lunedì 11 marzo 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


POLLEKE SEMPRE PIÙ GRANDE


Ecco arrivare un nuovo romanzo di Guus Kuijer con Polleke, la meravigliosa ragazzina capace a undici anni di affrontare sorridendo i mali del mondo. Ritornano gli stessi personaggi del precedente romanzo, Per sempre insieme amen, vedi qui: Polleke, la madre con il suo nuovo fidanzato, cioè il maestro di Polleke; i meravigliosi nonni, che le regalano l'omonima vitellina, Mimun, il fidanzato marocchino e, in primo piano in questa storia, il padre, Spik. Che come dice il titolo è un PPP, cioè un Padre Particolarmente Problematico: infatti è tossicodipendente, veste come uno straccione, ruba i soldi nella casa in cui vivono Polleke e la madre. Immagino già i capelli di molte mamme rizzarsi per l'orrore, un padre tossicodipendente all'interno di una storia per ragazzi. Certo, la lettura di questo libro, per altro scritto con leggerezza rara, richiede maturità personale e non lo consiglierei al di sotto dei tredici anni. Ma posso garantire che l'argomento è trattato con tale delicatezza da non suscitare inutili turbamenti. La forza del personaggio principale sta proprio in questo, nel sapere affrontare, con gli strumenti che ha a disposizione, situazioni anche molto complicate: accetta la realtà della totale inaffidabilità del padre, si sente tradita dalle sue menzogne, ma lo sprona ad affrontare le sue contraddizioni e ad iniziare un percorso di disintossicazione. Nello stesso tempo guarda con indulgenza ai travagli sentimentali della mamma, fidanzata con il maestro, ma forse ancora innamorata di Spik; muore di gelosia se il suo fidanzatino accenna a flirtare con la sua migliore amica, ma basta un suo sguardo mediterraneo a farle venire le gambe molli. Il suo rifugio, la sua forza sta nell'amore dei nonni, che tutto comprendono anche senza tanti discorsi. Memorabili le preghiere che si scambiano a tavola prima di mangiare, un po' prosaiche forse, ma sicuramente più efficaci nell'esprimere i desideri che stanno in fondo al cuore. E poi la vitellina, con cui correre e giocare. L'amore e l'appoggio delle persone che la circondano, la forza interiore di cui è dotata, consentiranno alla piccola protagonista di fare un grande gesto di generosità nei confronti del padre.
Il dono più prezioso che ci fa Kuijer in queste storie in cui Polleke è protagonista è proprio la leggerezza, l'assenza di giudizio e la capacità di accettare delle situazioni anche difficili, capacità propria dei più piccoli. In realtà, in questi romanzi, i ragazzini e i più vecchi, i nonni che sembrano avere la capacità di vedere le cose con serenità e saggezza, dimostrano maggiore vitalità e buon senso della generazione di mezzo, quella dei genitori, smarrita, incerta, sostanzialmente immatura.
Vorrà dirci qualcosa?

Eleonora

“Mio padre è un PPP”, G. Kuijer, Feltrinelli kids 2013




sabato 9 marzo 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN LUNGHISSIMO CAPELLO...

L'UOMO DELLA NEBBIA, Tomi Ungerer
Electa Kids, 2012


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"'Non allontanatevi mai dalla baia - si raccomandò - e state lontani dall'Isola della Nebbia!. È un luogo dannato e spaventoso, circondato da correnti pericolose. Nessuno di quelli che si sono avventurati fin laggiù è mai tornato indietro!'"

Queste son le parole che mettono in guardia i due fratelli Finn e Cara ai quali il padre ha appena costruito una barca fatta di canne incurvate e tela catramata.
Finn, più grande, quasi un ragazzo, e Cara, una bambina, vivono in una fattoria sulla ventosa costa d'Irlanda. Si occupano del gregge di pecore, della raccolta della torba per scaldarsi la sera. Il loro orizzonte visivo è la scogliera e un mare scuro. Solo acqua a perdita d'occhio. Tranne quello sperone di roccia, un dente piantato in mezzo al mare: l'Isola della Nebbia.


 E quella mattina fu proprio la Nebbia a tradirli e, senza saperlo, la loro barca sempre di più si allontanò dalla costa. Approdarono così a notte fatta sull'Isola della Nebbia. Illuminata la baia da una provvidenziale luna piena, i due fratelli videro una ripida scala scavata nella roccia che si inerpicava. Salirono e, arrivati, bussarono al grande portone. Un uomo vecchio e pieno di rughe, vestito dei suoi propri lunghissimi capelli, aprì e li invitò ad entrare. Lui era l'Uomo della Nebbia...
Potrebbe essere un crudele stregone o un mago saggio e gentile.

