lunedì 11 maggio 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


CUCCIOLI E AFFINI


Uscito a gennaio, il terzo libro di Maja Säfström dedicato agli animali ha avuto la sfortuna di incappare nel lungo periodo di chiusura delle librerie e in pochi hanno potuto notare la bella copertina rossa di ‘Il Piccolo Libro dei grandi segreti animali. Cuccioli’, pubblicato da Nomos edizioni.
Come i precedenti, l’autrice prosegue l’illustrazione delle particolarità animali, rinunciando a qualsiasi tipo di trattazione sistematica.
Se il mondo animale è di per sé meraviglioso, e su questo nessun bambino o bambina ha dei dubbi, allora mettiamo insieme quanto di più stupefacente ci sia. Questa volta il tema è la nascita e l’allevamento della prole. Sono quindi raccontate le gesta di mamme e papà straordinari: dalla femmina di polpo gigante che si barrica in una grotta e smette di nutrirsi fino a che i piccoli non sono in grado di uscire e affrontare il mondo da soli, ai maschi di cavalluccio marino, che si portano i piccoli nella tasca addominale, alle società di elefanti o di orche, che creano legami familiari che durano tutta la vita.


La casistica è lunga, il libro conta più di cento pagine e ogni doppia pagina ospita una specie diversa e, come nei libri precedenti, non si accenna a nient’altro oltre l’argomento preso in esame: non la tassonomia, non la fisiologia o quanto altro possa aiutare a conoscere i singoli soggetti. La pagina è occupata integralmente dall’illustrazione, rigorosamente in bianco e nero, e le didascalie, molto sintetiche, si collocano al suo interno, come un commento, o una breve spiegazione.
Questo è un tratto distintivo dei libri della Säfström, mettere insieme una raccolta di istantanee legate da un tema specifico. Cosa coglie questo approccio dei gusti dei bambini: sicuramente la curiosità un po’ anarchica, e sicuramente asistematica, dei bambini più piccoli, che si nutrono di curiosità onnivore e indiscriminate. Ma coglie anche il desiderio di divertimento, l’ironia, il lato buffo e grottesco di tanti comportamenti animali: dal pulcino di oche facciabianca che si deve buttare giù da un dirupo per raggiungere i genitori, al piccolo di koala che deve mangiarsi un po’ di cacca materna per poter digerire l’indigesto eucalipto.


Questo filone, della divulgazione in chiave ironica, che sottolinea il lato comico di quello che si rappresenta, ha trovato un validissimo esempio in ‘Strana Enciclopedia’, di Adrienne Barman. In quest’opera l’autrice svizzera aveva avuto l’idea geniale di raggruppare gli animali secondo criteri tutt’altro che scientifici, quelli tutti bianchi o tutti neri, gli estinti o i chiassosi, per citare solo alcune categorie, e di rappresentarli in modo comico, divertente, con gli occhietti vispi fissi sul lettore o lettrice.
Sono tipologie di libri in cui si ride parecchio, si apprezzano i dettagli buffi, si impara a inventare anche altre categorie di classificazione, senza perdere di vista comunque un contenuto di informazioni che resta impresso per la vivacità del messaggio.
Ecco, i libri della Säftröm sono così, pieni di spunti, divertenti, ma anche ricchi di informazioni non sistematiche, che però possono essere reperite in altri testi più tradizionali.


Alcuni ritratti di questo libro rimarranno sicuramente impressi: personalmente, sceglierei i ghepardi, nella cui specie i fratelli restano insieme anche tutta la vita, o gli elefanti che sanno costruire legami familiari fortissimi (e celebrano anche i funerali dei loro cari, ma qui non lo dice). Oppure i paguri in fila per cambiare casa, ovvero conchiglia.
Insomma, questa è una lettura istruttiva e divertente per bambini e bambine a partire dai cinque anni.

Eleonora


“Il piccolo libro dei grandi segreti animali”, M. Säfström, Nomos edizioni 2020

mercoledì 6 maggio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'OCCHIO DI CHI GUARDA

Julia Pastrana. La donna scimmia, Ivan Cenzi, Marco Palena
#Logosedizioni 2019



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 9 anni)

"Fu così che un mattino umido, l'uomo dai baffi corvini venne a bussare alla nostra porta. Si presentò come un emissario del governatore di Sinaloa. Era sudato, sporco, e i suoi occhi erano due punti neri come quelli di un millepiedi.
eppure ricordo il gesto inaspettatamente delicato, quasi rispettoso, con cui depose in mano a mia madre il mazzo di banconote.
'Va' con lui' disse mia madre.
Ricordo che, mentre il carro si allontanava dal villaggio, mi voltai indietro per vedere se lei mi stava guardando.
Non c'era nessuno."

