruspa per raggiungere il picco, al secondo bradipo a destra, in America latina, a giudicare dal condor irritato per la ruspa pericolosamente vicina alle sue uova. 
E quei tre ometti, sempre dietro. Ma sempre più affaticati. 
Sul picco c'è il villaggio di una bambinetta, quella che ha richiesto il servizio, che consegna il suo pacchetto all'agente della società di spedizioni. 
Metà della missione è compiuta! 


Ora bisogna solo portarlo a destino: giù dal picco, abissi, deserto, un tratto sul tetto dell'Orient-Express, biplano, paracadute , la solita moto chopper KTM e poi su fino al sessantesimo piano con l'ascensore guasto. 
Ed è lì che avviene la consegna: a un bimbetto occhialuto, molto contento di ricevere il suo regalo di compleanno da parte di Piccola Felce. 
Ora l'intera missione è compiuta! 
E quei tre ometti, sempre dietro. Beh, non proprio, ormai parecchio fuori uso, come l'ascensore, arrancano per le scale. 
Conclusa così la giornata di lavoro dell'agente, non resta che tornarsene a casa, al solito tran tran. Non prima di aver fatto un po' di spesa, però.
Ecco: questo è il racconto della sua giornata tipo. 

Quasi un silent book.
Uniche eccezioni: frase finale da non svelare neanche sotto tortura e un gentile "Buonasera" sussurrato, scendendo per le scale. 
Per chi è arrivato a leggere fino a qui, senza aver avuto in mano il libro, rimane da sciogliere un bel mistero su chi sia veramente quest'agente. 
Chi invece il libro lo ha sfogliato, saprà - beninteso solo alla venticinquesima tavola - la vera identità di un'agente (occhio all'apostrofo) che in giornata è in grado di compiere una missione di tale portata. 
E come se non bastasse, chiuso l'ufficio, va al supermercato, riempie un carrello di roba, si carica le due buste, prende un autobus, dimostra la propria disponibilità e generosità verso una vecchietta e verso un mendicante e finalmente arriva a casa, dove c'è la sua famiglia che l'aspetta con la cena in forno (almeno quella). 
La dedica del libro, dettaglio che ai bambini poco interessa mentre i grandi se non altro la notano, parrebbe illuminante. 
Siamo davanti a un omaggio sperticato e grato nei confronti di una persona (che non se l'aspettava?) unica, ma anche di una categoria umana: le donne, e in particolare quelle che lavorano! 
E se poi, visto che sono anche mamme, il cerchio diventa perfetto e si chiude. 
Detto questo, che non è poco, fin qui si è parlato di ciò che ha il fine di coinvolgere emotivamente in particolare gli adulti lettori e lettrici. 
Sì vabbè, ma ai bambini cosa resta? 


Parecchio: il lato comico della vicenda. Ossia il crescendo delle difficoltà del viaggio, i diversi modi di uscire illesa dalle situazioni sempre più complicate e, per converso, la goffaggine dei tre inseguitori maschi (!) che, messi uno sull'altro, non raggiungono neanche l'altezza della gagliarda protagonista. I bambini rideranno dei loro impacciati e dolorosi atterraggi di fortuna, rideranno sulla scena degli alligatori o delle peste in cui finiscono al momento del condor e, come se non bastasse, saranno loro debitori dell'aver smascherato, nel senso più letterale del termine, la vera identità della protagonista assoluta dell'intera vicenda.
 

Ma c'è un ulteriore piccolo seme che potrebbe e dovrebbe aver attecchito nelle loro testoline: una mamma che lavora, in casa o in ufficio, anche senza dover andare e tornare in giornata in Amazzonia o sulle Ande, ha alcuni tratti che la rendono speciale: nel suo essere sempre pronta, sempre capace di soddisfare desideri, di dare risposte, di diffondere gioia e amore, e di fornire servizi essenziali e superflui alla piccola comunità familiare, gatto compreso. 
E di farlo, considerandolo niente di straordinario. 

