mercoledì 8 aprile 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CRESCERE STORTI
 
Cerfoglio, Ludwig Bemelmans (trad. Gabriella Tonoli)
Lupoguido 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Ma il pino tutto sbilenco non lo vuole mai nessuno. Non serve a nulla.
È diventato così grosso che abbraccia il terreno sotto di lui come una tenda verde.
In quel rifugio sicuro, protetto e felice, un cervo ha cresciuto i suoi piccoli su un letto di foglie e muschio."

Sono diventati vecchi entrambi e il palco di corna si confonde con i pochi rami: l'albero è ormai spoglio con un tronco e che ancora adesso rimane abbarbicato alla roccia sullo strapiombo, su cui è cresciuto ormai molti anni fa.
Anche il cervo è incanutito, lo chiamano Vecchio Cerfoglio, ed è ancora l'amico di sempre del pino. Lo ha visto crescere e resistere a quel precipizio, lo ha utilizzato come tana per i suoi piccoli e ora con lui passa dei bei momenti, guardando la valle sottostante con un bel tramonto davanti.
Il pino dal tronco così storto è stato risparmiato dalle motoseghe dei boscaioli che, invece, hanno portato a valle nelle segherie i fusti dritti degli altri alberi circostanti. E dove prima c'era un possente albero, a ogni primavera ne germogliava uno nuovo. Sotto gli occhi del pino ne sono passate di generazioni... E anche sotto gli occhi del vecchio cervo che ora guarda brucare i suoi nipoti nella stessa radura in cui fu prima lui e poi i suoi figli a nutrirsi.
La pace del bosco è turbata dall'arrivo di un cacciatore che con il suo binocolo mette a fuoco il vecchio cervo. A un passo dall'essere colpito, è il pino che, scosso da un vento improvviso, con i suoi rami diventa inciampo per il cacciatore che precipita a valle, lasciando come unico ricordo di sé il binocolo attaccato a un ramo dell'albero. Vecchio Cerfoglio ne saprà fare di certo un uso migliore.

Se uno conosce un po' la storia di Ludwig Bemelmans trova una serie di similitudini con il pino cresciuto caparbiamente storto sul precipizio. 


Entrambi, il pino e Bemelmans, si abbarbicano, nonostante una serie di circostanze avverse, al posto che il destino gli ha dato in sorte. Entrambi sanno ricavare dalla vita il meglio ed entrambi sanno stare al mondo con una buona dose di innocente perfidia.
Diventato famoso, non tanto per i suoi dipinti o per i suoi cartoon, ma piuttosto per alcuni libri umoristici per grandi e soprattutto per una serie di libri per bambini dedicati a una ragazzina, Madeline, con cui vince importanti premi, Bemelmans è soprattutto un sottile narratore di storie.
Il primo libro dedicato a Madeline è del 1939 (nella Honor List della Caldecott nel 1940), in rima: esilarante. Solo nel 1953 pubblica il secondo Madeline's Rescue, con cui vince la Caldecott l'anno successivo), di nuovo in rima e di nuovo molto divertente. E così fino ad arrivare al 1962, quando prematuramente muore.
Infatti gli elementi che colpiscono in Cerfoglio, a parte alcune tavole meglio riuscite di altre, non sono esattamente sulla superficie della storia e della pagina, ma si nascondono nelle pieghe, addirittura in ciò che non è neanche raccontato in modo esplicito.


Il primo è il fatto che se sei un po' marginale, ma caparbio, nella vita può anche andarti bene. Come è successo a Bemelmans stesso, ragazzino complicato. Tolto da scuola e mandato a lavorare in uno dei grandi alberghi dello zio Bemelmans, in Tirolo, approda quindi negli Usa dove mette finalmente radici. Sempre un po' laterale rispetto a una carriera di successo come pittore, Bemelmans trova il suo giusto spazio e buoni risultati nei libri per l'infanzia.
Nel libro accade in sostanza lo stesso: il pino cresce storto, laterale rispetto al centro della foresta, circostanza che lo rende poco interessante agli occhi dei boscaioli, ma che gli permette di non essere fatto a fette, per poi diventare materiale per culle da bambini, oppure legna da camino, o travi da tetti e pavimenti di baite di montagna. 