Era nata in un villaggio, forse Ocoroni, arrampicato su uno sperone di roccia messicana nella regione di Sinaloa. Ed era considerata l'inspiegabile, ovvero qualcuno a metà, rifiutato dalla foresta e non accettato dalla comunità umana.
I suoi simili non erano né i lupi o gli orsi, né le scimmie, con cui condivideva alcuni tratti del viso e il pelo che le ricopriva il corpo, ma neanche quelli che popolavano i villaggi, dei quali aveva la struttura del corpo.


Troppo diversa per essere amata e accettata, passò di mano in mano per essere esibita come fenomeno. A casa del governatore di Sinaloa imparò a leggere e scrivere, danzare. A cantare era già brava. Poi, nuovamente venduta a Beach e Sepúlveda, si esibì su molti palcoscenici negli Stati Uniti come un ibrido umano, così aveva sentenziato il medico che l'aveva visitata.
I primi occhi che si posarono su di lei in assenza di morbosa curiosità furono quelli di Theodore Lent. Lavorava per Beach e Sepúlveda e in lei vide quello che si nascondeva al di là delle sembianze: una creatura, che aveva diritto alla propria felicità. I due scapparono e si sposarono. Con Lent ripresero a girare per l'America e per l'Europa. Il successo era enorme, ma Lent, al contrario degli altri, la ricopriva di attenzioni e di occasioni mondane in società, dove tutti si dimostravano felici di conoscerla. I successi raccolti però lentamente si diradarono e Lent capì che qualcosa doveva cambiare. E fu proprio Julia Pastrana che gli suggerì l'idea. Perché a una Donna Orsa non poteva subentrare una Madre Orsa?

Questa è la storia vera di Julia Pastrana, affetta da ipertricosi e ipertrofia gengivale negli anni in cui di queste malattie non si sapeva nulla. A meno di trent'anni in Russia, durante una delle tante tournée organizzatele dal marito, Julia morì a pochi giorni dal parto di un bambino che visse solo tre giorni.
Lent fece imbalsamare entrambi e continuò per altri venticinque anni a portarli in giro, fino al momento della sua morte. Poi i loro corpi furono esposti qui e là fino agli anni Settanta e quindi semplicemente dimenticati. Si deve a Laura Anderson Barbata, se finalmente Julia Pastrana è potuta tornare nella terra di casa sua.
A lei ha dedicato un libro il cui titolo racconta già molto: The Eye of the Beholder.
Ecco, l'occhio di chi guarda può essere una chiave di interpretazione di questo bel libro illustrato. 


Ma prima di qualsiasi ragionamento in tale direzione, va detto che il fatto che questa sia una storia sostanzialmente vera, molto ben raccontata nei toni da Ivan Cenzi, dà una mano di lucentezza, di vivezza che non può essere ignorata.
Le storie vere ci colpiscono. È così e basta.
Ma qui c'è anche molto altro. 
C'è una lezione sul senso profondo dello sguardo. 
Tra i possibili fattori che concorrono a tenere viva l'attenzione di una persona, catturarne lo sguardo appunto, ce ne sono tre che qui sono molto presenti: il perturbante, l'insolito, l'ambiguo.
Spetta proprio a Milton Glaser, che di attenzione e sguardo ne ha fatto un credo professionale, illustrare come funziona la nostra attenzione.
Il nostro occhio si spegne 'naturalmente' di fronte a tutto ciò che già conosce, e lo fa per puro spirito di sopravvivenza. Al contrario, si accende di fronte a ciò che non conosce (o non riconosce), a ciò che non può essere catalogato nel cervello per mancanza di modello. E lo fa, anche in questo caso, per lo stesso spirito di sopravvivenza. 
Di fronte a ciò che non conosco devo stare più all'erta.
Julia Pastrana incarna proprio quell'insolito che nel suo corpo si esprime come fuori dal canone.
Incarna anche l'ambiguità di assomigliare un po' a una donna e un po' a una scimmia e, naturalmente, per sua natura allo sguardo del pubblico lei diventa spesso perturbante. 