Carla

Noterella al margine. Silei, senza parere, nel disegno imprime un ritmo da fumetto più che da albo e lo rende allegramente indisciplinato - con oggetti che escono dalle rigide cornici oppure concede molta liberà all'acqua e i rampicanti che, come accade nella vita vera, quando decidono di andare, vanno.

mercoledì 26 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FLUTTUARE NELLO SPAZIO PRIMA DI CADERE
 

“Be’, su di me si sbaglia. Mi fissi pure quanto le pare, ma non riuscirà a guardarmi dentro, perché lì non c’è niente. Il fatto che Alice fosse fuori di testa era sotto gli occhi di tutti. Non voglio parlare male di lei, ma è così. Io, invece, ho avuto solo una brutta giornata e ora tutti me la fanno pagare:” 

Jeff, quindici anni, è il protagonista di questa storia che si svolge nell’arco di quarantacinque giorni, periodo durante il quale è previsto che lui rimanga in una clinica psichiatrica come conseguenza di un tentativo di suicidio, compiuto la notte di Capodanno senza un apparente motivo e fallito grazie al tempestivo intervento dei suoi genitori. 
La sua è una famiglia composta da due genitori che lo amano e da una sorella più piccola con la quale ha un rapporto che potrebbe definirsi normale. 
Il ricovero in psichiatria è stato disposto per supportarlo farmacologicamente e per chiarire a lui e ai suoi parenti come procedere per evitare recidive. 
Di che cosa si parli in questo romanzo è chiaro sin dal titolo, il tentativo di togliersi la vita non rappresenta la conclusione di una vicenda, ma è il suo innesco narrativo. Immediatamente immerso nei pensieri del ragazzo, il lettore incontra subito quegli elementi che dimostrano come non si tratti di una storia semplice, come la posta in gioco non sia bassa e come le questioni che verranno affrontate sono tutt’altro che banali. È della vita che si ragiona, della scelta inaccettabile compiuta da un quindicenne. Ma prima che si arrivi a comprendere cosa abbia potuto scatenare questa volontà funesta occorre che si proceda nella lettura, che si conosca la vita di Jeff, che si accetti che anche un ragazzo che all’apparenza conduce una vita normale, possa maturare tali propositi. Non sarà facile arrivare a capire, dal momento che lo stesso protagonista compie opera di depistaggio. Nel tentativo condotto lungo tutta la narrazione, la sua voce è quella di chi cerca di convincere gli altri e il lettore che quello che ha compiuto è stato sì, un gesto irresponsabile e altamente rischioso, ma che non è il caso di insistere, lui non ha niente a che spartire con quegli altri che come lui sono costretti a sostare in reparto e nulla da dover riferire a medici e infermieri che si ostinano a rivolgersi a lui con atteggiamento premuroso. 
Lo scontro aperto è soprattutto con lo psichiatra che lui, disprezzando, chiama dott. Tanto Pus e verso il quale dimostra una chiusura completa: le sedute sono tutti tentativi del medico di avvicinare la parte più profonda dei pensieri del ragazzo, per riuscire a far emergere quelle criticità che lui si ostina a non vedere e a insabbiare, tentativi ai quali Jeff risponde in modo sprezzante e descrivendo al lettore una figura di medico patetico e inadeguato. 
Non mancano nella storia momenti di ironia e sarcasmo, come non mancano momenti di grande tenerezza, soprattutto nella descrizione di uno dei personaggi più complessi e affascinanti, Sadie, ragazza dall’atteggiamento duro, legata a un destino ineluttabile. Sarà l’amicizia che lo lega a lei, così come la grande sensibilità che Jeff dimostrerà di avere nei confronti della piccola Martha, che pian piano lo ricondurranno a una dimensione di realtà, a fargli abbandonare la posizione ostile e rabbiosa e a condurlo verso un’apertura progressiva. 
Ma come in molti casi accade, l’elemento che scompagina realmente le carte, che conduce appunto alla riscrittura della vita come recita il sottotitolo, e a scontrarsi con un’evidenza che non si può più negare, arriva da dove non ci aspetteremmo. Le sedute di psicoterapia individuale e di gruppo, la ritrovata vicinanza emotiva e affettiva con alcuni degli ospiti del reparto, prepareranno il terreno a quella deflagrazione che avverrà a opera di un altro ragazzo, Rankin, che, come una meteora, sosta in reparto solo per pochi giorni, tempo sufficiente però a determinare il contatto di Jeff con quella parte di sé che ancora non ha trovato piena legittimità. 
La grande questione al centro di questo racconto viene proposta compiendo una scelta di prospettiva molto precisa. La frizione tra individuo alla ricerca del proprio posto nel mondo, da una parte, e schemi sociali consolidati dall’altra, si potrebbe raccontare mettendo in campo entrambi gli attori. Invece Michael Thomas Ford sceglie: 
a) una narrazione in prima persona che consente al lettore di arrivare al nocciolo della questione nel momento in cui ci arriva lo stesso protagonista 
b) esclude di fatto, se non in un breve riferimento nel finale, il problema delle difficoltà che si possono incontrare in un mondo che deve ancora crescere e che, rispetto alle grandi prove di coraggio compiute dagli individui, stenta ad evolversi. Come a dire che questo poi rappresenta il passo successivo, ma che la grande battaglia va prima compiuta sul fronte interno. 
L’inizio del romanzo, la sospensione tra la vita e la morte, alla luce di quanto poi emerge alla fine della storia, assume un significato diverso. Non sono stati i genitori e il personale sanitario a riportare Jeff sulla Terra, ma è stato il suo lento e indubbiamente doloroso percorso di crescita a riportarlo in vita. Prendere atto di quello che si è e di quello che si desidera è il primo passo verso una vita che non dovrebbe avere le caratteristiche di un limbo, ma di un territorio da esplorare in tutti i suoi aspetti, luminosi e bui. 
Quello stesso limbo che in qualche modo può essere accostato all’infanzia, se non addirittura al momento in cui esistiamo accolti nel grembo materno. Nascere è respirare un’aria putrida, ma è anche aprire i polmoni a nuovi odori e sensazioni. 
Per le situazioni raccontate consiglierei la lettura del romanzo a lettori di almeno 14 anni.  