Ha il sapore della fiaba, questa storia che Ungerer dedica alla terra d'Irlanda. Gli ingredienti ci sono tutti. Un viaggio iniziatico, la scoperta del magico, una prova da superare, il ritorno al punto di partenza con la conclusione canonica del 'vissero tutti felici e contenti'. Ma Ungerer fa qualcosa di più. Impasta gli ingredienti della fiaba della tradizione in un contesto ambientale molto forte, fissa, come chiodi che tengono aperta davanti agli occhi del lettore la mappa dell'Irlanda, due o tre punti fondamentali per descrivere quella terra e quella gente: il mare, il grigio della nebbia, l'umido che copre ogni cosa, la torba, le pecore, l'operosità, la dignitosa povertà, la festosità, il forte senso di comunità e accoglienza.
Questo è ciò che si porta dietro chiunque sia stato almeno una volta in giro per la campagna irlandese.
Dal mio viaggio di maturità, un viaggio iniziatico anche quello, fatto in Irlanda ho riportato come ricordo indelebile l'oceano e la sensazione di essere arrivata al mio personale Finis terrae. Ricordo i colori plumbei del mare in tempesta e delle rocce sempre lucide di umidità, ricordo la terra marrone scuro e ricchissima, ricordo gli irlandesi che salutano per strada chiunque incroci il loro sguardo (il mio compreso), ricordo la loro accoglienza (ho piantato la mia tenda nei giardini tra le petunie o nelle fattorie tra mucche mansuete) la loro gentilezza nell'offrirmi passaggi in macchina anche a costo di lunghe deviazioni. Ricordo i loro venerdì sera annaffiati da birra scura e da autentica allegria.
Tutto questo Ungerer lo riesce a raccontare in poche ma essenziali parole e in immagini indelebili per gli occhi.


Grande protagonista del racconto è la Nebbia che, secondo un topos letterario ben consolidato, svolge il suo ruolo: lei è lì a segnare un limite, un confine che può essere valicato ma che ti porta verso l'ignoto. Non si vede ciò che c'è al di là. Chi riesce a valicarlo due volte, in andata e in ritorno, una volta al di qua faticherà ad essere creduto. La nebbia è confine tra realtà e magia. Ma la magia non è per tutti, perché non tutti hanno occhi attenti per saperla cogliere anche in quegli angoli dove meno te l'aspetti (che cosa si nasconde nell'angolo di quel pub pieno di gente festante?)... Ma i bambini, si sa, che con il meraviglioso hanno una buona dimestichezza; loro hanno un filo lunghisimo come un capello lunghissimo, che li tiene legati al nebbioso al di là...
Libro da non perdere.

Carla

giovedì 7 marzo 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

CANINITÀ



Questa volta tocca a me raccontare storie che parlano di cani: Eva Ibbotson, pluripremiata autrice austriaca, fuggita in Gran Bretagna durante il nazismo, nel suo ultimo romanzo ci fa incontrare Macchia, apparente protagonista de Un cane e il suo bambino. Macchia è un bastardino, cui viene attribuita l'improbabile razza di Tottenham terrier, accolto dalla Easy Pet, agenzia che noleggia cani di razza a facoltosi finti proprietari di cani, che devono sfoggiarne uno in occasioni mondane. A prendersi cura dei cani è Kayley, la giovane impiegata che coltiva il sogno di aprire un rifugio per animali abbandonati. Alla Easy Pet si rivolgono i genitori di Hal, il vero protagonista della storia, l'infelice ricchissimo ragazzino che da sempre vorrebbe avere un cane, opzione non contemplata da una madre troppo presa dallo shopping e dal tè con le amiche e da un padre perennemente in viaggio. A comprendere il desiderio di Hal ci sono solo i nonni paterni, ma vivono lontani. Per il suo compleanno il ragazzino vorrebbe proprio un cane e quando gli presentano Macchia, non sapendo che è stato solamente noleggiato per un week end, si innamora a prima vista, ricambiato, del cucciolo. Quando Albina, la gelida stupida madre, riporta il cane all'agenzia, scoppia il dramma. Hal si sente tradito, ma non demorde ed organizza una rocambolesca fuga, cui si uniranno altri amici a quattro zampe e la sorellina di Kayley. Mentre il gruppo prosegue la sua fuga, incontrando amici e nemici, in famiglia si scatena il panico, temendo un rapimento. La composita compagnia e compagni riuscirà a raggiungere l'obbiettivo, la casa dei nonni, con finale di redenzione collettiva. Guai a separare un bambino dal suo cane, o viceversa. Qui la storia ruota intorno alla speciale natura del legame che unisce cani e bambini, ma descrive soprattutto un mondo adulto in gran parte indifferente rispetto ai reali desideri dei bambini; un mondo adulto concentrato su se stesso e sui propri falsi miti.

La storia scorre piacevolmente, è sicuramente accattivante per giovani lettori, diciamo dai sette otto anni; ma vorrei soffermarmi in particolare sul diverso punto di vista con cui viene trattato il mondo canino: in Sono soltanto un cane   di Jutta Richter le avventure e le disavventure della famiglia sono raccontate effettivamente cercando di mettersi nella pelle di un cane, costretto a comprendere ed accettare delle regole per lui incomprensibili. Certo, mettersi nella testa di un cane è sempre arbitrario, ma diciamo che qualche anno di osservazione del loro comportamento qualcosa dice.