Ecco, perturbante. Le parole che vengono messe in bocca a Beach, uno dei suoi imbonitori, sono illuminanti: "Il mio compito, mi spiegò Beach, era sorprenderli con la dolcezza della voce, la grazia dei passi, l'eleganza del portamento. 'Sii più seducente che puoi, devi farli vergognare!' 'Vergognare di cosa? domandai. Rispose: Di desiderarti'."
Fatti salvi i tre fattori che rendono Julia Pastrana un libro che cattura lo sguardo, ne esistono però anche altri, ancora meno evidenti e più sotterranei che lavorano sul nostro inconscio.
Per esempio, l'ambiguità di rapporto con Theo. Ci sarebbe molto da dire, in proposito.
Oppure, il tema del confine che torna spesso nel testo, come a voler solleticare il ragionamento sulla linea che divide ciò che conosciamo da ciò che è ignoto, ciò che è consueto da ciò che è meraviglioso.
Qual è la linea di confine tra come appariamo e come siamo? Julia è stata capace di essere al di qua e contemporaneamente anche al di là di un confine: Ogni frontiera per essere varcata esige il suo tributo: lasciare indietro una parte di quello che siamo.


Julia però non è solo un corpo. Da qui il continuo andare al di qua e al di là di un confine anche nel suo pensare: da un lato apprezza le attenzioni che il mondo le riserva, ma è anche piena di malinconie, nel suo sentirsi sempre inadatta.
Dunque, per tirar due somme. Un lavoro grande sulla visione, sullo sguardo che ha fatto Marco Palena, fin dai risguardi (che bel bisticcio).
Dalla sua parte ha una grande capacità tecnica, ma ha anche lo sguardo giusto, se diamo retta a Glaser, per non disegnare mai nulla che sia troppo esplicito. Lavora con capacità sui simboli, sulle immagini allusive.



Salvo un paio di eccezioni, applica sempre un filtro, una sorta di velo scuro, che permette allo sguardo di intravedere, di immaginare.
Julia è accoccolata, intravista da uno spiraglio, di schiena, riflessa davanti a un vetro, sotto un velo scuro. Ne vediamo spesso esclusivamente le mani. E forse non è casuale che solo quando anche le parole diventano crudeli nel raccontare gli sguardi che diventano violenti e 'violanti' sul suo corpo e su quello del figlio imbalsamati, solo lì Palena ci consegna senza pietà una Julia ormai solo zimbello.
Bel libro, ma questo è già stato detto.

Carla




lunedì 4 maggio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


MIRTILLA

Mirtilla è la protagonista del romanzo ‘Consigli e disastri di Mirtilla’, di Julie Murphy, pubblicato pochi mesi fa da Mondadori, anche se sembra passato un secolo. Ci racconta in prima persona le sue vicissitudini: i suoi genitori si stanno separando, suo padre si è dichiarato ufficialmente gay, la sua migliore amica Kiera non la degna di uno sguardo e lei è una tredicenne decisamente oversize.
Un bell’insieme di problemi, che vanno dall’accettazione di sé al superamento dei cambiamenti inevitabili negli equilibri familiari, alla gestione delle dinamiche affettive fra adolescenti, dove spesso è difficile vedere le cose con gli occhi degli altri.
L’autrice non è nuova a trattare questi argomenti ed è brava a mantenere, per tutto il romanzo, un tocco leggero, ironico. La protagonista è raccontata con partecipazione: in fondo è solo una ragazzina che non vuole abbandonare il mondo dell’infanzia, il nido familiare accogliente, le grandi amicizie, assolute come solo a quell’età possono essere. L’età che vive è un’età di passaggio anche crudele, in cui i coetanei etichettano, giudicano, escludono senza aver ancora maturato uno sguardo più empatico sulle cose del mondo.
A favorire questa maturazione in Mirtilla è un caso fortunato: la sua vicina di casa, una scrittrice che cura una sorta di posta del cuore su un giornale locale, deve partire con urgenza e le lascia come incombenza la cura del suo giardino e il recapito della corrispondenza al giornale.
La curiosità è più forte di qualsiasi prudenza e così Mirtilla apre qualcuna di quelle lettere, compresa quella scritta dall’amica Kiera; ma questo non le basta, decide di rispondere lei al posto di Flora Mae, scoprendo che questa è un’attività che le si addice.
Ovviamente tutto questo non può che innestare equivoci, bugie, malintesi, che se da un lato la riavvicinano all’amica, dall’altro la allontanano dal suo nuovo amico del cuore, Oscar, che ovviamente ne trae le debite conseguenze.
L’accettazione dei cambiamenti non è facile, ma è quello che dovrà fare la nostra ragazzina, se non vuole perdere l’affetto di Oscar e la serenità, per quello che è possibile, del nuovo regime familiare.
Questa la trama che ripercorre tracciati non nuovi, nel raccontare le ‘nuove’ famiglie, le difficoltà degli adolescenti a trovare un posto in un mondo pieno di imprevisti. La leggerezza è una scelta stilistica convincente, mentre non lo è nello stesso modo la necessità, alla fine, di ricomporre tutto: è difficile tenere insieme gli affetti, proprio perché cambiano e cambiano le persone coinvolte; non tutto si ricompone e crescere è anche far fronte alle separazioni e agli addii di una parte dell’infanzia. Così come non è semplice essere una ragazzina sovrappeso, o avere un padre gay.
C’è, quindi, un difetto di eccessivo ‘ottimismo della volontà’, dichiarare semplicemente ‘andrà tutto bene’.
Per fare andare bene le cose servono scelte, sacrifici, dolori piccoli e grandi. E ne sappiamo qualcosa.
‘Consigli e disastri di Mirtilla’ è comunque un romanzo piacevole, che può ben attrarre lettrici e lettori anche non troppo esperti a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Consigli e disastri di Mirtilla”, J. Murphy, Mondadori 2020