Teodosia 

"Suicide notes. A volte serve riscrivere la propria storia" di Michael Thomas Ford, traduzione di Loredana Baldinucci, Rizzoli 2025 

lunedì 24 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CAVALLO VINCENTE

[seconda e ultima parte]


Cosa fanno le bambine? Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 

Avevo messo sull'avviso che ci sarebbe stato un dopo per elencare le ragioni che fanno di questo libro di Heidelbach (e il suo omologo sui bambini, di cui anche in anni passati si tessevano le lodi) un magnifico esempio di come raccontare in 52 pagine l'infanzia e, più in generale, l'intera umanità che ne è radice. 
Ecco. Adesso è dopo. 
In ordine sparso. 
La prima cosa interessante che mi viene in mente: Heidelbach ci racconta un'infanzia diversa da quella che la consuetudine ci ha abituato a vedere nei libri per l'infanzia. Ci racconta bambine volitive, coraggiose oltre misura, con desideri precisi, con capacità di strategia, che combattono, che sono egoiste, che si servono, se necessario, dei fratelli più piccoli, che sono misteriose, che hanno risorse insospettabili, carismatiche. 

© Nikolaus Heidelbach

Nel frontespizio spuntano da dietro una barricata di oggetti vari, sono lì a difendersi e magari sono pronte all'attacco! 
Ecco. Solo nel pantheon dei più grandi, pensiamo alle bambine di Sendak o di Ungerer, si è visto il coraggio di raccontare l'infanzia anche nei suoi lati più misteriosi, senza costruirla a tavolino, stereotiparla, accomodarla a come vorremmo fosse. Heidelbach è uno di loro. 
Ed è per questo che è scomodo per la maggioranza degli adulti. Ma ci torniamo. Seconda cosa interessante: non siamo davanti a una storia vera e propria, ma a un catalogo di tipe umane e di situazioni in cui si vedono agire. Questa modalità di racconto, per come è concepita, lascia enorme spazio, tanta aria intorno alle immagini e al già scarno testo. 
Questo permette massimamente la libera interpretazione da parte del lettore. 
Un po' lo stesso che accade quando si legge un libro di sole immagini. Il lettore deve per forza farsi parte attiva (per inciso, questa è una delle ragioni per cui gli adulti più paurosi temono il confronto con i libri senza parole: non solo leggerli, ma anche pensare e capire). 
La terza cosa di grande valore è il dialogo serrato che si apre tra testo e immagine. Il libro è concepito come un abecedario di bambine che fanno cose diverse, quindi è anche un imagier di azioni.

© Nikolaus Heidelbach

Antraut mangia un panino, per tornare sul caso già citato, nell'immagine ha una sua corrispondenza perché Antraut è all'estremità di un tavolo e sta per addentare un panino. Il corto circuito avviene nel momento che lo sguardo dilaga su ciò che la circonda: cinque creaturine e un birillino del monopoli, messi rigorosamente in ordine di altezza dal più grande che le è accanto al birillino che chiude la fila lungo lo stesso tavolo. Tutti hanno lo sguardo rivolto verso di lei e il suo panino. 
Parte l'interpretazione del gesto: tutti sperano di averne un pezzo? Oppure, tutti vorrebbero rubarglielo e mangiarselo al posto suo? La scelta per l'una o per l'altra, dipende solo dal grado di cattiveria intrinseca al lettore. 
Direi che è chiaro che testo e immagine portino energia e sfrigolino un bel po' tra loro. Il pensiero del lettore è lì in mezzo e non può che accendersi e fare scintilla. Otrun gioca a minigolf è un fatto. La scintilla scocca quando vediamo come lo sta facendo. 
Ora resta da capire come abbia lavorato il pensiero di Heidelbach. Nasce prima la definizione che è sempre di estrema semplicità al limite della vaghezza - Brigitte esce di casa, Flora dorme profondamente, Sybille ha freddo - oppure il disegno? 
Cioè a dire, è solo dopo che Heidelbach aggiunge un testo che sia il più neutro possibile? Beh, poco importa. L'importante è che accada. 
La quarta cosa degna di nota è il modo che usa Heidelbach per raccontare. 
Affida a una sola immagine il compito di raccontare un'intera storia. Coglie un istante, lo frizza in un contesto algido, fermo, solo in apparenza silenzioso, al contrario pieno di bisbiglii che orecchie attente possono cogliere: un esempio per tutti è quello dell'allestimento che Jutta organizza per il suo matrimonio segreto. 