La Ibbotson dà una rappresentazione del mondo canino decisamente più antropocentrica. La storia finisce così:

un cane che appartiene a qualcuno per sempre è un cane libero.

Eh no, mi dispiace, non ci siamo proprio: i cani non appartengono a nessuno. La loro felicità non è compiacere il loro umano, non sono nati per servirci. Abbiamo fatto un lungo cammino evolutivo insieme e quando uno di loro entra nella nostra famiglia, entra in un branco. I cani ci scelgono, e in particolare scelgono il capobranco, esattamente come noi scegliamo loro. Condividiamo delle regole di convivenza, che vanno nei due sensi, ci sono regole che tutti devono rispettare, e loro imparano a capire quello che può essere tollerato e quello che è inammissibile, e anche l'abbandono lo è; è una convivenza fondata sulla fiducia e sulla condivisione. Convivo con i cani da tanti anni e ogni volta si creano diverse alchimie, regole di convivenza differenti. Mi hanno insegnato moltissimo, spesso e volentieri mi hanno sorpreso, con la loro dedizione e con la loro irriducibile autonomia. Da quando, da ragazza, frequentavo Villa Borghese e poi Il Parco del Pineto, ho imparato che non c'è niente di meglio che sedersi sotto un albero su un'altura, per guardare insieme l'orizzonte. Ora saluto l'alba dal laghetto di Villa Pamphili insieme a Stella e Pece. Dal mio primo cane a loro, poche cose sono più irrinunciabili che sentire nel vento i primi segnali della primavera. In fondo l'essenza della vita è tutto qui, annusare l'aria e respirare.


Eleonora



“Un cane e il suo bambino”, E. Ibbotson, Salani 2013





martedì 5 marzo 2013

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


ANIMALI INGOMBRANTI


 In questi ultimi tempi gli animali la fanno da padroni nelle storie per bambini, più o meno grandi. Poteva dunque mancare un corposo pennuto nel simpatico zoo virtuale? Qui parliamo di un'oca, maschio, raccolta dallo scrittore protagonista del breve illustrato di Edizioni Corsare, Lo Scrittore e l'Oca: l'incauto amante degli animali, innamoratosi a prima vista del pennuto, se lo è portato a casa, non sapendo che la sua vita e il suo lavoro sarebbero stati sconvolti. L'oca infatti passa le sue giornate starnazzando, come è giusto che sia, riempiendo la casa in ogni momento della giornata di sonori Goaaaaaarg. Perso il sonno e la pazienza, lo scrittore decide di trovare all'oca un'altra dignitosa sistemazione, ma non riesce nell'intento. Quando ormai è preda della più cupa disperazione, prende l'unica decisione possibile: andare a vivere in campagna, dove la simpatica e ingombrante oca potrà lanciare i suoi rumorosi richiami dalla cima degli alberi, e il nostro scrittore ritroverà la sua vena creativa. La storia, liberamente ispirata alla vita dello scrittore Peter Selgin, è raccontata con delicato umorismo da Daniela Tordi in un illustrato di formato piccolo, ben illustrato e impaginato. Lettura divertente per bambini dai cinque anni in su.


Quanto ad animali ingombranti, non posso esimermi dal citare il gatto killer descritto da Anne Fine: gatto sornione che allieta la sua famiglia trascinando in casa cadaveri di vari animaletti. Si stupisce delle reazioni allibite dei suoi 'padroni' e continua imperterrito le sue scorribande fino al giorno in cui trascina in salotto il misero cadaverino del coniglio domestico dei vicini. Gran parapiglia con colpo di scena finale, in cui il micio recupera un po' d'innocenza, ma non perde di sicuro le sue abitudini. Questa storia, certo non perfetta, ma divertente, adatta a sei sette anni, mi ha ricordato i tempi in cui abitavo in una casa con un grande giardino, popolato da gatti di tutte le dimensioni. Mi portavano ovviamente, grati delle attenzioni che rivolgevo loro, doni di ogni tipo, uccellini topolini lucertole, fino al giorno in cui trovai in bagno, ben nascosta, una bella papera, defunta ovviamente. Credo l'avessero rubata ad un vicino cacciatore, cosa che mi divertì non poco e mi rese leggero il compito di dare degna sepoltura al pennuto.
Eleonora


“Lo Scrittore e l'Oca”, D. Tordi, Edizioni Corsare 2013
“Confessioni di un gatto killer”, A. Fine, Edizioni Sonda 2013

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lunedì 4 marzo 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN MOSTRO PER (MIGLIORISSIMO) AMICO

TESTA CUCITA, Guy Bass, Pete Williamson
Rizzoli 2013

NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)


"'Be', piacere di conoscerti, Testa Cucita!' gridò la Creatura. 'Io mi chiamo ehm, mi chiamo...ma che STRANO. Ero sicuro di avercelo un nome, un momento fa. Dove sarà finito? Be' tanto al buio non lo troverei MAI. Forse è meglio che me ne cerchi uno nuovo. Me ne serve uno bello. Vittorio? Valentino, Virgilio, Vidiano? Verenzio?[...] Vinicio? Vedasco? Verulo? Vladimiro? Viviano? Viola? Vera? Vanna? Vincenza? Vilma? Venusta? [...] Valerio? Varo? Vaccino? Vagone? Vaporetto? Vagheggio? Vacanza?'"