venerdì 1 maggio 2020

ECCEZION FATTA!

PRIMO MAGGIO 

Festa dei lavoratori

Shaun Tan L'approdo


blog giustamente in pausa

mercoledì 29 aprile 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PROFUMO DEL GI-NE-PRO

Il riccio nella nebbia, Sergeij Kozlov, Jurij Norstein, 
illustrazioni di Francesca Yarbusova, (trad. Livia Signorini)
Adelphi 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Ogni sera Riccio andava a casa di Orso a contare le stelle. Accovacciati su un tronco i due sorseggiavano il tè e guardavano il cielo stellato, sospeso sopra il tetto proprio dietro al comignolo. Le stelle a destra del comignolo appartenevano a Orso. Quelle a sinistra erano di Riccio."


Con il suo fagottino che contiene un barattolo di marmellata di lamponi Riccio si mette per strada, attraversa la pineta e non smette di guardare il cielo stellato, anche nel riflesso della pozzanghera. Un gufo lo segue e lo imita, anche quando, passando, Riccio manda il suo saluto al fondo del pozzo.
All'improvviso la nebbia. 


Un cavallo bianco ha le sue zampe immerse in quella lattigine impalpabile. Riccio la attraversa, gioca con le falene, con una foglia secca che nasconde una lumaca sotto di sé. Schiva un volo di pipistrelli, ma ormai la nebbia lo avvolge sempre di più, facendogli sparire ogni cosa davanti.
Con l'aiuto di un bastoncino arriva a rifugiarsi nella cavità di un grande albero, ma poi scappa perché la nebbia gli turbina intorno e gli sembra di essere inseguito da pipistrelli, lumache elefanti e dal gufo. Anche il fagotto sembra introvabile, fino a che un cane, arrivato dal nulla, non glielo posa sulle zampine. Perso ogni orientamento finisce nel fiume e dalla corrente si fa trasportare, ma quando le forze lo stanno abbandonando, Qualcuno lo trasporta al sicuro sulla riva. Sfinito Riccio si siede su un tronco, finché Orso, che lo aveva invocato nella disperazione, non lo raggiunge trafelato. Ha preparato ogni cosa e, finalmente di nuovo insieme, sulle sedie di vimini, prenderanno il tè e conteranno ancora una volta le stelle.
Solo un pensiero di Riccio scappa verso il Cavallo nella nebbia, se la caverà?

Tra i criteri di scelta di un libro c'è quello che si fonda sulla fiducia nei progetti editoriali. Il progetto editoriale di Adelphi non è affare da raccontare qui. Forse però vale la pena mettere in chiaro e per iscritto che la fiducia la merita. Tutta e sempre.
Rari e preziosi sono i libri che Adelphi pubblica nella collana I cavoli a merenda, una collana dedicata ai lettori più giovani, di cui però solo di rado i grandi flussi di comunicazione si occupano. Forse non è un caso, perché i libri in collana sono oggetti molto raffinati, che hanno spesso radici che affondano nel passato, in odore di classici. Purosangue i suoi autori: da Sendak a Sis, da Cneut a Gorey, da Richler a Sto, dai coniugi Dugin alla coppia Norstein-Yarbusova.
Questo è per dire che un libro del genere non va lasciato giù. 
A prescindere, non può tradirti.
Chi siano questi due artisti russi, entrambi provenienti dal mondo della cinematografia, Jurij Norstein (qui nella scrittura supportato da Kozlov) è considerato il miglior autore russo di animazione e la Yarbusova è la sua scenografa di sempre. La storia di questo personaggio particolarissimo, un artista visionario con una inguaribile nostalgia per un'Unione sovietica che non esiste più, che da trentanove anni lavora all'animazione de Il cappotto di Gogol, la si può apprendere ancora una volta grazie ad Adelphi, nel libro che racconta la sua storia (Verrà il lupetto grigio, di Brian Phillis). Delle qualità della Yarbusova parlano le illustrazioni. Una su tutte, il cavallo nella nebbia. La storia di questo piccolo riccio che ha abitudini tenere e che attraversa la natura con un intreccio di timore e di meraviglia e che non può e non vuole dimenticare ciò che ha incontrato sulla sua strada, sembra essere, ironia della sorte, una sorta di alter ego di Norstein. 


