mercoledì 11 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I LIBRI NECESSARI

Luigi. Il giorno in cui ho regalato una pianta a uno sconosciuto,
Catharina Valckx, Nicholas Hubesch (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Un bel mattino, insomma non proprio bello, anzi un mattino proprio brutto, stavo passeggiando con il mio amico Miki, il vecchio pony. A un certo punto, sotto un lampione ho trovato una pianta. Qualcuno l'aveva buttata. Qualcuno che non l'amava più, penso.
Allora ho avuto una bella idea."

La bella idea consiste nel regalarla a uno sconosciuto, così, solo per fargli piacere.


Sull'autobus preso al volo, i due amici individuano il destinatario del regalo: un castoro? una nutria? Di certo una creatura che di un regalo, di un gesto gentile, ha estremo bisogno. Per sdebitarsi, lo sconosciuto Kovopatuciok che di piante se ne intende e che forse di mestiere è mago, fa comparire sull'autobus una lucertolina dagli occhi brillanti, Ming, che per tutto il giorno esaudirà i desideri di Luigi e Miki.
I regali di Kovopatuciok però non sono finiti: portato in mano sotto un fazzolettino da naso, una vecchina porta un laghetto portatile che Ming rende navigabile.


Sebbene il finale di questa storia sia di nuovo sotto un acquazzone, tuttavia essa dimostra due fatti importanti: che a essere gentili ci si guadagna sempre e che chi è gentile, lo è per sempre.
Infatti Luigi non smette di regalare piante agli sconosciuti: ora è la volta di dare una begonia a un coniglio che, incurante, la divora in un amen.
Il traffico di piante non sembra concludersi perché sulla strada di Luigi si ritrovano ancora una volta Kovopatuciok, Ming e l'alocasia. Anche il coniglio e la begonia si riaffacciano nei suoi sogni e in ultimo fanno la loro apparizione un ladro di piante e l'uccellino Titi, quello che parla strano, cui certamente un'alocasia gigante farà piacere...

Ci sono libri necessari: l'ho già detto in occasione della prima uscita pubblica del gatto Luigi, due anni fa. E adesso che esce il secondo libro c'è da chiedersi: come abbiamo fatto a vivere senza per così tanto tempo?
Tutto quello che avevo pensato due anni fa, leggendo il primo libro di Catharina Valckx come autrice di testi e Nicholas Hubesch come suo illustratore d'elezione, lo riconfermo qui: non manca nulla.C'è una grande libertà di pensiero nel raccontare storie; c'è il garbo e la gentilezza che permea ogni gesto e, più in generale, il tono narrativo, c'è il gusto per il racconto dell'assurdo che si palesa come un guizzo in un contesto a dir poco quotidiano. E, a proposito di tono, c'è di nuovo quel preciso registro narrativo, ottenuto in una trascrizione felice ed equilibrata di un parlato che diventa testo. C'è la città ancora una volta protagonista non dichiarata, come sempre magnificamente raccontata da Hubesch, c'è tanto verde sotto forma di rigogliose piante. 


C'è nuovamente quel modus vivendi raro, che tanto mi aveva colpito la prima volta, fatto di piccole cortesie, attenzioni e premure verso l'altro. C'è tutto questo e c'è anche una sorta di precisione programmatica nel chiamare le cose con il proprio nome: dall'alocasia alla nutria, passando per il toporagno di una certa età.


Sono reduce da un seminario su l'opera di Claude Ponti, dove il nome della Valckx è stato fatto in più occasioni e dove i suoi libri galleggiavano su pulcini e zefirotti.
La Valckx non ha la stessa volontà di creare mondi immaginari come fa Ponti, ma ha al suo attivo uno stile altrettanto felice e altrettanto caratterizzato.
Nella serie di Luigi, di fatto, il mondo che contiene le sue storie è lì, sotto gli occhi di tutti, nella sua quotidianità: una cittadina abitata da animali che fanno una vita molto simile alla nostra; è un mondo consueto che si riconosce negli autobus, nei palazzi, nei negozi, nelle routine quotidiane.