© Nikolaus Heidelbach

Quinta cosa, quella che preoccupa i grandi e incuriosisce i piccoli.
Spesso con gli occhi chiusi, frequenti gli occhi bassi, talvolta sguardi in tralice rendono le protagoniste in cerca di una qualche distanza di sicurezza dal lettore. 
Come a dire, attento tu, che stai guardando dove non dovresti... 

Carla

Noterella al margine. Una sesta cosa che è del massimo interesse è il confronto tra Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini? Ossia i diversi approcci che il femminile e il maschile hanno di fronte all'esistenza, secondo Heidelbach.
Tocca aspettare.

domenica 23 marzo 2025

O TEMPORA O MORES! 


Mai stata una grande sostenitrice del müsli quando vivevo in mezzo ai mangiatori di müsli. 
Di sicuro mi tenevo a debita distanza da quello misto e non croccante. 
Poi sono uscita dall'orbita dei mangiatori di müsli. E con questo ho messo a riposo anche quel sapore. 
Il latte la mattina si è ricongiunto con la mia personale madeleine dell'infanzia, l'Ovomaltina. 
E nello yogurt ci metto marmellate che mi sono venute troppo liquide. 
Ma poi vado a Bari, lontana mille miglia dai mangiatori di müsli e, in una delle luminose colazioni a casa della mia amica libraia, mi viene messo sotto il naso un barattolino con dentro un bel miscuglio di semini vari, un müsli, fatto in casa da un suo amico. 
Perché no? Nello yogurt: buonissimo! Non so se dipenda dal fatto che è casalingo, ossia abbia giocato il fattore umano: qualcuno si è messo lì a farlo e poi a diffonderlo... fatto sta che resto molto colpita da quel gusto, quel bellissimo sgranocchiare. 
Chiedo la ricetta. E lei arriva, dopo un paio di giorni, con un vocale. 
Ascolto con attenzione la voce maschile calma e profonda che la recita. 
Il müsli non viene chiamato müsli. Si è trasformato in granola (con la o stretta) ma a parte il dettaglio capisco che è facile farlo. 
In collaborazione con la figlia inglese e mangiatrice di granola (erre arrotata britannica) lo proviamo: si riconferma la bontà. 
E adesso, tutta da sola, produco dell'ottimo müsli su ricetta barese.... 
O tempora, o mores! 


INGREDIENTI 
fiocchi d'avena (50% dell'intera quantità) 
mandorle tritate 
semi di girasole 
semi di lino (schiacciati, se non non fanno il bene che dovrebbero fare alle nostre pance) 
sesamo 
uvetta 
1 o 2 cucchiai di miele 

Tritate con una mezza luna le mandorle, fate lo stesso con i semi di lino che saltelleranno come pulci in ogni dove, ma poi si spezzetteranno. 
Fate lo stesso con i semi di girasole. 
In una ciotola mischiate e aggiungete il doppio di volume in semi di avena, un po' di uvetta. 
Prendete una padella grande e antiaderente, versateci 2 cucchiai di miele e fatelo sciogliere a fuoco basso (20 secondi più o meno) aggiungete quindi il miscuglio e girate continuamente finché non raggiunge un bel colore ambrato che è l'unico modo che io ho di capire se è pronto. 
Quindi ancora caldo versatelo su un foglio di carta forno e allargatelo con le mani. 
Lasciate che si freddi, poi "sgranatelo" e tenetelo in un barattolo chiuso che altrimenti si ammoscia e perde il suo bello, essere croccante. 
Enjoy!

Carla

venerdì 21 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CAVALLO VINCENTE

Cosa fanno le bambine?
Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


ILLUSTRATI 

"Dietlinde vuol fare carriera. 
Elfriede legge ad alta voce. 
Flora dorme profondamente. 
Gerhild scatta foto delle vacanze a casa. 
Heike fa conoscenza con un ippopotamo. 
Irmgard non vuole essere disturbata." 