Tuttavia è il secondo elemento che sembra quello che di più contribuisce a collocare Cerfoglio nel solco dei migliori libri di Bemelmans, ovvero nella serie di Madeline, bambina che sa quel che vuole.
La questione del cacciatore e soprattutto la sua risoluzione. Va bene l'improvvisa raffica di vento che soffia e arriva alle orecchie ignare del vecchio cervo sotto tiro, ve bene l'urto e lo sbatacchiamento del cacciatore da parte dei rami del vecchio pino a cui si è appoggiato per mirare meglio, va bene la radice esterna che lo fa inciampare, ma il colpo da maestro sta nel farlo precipitare nel burrone, come se niente fosse, con tutte le coccinelle e i piccoli e i grandi animali che ne seguono il percorso: solo un paio di stivali da caccia raffigurati sottosopra e una frasetta che suona sinistra: non caccerà più. 


Chapeau! Siamo tra il 1955 e il 1956 quando lo concepisce.
E come se non bastasse, aggiunge un vezzo di estrema ironia in quel binocolo che resta appeso a un ramo e che diventa salvifico per il cervo.
Questa stessa ironia sottile, che arriva spesso solo attraverso il disegno, caratterizza anche i due migliori Madeline, in particolare quello in cui compare Genevieve, il cane, di cui spuntano zampe e coda dall'ultimo lettino della camerata del collegio.


Cose così.

Carla

lunedì 6 aprile 2020

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


EPPUR SI EVOLVE

Il tema dell’evoluzionismo e della sua portata rivoluzionaria è ben presente nella letteratura per ragazzi e mostra quanto sia ancora viva l’eco delle polemiche che ne hanno accompagnato l’affermazione.
Ma prima di vedere in che modo il darwinismo sia entrato nella letteratura, è necessario fare un passo indietro.
Il passaggio da una teoria scientifica ad un’altra non è sempre indolore e coinvolge ben più di una comunità di scienziati. Spesso vengono messi in discussione, anche senza volerlo, aspetti del pensare comune o dei credo religiosi, provocando rivoluzioni culturali che possono durare secoli. Per spiegare l’impatto di una nuova teoria scientifica faccio riferimento allo schema proposto dall’epistemologo e storico della scienza Thomas Kuhn; questo autore distingue due fasi nella sequenza di teorie scientifiche, la scienza ‘normale’ e la scienza ‘rivoluzionaria’. Nella prima, per dirla molto sinteticamente, si raccolgono prove a supporto dei paradigmi considerati validi, nella seconda sono proprio questi ad essere messi in discussione; ne deriva una fase di transizione in cui sono proprio diverse le domande che i ricercatori si pongono, è diversa l’interpretazione dei dati osservabili e alla fine ne emerge una nuova teoria che, in qualche caso, ha la potenza di costruire una nuova visione del mondo.
E’ stato così, ad esempio, per la rivoluzione copernicana che, partendo da una più semplice ipotesi matematica, ha ribaltato l’universo aristotelico-tolemaico: non più la Terra, e l’Uomo che in essa domina, al centro dell’Universo, ma una Terra che poi col tempo e con l’evoluzione delle osservazioni astronomiche si è ritrovata sperduta in un angolo di una delle tante galassie di un universo infinito.
Questo passaggio cruciale ha costretto l’Uomo a scendere dal proprio trono ma, per esempio nelle scienze naturali, ha continuato ad essere visto come espressione di un disegno divino che proprio all’umanità tendeva come realizzazione di perfezione in terra. Questo era lo spirito tassonomico di Linneo e della sua scala naturae.
La teoria dell’evoluzione espressa ne ‘L’Origine delle Specie’ colloca l’umanità all’interno, e non sopra, un processo naturale di trasformazione e adattamento all’ambiente che segue leggi biologiche e non un disegno divino preordinato. Il ruolo dell’uomo nel cosmo non è il quesito principale posto dal darwinismo, mentre lo è la rottura della fissità delle specie, uguali a come sono state create dall’intervento divino, e il superamento del finalismo.
Detto in estrema sintesi, l’uomo non è più al centro della creazione divina, e non è il suo fine, ed essa viene espulsa dal meccanismo di modificazione delle diverse specie di viventi.
In un certo senso, è come se il processo di relativizzazione iniziato con la rivoluzione copernicana si stesse ulteriormente compiendo, e posso dire che non ha ancora terminato il suo corso. Si comprende bene, quindi, quanto l’affermazione delle tesi evoluzionistiche abbia scosso gli ambienti religiosi e non solo. Questo processo lunghissimo di redifinizione del ruolo umano nel mondo è ben lontano dall’essere compiuto; è all’interno delle stesse ricerche biologiche che emergono nuove interpretazioni e nuove scoperte che svelano un’immagine nuova del mondo naturale, di cui, finora ci siamo considerati padroni. E quanto sia urgente una vera rivoluzione nel rapporto uomo- natura è sotto gli occhi di tutti, nella nostra drammatica contemporaneità.