E in questo bagno di normalità, mi pare di cogliere un legame con certa tradizione francese (Boujon) con cui la Valckx condivide il gusto per una comicità sottile, per un raffinato ricorso all'assurdo e per un garbo diffuso.
Peraltro lei stessa sembra aver fatto scuola con le generazioni a venire, da Vaugelade a Escoffier, per esempio, che da lei ereditano il tono garbato che dal non sense, senza parere, loro fanno sconfinare nella affilata ironia.
Mai e poi mai, in tutti i suoi libri (anche in quelli in cui è lei stessa a tenere le matite in mano) si potrà trovare un tono eccessivo, sopra le righe. 


Sottovoce, con la sua dichiarata timidezza che sconfina nella grazia, la Valckx è in grado di raccontare (per pagine e pagine) anche cose deflagranti. Nelle sue costruzioni narrative si ritrova, guardando controluce, la migliore tradizione nordeuropea - dai Mumin di Tove Jansson a la piccola Tigre e il piccolo Orso di Janosch e i tanto amati Rana e Rospo di Lobel. Insomma quella letteratura per l'infanzia che non aveva paura di raccontare storie lunghe e articolate, che non aveva temi politicamente corretti da dimostrare, che aveva come obiettivo quello di portare ai propri lettori il godimento di un racconto ben scritto, coerente, magari anche teneramente comico, sempre abitato da piccoli o grandi animali molto affini per indole alle bestioline che noi ci ostiniamo a chiamare bambini.

Carla

Noterella al margine: che bellezza il nastro segnalibro, che bellezza!

lunedì 9 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


THE STONE


La più recente prova di Guido Sgardoli, The Stone. La settima pietra, è un tuffo nel genere fantasy, con non pochi accenni horror. Mi viene da dire: finalmente. Finalmente un romanzo 'di genere' che introduce i giovani lettori e lettrici dentro i canoni più classici della letteratura fantasy e lo fa con ambientazione, linguaggio, cardini narrativi studiati con cura e incastonati a rendere l'affresco di una comunità, gli abitanti di un'isoletta irlandese, come se fosse presente e nota a tutti i lettori.
La trama, che si sviluppa in tre parti, ha un protagonista assoluto, il giovane Liam, affiancato dal suo gruppo di amici. E' lui a trovare un frammento misterioso nei pressi di un faro in cui si è, forse, suicidato l'amico farista. Da qui iniziano, in parallelo, le indagini di Liam e compagni e, nello stesso tempo, una serie di eventi tragici e misteriosi. In realtà tutto è iniziato qualche mese prima, con la morte, forse, accidentale della mamma di Liam, ma questo il ragazzo lo scoprirà nel corso delle indagini.
Tutto ruota intorno a dei frammenti di pietra che paiono appartenere a un gruppo di megaliti disposti in cerchio, le Sei Sorelle, posti in un isolotto collegato da una sottile striscia di terra. Liam e compagni vengono a conoscenza di una leggenda che parla di una maledizione lanciata da un druido, che si riverbera attraverso i secoli, incarnandosi via via in persone diverse, votate a perseguitare l'ignara popolazione dell'isola di Levermoir.
Ma se emerge la potenza del Male, non può che esistere anche il contraltare, qualcuno che si erge a difesa della comunità.
Non entro ulteriormente nello svolgimento della trama, densa di colpi di scena, così come sono molti e ben caratterizzati i personaggi che affollano queste pagine, rivestendo di volta in volta il ruolo della vittima e del carnefice. Infatti, il potere della Settima Pietra sta proprio nel governare i destini degli uomini, portandoli ad azioni che mai avrebbero compiuto. Questo è uno degli aspetti salienti di questo romanzo: la presenza inquietante e subdola di questa entità malvagia che ha il potere di trasformare le persone, di spingerle ad azioni abiette; si può ovviamente discutere su questa immagine del Male, che diventa persona e seduce gli esseri umani. E' un'immagine ovviamente assoluta, priva di sfumature, di contraddizioni; ma, d'altra parte, questo è uno dei cardini della narrativa fantasy, l'eterna lotta fra il Bene e il Male, risolta a fil di spada e di eroiche imprese. E anche di questo le ragazze e i ragazzi hanno bisogno, nutrendosi di gloriose avventure e di grandi certezze.
Personalmente ho apprezzato, di questo romanzo, la cura notevole con cui l'autore ha voluto dare concretezza al mondo di Levermoir, l'attenzione alle tradizioni celtiche e, più di tutto, nella prima parte, la descrizione dei primi indizi, dei primi dubbi, con i personaggi che progressivamente acquistano spessore. La descrizione di quella situazione in cui in realtà il bene e il male ancora si confondono e traggono in inganno: la normalità che ospita le inquietanti presenze, atmosfera cara a quello Stephen King che l'autore esplicitamente richiama.
E' un romanzo impegnativo, ma avvincente, con colpi di scena e continui cambi di prospettiva, con un ritmo che riesce a mantenersi per tutte le 500 e passa pagine. Ma è anche una storia di amicizia e di coraggio, di legami forti di affetto e solidarietà. Forse qualche ingenuità nell'individuazione dei personaggi positivi e negativi, forse qualche disgrazia di troppo, ma nel complesso consiglio caldamente The Stone a tutte le ragazze e i ragazzi, dai tredici anni in poi, che vogliano immergersi nelle atmosfere del romanzo fantasy.