Dimostrano entrambi, a vedere le loro storie, di avere la medesima sensibilità e purezza d'animo, la medesima poesia espressiva, il medesimo stupore negli occhi.
Il riccio e la nebbia nasce, ovviamente, come breve animazione nel 1975. La Petruševskaja, con la quale all'epoca stava progettando la scrittura di un altro film di animazione, gli disse camminando in un parco che il progetto era in un vicolo cieco, perché mai e poi mai avrebbe potuto fare qualcosa di più bello del Riccio nella nebbia

 
Le cose andarono diversamente, forse anche per merito della scrittura di Ljudmila: con Il Racconto dei Racconti del 1979 vincerà importanti riconoscimenti anche internazionali e tutti lo considereranno la sua summa poetica e il più bel film di animazione di sempre.
La cosa che lascia stupiti i lettori del libro, all'epoca lasciò senza parole sia i bambini che gli animatori che si chiesero come fosse possibile renderla così viva.
Nel libro tutto questo si attenua, ma quella nebbia è davvero una magia, nel suo nascondere e svelare. 

In questa rarefatta, quanto (o)scura atmosfera ci sono alcuni punti fermi e luminosi: l'amicizia tra Riccio e Orso, che è ad evidenza una sicurezza per entrambi; l'esplorazione della natura che ha una sua voce molto precisa ed è protagonista e non solo sfondo. A tal proposito, Norstein afferma che nessuno meglio della Yarbusova dimostra di avere sensibilità più adatta per raccontare la natura. Questa attraversata di bosco, ovviamente, assume carattere onirico e diventa esercizio spirituale nei confronti delle proprie inquietudini.
Dunque, dopo amicizia, esplorazione nella natura ed esplorazione nel proprio intimo, si aggiunge l'altra grande questione che il libro pone: il mistero che fino in fondo non si svela. Da un parte, le visioni di Riccio, che ricordano per costruzione del Il sonno della ragione di Goya e dall'altra, l'arrivo di Qualcuno, il traghettatore gentile; ecco la gentilezza, per esempio in quel paziente ripetere gi-ne-pro, è l'altro elemento che tiene insieme questa storia.



È quella stessa gentilezza e premura per l'altro che ricorda gli animali del bosco di Tellegen o quelli della Perret o ancora Luigi di Katharina Valckx. Ultimo elemento, trattandosi di una trasposizione su carta di quello che Miyazaki considera uno dei film d'animazione suoi preferiti, è la meraviglia.
La meraviglia di perdersi e di ritrovarsi, la meraviglia di saper guardare con occhi sempre nuovi: il volo delle falene, la lucciola sul filo d'erba, la poltroncina di vimini e quel magnifico cavallo.


Sì, è meraviglia.

Carla

lunedì 27 aprile 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


TRALAL’ART


Questo è il titolo della nuova collana dell’editore francese Nathan, con la firma della giovane illustratrice Sandrine Andrews; è un progetto sicuramente originale che l’editore italiano Gallucci ha tradotto nel più anonimo Scorri l’Arte.


L’originalità sta nel aver applicato un format di grande successo di questo stesso editore francese, in italiano sempre tradotto da Gallucci con il nome di collana ‘Scorri e gioca’: una cartotecnica efficace, che fa funzionare le animazioni anche nelle mani dei più piccoli, al servizio di illustrazioni molto chiare, dai colori vivaci e che raccontano oggetti della vita quotidiana, gli animali, le stagioni e così discorrendo. Se guardiamo ai titoli della nuova collana, ‘I colori’ e ‘Le forme’ viene da pensare alla solita , ma proprio solita, rassegna di cerchi e quadrati per spingersi, per i più audaci, fino ai rombi.
Invece la trovata geniale sta nel piegare riproduzioni di opere d’arte di artisti moderni all’illustrazione, appunto, di forme e colori.


Si tratta di cinque immagini per libro affiancate da un testo di poche righe, quasi lo spunto di una storia possibile, in cui, per esempio, sulla spiaggia bianca compare una casa rossa. Le opere sono riprodotte per intero o per dettagli, quando una foresta esotica diventa un aranceto.
Se nel libro dedicato ai colori le immagini si prestano bene a magici cambiamenti, in fondo è proprio questo il segreto di questo tipo di animazioni, con le forme è sempre e solo il colore a cambiare, necessariamente, salvo stravolgere il quadro originale. C’è dunque solo il fatto di nominare cerchi, quadrati e triangoli nel momento in cui l’animazione li modifica.


