venerdì 15 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LE COPPIE FELICI

Il venditore di felicità, Davide Calì, Marco Somà
Kite edizioni 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Arriva su un vecchio furgoncino scoppiettante. Lo si riconosce da lontano per via della campana.
DLIN! DLIN! È il signor Piccione, il venditore di felicità.
Ma come, la felicità si vende?
Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia.
Ecco il signor Piccione ha parcheggiato il suo furgoncino e già sale a trovare il primo cliente."

In un bosco densamente popolato, il furgoncino del venditore ambulante fa grandi affari. La signora Quaglia ne compra da offrire agli amici per cena. Mentre la signora Scricciolo è in bolletta e ne prende solo un pochino. Cincia, Upupa sono clienti abituali. C'è chi chiede lo sconto e chi non lo compra, ma poi se ne fa mandare una scorta via mail. E in ultimo la vecchia signora Pettirosso ne prende un cincino per regalarlo ai nipoti che hanno già tutto (poverini...)
Finito il giro, il furgone si allontana, ma un barattolo cade inavvertitamente e a raccoglierlo e il signor Topo che lo porta a casa, dove scopre un grande segreto...

La felicità non si può comprare!
Ma come, la felicità si vende?: il rischio di avere per le mani un albo dal tono didascalico è a un passo. Eppure, no. Il testo scarta e sfugge fin dalle prime righe, non si fa ingabbiare. Dalla dimensione moraleggiante che è dietro ogni buona favola, Calì si allontana per concentrarsi invece nell'azione, ovvero sul lato commerciale della faccenda: Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia. E sul tema della felicità che non si può avere pagando non ci torna più: neanche una parola. Al contrario, attraverso una lettura attenta delle immagini si arriva all'ultima pagina del libro, anzi addirittura nella terza di copertina, per scoprire il senso ultimo di questa storia quasi tutta per aria.


A questo punto è inevitabile notare che si è di fronte a un affiatamento bello robusto tra chi disegna e chi scrive. E qui radica una delle teorie che sostengo da un po' di tempo: quella delle 'coppie felici'.
L'albo illustrato è prima di tutto un codice di comunicazione in cui spesso le due le voci che parlano sono di persone diverse: da un lato chi scrive e dall'altro chi illustra. Quando queste due voci dimostrano così tanta affinità e armonia, a tratti compenetrazione, e gioiscono come vecchi amici nell'essere insieme per un progetto comune, siamo davanti a una 'felicità' nuova che si riverbera sul libro. E questa felicità -una sorta di plusvalore che gli viene conferito- scaturisce proprio dal loro intendersi, autore e illustratore, alla perfezione. Davide Calì - se non altro per i grandi numeri che riesce a fare - non è sempre così felice neanche con se stesso, ma è invece parte attiva in diverse coppie: quelle con Serge Bloch o quella con Benjamin Chaud o ancora quella con Somà. Coppie felici, appunto.


La loro profonda intesa non credo derivi dal fatto che entrambi si fregiano di cognomi bisillabi accentati, ma più probabilmente nasce da una qualche alchimia nascosta.
Sta di fatto che libri così sono 'felici', più felici di altri. Se da una parte Calì si diverte in questo suo ruolo da ornitologo in vena di far filosofia, e mentre discetta di felicità (che coincidenza), enumera i luì, storni e upupe, e la prolifica cincia, dall'altro Marco Somà crea una dimensione altra: un mondo ad hoc. Quasi straniante il bosco e il repertorio di case che il signor Piccione visita. Ogni albero e ogni casa sull'albero sono casi a sé in cui aguzzare lo sguardo oppure decidere di goderne a distanza anche solo per la bellezza dei colori utilizzati. 


Come Arcimboldo, in questi mondi compositi che ogni volta Somà crea dal nulla si verifica una curiosa circostanza: lo sguardo è attratto da due scale di misura differentissime. Il minuscolo delle singole foglie, dei singoli coppi dei tetti, le singole venature del legno e, in armonico contrappunto, il grande delle dimore sempre diverse, ma sempre incastonate nelle enormi fronde che le circondano e le sostengono.
Per quel che può valere un parere personale, questo libro, come molti altri della coppia felice Calì-Somà, rappresenta una esperienza estetica da condividere con bambine e bambini per abituare il loro sguardo alla bellezza.


Carla

mercoledì 13 giugno 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CON LE PAROLE COME CON I NUMERI



Chi si è divertito con ‘Sbagliando s’impara. La matematica della vita’ può ricominciare a farlo con la nuova proposta di Loricangi, sempre per Artebambini: ‘Sbagliando s’inventa. Le parole della vita’.
Il titolo è un esplicito riferimento a Gianni Rodari, grande maestro dei giochi di parole e del loro valore creativo.
Il libro è in sintesi una proposta di giochi linguistici noti e meno noti, con altrettanti suggerimenti di attività: si va dai giochi linguistici veri e propri alle sciarade, ai rebus e agli anagrammi. Si gioca con i sensi figurati, per approdare al Limerick, di Edward Lear, re del nonsense, e al misterioso Caviardage.
Fin qui tutto come in un normale libro di giochi linguistici se non ci fosse la mano sapiente di Loricangi, ovvero Loredana Cangini, che è davvero brava a mescolare i linguaggi, parole, e spiegazioni, insieme alle immagini, non solo accurate ed ironiche, ma capaci di suggerire il lato surreale, l’immaginazione, l’assurdo.