Eleonora

“The Stone. La settima Pietra”, G. Sgardoli, Piemme 2017


venerdì 6 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri pr incantare)


DUE METRI NON BASTANO...

Fino al cielo, Tom Schamp
Beisler 2017


ILLUSTRATI

In quella città le case hanno tutte grossomodo la stessa altezza, sono tutte molto colorate, hanno i tetti decisamente spioventi per essere abitati e per far scivolare neve e pioggia. Siamo nel nord dell'Europa. Forse.
Ma in quella città, tra quelle case, ne è stata costruita una molto più alta, molto più grande, molto più scura: sei piani più mansarda e negozio di cappelli al piano terra. Tutti la guardano esterrefatti, anche una colomba bianca che pare frenare in volo per non sbatterci contro. Con il naso all'insù sono anche cappuccettorosso e leopardo, bambina e bambino in maschera, che hanno il compito di recapitare lettere a tutti gli inquilini del palazzo per spesso riceverne qualcosa in cambio.


Si parte dal piano terra, dal negozio di cappelli, si va al primo dove abita una strana coppia: leone e biondina con scimmietta al seguito.
Più su ci sono sirena e marinaio, e ancora più in alto la coppia di giocatori di scacchi. Al piano superiore un uomo solo che alleva cervi e coltiva alberi in casa che germogliano anche al piano di sopra dove il grande gatto nero satura la stanza. All'ultimo, appena sotto il tetto, una bimbetta legge uno dei suoi mille libri a un bebè.


Ma la vera festa è nella mansarda dove tutti coloro che abbiamo incontrato finora si riuniscono intorno a un tavolo come buoni amici, buenos amigos, cappuccettorosso e leopardo compresi, nell'atto di dar loro un'ottima cena.
in quelle buste consegnate e contrassegnate dal cuore c'era un invito?
Tutti brindano. Solo il gattone è rimasto fuori, ma sbircia dal grande oblò.