Testa Cucita, qualcosa di simile a un pupazzetto di stoffa, piuttosto asimmetrico perché cucito malamente e composto da rimasugli, ha appena fatto la conoscenza, dopo averla neutralizzata con un antidoto, con l'ultima pericolosa creatura uscita dal laboratorio del Professore, un corpaccione, un testone, un occhio e tre braccia.


Al castello Spavento il Professor Erasmus, il prototipo dello scienziato pazzo, dà vita a mostri sempre più improbabili, potenzialmente molto pericolosi. Testa Cucita, il suo primo esperimento quando era ancora un ragazzino, sistematicamente ne neutralizza la forza distruttrice con antidoti preparati ad hoc, per proteggere lo status quo del Castello e dei suoi abitanti, primo fra tutti il professore medesimo.
Questo è quello che avviene ormai da anni tra le mura di quella lugubre e inespugnabile roccaforte. Finché non arriva la Creatura e per Testa Cucita, che amava stare nell'ombra e condurre una vita tranquilla, tutto cambia e l'esistenza si movimenta un bel po'.
La storia di un'amicizia un po' troppo a senso unico tra la Creatura e Testa Cucita; di una fedeltà incondizionata ad una promessa fatta tanti anni prima da Testa Cucita al Professore; dell'attacco di un talent scout di mostri privo di scrupoli che cerca di introdursi nel castello per portarsi a casa nuove orribili creature da esibire nel suo carrozzone; della caparbietà di una ragazzina che non cede al ricatto di essere 'oggetto di scambio'. Queste sono solo alcune delle vicende che si intrecciano in questa storia dai toni orrorifici, ma anche e spesso molto esilaranti.
Alternando descrizioni raccapriccianti di creature davvero ripugnanti, frutto della follia del professor Erasmus, o di luoghi infestati da scarafaggi, ragni e celati sotto strati di polvere secolari, entro cui Testa Cucita ha creato la sua officina 'per la redenzione' dei mostri, a momenti di divertimento puro, segnato soprattutto dalla disarmante ingenuità della Creatura, la storia si dipana.
Secondo un cliché piuttosto consolidato, anche in Testa Cucita i mostri sono in primo luogo creature di grande sensibilità. Sono loro i 'buoni', sono loro che generano nel lettore il senso di tenerezza, mentre gli umani della vicenda, ovvero il Professore Erasmus e Fulberto Trovamostri, sono davvero orrendi. I veri mostri sono loro.
Le creature generate da questo novello Prometeo, non sono responsabili delle loro storture. La cattiveria e la pericolosità si annida, piuttosto, nella volontà del folle che le ha pensate o di chi vuol trarre profitto dalla loro 'diversità'. Il piccolo Testa Cucita che folle non è, ogni volta ne disinnesca il potenziale di distruzione. Lui, così piccolo e apparentemente indifeso, è colui che si avvale della Ragione. Lui, che tanto ha sofferto per essere stato abbandonato e dimenticato dal suo creatore, ha la forza di restare fedele alla parola data.


A chi voglia vedere al di là della godibile storia horror confezionata con cura per lettori in tenera età, si potrebbe indicare in questo libro un senso ultimo che vede i più piccoli, mostri e bambini, trascinati dentro il gioco dei più grandi, dove imbroglio, prevaricazione, ricatto, egoismo la fanno da padrone a scapito di lealtà, solidarietà, onestà, generosità e amicizia. 

Carla

Noterella al margine.
Saranno gradite al lettore le soluzioni horror adottate dall'illustratore che incide i capitoli su lapidi, fa pendere ragni lungo la pagina, sbruciacchia ogni margine e alterna pagine grigie a pagine nere e che, per Testa cucita in particolare, si inserisce nel solco della tradizione delle creaturine emaciate di Tim Burton.



venerdì 1 marzo 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MORALE NELLA STORIA

MAI SCOMMETTERE LA TESTA CON IL DIAVOLO
Edgar A. Poe, Giacomo Garelli
Orecchio acerbo 2013

ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 12 anni)


"E così, un mese dopo l'altro, la sua malvagità aumentava finché, alle soglie del primo anno di vita, non solo insistette nel farsi crescere i baffi, ma aveva contratto una tendenza a imprecare e a bestemmiare, nonché il vizio di scommettere a sostegno delle proprie affermazioni."