Sicuramente in ‘Sbagliando s’impara’  ci aveva sorpresi di più, per l’originale invenzione di utilizzare il linguaggio dei numeri per raccontare storie; qui si corre su un terreno già battuto e inventarsi qualcosa di nuovo sui giochi di parole non è semplice. Tuttavia, trovo che i giochi, gli esempi scelti, l’impaginazione e l’illustrazione misurata e divertita ne facciano un libro ben fatto, ben costruito e divertente per un pubblico di bambine e bambini dai sette anni in poi. Apprezzabile la scelta di dichiarare, ad inizio libro, la tecnica e i materiali utilizzati per l’illustrazione. Giocare con le parole, provando a smontarle, a costruire frasi che seguono regole nascoste è un ottimo esercizio in tempi di grande povertà lessicale. Mettersi alla prova, inventando frasi con la costrizione delle regole del gioco, implica anche appropriarsi di parole nuove, di significati diversi.
Anche in questa occasione, l’editore è Artebambini, che ripropone un modello di successo.


Vedrei ben questo libro, come il precedente, come allegro sostegno dell’insegnamento dell’italiano, ma è un libro divertente anche da fare insieme a mamma e papà.

Eleonora

“Sbagliando s’inventa. Le parole della vita”, Loricangi, Artebambini 2018



lunedì 11 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

WELTANSCHAUUNG SUINA

Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, Tatjana Hauptmann (trad.***)
Lupo Guido 2018

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Nel 1978 questo libro usciva in lingua tedesca per la casa editrice svizzera Diogenes con il titolo: 'Ein Tag im Leben des Dorothea Wutz'. Nello stesso anno lo pubblicava in Italia Rosellina Archinto per la Emme editrice, dandogli, con un guizzo felice, l'inarrivabile titolo Un giorno nella vita di Cecilia Lardò. Oggi viene ripubblicato da Lupo Guido e vince subito l'Andersen a Genova, come miglior libro mai premiato. Si potrebbe dire per l'ennesima volta che Rosellina ci aveva visto lungo (anche perché un altro libro sfidante Dorotea era nel suo catalogo: Gorilla di Anthony Browne). Ma questa è storia."


Provare, prima di tutto, a fare l'esegesi di un titolo: il punto di partenza è un originale tedesco, in cui il nome della protagonista è Dorothea Wutz. Il tedesco riconferma pensiero e lingua analitici e filologici: Wutz significa propriamente scrofa. Poi si potrebbero declinare le nove diverse edizioni in altre lingue - Galantine Petitgroin, in francese, Petronella Pig, in inglese e quindi il nostrano Cecilia Lardò. Decisamente più votati a un immaginario vivace che riguarda il maiale nelle sue diverse declinazioni, anche alimentari. Poi arriva la seconda edizione italiana, che recupera il nome Dorotea e gli aggiunge un cognome con poco stile, da cartone animato.
Dorothea (al secolo Cecilia, o Petronella o ancora di più Galantine - che buona ultima gioca meravigliosamente sul doppio senso) sono signore maiale, o maiale signore, ovvero sono personaggi pieni di stile e di charme, che fanno il baciamano ma sgrunf non lo sanno proprio dire.
Dorotea di stile ne ha molto, al pari della sua ideatrice Tatjana Hauptmann. Tedesca, figlia di un barone russo (Tatjana Nikolainewja von Sass) e di una ballerina di teatro, oggi è una bellissima signora dai capelli candidi che continua a dimostrare una grande eleganza e un grande gusto per le cose belle. E soprattutto un grande talento nell'illustrare libri, al di là di ogni moda, con una sapienza interpretativa del canone classico.


Il libro Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, scritto e illustrato all'età di soli 28 anni, è un concentrato di bellezza che si distilla in raffinatezza. A partire dall'idea di base, ovvero pagina dopo pagina, una visita guidata nella sua casa che si mostra in tutta la sua eleganza.
Ancora prima di aprire il libro, la vediamo tornare dal mercato con la spesa fatta nel cestino e al seguito il suo marmocchio con un cono gelato in mano. Poi con lo sguardo, dalla finestra nel frontespizio ci invita a entrare nella storia, ma soprattutto nella sua casa e nella sua vita.
Senza nemmeno una parola, con le pagine fustellate, in un gioco perfetto (tranne in un caso) di scorci di ambienti e personaggi seguiamo la sua giornata e quella del suo piccolo.