Una sorta di Wimmelbuch verticale, costruito in cartone spesso, con il formato di un leporello, Fino al cielo si snoda e arriva a misurare in tutta la sua estensione 200 centimetri. E il grande palazzo si mette in mostra, visto in sezione, piano dopo piano in una sequenza scandita dai solai segnati da ogni cambio di pagina.
A tutt'oggi mi chiedo perché Tom Schamp, artista belga tra Rosseau e Magritte, sia così poco conosciuto e apprezzato in Italia; poco visti i suoi disegni che tuttavia sono inconfondibili per colore e tipo di composizione e piacevolissimi per ogni lettore e lettrice, non fa differenza se grandi o piccoli.
Grande disegnatore pop di mondi complessi e pieni di cose, Tom Schamp ha riempito l'Europa e non solo di cartoline, poster, illustrazioni, calendari (l'ennesimo gioco il Birdday calendar preferibile al tradizionale Birthday calendar), giocattoli, copertine di cd e francobolli per le poste del Belgio.
Intelligenti, ironiche, sempre piene di citazioni, le sue illustrazioni, i suoi manifesti, le sue cartoline sono reticoli che raccontano la complessità del mondo in cui viviamo. Si stendono su un piano ideale e diventano mappe, immediatemente esplorabili da uno sguardo attento.
Ma Tom Schamp non ha disegnato sempre così.
In principio fu Biancaneve nel 1997.
E da noi? Vanno ricordati i pochi libri da lui illustrati che hanno valicato le Alpi: nel 2005 Natale bianco Natale nero (Jacabook) e soprattutto nel 2007 Il sesto giorno (Motta junior), dedicato alla creazione, ovvero a una particolare declinazione della stessa. Avendo la fortuna di possederli entrambi, posso constatare un ritmo ben diverso, anche se la sensibilità per il colore e il tipo di segno è il medesimo. Fortunatamente.
Le tavole di Fino al cielo, che presentano una dominante di colore ogni volta differente, sono brulicanti di particolari, dettagli, oggetti e elementi architettonici 'estranei', spesso rivisitati in una logica surrealista, che si colgono solo dopo una lettura attenta e meticolosa dell'immagine. 


Nemmeno una parola li accompagna eppure loro raccontano e raccontano. Il dialogo con chi legge è - come spesso accade - a due diversi livelli: adulti e bambini. La boutique di cappelli gioca sull'assonanza tra Talking Heads e Talking Hats, che solo un grande che conosce il gruppo musicale apprezza, al piano dove abitano la sirena e il marinaio fa giochi di parole con il nome di Popeye, scomponendolo in Pop Eye. E compare una 'magrittiana' pioggia interna...
Chi è più piccolo potrà invece notare il fatto che a ogni piano il cestino di cappuccettorosso si riempie di piccoli doni che all'ultimo vengono redistribuiti, noterà che le tende sono tenute su da cotton fioc o da spille da balia o ancora da grucce. Vedrà che al posto dei cappelli si indossano tazzine da caffè, noterà orologi diffusi e mal regolati al piano dei giocatori di scacchi. Il naso del gatto che è in realtà coppa da cocktail...


Questo è uno dei grandi meriti che penso di poter riconoscere a questo artista: la capacità di stipare in uno spazio limitato dai margini un immaginario sconfinato.
Due metri non bastano...a contenerlo.

Carla

mercoledì 4 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


BEN FATTO

I libri di Xavier Deneux per la prima infanzia sono noti già da qualche anno e non presentano, quindi, un elemento di particolare novità. Tuttavia, alcuni di questi si segnalano per la felice sintesi di elementi positivi.



Partirei da A poco a poco, uscito in primavera: è un cartonato di formato un po' più grande del solito, anche questo illustrato con la caratteristica formula 'a bassorilievo', ma questa volta con parti mobili e con un piccolo testo. La breve storia racconta di un uccellino che raggiunge un albero pieno di frutti, dove incontra un altro uccellino con cui costruire il nido e allevare i piccoli, che poi spiccheranno il volo. La storia esplicita ciò che si vede nelle immagini, le cui parti mobili servono a dare vivacità alla narrazione, mostrando le trasformazioni che avvengono sull'albero. Il racconto quindi si anima, prende letteralmente vita sotto gli occhi e con la collaborazione del piccolissimo lettore o lettrice. 


Robuste pagine cartonate e parti mobili dello stesso materiale, e di adeguate dimensioni, rendono questo libro una bella proposta per la primissima infanzia, un'idea intelligente realizzata con cura da chi ha evidentemente presenti le esigenze dei lettori più piccoli, che richiedono storie brevi, immagini chiare, maneggevolezza e materiale atto a subire lo strapazzo delle piccole mani.