Dietlinde, quella che vuole fare carriera, è davanti allo specchio sull'anta di un armadio. Ha un paralume (o è uno scaldateiera?) in testa una coperta lunga che tiene sulle spalle come se fosse un mantello, sull'avambraccio tiene un canovaccio. Indossa una gonnellina scozzese come scozzesi sono anche i suoi calzettoni. Ha gli occhi socchiusi e con la mano destra impartisce una benedizione. 
Elfriede, quella che legge ad alta voce, è seduta a un angolo di un tappeto. Tiene sulle ginocchia un libro aperto e lo sta leggendo a pupazzi (un coccodrillo marionetta, un pinocchio, un orsetto, un bambolotto e a due creaturine fantastiche). All'angolo opposto della camera, girata inn modo da darle le spalle, con un walkman sulle orecchie, c'è un'altra bambolina che ascolta qualcos'altro. 

© Nikolaus Heidelbach

Flora, quella che dorme profondamente, è nel suo lettino verde nella sua camera verde, dove un enorme pesce verde fluttua nell'aria guardandola intensamente, con la bocca accostata al suo piccolo naso. 
Gerhild è accanto al fratellino. Lei indossa il costume da bagno e vistosi orecchini ed entrambi hanno la ciambella salvagente, ma il fratellino ha quella con il collo di cigno ed è senza costume. Entrambi in testa hanno un bracciolo salvagente bello gonfio. Dietro di loro un poster di sfondo con spiaggia e mare. La presa elettrica all'estremità della parete lo testimonia. 
Heike, quella dell'ippopotamo, è su una curva di una strada asfaltata, immediatamente dietro la linea che segna la corsia d'emergenza ed è piegata a quattro zampe e ha gli occhi chiusi. Al centro della strada, quasi di spalle, l'ippopotamo. 
Irmgard, quella che vuol stare in pace, siede composta su una poltrona, troppo grande per lei. Tiene in mano un libro, nell'atto di leggerlo, illuminata da una piantana a due faretti. Sul pavimento bruno, quasi indistinguibili, centinaia di topi brulicano avanti e indietro, tutti a testa bassa, alcuni a coda alta. 

Era il 2010, precisamente il 23 ottobre, quando a Roma, a via Savoia, nelle sale del Goethe Institut al primo piano di dove oggi sorge la Biblioteca Europea, fu allestita una mostra dedicata alle tavole di Nikolaus Heidelbach per presentare l'uscita di questo stesso libro. che all'epoca era stato appena pubblicato da Donzelli. 
Io c'ero e c'era anche Nikolaus Heidelbach. Abbiamo fatto un po' di chiacchiere assieme, in particolare su una tavola del libro, la prima, Antraut mangia un panino. Senza entrare qui nel dettaglio, forse val la pena di ricordare che discutemmo di come in quel disegno lui fosse riuscito a riassumere in un unico gesto colto nell'attimo in cui avviene, uno dei più atavici e per questo congeniti vizi dell'umanità: l'invidia. 
Chi sa come io la pensi sulla letteratura illustrata sa anche che Heidelbach è l'autore che meglio di chiunque altro abbia saputo dare forma a detta idea. O forse sarebbe più corretto dire che il modo di raccontare l'infanzia da parte di Heidelbach mi corrisponde del tutto: sono le mie fondamenta. 
Nessun altro autore riesce a muovermi corde tanto profonde e sostanziali. 
E per essere ancora più circostanziati: i due libri, tra loro speculari, Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini? sono, a mio avviso il non plus ultra di come un albo illustrato di poco più di 26 pagine (quante sono le lettere dell'alfabeto tedesco) possa essere enorme e senza fondo. 
Le ragioni le metto in elenco dopo. 
Prima credo sia importante vedere la storia editoriale di questo libro. 
Viene pubblicato in Germania dal suo editore storico, Beltz & Gelberg nel 1993. 
Trentadue anni fa. 
Nel 1995 vince il Bologna Ragazzi Award. 