E da subito è chiaro che i protagonisti non sono solo i maiali, Dorotea e il suo bambino monello e i tre ospiti invitati per un tè con la torta, ma anche e soprattutto la scatola scenica in cui agiscono. Piena di oggetti, di dettagli, di elementi che creano lo spessore del contesto e dell'azione. Una vera quinta teatrale, che esattamente come una scenografia si costruisce in una sovrapposizione per strati. E da una quinta teatrale così ben disegnata è possibile ricostruire appunto l'azione in scena, ma anche la Weltanshauung di quella signora maiale nella sua dimora così piena di calore e di vita quotidiana. E a questo si connette la seconda grande bellezza del libro: la sottile ambiguità di fondo. In un contesto decisamente formale e tradizionale, Dorotea vive allegramente da single, o da vedova (con i maiali purtroppo spesso la famiglie si decimano. Soprattutto a Natale), e si spoglia nuda senza pudori, offrendo allo sguardo il suo didietro.


La sua maternità 'in solitario' non è subito percepibile, essendo il libro senza una parola, ma arriva a una seconda e più attenta lettura.


Bello, no?
Non c'è nessuno che la spiega, non c'è nessuno che dica come stanno le cose veramente. Da qui partirà nel lettore una personale ricerca di senso che, c'è da augurarselo, andrà nella direzione della complessità, piuttosto che non in quella dell'omologazione e dello stereotipo. 
Si dovrà temere il bando del titolo dalle biblioteche scolastiche e pubbliche di Venezia in nome e in ossequio della unica famiglia possibile: mamma, papà e giovane erede? Vedremo.

Carla

Noterella al margine. Tatjana Hauptmann, una illustratrice piena di talento che ha lo spirito di Ungerer e qui, visto che è il suo primo libro, un tratto che rende omaggio al tratto di Sendak, è ignorata al di qua delle Alpi. Un unico altro titolo, naturalmente fuori catalogo, è stato pubblicato nel 2003 da Fabbri e si tratta di un breve racconto di Irving (tratto da Vedova per un anno) che lei illustra magnificamente, senza mai venir meno alla suspense che lo innerva. Per i bibliofili: Un rumore come di uno che cerca di non fare rumore.

venerdì 8 giugno 2018

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)



LA GIORNATA INCREDIBILE DI UN FORMICAIO


La giornata in questione, descritta nel libro francese ‘Déluge chez les fourmis’, comincia con nuvole nere che si addensano in cielo e presto cominciano a cadere le prime gocce di pioggia. Le povere formiche sono presto travolte da un temporale e si mettono in salvo sulle bolle di schiuma prodotte dalla pioggia. 
Presto torna il sereno ed ecco i laboriosi animaletti mettersi all’opera per sgombrare il terreno dai detriti, fra cui non possono non spiccare quelli lasciati dall’incuria umana. Ma c’è un problema più grave, bisogna liberare il formicaio dall’acqua che si è infiltrata: così le formiche operaie goccia a goccia se le caricano e le portano fuori: lavoro incredibile, ma necessario per la sopravvivenza della comunità. Ma tanto lavoro provoca una gran fame: è il momento di andare alla ricerca di qualcosa da mangiare; occhio, però! C’è un picchio che anche lui è a caccia di formiche che si muovono sul tronco. Alla fine della giornata, arriva il momento del riposo e del divertimento!
Come si capisce da quanto detto, questa ricostruzione della vita di un formicaio è decisamente fantasiosa, ma si avvicina comunque alla realtà di questi sorprendenti insetti.
L’autrice, Elmodie, utilizza la tecnica del pop up per raccontare con efficacia la vita sorprendente di insetti piccoli e forzuti, estremamente organizzati e capaci, sì, di salvarsi dalla pioggia. I sistemi utilizzati in realtà sono vari, dal sigillare le uscite del formicaio, che già di suo è strutturato con una serie di vasi comunicanti che garantiscono che almeno una parte del formicaio resti asciutto. Oppure, come accade per le formiche del fuoco del Sud America, che vivono nella foresta pluviale, costruiscono con i propri corpi una sorta di zattera vivente e si fanno trasportare dalle acque.


Come si vede, ci sono più cose in cielo e in terra, anche a livello del microcosmo, di quanto riusciamo ad immaginare.
Ma torniamo al nostro bel pop up; l’autrice, che è una vera esperta di cartotecnica, si basa su una grafica molto chiara, dai contorni nitidi, utilizzando solo gradazioni di verde, nero, bianco. Anche nelle costruzioni più ardite, l’immagine è leggibile con chiarezza e l’interpretazione della scena inequivocabile. Non quindi i sofisticati rompicapi di Carter, ma un’immagine 3D che rafforza l’immaginario infantile. Vediamo così le ardimentose formiche raccogliere i nostri rifiuti o scatenarsi in un’allegra sarabanda quando torna il sereno.