 
Con la stessa attenzione è stato realizzato Biancaneve: anche qui si tratta di un testo di una collana iniziata tempo fa, dedicata alle fiabe classiche; anche in questo caso la realizzazione denota un volume particolarmente riuscito. Biancaneve è un cartonato di formato piccolo, che, come i precedenti libri della stessa collana, racconta la fiaba nel modo più semplice possibile. Adatto per bambini dai due anni in poi, ha le stesse caratteristiche tecniche degli altri libri di Deneux, con le illustrazioni che alternano parti concave e convesse, in rilievo e incavate. Il tratto distintivo è dato dall'estrema sintesi, dal racconto che utilizza le immagini da toccare mentre si ascolta. A partire dalla riuscitissima copertina, che azzarda un bianco su bianco, il libro si segnala per la semplice eleganza formale, per l'efficacia delle soluzioni illustrative, per la gamma cromatica che accompagna lo svolgimento dell'azione.


In conclusione, questi due libri, dedicati alla prima infanzia, dimostrano come anche il più semplice dei libri può essere realizzato con la cura necessaria per farne uno strumento duttile, piacevole, stimolante per i lettori e le lettrici alle primissime esperienze nel rapporto con l'oggetto libro. Abissale la differenza con i prodotti commerciali, che, con la loro rozzezza, puntano sul facile effetto e sul basso costo per catturare l'attenzione dei genitori. Libri realizzati con cura, dunque, pensati con intelligenza proprio per i piccoli fruitori fanno la differenza nel percorso che porta a prendere confidenza con i libri e il mondo ricchissimo che li accompagna.


Eleonora

“A poco a poco”, X. Deneux, La Margherita 2017
“Biancaneve”, X. Deneux, La Margherita 2017


lunedì 2 ottobre 2017

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


LA MIGLIORE INFANZIA

Triangle, Mac Barnett & Jon Klassen
Candlewick Press 2017


ILLUSTRATI

"This is Triangle.
This is Triangle's house.
This is Triangle in his house.
And this is Triangle's door."


Non credo di dover tradurre. Triangle è un triangolo che vive in una casa, tra molte, a triangolo. Ha un quadro alla parete con un triangolo ritratto, e la porta della sua casa è a triangolo. Un giorno Triangolo esce di casa per andare a fare uno scherzetto 'serpeggiante' a Quadrato. Per raggiungerlo deve fare molta strada, un sentiero pericoloso, che diventa via via misterioso: ai triangoli si succedono strane forme e poi lentamente arrivano i quadrati. 



A destinazione mette in atto il suo piano: sibila fuori dalla porta in modo da spaventare a morte Quadrato che teme sopra ogni cosa proprio i serpenti.
Lo scherzo riesce quasi del tutto se Triangolo non scoppiasse a ridere sul più bello del terzo sibilo. Quadrato non la prende bene e decide di vendicarsi, lo insegue per tutta la strada all'indietro (dove l'ho già visto...) fino ad arrivare alla casa dove però, la geometria non è un'opinione, non riesce a passare, ah ti sei incartato, sogghigna ancora Triangolo, ma il solo tappare quasi del tutto il varco, crea un gran buio nella sua stanza. E lui odia il buio...gli fa paura!
Son pari?


I libri di Mac Barnett e di Jon Klassen non sono mai fatti di poco. Eppure questo sembra una storia così esile...La contrapposizione di Triangolo e Quadrato non è la prima volta che la vediamo e il bosco da attraversare con la successione delle forme non sembra il primo nel mondo delle storie.
Eppure eppure eppure se si va poco sotto questa superficie ci sono un mucchio di cose interessanti da scoprire. E non credo che sia pigrizia mentale dei due autori il ricorso a un immaginario un po' trito, ma piuttosto una dimostrazione che con elementi tutto sommato 'banali' si può raccontare un mondo del tutto inaspettato.
Laddove il nitore delle forme geometriche dei due protagonisti, la chiarezza paratattica della storia, sembrano portare a un esito scontato ecco proprio sul più bello, all'ultimo giro di pagina si rimane nella perplessità assoluta con in mano una sola domanda, la cui risposta è nel vento...