 Kinderparadies 1994

Heidelbach in quegli anni ronza intorno all'idea di un suo modo di raccontare l'infanzia. Su questa falsa riga pubblica Kinderparadies (1994) e ancora nel 1999 la versione al maschile di Cosa fanno le bambine?: Was machen die Jungs? Poi ancora una decina di anni fa torna sulla questione e di entrambi ne dà una versione, diciamo così, aggiornata (Was machen die Mädchen, heute?, 2014; Was machen die Jungs, heute?, 2014).  
Nel frattempo fa altri magnifici libri. 
Quando Donzelli fa approdare questo strepitoso catalogo di ragazzine è appunto il 2010. Nonostante siano passati quasi 17 anni dalla sua prima pubblicazione in terra tedesca, il pubblico italiano pagante, ossia gli adulti che dovrebbero comprarlo, se ne tengono a debita distanza.
I pochi e fortunati bambini a cui il libro arriva davanti sono, ovviamente, felicissimi di provare a ogni giro di pagina una piccola scossa, un piccolo brivido gelato lungo la schiena. Ridacchiano soddisfatti, perché qualcuno finalmente dice la vera verità su di loro. Sono contenti di essere considerati dall'autore del libro creature pensanti e senzienti. Sono contenti di essere messi alla prova ogni volta nel creare quel nesso che esiste tra la scarsa riga di testo a sinistra e la tavola grande a destra. Sono incuriositi dai dettagli che creano senso, si sentono a casa nel vedere che anche altri bambini e bambine possano pensare come loro "incantevoli cattiverie" senza per questo essere immediatamente rieducati, magari con un altro libro edificante.

© Nikolaus Heidelbach

Ma, si sa, i libri devono convincere prima di tutto i grandi e loro con quelle bambine che mettono trappole, si sposano in gran segreto, fanno roteare per aria i fratellini o li usano come buche per il loro minigolf, e soprattutto sono in grado di volare, no, non possono accettarli, non possono farci pace, non possono riderne o ragionarci. E poi quegli occhi sempre un po' socchiusi, sornioni, nascondo di certo un imbroglio. 
Così il libro langue, per anni. 
Poi arriva #Logosedizioni che decide di mettersi a testa bassa e andare avanti come un ariete. 
Sfondare il pregiudizio, aprire una breccia nelle teste dei benpensanti. incrinare le consuetudini, minare le convenzioni e tentare di svelare con autori come questo il magnifico orizzonte. 
Scommette su Heidelbach come si potrebbe fare su un cavallo vincente. 
I suoi libri finalmente si vedono in giro: Da grande sarò una foca, e poi Marina, ora il suo catalogo del mondo delle bambine, in una veste grafica possibilmente ancora più sobria, e tra poco più di un mese ancora altri due titoli. 
Nel frattempo si spera che in questi trentadue anni il pubblico pagante italiano abbia raggiunto una consapevolezza maggiore rispetto a ciò che si può trovare negli albi illustrati. Si spera che in questi trentadue anni abbia raggiunto una maturità di giudizio e una capacità di discernere tra la qualità e la mediocrità, tale da non dover più titubare. Al contrario, precipitarsi (e non per finta) a comprarne una copia. 

© Nikolaus Heidelbach

Si spera. 

Carla 

[continua]

mercoledì 19 marzo 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

MUMBLE MUMBLE 


Ecco che Beisler ci presenta la prima infanzia di Rico, un bambino di cui abbiamo letto pensieri, amicizie e avventure nei tre titoli pubblicati tra il 2012 e il 2014 e qui () puntualmente recensiti con l’ammirazione che sempre Andreas Steinhöfel si merita. 
Piccolo è Rico e piccoli sono i lettori e le lettrici a cui è destinato questo breve racconto super illustrato e stampato in maiuscolo ad alta leggibilità. Ma andiamo con ordine e facciamo conoscenza con il nostro simpaticissimo protagonista. 
“Rico pensa in modo diverso dagli altri bambini. Più lentamente, ad esempio. E intorno agli angoli.” Ecco come


Dunque Rico rischia di perdersi ad ogni svolta del pensiero come a ogni angolo della città di Berlino in cui vive con una mamma attenta, e allegra quanto lui. Ma se fino ad ora non ha potuto frequentare l’asilo a causa dei frequenti trasferimenti della suddetta mamma ora arriva il momento di iscriversi alla scuola primaria: si dovrà dunque passare dalla psicologa (o qualcosa del genere) e poi assicurarsi che a scuola ci possa arrivare da solo, e senza perdersi. Questo il filo su cui si svolge la storia narrata in sei brevi capitoletti nei quali potremo scoprire, per esempio, che un triangolo può nascondersi più o meno dappertutto e che se ad un triangolo togli prima un angolo, poi un altro, diventa in punto. Ed ecco spiegato il triangolo. O anche, come abbiamo visto nella pagina riprodotta in alto, come è possibile descrivere una rana. 
Bella bella questa infanzia raccontata con lingua semplice e ritmo veloce che coinvolge chi legge con ironia e affetto. Belle anche le illustrazioni di Lena Winkel che si intrecciano al testo e con il testo camminano.