Questo libro, pubblicato alla fine dello scorso anno da De La Martiniere Jeunesse, mi è sembrato una curiosa e interessante sintesi di attenzione al mondo naturale, fiction e applicazione di una tecnica illustrativa raffinata. Interessante perché mescola la narrazione, e con essa l’invenzione, con una descrizione grafica attenta alla realtà naturale, uno sfondo per le vicissitudini di questi laboriosi e affascinanti insetti.
Un bell’esperimento, che potrebbe essere utilmente tradotto anche per le nostre bambine e bambini, sicuramente attratti da questi argomenti, a partire dai cinque anni.


Eleonora

“Déluge chez les fourmis”, Elmodie, De La Martiniere Jeunesse 2017






mercoledì 6 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN ALBO DI FORMAZIONE

Un po' più lontano, Anaïs Vaugelade (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2018



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il giorno dopo Lorenzo andò dritto al fiume. Sotto gli alberi era fresco e ombreggiato. La sua casa non si vedeva più. Allora Lorenzo decise: attraversò il fiume e partì. Voleva fare un viaggio."

Ogni giorno che passa, Lorenzo, un coniglio grigio dalle lunghe orecchie, si spinge un po' più in là. Prima lo steccato, poi il castagno. E ogni volta che la sera torna a casa, racconta alla sua mamma fin dove si è spinto. Lei sospira, mo ogni volta è la prima a suggerirgli di spingersi ancora oltre. Oggi è la volta del fiume. Sulle sue rive Lorenzo prende la decisione di proseguire il suo cammino, per fare un viaggio. Stasera non si torna a casa. Al calare del buio, arriva un po' di paura e di incertezza. Ma si va avanti. Quando la strada sotto le zampe è tanta arriva un po' di fatica. Ma si va avanti. Quando si profila il tramonto arriva un po' di solitudine. Ma si va avanti. 


Con il nuovo giorno arriva l'idea di fare una bella festa con tante lanterne e tanti amici. E mamma. Rivederla è bello, anche se un po' di struggimento chiude la gola. A festa finita, Lorenzo è di nuovo solo: ma all'orizzonte qualcuno sta dicendo, buonasera...

Il coniglio Lorenzo è lì che cresce. Le grandi orecchie e le grandi zampe che Anaïs Vaugelade gli disegna, invece di farlo sembrare più grande di quello che è, sono lì a dimostrare il suo essere acerbo e tenero. Un'allusione magari inconsapevole a tutte quelle crescite imprevedibili che hanno i cuccioli.
Chi non ha sorriso con tenerezza almeno una volta nella vita nel vedere le lunghe gambe da zanzarone di ragazzine undicenni, o i piedoni da plantigrado dei loro coetanei maschi?
E anche quella è gente che è lì che cresce.
Ancora una volta, dunque, le questioni che Vaugelade mette in scena tra animali, in questa occasione conigli, hanno carattere e valore ben più universali, radici antiche quanto il mondo e l'umanità.


Un vademecum di conclamato stampo nordeuropeo (infatti tutte le mamme italiane sono lì che si arrovellano nel voler vedere il dolore vero in mamma coniglio all'idea di lasciarlo andare) datato a più di vent'anni fa, per insegnare a mamme e figli come si fa a separarsi, senza per questo macerarsi nel dolore. Suggerisce idee, il vademecum, su come tagliare insieme alla corda, anche il cordone (quello ombelicale). E su quando lo si fa. E su perché lo si fa. 
Il dubbio che sorge è il seguente: a che serve raccontarlo a dei bambinetti di pochi anni? Piccoli e piccole che non si sognano neanche di attraversare fiumi e men che meno di non tornare a casa la sera.
Eppure, una storia così serve eccome. Anche con quel suo finale così ambiguamente amoroso.
La consapevolezza di sé, la sicurezza e quindi l'autonomia mettono radici fin da tempi non sospetti. A tre mesi un bambino sa già di essere qualcosa di diverso da sua madre e a tre anni ha già ben chiaro il proprio io. E spesso e volentieri lo impone con forza per misurare i propri confini e quelli del mondo che lo circonda. Bene fanno quei genitori che in quel momento ne prendono atto con serenità e soprattutto fermezza. Un po' come fa mamma coniglio per tutto il libro. 


Avere una mamma salda non può che essere un modello. È una bella mamma che offre sempre maggiore libertà di scelta al proprio piccolino. Sa esserci quando è il momento per lui di tornare e non esserci quando per lui è il momento di andare. Ha saputo dargli insegnamenti e strumenti atti a sapersela cavare in autonomia: quel bastoncino per lavarsi i denti parla chiaro. Sa di dover mantenere la giusta distanza anche quando sarebbe così facile riportarselo a casa...e invece agisce, nel rispetto, per valorizzare e consolidare le scelte fatte da Lorenzo in autonomia. Andarsene giù da quella collina e voltargli le spalle avvolte nello scialle, è l'unica cosa giusta da fare...
Anaïs Vaugelade, felicissima anche qui come in molti suoi altri bei libri, declina bene il linguaggio dell'albo e lo modula in modo trasversale parlando contemporaneamente a piccoli e grandi, dicendo loro cose diverse ma che hanno senso nell'essere insieme sulla stessa pagina.