Ma a ben vedere tutto il percorso che il lettore deve fare, dal primo momento che prende il libro in mano fino all'ultimo giro di pagina, è intessuto di piccole preziosità.
In primo luogo il formato: in una storia piena di angoli, che sugli angoli 'impenetrabili' basa l'intero senso della narrazione, abbiamo tra le mani un libro dagli spigoli inesistenti, come se fosse un libriccino da bebè.
In secondo luogo la pulizia assoluta del testo senza sbavature che si permette addirittura un raffinato gioco di parole tra sneaky e sneake (quando arriva in Italia, il traduttore avrà il suo bel pensare...)
In terzo luogo, e questo lo si deve a quel genio di Klassen, il gioco di sguardi tra i due personaggi fin troppo inespressivi sotto il profilo corporeo, ma eloquentissimi con gli occhi. E a proposito di sguardi, vorrei menzionare, tra le preziosità, la copertina, anch'essa da aggiudicare a Klassen, totalmente muta ma molto enigmatica e quindi promettente.
Quarta preziosità: un gusto per le scelte cromatiche del tutto 'controcorrente': neri, bruni, grigi - solo i risguardi di un verdolino chiaro.


Quinta preziosità: quel che sa fare Klassen con il suo segno minimalista lo fa altrettanto efficacemente Barnett con le parole: colpire in profondità e diventare riconoscibile anche dalla luna.
Sesta preziosità, forse la più importante: la capacità del testo di raccontare pensieri e azioni di due piccoletti, così come li penserebbero e agirebbero due piccoletti in carne e ossa. Il finale, che non vorrei qui svelare, porta in sé tutto il candore della migliore infanzia.


Il desiderio di Barnett & Klassen di tener agganciato fino all'ultimo secondo chi legge, presumibilmente un piccoletto o una piccoletta anche questi, è un modo corretto di utilizzare la letteratura, ma soprattutto un bel sistema per tenere accese le menti.


Signore e signori, ancora una volta questi due bravi ragazzi mi sono piaciuti.

Carla

domenica 1 ottobre 2017


LA TORTA DEL NON COMPLEANNO

Succede che qualche giorno fa ho avuto tra le mani un bel libro illustrato sulle grandi città del mondo e alla pagina di Aukland scopro che in quella città si può mangiare una buonissima pavlova.
Cosa ci fa in Nuova Zelanda una torta dal nome russo?
Succede che la storia non sia molto originale: un cuoco l'ha dedicata a questa ballerina sovietica, Anna Pavlova.
Succede che cerco la ricetta e la trovo in un blog parecchio bello con foto strepitose.
Succede che la suddetta torta sia composta per il 90 per cento del mio dolce prediletto: la meringa.
Succede che in due ore ho in casa gli ingredienti.
Succede che la sera stessa la preparo.
Succede anche che da lì a due giorni è il mio compleanno.
Succede però che non sia carino farsi da soli la torta della festa e succede anche che la pavlova è come l'effimera: dura lo spazio di un mattino.
O meglio di una sera.
Succede quindi che la pavlova diventa la mia torta di non compleanno e così succede che la sera prima della festa ce la sbafiamo intera (era per sei/otto persone).
Succede.


Ingredienti
4 albumi di uova grandi
220 g di zucchero semolato extrafine (fondamentale che sia questo e non altro)
16 g di Maizena
10 ml di aceto bianco/aceto di mele (sostituibile con 2 cucchiaini di cremor tartaro)
250 ml di panna fresca
250 g di fragole (o marron glaces)

Accendete il forno a 150°.
Separate i tuorli dagli albumi che saranno a temperatura ambiente (pare sia essenziale).
Montate a neve gli albumi con le fruste al massimo della velocità, appena cominciano a gonfiarsi aggiungete 100 gr di zucchero e ricominciate. Piano piano, a cucchiaiate aggiungete il resto dello zucchero. Dovete ottenere un composto lucido e molto, ma molto solido.
Aggiungete a questo punto l’amido di mais setacciato e l’aceto e incorporateli con un paio di colpi di frusta.
Prendete la leccarda del forno ricopritela con un foglio bagnato di carta forno quindi a cucchiaiate al centro, in un perimetro di circa 18 cm. di diametro che avrete preventivamente segnato a matita, mettete la meringa. Deve venire una sorta di cilindro o montagnola. Non deve toccare da nessun lato. Anche se irregolare nei bordi non fa problema.
Abbassate il forno a 120° e infornatela e fatela cuocere per un'ora e venti.
Quando sarà passato il tempo, spegnete il forno, lasciatela dentro a raffreddare lentamente con un cucchiaio di legno che tiene socchiuso lo sportello del forno.
Da fredda ricopritela con la panna montata e la frutta fresca a dadini o, in autunno, con un trito di marron glaces.
E' la torta ideale per i non compleanni: potete mangiarla 364 giorni all'anno.