Così testo e immagini ci accompagnano nei percorsi di Rico, in quelli urbani come in quelli mentali raccontandoci che il triangolo, come la rana, come il mondo, lo si spiega passo dopo passo, con deduzione e immaginazione, mai l’una senza l’altra. 


Quanti problemi, Arvo! Anche Arvo, protagonista della storia di Anti Saar pubblicata da Sinnos, è alle prese con una marea di cose da spiegarsi, di domande sul mondo e su come farlo funzionare, e anche Arvo lavora di deduzione e di immaginazione per arrivare a trovare la quadra. Risultato: Arvo si trova ogni volta con un sacco di pensieri nella testa fatti di constatazioni, ipotesi, desideri, tentativi, successi e fallimenti, e relativi stati d’animo da gestire dignitosamente. 
Cinque episodi della vita quotidiana di un bambino di otto anni alle prese con un’amichetta che sa saltare molto meglio di lui e per giunta lo canzona, con una fila alla cassa del supermercato da gestire da solo perché il papà è dovuto tornare indietro a prendere il lievito, con il desiderio irrefrenabile di accaparrarsi legittimamente un secondo pezzo di torta, con la necessità di rientrare a casa avendo mancato la giusta fermata dell’autobus e infine con i tentativi per arrivare a prendere (sarà rubare?) una succosissima prugna appesa al ramo di un albero che non è suo. 


Anche qui l’impaginazione tiene ben legato il testo alle immagini con il risultato di rendere la lettura facile e divertente. Ecco due storie che raccontano come l’infanzia (ma non solo) sia costantemente impegnata in un pensiero investigativo che potremmo dire filosofico nello sforzo di tenere insieme desideri, obiettivi, regole, azioni e reazioni. E che il percorso necessario per spiegarsi il mondo potrà girare intorno ad angoli, piroettare intorno a cerchi o avvilupparsi in spirali senza fine, potrà andare dritto lungo una linea retta, andare lento, a singhiozzo o veloce come una saetta ma tutti/e siamo impegnati/e a mettere insieme pezzi di mondo e a tenerli in piedi come meglio possiamo. 

Patrizia 

Noterella al margine 1. Mi si conceda una piccola divagazione autobiografica che la lettura di questi racconti ha illuminato dal mio passato di bambina: potevo avere tra i sei e i sette anni, ogni domenica si partiva da Bari, dove vivevamo, per arrivare a Barletta, paese d’origine della famiglia. Io avevo appena imparato a leggere e dall’abitacolo dell’auto che mi trasportava riuscivo a leggere le insegne su cui posavo lo sguardo, quella dei bar era forse la più facile da cogliere al volo e dopo tante ricorrenze (c’erano i bar a BAR-i e c’erano i bar a BAR-letta) mi spiegai la cosa dicendomi che si dovevano chiamare così per via dell’assonanza con i nomi delle città! Dunque se a Bari e a Barletta quei posti si chiamavano BAR, chissà a Genova o a Lecce come si chiamavano! 
Ero certo sulla strada sbagliata ma il mio pensiero lavorava di deduzione e immaginazione. 
 Noterella al margine 2. Quanta invidia questi genitori nord europei così complici e comprensivi! 

“Rico e il mistero dell’angolo triangolo”, Andreas Steinhöfel, Lena Winkel (trad. Chiara Belliti), Beisler editore 2024 
“Quanti problemi, Arvo!”, Anti Saar, Anna Ring, (trad. Daniele Monticelli), 
Sinnos 2024 


lunedì 17 marzo 2025

ECCEZION FATTA!