E così il destino di questo cattivo bambino si segnò per sempre. Lui che a cinque mesi aveva furiosi accessi d'ira, a sette mesi tendeva pericolosi agguati alle sue coetanee per sbaciucchiarle...e tutto successe perché sua madre che era mancina aveva il vizio di suonargliele da destra a sinistra. Non avrebbe mai potuto funzionare perché uno schiaffo ben assestato nel giusto verso, quello in cui anche la terra gira, ovvero da sinistra a destra, toglie la cattiva abitudine, ma un ceffone assestato nel verso contrario non fa che rinforzare la cattiveria.
E così Toby Dammit (un nome con un'assonanza pericolosa...) crebbe perfido e pieno di vizi. Quello supremo fu quello di scommettere su ogni cosa. In verità, la scommessa era più un intercalare, nel suo caso, non una vera e propria volontà di rivincita. Era troppo povero per poter davvero pensare di investire del denaro in quella brutta abitudine. Ci scommetto un soldo bucato, oppure ci scommetto quello che vuoi o, addirittura, ci scommetto la testa con il diavolo!
E così un giorno in cui si trovava a passeggiare scommise, più per abitudine che non altro.
E' proprio il caso di dirlo, fece il passo più lungo della gamba: era convinto che sarebbe stato un gioco da ragazzi saltare a piè pari, con anche lo schiocco dei tacchi, quel cancello a tornello che chiudeva l'accesso al ponte coperto...


Unici testimoni del salto sono l'autore del racconto e amico del giovane Dammit, e un attempato signore, dai sottili baffetti, elegante e discreto nei modi.

Fatti due conti, attento lettore. Tieni a mente il titolo di questo racconto e avrai la soluzione su come andarono da quel momento in poi i fatti. Ma non dimenticare chi è l'autore di questo bellissimo racconto, e allora preparati ad colpo di coda finale, meglio lo definirei, una sferzata.
Poe, in risposta alla tendenza invalsa ai suoi tempi (sic!), di trovare sempre una morale in ogni opera scritta, si ribella e scrive Never bet the devil your head che è esso stesso una sferzata nei confronti di chi, critici e ben pensanti, andava sempre cercando nelle opere dell'ingegno un sotteso senso morale. Nessun autore poteva sottrarsi. Se non era l'autore stesso a fornirlo, ci avrebbero pensato i suoi recensori a trovarglielo e ad assegnarglielo.
Una fatica in meno, pensa con sarcasmo lo stesso Poe.
La vittoria del Male già scritta a tavolino, la vita vista come un'eterna scommessa, sempre perduta. Questi due dei temi cari a Poe su cui Goffredo Fofi ragiona nella sua postfazione. Ma altri a mio giudizio emergono, laddove meno te lo aspetti, ovvero dalla 'lettura' dipinta che Garelli ne fa.
Giacomo Garelli, un talento importante nel panorama dei giovani illustratori italiani, ci offre una visione dei fatti, basata essenzialmente sui silenzi di Poe.
Laddove Poe si dilunga nel raccontare la sequenza della vicenda, Giacomo Garelli va avanti, lo supera e va vedere che cosa nasconda il testo. O addirittura gioca d'anticipo, dando primo piano a scene apparentemente avulse dal racconto stesso. Le prime tre tavole, un capolavoro di suspense, ci lasciano interdetti: sono inspiegabili, ma nello stesso tirano dentro il lettore in quell'atmosfera torbida, che altrimenti le parole iniziali del racconto non sono assolutamente in grado di creare.


Che a me Garelli piaccia è cosa nota. Gli riconosco la capacità di descrivere con una puntualità maniacale la realtà pur stravolgendola in immagini di gusto surreale (non sarà un caso quella citazione di Magritte a metà libro...). Guardate che cosa è in grado di fare con la luce interna ad ogni tavola: tutto è vero e nulla lo è effettivamente. Forte in lui la lezione di un suo maestro prediletto, Maurizio Quarello, che caratterizza diverse tavole. Lui, Quarello, per me si trova nascosto in quei corvi che, testimoni silenziosi, vedono questo giovane artista prendere la rincorsa e saltare...
A me pare, quella di Garelli, una scommessa già vinta! 