Carla

venerdì 29 settembre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA SI PUO' DIRE DEI COLORI
 


Sono molti gli aggettivi che possono descrivere il libro, ora pubblicato da L'Ippocampo, che Cruschiform ha dedicato ai colori: Colorama. Tutti superlativi, naturalmente, tale è l'effetto che provoca lo sfogliare questo strano, ricchissimo repertorio di colori. L'autrice, a capo dello studio grafico, Marie-laure Cruschi, mette insieme un campionario di tonalità, ben 133, affiancando ciascuna con un'immagine che ne spiega la storia, o l'uso, o le curiosità che sono connesse. Tanto che, alla fine, segue un articolato indice per argomenti che consente di percorrere le stesse pagine seguendo un'altra logica, per esempio cercando gli animali, o i tessuti, o i minerali.


E' una vera e propria miniera di curiosità ed aneddoti, di cui posso indicarne alcuni per rendere l'idea della struttura del libro. Laddove si parla del Rosa Pastello, si sottolinea come l'attribuzione del rosa alle bambine sia un fatto relativamente recente, mentre, per esempio nel medioevo, era più indicato l'azzurro. O la differenza fra Beige e Greige, una mescolanza fra grigio e beige; quale oggetto può essere associato ad un colore così indefinibile? La seta dell'omonimo baco. Oppure, che dire della gamma dei neri: dal Nero Kajal al Nero All Blacks, con la loro tradizione, insieme sportiva e tribale. E, se colpisce sicuramente l'accuratezza con cui sono posti in sequenza i colori, quello che più intriga è il connetterli non sono a descrizioni storiche o di costume, ma al proprio personale alfabeto cromatico, quello che appartiene all'esperienza di vita vissuta. Come il Viola associato ad un profumo, l'Acqua di Parma, o il Verde Limonata alla Menta. Tutti/e noi potremmo associare determinate sfumature di colore a stati d'animo, ricordi, esperienze.


E qui veniamo alla questione che spesso si pone di fronte a libri in cui la ricercatezza e il rigore formale spiccano come aspetto prevalente del progetto editoriale: sono libri adatti ai giovani lettori e lettrici? Francamente non credo l'autrice si sia posta la domanda, ma credo nello stesso modo che questo, come altri libri proposti da questo editore, sia alla fine non solo un elegante esercizio di stile cui ispirarsi, nemmeno soltanto un curioso viaggio nel tempo attraverso i colori, ma sia soprattutto una matrice, lo spunto sistematico di un'esplorazione ludica e cognitiva sul piano del bello, quel concetto così sfuggente eppure così empiricamente evidente per uno sguardo 'educato'. Giocare con i bambini ad inventarsi altre proprie associazioni è una delle strade possibili per cercare la bellezza, l'armonia anche dove non c'è, almeno apparentemente. Ed è un gioco, o un esercizio, che può essere portato avanti a qualunque età.
Per comprendere meglio la struttura del libro non c'è che da sfogliare, virtualmente, alcune pagine.

Eleonora

“Colorama”, Cruschiform, L'ippocampo edizioni 2017


mercoledì 27 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CARTOLINE DALLA TERRA

Metropolis, Benoit Tardif (trad. Tommaso Gurreri)
Clichy 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"ROMA popolazione dell'area urbana: 4,3 milioni; lingue più parlate: italiano; paese : Italia.
gelato Colosseo secondo la leggenda, la bocca della verità morde la mano ai bugiardi lambretta Pantheon vigile fontana di Trevi pizza margherita utilitaria caffè basilica di San Pietro papa piazza del Popolo obelisco."


Il giro del mondo in trentadue tappe importanti - le città più significative, talvolta le capitali - che prende l'avvio da Montreal, città dell'autore Benoit Tardif e poi gira per il globo da nord a sud e in senso rotatorio (non si può dire da Est a Ovest perché entrambi i punti cardinali si spostano con il girare lungo la superficie della Terra).
Per poi concludersi a Sud, all'estremo opposto del Canada: la Nuova Zelanda con Auckland.