E come viene raccontato questo processo nei romanzi dedicati ai ragazzi (ma non solo a loro)?


Per raccontare il riverbero diretto nella narrativa, ho scelto tre romanzi: ‘L’evoluzione di Calpurnia’, ‘Miss Charity’ e ‘L’albero delle bugie’.
Partiamo dal primo: ‘L’evoluzione di Calpurnia’, scritto da Jaqueline Kelly nel 2009 e pubblicato da Salani nel 2011, è forse il romanzo in cui è proprio l’opera di Charles Darwin a rappresentare il filo conduttore della vicenda, tant’è che i capitoli sono titolati con citazioni tratte da ‘L’Origine delle Specie’; la vicenda, come è noto, racconta di una ragazzina che vive in Texas, a cavallo fra ‘800 e ‘900, in una famiglia facoltosa ed appare destinata, unica figlia femmina con sei fratelli maschi, ad acquisire il ruolo di padrona di casa. Le sue aspirazioni sono però altre: vuole studiare la natura ed ha una grande attitudine in questo: con la sua sola osservazione riesce a spiegarsi perché, nell’estate riarsa che sta vivendo, nell’inaridito prato di casa si vedano solo cavallette gialle, mentre quelle verdi sono sparite. Cerca conforto nel testo di Darwin in biblioteca, ma la bibliotecaria si rifiuta di consegnarglielo: è un testo scandaloso. Lo scandalo de ‘L’Origine delle Specie’, dal punto di vista di una religione bigotta legata all’interpretazione letterale della Bibbia, sta nel fatto di non considerare la natura come creazione diretta di Dio e, ancor di più, di mettere l’umanità non al centro del progetto divino, ma all’interno di una natura governata da sue proprie leggi.
L’emancipazione di Calpurnia dal suo destino si compie con il passaggio di testimone fra il nonno e lei, nel momento in cui le consegna solennemente la copia del libro di Darwin conservata gelosamente in biblioteca: “Nonno allungò il braccio verso la pila di libri. (...)Estrasse un libro foderato di sontuoso cuoio marocchino verde con bei fregi d’oro. Lo lucidò con la manica, anche se per quanto potevo vedere non era impolverato. Si inchinò con fare cerimonioso e me lo porse. Lo guardai. ‘L’Origine delle specie’. Qui, in casa mia. Lo ricevetti con entrambe le mani. Lui sorrise.
Cominciò così il mio rapporto con Nonno”. Da quel momento, Calpurnia continuerà in modo sistematico le sue ricerche naturalistiche, coronate alla fine da un inaspettato successo.


Un altro romanzo che si muove sul binomio ribellione femminile/scienza è “Miss Charity”, romanzo ispirato alla vita di Beatrix Potter, firmato da Marie-Aude Murali nel 2008 e tradotto da Giunti nel 2013. La protagonista ci racconta in prima persona la sua vita nell’Inghilterra vittoriana di fine ‘800, all’interno di una famiglia borghese che vive di formalismi e di buona creanza. Charity ha scarsi rapporti con i genitori e fin dall’infanzia trova conforto nello studio della natura e nel disegno, passioni che avranno modo in intersecarsi con il passare degli anni. Nascosta nel terzo piano della sua abitazione, alleva topolini, addestra corvi e compie esperimenti di varia natura sui funghi e sulle muffe. Ben poco a che fare con le attitudini di una ragazza di buona famiglia. Anche lei incappa nella lettura de ‘L’Origine delle specie’:
“Herr Schmal mi prestò le opere di Charles Darwin, che lessi clandestinamente. Non ero affatto scioccata dall’idea che i miei antenati si fossero dondolati tra i rami degli alberi qualche milione di anni fa. Al contrario, più leggevo Darwin più mi sentivo a mio agio nella mia famiglia, che non era solo la specie umana, non avevo sempre saputo che io e Peter eravamo cugini?”
La penna ironica della Murail descrive con leggerezza il contrasto fra il perbenismo ottuso della famiglia e la caparbietà di una ragazza capace di vedere con chiarezza il mondo e i propri obbiettivi, che la porteranno a raggiungere l’indipendenza economica pubblicando i libri, scritti e illustrati da lei, popolati di animaletti di grande successo, come il mitico Peter Coniglio e i suoi numerosi fratelli.