Carla




giovedì 28 febbraio 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


LA DUREZZA DELLA GUERRA


Questo è forse il romanzo più duro di Dowswell, già autore di Ausländer e de Il ragazzo di Berlino, vedi qui, ma è intenso ed emozionante, con un grande ritmo narrativo. In L’ultima alba di guerra racconta le ultime ore della Prima guerra mondiale, una delle gigantesche carneficine del Novecento. La racconta dal punto di vista di tre ragazzi, e questo è uno degli orrori, due di sedici anni e uno di diciotto: un americano, pilota, un inglese e un tedesco, fanti.
Tanto, tantissimo si è scritto nella saggistica storica, per descrivere il primo orrore con cui il XIX secolo si è presentato al mondo; nei recenti romanzi per ragazzi l’argomento è trattato incidentalmente, per esempio ne La Dogana Volante o L’estate di Abilene Tucker; qui, invece, il cuore della narrazione è proprio la descrizione di queste ultime ore di guerra che si snodano davanti agli occhi terrorizzati o incoscienti di questi giovani, che abbandonano per sempre la dimensione adolescenziale per entrare, loro malgrado, nel teatro di una gigantesca tragedia, in cui non esiste ragione o pietà o commozione, ma solo la speranza di tornare a casa vivi. La situazione in cui sono rappresentati è paradossale: è stato firmato l’armistizio, ma scatterà dopo alcune ore durante le quali la guerra continua a falcidiare esseri umani. I due giovani fanti si ritrovano a cercare di sopravvivere sui due versanti opposti di uno scontro, il pilota americano tenta la sorte per abbattere un ultimo aereo nemico. I tre, nel convulso finale, s’incontrano, nel disperato tentativo di salvarsi. In questo intreccio di destini c’è chi si salva e chi no.
La situazione di una guerra di trincea è rappresentata con crudo e doveroso realismo, senza dilungarsi sui particolari più crudi, ma senza risparmiare al lettore la sensazione di angoscia e di distruzione che la guerra porta con sé. I colpi di mortaio, le raffiche di mitragliatrice, i bombardamenti aerei causano corpi martoriati, paura e sgomento e morti e ancora morti. E se questo era già troppo, sono bastati pochi decenni per fare ancora peggio. Per non parlare di quello che è successo negli ultimi cinquanta anni.
Si può discutere a lungo sull’opportunità o meno di rappresentare con realismo gli orrori del mondo quando il lettore è un ragazzo, e qui, ovviamente, parliamo di lettori ‘maturi’, dai tredici anni in su. Personalmente ritengo che un adeguato vaccino alle sirene del falso patriottismo, dell’inevitabilità dell’uso della violenza, sia necessario, proprio perché i nostri figli non hanno alcuna nozione della guerra, se non molto indiretta, non hanno sentito parlare di fame, di prigionia, di paura; semmai, nel loro immaginario, s’identifica con le immagini dei videogiochi. Quello che trovo viceversa importante e decisivo è non mancare mai nel proporre la speranza, la possibilità di uscire anche dalle situazioni più difficili o comunque, se pure il sacrificio è necessario, come ne Il pianeta di Standish, non sia inutile e fine a se stesso. Qui, il lieto fine è parziale, ma credo che non avrebbe potuto essere altrimenti, a meno di perdere in credibilità. In altri casi, abbiamo visto, il finale positivo manca del tutto, anche se nel descrivere la realtà si sceglie un linguaggio poetico: è il caso, per esempio, de Lo zoo di mezzanotte, vedi qui, dove la dimensione fantastica, onirica vela di poesia un epilogo senza speranza. Francamente ho avuto delle difficoltà a proporlo ai miei giovani lettori, forse perché condizionata da quello che so su ciò che è realmente avvenuto, mentre un ragazzo potrebbe non cogliere il riferimento storico. Resto con questo dubbio.

Eleonora

“L’ultima alba di guerra”, P. Dowswell, Feltrinelli kids 2013.





mercoledì 27 febbraio 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IO, NO! IO, NO! IO, NO!
 
LA GALLINELLA ROSSA, Pilar Martínez, Marco Somà
Kalandraka 2013



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Chi mi aiuta a piantare questi chicchi di grano? - domandò ai suoi amici.
Io no! rispose il cane fannullone.
Nemmeno io! disse il gatto dormiglione.
Neanche io! aggiunse l'anatra festaiola.
D'accordo! Allora lo farò da sola."

A bordo di un triciclo molto ben equipaggiato, con rastrelli, vanghe, zappe e innafiatoi multipli, la gallinella va per campi seguita dai suoi pulcini. Al vedere quei chicchi di grano le viene l'idea di farli fruttare e trasformarli in qualcosa d'altro, decisamente più saporito. Ed è qui che le scatta nella testa l'idea di farsi aiutare dai suoi vicini di fattoria. Risposta unanime: io, no! io, no! io, no!
La gallina tecnologica ed equipaggiata tira fuori il suo aratro rotativo e va a seminare. Nato il grano e divenuto forte e robusto, esso va mietuto e poi trebbiato e quindi la gallina tira fuori dalla rimessa il suo mietitrebbia. Anche questa volta può contare solo sulla collaborazione dei suoi pulcini. Gli altri, alla sua richiesta d'aiuto rispondono sempre allo stesso modo: io, no! io, no! io, no!
Raccolti i chicchi in un grande sacco, la cosa che resta da fare è andare al mulino a macinarli. Di ritorno, con i suoi grandi sacchi di farina chiede ai tre se vogliono aiutarla a fare il pane. Indovinate la risposta?