Per ogni tappa due grandi pagine con alcune costanti: il numero approssimativo degli abitanti dell'area costruita, la lingua parlata e lo stato di appartenenza. Per ogni metropoli, Benoit Tardif costruisce una sorta di collage di cartoline di luoghi, persone e contesti, come pure di attrattive imprescindibili (il gelato a Roma) che hanno l'obiettivo di dare una visione d'insieme che non privilegi nulla rispetto al tutto,che renda equivalenti monumenti importanti e venditori ambulanti. Come farebbe un bambino.
Le cartoline si affiancano secondo nessi inaspettati, come le collegherebbe in bambino: accanto a Rembrandt, Van Gogh e Vermeer al Rijksmuseum c'è una bici-taxi e appena sotto il ritratto di Gullit, una celebrità olandese con il pallone ai piedi, a cui qualcuno sta offrendo, dalla cartolina successiva, un cartoccio di patatine fritte con maionese, salsa di arachidi e cipolle.


Un libro che non può passare inosservato, come nulla di quello che esce dalle mani di Benoit Tardif. In perfetta sintonia con il segno che contraddistingue le sue copertine, i suoi poster anche in Metropolis ritroviamo il medesimo gusto per i colori forti, piatti, serigrafici e per un segno potentemente grafico. Come altrove, anche qui lo spazio a disposizione viene sfruttato fino all'ultimo millimetro libero, creando qualcosa che ricorda l'effetto di una tessitura astratta.


Benoit Tardif, oggi a capo di una interessante operazione editoriale, la casa editrice De ta Mère che ha appena festeggiato i suoi primi undici anni (!), racconta del suo modo di costruire le figure: dopo aver disegnato con cura il contorno nero ricalca le parti con il colore per poi scansionarle e comporle con Photoshop. Molto diversamente che nelle immagini per giornali e pubblicità, sulle copertine dei libri o anche nelle immagini interne lui si mette alla ricerca di un mood comune che rispecchi alla perfezione il tono del libro, senza mai tradirlo. Tuttavia, ammette lui stesso, non tutti i libri sono adatti a questo stile. Temi ricorrenti, e anche in Metropolis, sono il cibo e certi personaggi disegnati in modo infantile che però hanno un quid di immediatamente chiaro e comunicativo. Tutto appare leggibile, anche in quasi totale assenza di parole.


Lo spazio che invece si concede in qualità di autore e che mi solletica indagare è dato punte di ironia qua e là e soprattutto dall'assoluta libertà di accostamento dei singoli elementi distintivi delle diverse città. Non credo di sbagliarmi se noto che nell'accostamento è possibile cogliere al meglio la sensibilità, l'immaginario, il gusto di questo autore finora mai pubblicato in l'Italia. Nella griglia di ogni pagina esistono solo 11 cartoline e nella dura selezione che deve aver necessariamente fatto mi pare si annidi uno dei valori di questo strano libro.
Vado a cercare le città su cui posso ricorrere al mio personale repertorio di ricordi: Berlino, per esempio, offre tratti di autenticità interessanti anche se apparentemente trasversali o addirittura marginali: il venditore di kebab può davvero essere elemento tipico di quella città? certamente sì, accanto alla Bode Insel dei musei! La porta di Brandeburgo e l'orso come icone di una città. L'omino del semaforo (così tanto reiterato in magliette, borse, e copertine di quaderni) accanto al musicista tecno e per chiudere il Muro con i suoi graffiti. Non c'è tutto, ma c'è molto e pochi gli stereotipi. C'è quel che serve a incuriosire ragazzini e ragazzine.


Dulcis in fundo, non posso non condividere quasi in blocco tutte le scelte che attengono al cibo, espressione importante di ogni cultura e ricordo irrinunciabile dopo ogni viaggio: i loukum a Istanbul, il tè alla menta a Fes, i blini a Mosca, le tapas di Barcellona, la baguette di Parigi...
Ma Copenaghen con il suo smorrenbrod dov'è?

Carla