Su un testo così forte, le immagini non potevano essere meglio concepite: potenti e sempre un po' sopra le righe. Colori fauve da Espressionismo tedesco per dare alla Natura la vitalità e la forza richieste e necessarie. Notti buissime, tramonti e albe mozzafiato con la linea dell'orizzonte sempre lì a portata di mano che separa le campiture di colore: gialli, verdi, rosa, rossi potenti in una alternanza ritmica di dentro-fuori scuro-chiaro che stanno a dimostrare una sequenza di emozioni con cui il piccolo Lorenzo sta facendo i conti. Quasi nessuna connotazione, ma solo infinite colline erbose. Da attraversare.



Carla

Noterella al margine. Quasi un fastidio fisico allo sguardo per cui non mi do pace: perché su tanta bellezza, quelle 'pezze a colori' su cui appoggia il testo? Accettabile solo quella della copertina. Sono giorni che vado cercando una risposta che mi pacifichi l'anima. Se qualcuno la sa, me la comunichi. E' urgente.

lunedì 4 giugno 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

STORIE DI DONNE


L’alba sarà grandiosa’, di Anne-Laure Bondoux, tradotto da Francesca Capelli per le Edizioni San Paolo, racconta una vicenda familiare, vista attraverso lo sguardo di tre generazioni di donne. A raccontarla alla figlia Nine è Titania, il cui vero nome è Consolata, che dopo molti anni è in procinto di incontrare nuovamente la madre, Rose-Aimeé, e i due fratelli. Nine, senza particolari spiegazioni, è stata portata dalla madre in una casupola in riva a un lago, isolato e circondato da una natura incontaminata. Il perché di questa gita improvvisata si verrà svelando man mano che, nel corso di una notte, Titania racconterà la storia della sua infanzia, le scelte difficili della madre, il quadro di quella che sembra , e a tutti gli effetti è, una vita in fuga. Titania è una scrittrice, mentre Rose-Aimeé ha sempre avuto una vita difficile, costellata di relazioni e apparente normalità, poi repentinamente abbandonate. Episodi drammatici si alternano a momenti sereni di una vita quasi normale, sullo sfondo di un mondo in grande cambiamento, partendo dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri. La parte più interessante mi sembra proprio la ricostruzione d’ambiente, la descrizione delle atmosfere, delle passioni che hanno pervaso i decenni passati: la passione per il ciclismo del fratello Orion e quello per la musica rock del gemello Octo, come fosse una carrellata dei divi degli anni passati. In tutta questa lunga storia familiare grande assente la figura paterna, che in ogni generazione assume un ruolo negativo o del tutto marginale: gran parte del mistero che viene alimentato nel corso della narrazione nasce dalla figura losca del padre di Consolata e dei suoi fratelli, un personaggio a metà fra il banditismo e la violenza politica, mentre il padre di Nine esce semplicemente di scena. Questa impostazione narrativa dà indiscutibilmente un grande rilievo alle due figure materne, Rose- Aimeé e Titania, alle loro scelte, al coraggio e alla determinazione con cui hanno saputo fare scelte radicali.
Tuttavia, trovo una certa difficoltà a immaginare il pubblico dei lettori e delle lettrici giovani alle prese con un romanzo che non riesce a essere del tutto convincente.
Mi sembra abbastanza evidente che la produzione più recente di Anne- Laure Bondoux miri ad allargare la platea dei lettori, non limitandosi più a romanzi pensati soprattutto per ragazzi. Era evidente nel precedente romanzo, lo è ancora di più in questo, dove tematiche a lei care, come la ciclicità delle storie familiari, diventano il perno centrale della narrazione, caratterizzata da una struttura non lineare, piena di passaggi temporali e generazionali. Ha una grande importanza la ricostruzione delle storie familiari, delle genealogie non genetiche, che costituiscono la base su cui si costruisce una giovane vita; come dire che non si può prescindere dalla storia familiare per costruire se stessi; concetto che di solito è piuttosto lontano dall’orizzonte mentale di un adolescente.
Si tratta, quindi, di una lettura impegnativa per ragazze e ragazzi a partire dai tredici anni.

Eleonora

L’alba sarà grandiosa”, A.L. Bondoux, Edizioni San Paolo 2018



venerdì 1 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I FRAMMENTI DI UN'ESTATE

Niente paura, Little Wood!, Jason Reynolds (trad. Giuseppe Iacobaci)
Terre di Mezzo 2018


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"'Sputa il rospo.'
Adesso tutti guardavano Genie. Ad eccezione di Ernie, che era troppo impegnato ad ammonticchiare quel che gli restava nel piatto sull'ultimo pezzetto di toast. La mamma annuì, come a dire che Genie poteva dire qualunque cosa gli stesse passando per la testa.
'Uhm', cominciò a dire, un po' in imbarazzo. 'Beh, è solo che...' Genie guardò di nuovo la madre, tanto per essere sicuro. Lei annuì di nuovo. 'È solo che la mamma dice sempre che non si potrebbero portare gli occhiali da sole in casa. Dice che fa male agli occhi e che si sembra matti.'"