Così anche questa volta la gallina deve far tutto da sola: impastare con acqua e lievito e poi infornare...
Come sempre succede (a casa mia ogni due o tre giorni, per esempio) quando le pagnotte sono cotte, si diffonde per la casa un profumo irresistibile di pane appena fatto. E solo allora i tre si avvicinano alla cucina della gallina.
Pregustando già la sua sottile vendetta, la gallina non può fare a meno di chieder loro se vogliano aiutarla a mangiare il pane.
La risposta, ancora una volta unanime, è: io, sì! io, sì! io, sì!
Ed è a questo punto che scatta la rivincita della gallina. "Cari miei, mi spiace ma il buon pane lo divido solo con i miei pulcini!". E così fece.

La fiaba arriva da lontano, forse dalla Russia (è per quello che la gallina è rossa?) o dall'Inghilterra, ed è stata già altre volte oggetto di albi illustrati. Io ricordo in particolare quello edito da Babalibri (Byron Barton, La gallinella rossa, Babalibri 2003), che ho consumato a furia di leggerlo e rileggerlo a tutti i bambini che mi son passati davanti.
Della fiaba mi piace il finale secco e lontano da ogni buonismo. Mi piace perché si parla con cognizione di causa del procedimento che parte dal grano per arrivare alla pagnotta e, sotto sotto, si dice a un bambino come si fa il pane. Mi piace perché ha un ritmo ciclico che tanto risulta piacevole soprattutto a bambini piccolissimi.
In particolare questa edizione curata da Kalandraka mi pare molto divertente sotto il profilo dell'illustrazione. Solo giocate sui toni del marrone, le immagini di Marco Somà sono ricche di minuscoli particolari e dettagli, di una cura quasi maniacale per la resa dei piumaggi, della suppellettile, degli arredi, delle texture, per non parlare dei macchinari agricoli che riempiono intere doppie pagine.
Classe 1983, trent'anni giusti giusti, Marco Somà è un illustratore davvero interessante.
Mi pare di leggere nei suoi lavori una passione per le rane, che sono uno dei suoi Leit Motiv. Più in generale, mi sembra attratto dagli animali che veste secondo un gusto sempre tra il dandy e il retrò. Come retrò sono anche le ambientazioni: tavolini bassi su cui poggiano teiere e bricchetti a fiori, circondati da sedie Thonet, lampade da scrivania fine Ottocento, quadretti alle pareti con cornici di gusto un po' liberty, poltrone dai tessuti un po' consunti...la villa in campagna dei nonni paterni in Piemonte dove andavo a passare l'estate aveva quei colori e quegli oggetti: tele un po' ruvide e grosse e lenzuola di lino.



Carla

lunedì 25 febbraio 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOGNA IL MIO CANE POLPETTE E SPAGHETTI?

IL GRANDE LIBRO DEI PISOLINI, Giovanna Zoboli & Simona Mulazzani
Topipittori, 2013

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)


"Dormono gli orsi sotto il piumone,
spegne la luce anche il leone.
Dorme il delfino, pisola il tonno.
Gallo e gallina cadon dal sonno.
La capra bacia i sette capretti.
Sogna il mio cane polpette e spaghetti."


Ognuno nel proprio letto, matrimoniale o a castello che sia, qualcuno in poltrona o su un'ottomana, taluni appesi al soffitto, tal altri acciambellati sugli aghi di pino o su meno pungenti latifoglie, chi in camicia da notte, chi con pigiami a pallini, ciascuno di loro trova di notte il meritato riposo. Solo uno veglia: è l'assiolo. Lui aspetta la luce del sole per andare a dormire. Quarantacinque animali e due bambini sono i protagonisti assonnati di questa lunga rima. Come se, sul far del buio, chi scrive fosse andato con il suo taccuino in mano, in perlustrazione dentro camere, soffitte, cantine, per boschi, prati e mari (e anche una bacinella) a controllare che tutti stessero prendendo sonno regolarmente. In questo lungo giro anche chi ha disegnato ha avuto modo di annotare, a suo modo con carta e matite colorate e pennelli, che il gatto dorme tra cappotti e tutine e che la sua pallina preferita nessuno gliela potrà sottrarre nel sonno. Vedrà che la scimmia si è premunita per la fame notturna e che ghiro e tasso hanno anche le coperte uguali oltre al pigiama. Al topino piace una lucina accesa per leggere una pagina di libro prima di addormentarsi, mentre la talpa, gioco-forza, riposa nel buio pesto, senza poter vedere che ricamo ha appena fatto il ragno, tra salami e prosciutti.