CRESCERE


Questo è proprio il caso di dirlo: una grande eccezione alla regola che vige, ossia un libro, una recensione. 
A distanza di sette anni dalla sua prima uscita e dalla recensione, in occasione del suo trentacinquesimo compleanno (in Svezia è stato pubblicato nel 1990), il Barbagianni pubblica in una nuova edizione questo magnifico libro, complice anche la festa del papà imminente. 
Le cose che lo differenziano dalla sua prima uscita sono queste: la traduzione, il titolo, il formato, la carta, il font e una breve introduzione dell'autrice. 
Tutti questi cambiamenti,  a mio parere,  sono sintomo di una maturazione, una crescita, da parte dell'editore. 
Alla sua prima edizione la casa editrice era agli inizi e pubblicava libri tra loro poco in sintonia: alcuni di questi interessanti e singolari, altri meno. 
Con il tempo si è cominciato a distinguere un profilo editoriale più definito e più coerente. 
Per esempio, accanto alla pubblicazione della serie di Hilo, di Nate, di Ramona, sono arrivati vari e bei romanzi di Beverly Cleary, gli albi illustrati da Daniela Pareschi. Così facendo, nel lettore si è creata una bella affezione e in qualche modo una piacevole sensazione di sentirsi a casa in una casa editrice. Che non è mai un male. 
Ma accanto a questi, in catalogo compaiono anche libri che "viaggiano da soli": penso a Piangete bambini, con le poesie di Alberto Masala e le tavole di Daniela Pareschi o, appunto, Else-Marie e i suoi sette papà
All'epoca, Pija Lindenbaum era qualcosa che spiccava per singolarità in quel catalogo ancora un po' incerto. Ma se avevi un po' di occhio non potevi non notare quanto questa autrice svedese avesse da dire. 
Già notata nel 2007 con le illustrazioni per Mirabell, di Astrid Lindgren e uscito con Motta Junior, in cui si raccontava di una bambola piuttosto orgogliosa e consapevole, nata come un cespo di insalata, nel giardino di una bimbetta, in seguito la Lindenbaum era uscita quasi del tutto dai radar. 
Ma con il libro di Else-Marie riappare e si riconferma la sua vena un po' folle che ha fatto del tutto è possibile un vero e proprio credo. 
Lei stessa ha sempre voluto ribadire che dietro quei sette papà non c'è nessuna interpretazione da cercare, se non quella che le sembrava molto buffo che una bambina potesse avere un tot di papà in miniatura al posto del consueto papà unico, ma formato standard. E a conferma di ciò spiega, nella nuova introduzione,  che il numero sette è dipeso solo dal fatto che su quella poltrona disegnata il numero giusto di papà seduti a leggere il giornale era sette: non uno di meno non uno di più. 
Per una volta almeno tutti rimettano dentro la cabala e accettino di buon grado il fatto che l'arte di narrare non ha confini stabiliti. 
Evviva, autori e autrici che così la pensano. Partono da una follia e intorno ci costruiscono il resto...


Cominciamo dalla traduzione. 
La cosa che succede quando a tradurre è Samanta K. Milton Knowles è la seguente: tutto si illumina e vibra un po' di più. Le va dato merito di saper trovare sempre il tono giusto da dare al pensiero e quindi alle parole dei bambini e bambine dei libri che traduce: un normale pezzo di torta, nelle sue mani diventa quello che è, ossia una treccia danese con la crema gialla. Secondo questa logica i nomi delle persone, i toponimi delle strade e dei luoghi, i titoli dei libri e dei fumetti letti in bagno diventano qualcosa di molto preciso e circostanziato e nulla va perso del nitore originario, sacrificato in nome di una lingua più universale, ma di certo meno efficace. 
Rimane da chiedersi perché se si fa una scelta del genere, coraggiosa e molto condivisibile, si senta poi l'esigenza di mettere nelle mani di una bambina svedese che mangia aringhe fritte una copia in italiano del Piccolo Principe e sul suo letto penda un diploma, ad evidenza, conseguito da noi. 
Passiamo al titolo: i papà non sono più sette, o meglio lo sono ancora ma non viene esplicitato già nel titolo. Questo significa ben due cose: una già detta, il numero dei papà (come pure il loro nome di battesimo) ha importanza relativa, e la seconda attesta che in un libro illustrato il testo, e ancora di più il suo titolo, non dovrebbe mai essere eccessivamente informativo, esplicativo e, possibilmente, rassicurante. Infatti nel titolo originale il numero dei papà non è per nulla citato. 
Riguardo al formato c'è poco da dire: è lievemente più piccolo rispetto alla prima edizione e a guardarlo ricorda di più l'edizione originale in svedese. 
Sulla scelta della carta invece è stato fatto un passo notevole: è stata abbandonata la carta lucida in favore di una patinata opaca che al tatto e alla resa finale del colore è molto più adatta. 
Sul font è stata fatta una scelta diversa. I pacchetti di testo sono tanti e hanno un grande impatto visivo. Non siamo di fronte a una quantità di testo tipica di un albo illustrato. Qui Pija Lindenbaum si è presa tutto il tempo necessario per raccontare la sua storia, quindi la scelta di utilizzare un font più elegante oltre che ad alta leggibilità e con un corpo lievemente più piccolo e quindi proporzionato al formato è stata proprio una bella idea!
Si cresce e si diventa grandi.

Carla

Pija Lindenbaum, "Else-Marie e i suoi Piccoli Papà" (trad. Samanta K. Milton Knowles), Il Barbagianni 2025