Genie conosce solo due persone al mondo che non si tolgono gli occhiali da sole in casa: suo fratello di 14 anni, Ernie, che lo fa per sembrare più fico e suo nonno, il padre di suo padre. Di fronte al quale adesso si trova per la prima volta, nella sua casa in Virginia. Esattamente alla vigilia di un mese di vacanza che passerà con i nonni, perché i suoi genitori sono in partenza per la Giamaica, nel tentativo di recuperare il loro matrimonio un po' strinato.
La risposta che di lì a pochi secondi gli darà il nonno lo spiazzerà parecchio quasi quanto sapere che il quella casa in cima alla collina non c'è rete per connettersi a Google in cerca di risposte alle mille domande che ossessivamente si appunta sul suo taccuino.
Si prospetta una vacanza davvero insolita con i due nonni, affettuosi ma piuttosto originali, e sostanzialmente sconosciuti, con il fratello maggiore che per dimenticare le pene d'amore si innamora dell'unica ragazzina nel raggio di chilometri, Tess.
In un continuo intreccio tra passato e presente, Genie non può che constatare che la vita a Brooklyn è ben diversa da quella che da oggi con il fratello maggiore farà al fianco di una nonna coltivatrice di baccelli e un nonno cieco che gira con un revolver in tasca, tra case abbandonate nel bosco e gabbiette di uccelli, un po' vuote, un po' piene.
In un meraviglioso percorso iniziatico, i due fratelli passeranno un'estate indimenticabile.

E noi con loro. L'estate, intesa come tempo di un passaggio, è un topos letterario molto utilizzato nei libri per infanzia e adolescenza. Ma se in letteratura è un tempo adatto per la costruzione di belle storie, talvolta veri romanzi di formazione, lo è altrettanto nella vita vera. Ed è forse questa coincidenza, tra letteratura e vita vissuta, che ne decreta il successo e il continuo riproporsi.
L'estate, nella vita vera, è il tempo della libertà per antonomasia, il momento della rottura con le consuetudini. È un tempo elettivo per l'esperienza del nuovo e quindi per la misura di se stessi: i primi amori, i primi viaggi con gli amici, le prime esperienze di autogestione (seppure parziale), le prime lontananze dalle sicurezze di casa e famiglia, le prime esperienze di lavoro...
In letteratura sono infiniti gli esempi di estati 'giganti'. In Niente paura Little Wood si rispetta il canone classico: due ragazzini mollati dai nonni quasi sconosciuti, in un luogo piuttosto sperduto che incita alla scoperta, ritmi e attività totalmente altri rispetto a quelli consueti, dunque vecchi vs giovani - Brooklyn vs Virginia. Su questo impianto, che comunque già da solo basterebbe a garantirne la qualità, si innestano una serie di varianti tematiche molto interessanti e portatrici di questioni da mettere sul tavolo.
La prima, forse la meno riuscita, è quella che vede profilarsi un vero e proprio rito di iniziazione da parte di Ernie che sta per compiere gli anni e che, per seguire la tradizione di famiglia, deve sparare il suo primo colpo di pistola. La seconda, molto più risolta, sta nella particolarissima personalità del nonno. Senza voler prendere in esame il tema dei vecchi e dei giovani, dell'esperienza degli uni e dello stupore degli altri, mi pare bella perché autentica la personalità di questo vecchio nei confronti del suo controverso passato e del mondo che adesso lo circonda. La sua cecità, condizione del tutto nuova per Genie, lo trasforma in oggetto di studio da parte del nipote, in una sorta di voyeurismo tra scienza e affetto, questo nonno non si sottrae e diventa icona di fierezza e nello stesso tempo di fragilità agli occhi di questo bambino. La loro relazione affettiva cresce ed è palpabile: all'aperto nel buio delle notti stellate o al chiuso alla luce della stanza 'degli affari suoi', o davanti a un barattolo di tè freddo troppo zuccherato.
Attraverso questa prospettiva originale, tutta giocata sui sensi, nonno e nipote si legano indissolubilmente: come deve essere stato un po' di estati fa quando il vero Jason Reynolds passò del tempo con il vero nonno Ernest Reynolds, citato nella dedica. La terza questione che merita menzione è la latente ansia che attraversa l'intero periodo e che dà spessore alla figura di Genie. Che sia un bambino attento e sul chi vive lo si capisce dal suo taccuino pieno di domande che compare, forse anche troppo spesso, nel corso del romanzo. Ma l'ansia è una condizione quasi naturale in cui il bambino si trova, quasi a suo agio: riguarda in profondità la paventata separazione dei suoi, l'incidente dell'autopompa rossa, il ricordo dello zio Wood, la rondine uccisa a semini di mela, il terrore di dover mangiare piselli tutta l'estate, l'idea di non avere connessione di rete per un mese intero...La quarta variante al tema che consolida l'idea che questo libro sia un gran libro, deriva in qualche misura dalla terza, l'ansia, ed è l'uso della bugia. Paradigmatico il frammento di rotellina che scompare....
Mentire è l'unico mezzo che i piccoli hanno a disposizione di fronte al potere dei grandi. La bugia come strumento necessario per guadagnare un tempo utile alla soluzione dei problemi, per mettere a posto ciò che a posto non è.
La bugia dunque non stigmatizzata, anzi utilizzata come strumento di maturazione, di crescita e, a conti fatti, di assunzione di responsabilità.
E intorno all'ansia e alle bugie, Reynolds costruisce piccoli gioielli letterari, che danno al lettore una percezione visibile dello sguardo di quel bambino: il rosso dell'automobilina dei pompieri, l'argento della sua ruota, e il blu della livrea di una rondine sotto un cesto. Bello.