Gli artisti coinvolti nella missione di portare il bello ad altezza di occhi di piccini e piccine sono tanti: Mondrian, van Doesburg, Delaunay, Trauber-Arp, Kandinskij, Klee, Malevic, Vallotton e Rousseau, tutti adattissimi a colpire prima di tutto i sensi dei bimbi.
Il meccanismo di questi libri si basa su punti fermi semplicissimi: la vivacità del colore e lo stupore dovuto al mutamento, un mutamento che il bambino può controllare. Ma non c’è solo questo; c’è anche la bellezza, l’armonia di forme e colori, lo stimolo visivo di forme inconsuete, l’accordo fra colori ora in sfumatura, ora contrastanti; c’è insomma un’educazione alla visione estetica, al bello, che non è mai precoce. Non è certo importante cogliere l’originalità di opere di questa grandezza; è esattamente il contrario, si tratta di rendere queste opere, al di là del loro significato e del loro valore, strumento di un’educazione inconsapevole e indiretta, che speriamo entri nel quotidiano dei bambini. Che i libri per i più piccoli siano fatti, pur nella loro essenzialità, bene, ben concepiti, ben costruiti, facili da utilizzare e belli è una cosa importante, che rende più piacevole l’esperienza del maneggiare l’oggetto libro, che, a sua volta, per il suo contenuto è fonte di stimolo e di crescita.


In questo caso, bella l’idea, che speriamo continui a dare frutti, e funzionale la realizzazione per un uso divertente adatto a bambine e bambini dai due anni in poi.

Eleonora

“I colori”, S. Andrews, Gallucci 2020
“Le forme”, S. Andrews, Gallucci 2020

domenica 26 aprile 2020


BISCOTTI E CANI DA COMPAGNIA

Niente di complicato, un frollino di provenienza francese.
La galette di Nantes, con ricetta sbagliata, ma corretta dall'esperienza, presa da un piccolo quanto prezioso e impreciso libretto di soli biscotti.
Ha aiutato me e la PP a tenerci occupate, in compagnia, nelle serate di noia, farli e poi mangiarli...




Ingredienti
50 gr di burro
75 gr di zucchero
1/4 di cucchiaino di sale
125 di farina
2 rossi d'uovo
25 gr di mandorle tritate finissime

Accendete il forno a 170°.
In una ciotola mettete il burro morbido e tagliato a tocchetti e lavoratelo con lo zucchero fino a ottenere una crema spalmabile, aggiungete il rosso d'uovo e quindi la farina un po' alla volta e otterrete un composto simile alla frolla.


Prendete un foglio di carta da forno, infilzateci due stecchi da spiedo come regoli per ottenere un'altezza uniforme dei biscotti e, poco per volta, stendete l'impasto con un matterello infarinato (o con un altro foglio di carta da forno). Con un coppa pasta o una tazzina, o un bicchiere, tagliate dei tondi che metterete a distanza sulla leccarda del forno, foderata. A questo punto con i rebbi della forchetta fate delle piccole incisioni sui biscotti, pennellateli con del rosso d'uovo e mettete sopra un po' di granella sottile di mandorle.
Infornate per una decina di minuti, finché non imbiondano.
Fateli freddare quel tanto che vi permetta di sentirne il sapore.

Carla


Noterella al margine. 
La PP è una brava cana, di intelligenza media, (quasi) perfetta (presque parfait, così la definì un bambino in Provenza, accarezzandola, e da qui il suo nome di casa: PP) prudente, pigra, prevedibile e un tantino puzzolente (le P sono parecchie). 
Alcuni suoi gesti, sebbene matematicamente ricorrenti, però, continuano a riempirmi di stupore ogni volta che li vedo. Uno su tutti: la zampa che tiene fermo un qualsiasi cartoccio per terra che vada leccato con cura.




venerdì 24 aprile 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INFANZIA IMBROGLIONA

Il regalo, Emma Adbåge, (trad. Samanta K. Milton Knowles)
Beisler 2020



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"'Ho un’idea!' dico. 'Regaliamo il castello verde a Frej.
 E io mi tengo quello rosso'. Ma la mamma non è d’accordo.'Non si può, hai scelto tu il castello rosso per Frej.' 'Sì, ma quello era prima, quando il castello verde mi piaceva ancora!"