Ma se si vuole avere ancora di più la misura dello scandalo rappresentato dall’evoluzionismo, non si può non fare riferimento a ‘L’Albero delle bugie’, di Frances Hardinge, pubblicato nel 2014, tradotto da Mondadori nel 2016. In questo romanzo, ambientato anch’esso nell’Inghilterra vittoriana, vede come protagonista la giovane Faith, che inutilmente aspira, seppur ragazzina, a far parte del mondo scientifico e colto del padre, pastore protestante e naturalista. Costui è pervaso dal dubbio introdotto dall’opera di Darwin e incappando in un albero dalle virtù sorprendenti, si nutre cioè di bugie e in cambio svela segreti sul medesimo argomento, fabbrica dei falsi reperti per dimostrare l’infondatezza delle teorie evoluzionistiche. Nel suo diario, il padre di Faith dice così:”Da tempo andavo allentando la presa alla roccia della mia fede, colpito com’ero dalle crudeli ondate incessanti di nuove scoperte. Le certezze di un tempo erano ormai tronchi spezzati in balia della marea. Avevo bisogno di conoscere, una volta per tutte, da dove proveniva l’Uomo. Era stato creato da Dio a propria immagine e somiglianza e posto a capo del mondo, o era solo l’illuso pronipote di una qualche scimmia dalla fronte sfuggente?”. Da questa breve citazione si vede come il centro del dibattito, non solo scientifico, ma anche religioso, fosse proprio il posto dell’umanità nel mondo, il suo essere il fine di una creazione pensata per l’uomo stesso. Tuttora, lo spodestamento, oramai incontrastato, dell’Uomo pone una serie di problemi teologici.
Ma in questo romanzo, come nei precedenti, la portata rivoluzionaria dell’evoluzionismo si intreccia con le personali rivoluzioni di ragazze, di donne che cercano di farsi strada in una società patriarcale e intimamente maschilista; ma se l’aspirazione ad entrare nel mondo della scienza corrisponde ad un soffio di modernità che, anche grazie ai dibattiti culturali, smuove l’immobilismo di società ingessate nell’ordine della borghesia benpensante, è anche vero che la scienza stessa non era, e non lo è mai stata, esente da maschilismo. Le presunte dimostrazioni dell’inferiorità intellettuale della donna, o delle persone di colore, ne sono un fulgido esempio.
Spero di essere riuscita a mostrare con sufficiente chiarezza quanto la scienza, non vista, entri nella letteratura, fornendo spunti interessanti per approfondimenti anche interdisciplinari.
Buona lettura

Eleonora

“L’evoluzione di Calpurnia”, J. Kelly, Salani 2011
“Miss Charity”, M.A. Murail, Giunti 2013
“l’albero delle bugie”, F. Hardinge, Mondadori 2014

“La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, T. Kuhn, Einaudi 2009 (Ultima edizione)
“La rivoluzione copernicana”, T. Kuhn, Einaudi 2000 (ultima edizione)
“L’Origine delle specie”. C. Darwin, Bollati Boringhieri 2011 (ultima edizione)
“Il secolo di Darwin”, L. Eisely, Feltrinelli 1981 (non disponibile)




domenica 5 aprile 2020


LA FOCACCIA "SOSPESA"