Carla

Noterella al margine: non mi stupisco che quel trentaquattrenne pieno di dreads e pieno di energie, che è Jason Reynolds, sia diventato autore di culto negli Stati Uniti. Mi pare che finora stia riuscendo a mantenere fede al suo obiettivo, non scrivere libri noiosi, e c'è da essere grati a Giuseppe Iacobaci per aver saputo rispettare questa energia.



mercoledì 30 maggio 2018

FAMMI UNA DOMANDA!


ALIENI DI TUTTI I TIPI


Interessante e originale il libro di Piero (Papik) Genovesi e Sandro Natalini, dedicato alle specie invasive: Per un pugno di ghiande. Le specie invasive che assaltano la Terra, pubblicato da Editoriale Scienza, è un libro agile che prevede una serie di schede, in ordine crescente di pericolosità, dedicata ciascuna ad una specie che con modalità differenti ha messo in pericolo l’ecosistema in cui è stata volontariamente o involontariamente introdotta.
Se ne scoprono delle belle: che, per esempio, una chiocciola può avere un effetto nefasto sull’ambiente in cui è introdotta, così come la cozza zebrata o il calabrone asiatico, che, fra l’altro è corresponsabile delle difficoltà incontrate dalle nostre api.


Di alcune vicende qualcosa sapevo: dell’invasione delle nutrie nei corsi d’acqua americani, e poi anche europei, dove erano state introdotte per impiantare l’allevamento di animali da pelliccia. O dello scoiattolo grigio, americano, nemico acerrimo del nostro scoiattolo rosso, autoctono europeo. Si potrebbe continuare, parlando di volpi e conigli introdotti in Australia e Nuova Zelanda, o dei parrocchetti che dal Sud America o dall’Africa hanno cominciato a popolare i nostri parchi, con gravi difficoltà per i pennuti locali.
Meno conosciute le vicende che hanno portato la coccinella arlecchino, asiatica, introdotta nel Regno Unito come nemico naturale degli afidi e che è diventato nemico giurato delle coccinelle locali; oppure il pitone birmano, anche questo asiatico, liberato per caso nelle paludi della Florida e di queste diventato padrone incontrastato.
Ma anche le piante non scherzano: la panace di Mantegazza, considerata una specie ornamentale con infiorescenze decorative, introdotta in Europa dall’Asia, si è rivelata assai pericolosa per la salute umana, provocando irritazioni cutanee e sensibilità al sole, con il piccolo dettaglio che è difficilissima da estirpare. Oppure gli eleganti giacinti d’acqua, che importati in Africa dall’America del sud per combattere la malaria, in realtà sono diventati così fitti da ostacolare la navigazione fluviale e hanno aumentato l’evaporazione dell’acqua, che in paesi a rischio di siccità è un gran problema.


Inutile dire che i vincitori assoluti, quanto a colonizzazione non richiesta in ogni angolo del pianeta, sono animali che noi ben conosciamo: i ratti e le formiche, che hanno colonizzato ogni ambiente vivibile.
Fatto questo panorama inquietante, gli autori non possono finire il libro che indicando alcune regole fondamentali quando si viaggia o quando si prendono in casa piante e animali estranei al nostro ambiente (parrocchetti e tartarughe dalle guance rosse, ormai onnipresenti, sono il frutto della nostra insipienza), con la giusta speranza che i più giovani siano più consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni.


Un’altra cosa emerge chiarissima da quanto ci viene raccontato con grande chiarezza: in realtà noi umani sappiamo ben poco dell’ambiente che ci circonda, delle sottili relazioni che mantengono in equilibrio un ecosistema, dei rischi che si corrono introducendo una specie all’interno di esso. L’assenza di umiltà e di consapevolezza dei nostri limiti porta a comportamenti con ricadute spesso opposte alle intenzioni iniziali.
Ed è secondo me un ben far comprendere ai giovani lettori e lettrici quanta prudenza e quanto rispetto siano necessari se davvero vogliamo rendere questo mondo, in termini biologici, migliore.
Come sempre, Editoriale Scienza non ci delude, anche quando affronta temi all’apparenza marginali o meno popolari, proponendo un testo chiaro, incisivo e corredato dalle immagini ironiche ed efficaci di Sandro Natalini.