È il compleanno del piccolo Frej. Bisogna prepararsi per andare alla festa. Le attività fervono: pulizia corporea accurata, asciugatura dei capelli e lieve messa in piega per farli stare in ordine. Vestito simil elegante, con papillon che sancisca il fatto che non si è indossato la prima cosa presa a caso nell'armadio. Anche sua madre si sta facendo bella e sta pensando anche a scrivere un bel biglietto di auguri con il pennarello dorato. Ultima cosa da fare prima di uscire è impacchettare il regalo: un castello rosso. Ugualissimo al suo che però è verde. Accidenti, è verde. E qui arriva l'idea: io mi tengo quello rosso che mi piace di più ora e a Frej regalo il mio verde. Tale disinvoltura non è degli adulti che del 'cambiare idea' ne fanno una malattia. 



Non vale stringersi il pacchetto al cuore e macerarsi nel rammarico. Bisogna andare.
Alla festa tutto procede come alle feste e in ultimo arriva anche lo spacchettamento dei regali. Frej fa a brandelli la carta e spera tanto che nella scatola ci sia un castello...verde. Non rosso!

E finalmente arriva anche il secondo libro di Emma  Adbåge.
Dopo aver gioito per La buca (Camelozampa 2020), sfogliando Il regalo si riconfermano i pensieri già fatti sulla poetica così originale di questa giovane autrice svedese.
Si riconferma la grande capacità che la  Adbåge dimostra nel raccontare come funziona il pensiero nella mente dei quattrenni.
Senza ritocchi da 'adulta',  racconta i bambini per quello che sono spesso, ovvero imperfetti. Opportunisti, in questo caso.
La prima cosa che salta all'occhio è il racconto di una infanzia, letto attraverso la relazione reciproca tra questo bambinetto (o bambinetta) e sua madre, di fatto quasi l'unica adulta della storia, a parte quelli che fanno, come sempre nelle sue storie,  da 'tappezzeria' alla festa di compleanno di Frej, presumibilmente i genitori di quest'ultimo.
Lei, la madre, ovviamente, non molla sul punto fermo che il regalo è un castello rosso e non si può mettere in atto lo scambio.
E altrettanto caparbio appare il/la quattrenne che ha già in testa un piano preciso per raggirare l'adulto, al momento opportuno. In questo non patisce affatto l'autorità che la madre esercita, ne riconosce l'ineludibilità, ovviamente, ma si organizza opportunamente e in totale autonomia per arrivare al proprio scopo: avere un bel castello rosso, al posto di quello verde, ormai out of date. 

Ecco, la separatezza dei mondi, quello dei piccoli e quello dei grandi: alla festa il crocchio degli adulti che chiacchierano, ignorando i bambini, e i bambini che ignorano i grandi, bevendo, "decorati" a festa, i loro sciroppi al lampone e mangiando la torta, non prima di aver cantato tantiaguriate. Adulti che ignorano i capricci, adulti che cadono nei trabocchetti...


Seconda cosa degna di nota è la capacità di raccontare il quotidiano per quello che è. Senza veli. Ancora una volta a partire dal mondo dei bambini che si annoiano stravaccati in mille posizioni differenti, sulla poltrona di casa, in attesa che gli adulti siano pronti (come si differenzia la percezione del tempo tra piccoli e grandi...); che guardano con ammirazione e invidia un adulto che scrive, che si sbrodolano a una festa, che si siedono sulle ginocchia con le gambe a rana, che lasciano le scarpe in giro.



Ecco, in questo quotidiano c'è raccontata tanta intimità: sederi che spuntano dalle porte, gente in mutande che gira, vai e vieni di scarpe messe e tolte e lasciate qui e là.  La scena in cucina, con un altro sederone in bella vista, insieme a una lavastoviglie piena di piatti sporchi è di nuovo uno scorcio di vita, che colpisce per la sua lucida autenticità. 




Il coraggio sta nel disegnare tutto un po' storto, ma maledettamente vero, senza mai cedere alla lusinga di una immagine anche solo impercettibilmente oleografica, manierata o stereotipata.
Per la
Adbåge chi è sovrappeso lo sia serenamente, chi è calvo lo sia altrettanto. Chi è un po' sciatto a fine festa, non si preoccupi di nasconderlo.
I bambini stessi sono come sono: capricciosi, furbi, viziati, e fortunatamente sempre piuttosto indipendenti e determinati a sopravvivere.
Il regalo, rispetto alla Buca, grazie alla circostanza di essere sempre in interni, mette sotto una luce forte anche uno degli altri temi cari alla Adbåge, ovvero l'accumulo di oggetti e minuscoli dettagli che con cura, sempre un po' sbilenca, mette sul foglio, a riempirlo. Dalle panoramiche sui buffet ai pavimenti sempre un po' ingombri, ai piani cottura che funzionano a pieno regime.
Su tutto però trionfa la questione centrale, la prima cosa che colpisce nei suoi libri: un ottimo racconto di infanzia. Di una sana infanzia che si garantisce il diritto di pensarla diversamente da un attimo all'altro, di una sana infanzia che vuole essere onnipotente e soprattutto che sa essere imbrogliona, per puro spirito di attaccamento alla vita.