Una musica per le orecchie, rime perfette, sonore, che ti entrano in testa e che canticchi quando meno te lo aspetti. Rime che saranno utilissime per addormentare un bambino o per accoglierlo al risveglio.
Un testo che si può recitare a due voci, voce di grande e di piccolino, dove finisce il primo comincia il secondo. Grandi disegni, mimetici ma nello stesso tempo immaginari, che si possono seguire con il dito, che puntellano il fondo notturno stellato quasi sempre illuminato da una luna piena. Un vero catalogo di letti, giacigli e coperte. Quadretti, stelle o i fiori della stoffa si moltiplicano sulle pareti, nei prati e nel cielo.
Nonostante lo scuro della notte di sfondo, le pagine si 'accendono' qua e là nelle mele rosse o nelle ciliegie o negli scarafaggi gialli o arancioni.
Questi animali li abbiamo già conosciuti quando andavano a fare la spesa nel supermercato e anche lì, rima dopo rima, abbiamo imparato nomi nuovi (compresa la differenza tra coleotteri e lepidotteri!) ad abitudini alimentari insolite (Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani, Al supermercato degli animali, Topipittori 2007). Sono gli stessi di quelli che possiedono ciò che noi sempre abbiamo sognato: la fame allegra dell'orso, la malinconia del cane, i passi di piuma della tigre (Giovanna Zoboli, Simona Mulazzani, Vorrei avere..., Topipittori 2010). E Il grande libro dei pisolini - terza tappa di questo percorso - sembra suggellare in modo definitivo il sodalizio perfetto, una fruttuosa società, tra le rime di Giovanna Zoboli e le figure di Simona Mulazzani, che trova forma in quella & che è comparsa, nuova di zecca, in copertina.

Carla


Sono certa che il mio cane, proprio perché è il mio cane, sogna polpette e spaghetti!


sabato 23 febbraio 2013

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MONDO BUSSA ALLA PORTA


Rizzoli non produce moltissimi libri illustrati, ma, sarà per l’imminenza della Fiera di Bologna, in questo freddo finale d’inverno, ne propone diversi: uno, Orani, è stato già raccontato da Carla (vedi qui); degli altri due che ho selezionato vi parlerò brevemente ora. Mi è sembrato interessante, in particolare, Il favoloso viaggio di Ibn Battuta, d Fatima Sharafeddine e Intilaq Mohammad Ali, pubblicato, in origine, negli Emirati Arabi. Questo rappresenta certamente un punto d’interesse, perché dell’editoria araba si è tradotto poco e molto episodicamente, mentre gli editori per esempio libanesi hanno ricevuto spesso attenzione anche alla Fiera bolognese. Poi, la storia che racconta, un grande viaggiatore arabo che, nel XIV secolo ha girato Medio Oriente, una parte dell’Africa spingendosi fino in India e Cina; viaggiatore di mare e non di terra come Marco Polo, ha scritto le sue memorie in un’opera che descrive minuziosamente i viaggi e gli incontri con popoli lontani. Il testo, ovviamente di una mole notevole, è stato tradotto in Italia dall’Einaudi. Ovviamente, in questo illustrato si propone un’idea di massima delle mirabolanti avventure di Ibn Battuta, disegnando la mappa dei suoi spostamenti dalla Mecca a Bassora, Baghdad, le Maldive, e poi Mogadiscio, la Turchia e l’Asia centrale; è presumibile che i bambini che sfoglieranno questo libro, dagli otto anni in poi, non conosceranno parecchi di questi luoghi; ma proprio questo ingresso in un mondo anche fantastico riesce ad aprire degli orizzonti inconsueti, a comunicare l’idea che il viaggio è anche una condizione esistenziale, è desiderio di conoscenza, senza pregiudizi; l’altro aspetto è proprio quello di far conoscere un pezzettino della cultura araba, di cui si sa poco.


Nell’altro illustrato, Il Salice Piangente che sorrideva, di David Foenkinos e Soledad Bravi, a bussare alla porta non è proprio tutto il mondo, ma la realtà che viviamo oggi. L’incipit sembra molto figlio dei tempi che viviamo, con un papà che perde il lavoro e deve trasferirsi con tutta la famiglia per trovare una sistemazione più economica; la piccola protagonista Shai Lin, ovviamente non vuole lasciare la sua casa, i suoi amici; pone quindi una condizione al trasferimento di tutta la famiglia in campagna: che nel giardino della nuova casa ci sia un salice piangente, il suo albero preferito. Così sarà fatto ma quel salice lì purtroppo è contento, è felice della sua vita. Dopo il primo sconcerto, la bambina si affeziona all’albero strano e ne impedisce il taglio insieme ai suoi amici. Anche in questo caso la lettura è adatta dai sette anni in poi.
Dunque, nel meraviglioso mondo della fantasia, anche nelle storie per più piccoli entra di prepotenza la vita reale, con tutte le sue difficoltà, sperando che raccontare storie aiuti a comprendere quello che succede intorno.

Eleonora

“Il favoloso viaggio di Ibn Battuta”, F. Sharafeddine e I. Mohammad Ali, Rizzoli 2013
“Il salice piangente che rideva”, D. Foenkinos e S. Bravi, Rizzoli 2013