Eleonora

“Per un pugno di ghiande. Le specie invasive che assaltano la terra”, P. Genovesi & S. Natalini, Editoriale Scienza 2018


lunedì 28 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LE BALLON ROUGE

Passo davanti, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec
(trad. Marie-José D'Alessandro)
Coccole Books 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Erano in tre.
Léon il grande, Max il secondo, Rémi il più piccolo-
quando passeggiavano, Léon il grande camminava sempre davanti,
Gli piaceva tanto. Diceva: - Guardate! Le macchine, e le nuvole, e i grandi alberi che dondolano!
Dietro le larghe spalle di Léon, Max e Rémi non vedevano niente.
A loro non importava."

Le larghe spalle di Léon li fanno sentire al sicuro e mentre camminano dandosi la mano, Max racconta e racconta e racconta e Rémi ascolta e ascolta e ascolta. A loro basta così.


A Léon il compito di vegliare sui pericoli: semafori, macchine, pioggia.
Sino a che, per vedere un palloncino rosso, Max chiede il permesso di passare in prima fila e ora tocca a lui vegliare sul gruppo e questo lo fa sentire grande. Nelle retrovie però la situazione è tutta diversa: Léon non racconta nulla a Rémi che inevitabilmente si annoia. Chiede di prendere lui la postazione numero uno, che gli viene concessa, così come la responsabilità del gruppo e questo lo fa sentire grande. Grande però non lo è veramente: Max lo capisce e decide di camminargli accanto. Ma forse non è sufficiente perché la città è piena di pericoli e forse la cosa migliore è che tutti e tre camminino allineati. Sempre con il loro pacchettino. Magari tenendosi per mano...

Una storia di misure, ruoli e possibilità, quindi soprattutto una storia di cambiamento. Con una capacità di sintesi che già conosciamo, Nadine Brun-Cosme mette insieme, in fila addirittura, tre categorie umane che si nascondono dietro le loro misure, i loro ruoli e le loro attitudini. Uno grande che guida e ha il compito di sorvegliare che tutto proceda per il meglio per il gruppo. Lui rappresenta il buon senso. Uno mediano che sta nel mezzo, come un anello di catena e come tale ha il compito di tenere tutti insieme e infine un piccolo che chiude la fila e ha come compito quello di essere il piccolo.


Sempre stando alla storia raccontata a parole, ognuno è felice dove si trova almeno fino al momento in cui la prospettiva cambia e le spalle grosse non rappresentano più una difesa o una garanzia di sicurezza, ma diventano piuttosto un ostacolo alla vista. Così tra Léon e Max ci si scambia di posto e apparentemente anche di ruolo. Stare davanti, assumersi la responsabilità anche per gli altri fa sentire grandi. Lo può testimoniare anche Rémi, quando arriva il suo turno di mettersi alla testa del gruppo.
Se fosse solo così la narrazione, sarebbe fin troppo prevedibile e meccanicistica: stare davanti fa diventare grandi. 


Ma la questione, così come la mette giù Nadine Brun-Cosme, è ben più articolata e complessa.
In primo luogo per la chiave metaforica che decide di usare. Nel suo voler essere ambigua e sfuggente non preconfeziona per chi legge un'unica interpretazione.
Come spesso accade nelle sue storie, spetta alle molte cose non spiegate, non esplicitate, determinare la qualità e lo spessore del racconto.
Si pensi a quei dettagli narrativi che 'smontano' senza colpo ferire una fila indiana per farla diventare una passeggiata 'alla pari'. Perché Léon nelle retrovie tace? Perché Rémi si infanga? Perché Max e Rémi non vedono i camion? Nelle risposte a queste questioni vanno cercate le possibili letture di questa storia.
E poi arriva lui: quel gran genio di Tallec. Il quale, a tutta questa architettura di ragionamento dà una forma, un'immagine, una sua personale lettura: mettendo una creatura pelosa, rosa e ignota, forse un cagnone, a capo della fila, quindi un bimbetto nel ruolo di Max e un coniglio a impersonare Rémi. Questo suo dare forma alla storia - fortunatamente - non ne scioglie le ambiguità, non ne spiega i significati. Piuttosto li rilancia, rispettando e mantenendo il mistero del testo. Possibilmente aumentandolo.


Chi sono quei tre? E sono veramente tre?
Grandi tavole che occupano lo specchio delle due pagine, panorami geografici pieni di aria e di nuvole di Corot, riconoscibili dai più grandi nella continua allusione a un bel giro del mondo, con tappe a Parigi, nella savana, in Costa Azzurra, a Londra, Atene e forse anche a New York, in una foresta (di notte), in un campo di mais di giorno ecc ecc. per poi arrivare a destinazione, una festa di compleanno, guidati immancabilmente da quel palloncino rosso di Lamorissiana memoria...
Gran libro!

Carla

Noterella al margine. Ha appena vinto l'Andersen, ma una maggior cura nella traduzione non avrebbe nuociuto..