Come darle torto?

Carla

mercoledì 22 aprile 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

JESSICA


Nuovissimo non è, ma è passato nei banchi delle librerie un po’ in sordina, soverchiato dalle innumerevoli strenne che nel finale d’anno invadono le librerie.
Si tratta dell’ultimo romanzo di John Boyne, ‘Mio fratello si chiama Jessica”, pubblicato da Rizzoli. Il titolo dichiara direttamente il tema, fra i più spinosi da proporre ai ragazzi.
Il protagonista è Sam, un ragazzino di tredici anni, dislessico, che si pone come principale obbiettivo della sua vita scolastica il diventare invisibile, non attirare su di sé l’attenzione di qualche bullo di turno. E’ l’esatto opposto del fratello Jason, popolare, circondato da amici e da ragazze, campione di calcio. E’ il suo fratellone, quello che lo aiuta a leggere e gli infonde sicurezza.
Solo che arriva un giorno fatidico in cui Jason fa outing, dichiara di fronte alla famiglia allibita che Jason non esiste più, c’è Jessica. Questa rivelazione stravolge le vite di tutti: i genitori, più che distratti, si rifiutano di prendere in considerazione la possibilità di avere un figlio transgender.
Qui bisogna aprire una parentesi: uno degli aspetti più gustosi di questo romanzo, scritto con grande leggerezza e ironia, è proprio il ritratto dei genitori, coppia di politici in carriera, che per ogni gesto soppesano quanto potrà favorirne l’ascesa o meno. La madre è una sorta di novella Thatcher, mentre il padre ne è il segretario particolare e tutto nella loro vita, in un paese alle soglie della Brexit, è volto verso l’obbiettivo supremo, varcare la soglia del 10 di Downing Street.
L’ironia feroce verso la coppia di genitori li rende figure a tratti grottesche, mentre lo sconvolgimento del piccolo Sam, protagonista del romanzo e voce narrante, viene trattato con delicatezza. La sua vita viene sovvertita, la sua invisibilità sociale perduta per sempre, l’appoggio del fratello diviene ormai labile. Se Jason/Jessica vive tormentata il suo lento e incerto processo di cambiamento, Sam diventa lo zimbello della classe, è incapace di comprendere le motivazioni del fratello e si fa prendere dalla rabbia, tanto da tagliargli nottetempo la coda di cavallo dei suoi lunghi capelli biondi, senza mai ammettere di averlo fatto.
Un rifiuto in piena regola che non è l’espressione del perbenismo dei genitori, ma del panico causato dalla perdita del suo unico punto di riferimento.
Jason/Jessica se ne va di casa, grazie a una provvidenziale zia hippy, Sam è diviso fra la nostalgia e la rabbia per il presunto tradimento. C’è un percorso da fare e tutta la famiglia, nonostante tutte le resistenze, alla fine lo compirà. Con più affetto e meno certezze.
Come si comprende questo romanzo, non privo di difetti, ha comunque il coraggio di raccontare i problemi di chi nasce in un corpo che non gli corrisponde; ed è una scelta intelligente quella di raccontare questo travaglio dal punto di vista di chi è coinvolto affettivamente e non comprende quella sorta di tradimento che gli viene imposto.
Efficace la descrizione delle ambiguità, dell’incertezza, del travaglio che la scelta del cambio di genere comporta; funziona meno la resa dell’ambiente familiare, in cui è troppo evidente la sottolineatura sarcastica, che ha come obbiettivo una classe politica non molto apprezzata, a discapito di una maggiore credibilità umana.
La difficoltà della famiglia ad accogliere la diversità è un tema caro a Boyne, come per esempio in ‘Che cosa è successo a Barnaby Brocket?’, dove l’assurdo è un modo per rappresentare la distanza degli affetti dalla realtà delle persone, dalla loro singolarità.
Per ovvi motivi, non è un libro che si acquista d’impulso e schiere di mamme e di nonne lo hanno evitato con cura in occasione dei regali di Natale; è un peccato però, è un romanzo che, nonostante certe sue imperfezioni, merita di essere letto per il coraggio di affrontare un tema difficile e per la levità con cui riesce a descriverlo.
Lettura matura per ragazze e ragazzi a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Mio fratello si chiama Jessica”, J. Boyne, Rizzoli 2019