Tra le tante cose "sospese" di questo tempo, ci sono anche i miei viaggetti in Puglia. Sono tanti i fili che mi legano a quella regione e ai suoi abitanti; ci sono pezzetti di cuore interamente occupati dalle persone che mi chiamano lì a dire cose sui libri e che cercano di alleggerire le mie fatiche, rendendo il mio soggiorno il più piacevole possibile.
Da questi soggiorni, una delle cose che di più ho portato indietro con me (e non solo nel cuore) ma anche in un cartone da pizza accuratamente stivato nello zaino è una variante di focaccia pugliese che fanno solo a Bari e solo in un posto e solo su ordinazione.
A tal punto rara, la focaccia del panificio Belvedere (Corso Benedetto Croce 30), che una volta l'ho ordinata dal treno, poi sono scesa, l'ho ritirata e ho proseguito per la mia destinazione finale. Lì l'ho surgelata e il giorno dopo, on the way back, me la sono ripresa così rigida, in modo che dopo 4 ore di treno fosse perfetta per cena.
Ragione per cui, sospetto, che i due più grandi estimatori di focaccia pugliese, il professore e la sua cana, venissero sempre a Termini a prendermi, per controllare con la coda dell'occhio se il cartone era con me...
La sua bontà sta in quell'incontro che non ti aspetti tra il dolce della mozzarella e il soffice della focaccia con il fresco della polpa d'arancia e il calloso della buccia.


Ricordo alla perfezione la prima volta che ci siamo incontrate, io e questa focaccia: ero nella libreria Svoltastorie per un qualche seminario dei miei. Vedendola con le sue belle fette di arancio ho pensato fosse una consueta variazione di quella classica con i pomodorini. Solo dopo ho scoperto essere un pezzo unico in tutta la Puglia (a tal punto "anomala" da destar sospetto anche ad alcuni pugliesi ortodossi).
La questione è che senza la Puglia e i pugliesi si sta peggio.
E siccome il freccia argento delle 8.05 non mi porta più giù a Bari io la focaccia di Belvedere me la devo fare a casa.
La ricetta della focaccia è presa da La cucina italiana e la farcitura è il risultato di uno studio accurato, condotto a suo tempo, sull'originale di Belvedere. Dove consiglio vivamente di andare e provare di persona (previa prenotazione telefonica).

Ingredienti

220+30 gr. farina 00
250 gr. farina di semola rimacinata
1 patata media
12 gr. di lievito di birra
una punta di zucchero
250 ml +60 gr. di acqua
1 cucchiaio di sale
2 cucchiai di olio
1 arancia tagliata a fette sottili
1 fior di latte
1 po' di pan grattato

Mettete a lessare la patata (meglio se a tocchetti e al vapore perché non assorba troppa acqua).
Preparate lo starter con il lievito sciolto in 60 gr. di acqua tiepida con 30 gr. di farina e tenetelo lì per 15 minuti.
Una volta cotta la patata, passatela con il passapatate e aggiungete il resto della farina 00 e 200 gr. di semola e al centro mettete lo starter. Impastate e aggiungete poca alla volta i 250 ml. di acqua tiepida in cui avrete sciolto il sale e i due cucchiai di olio.
Quanto avrete raggiunto una consistenza elastica e la avrete lavorata per un po', formate una palla con l'impasto.
Lasciate a lievitare per due ore, ma ricordatevi di spennelare di olio la superficie della palla, prima di metterla a riposo.
Accendete il forno a 250°. 


Passato il tempo, ungete la leccarda del forno e sulla palla lievitata versate il resto della farina di semola (50 gr.) per permettervi di maneggiarla. Quindi stendete la pasta, fermandola su un bordo della leccarda, in modo da poterla tirare e tendere al meglio. Farcitela con la mozzarella fatta a pezzi, e le fette di arancia molto sottile. Corspegetela di olio, e in ultimo spolveratela di pangrattato che ha la funzione di assorbire il liquido in eccesso della mozzarella.
Infornate e fate cuocere per 15/20 minuti, finché non diventa bionda. Controllate con una paletta il fondo che sia ben cotto.
Gran gente, i pugliesi!

Carla

venerdì 3 aprile 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VITA DA CANI (o di Forrest Gump)

Il viaggio di Rosie, Marika Maijala (trad. Elisa Frilli)
Edizioni Clichy 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Inizia un altro giorno di gara. Il pubblico è di nuovo esultante. I cani sfrecciano all'inseguimento della lepre meccanica. Sembrano razzi in orbita sulla pista, un giro dopo l'altro. Rosie è in testa, e raggiunge di corsa il traguardo.
Ma stavolta, superata la bandierina finale, non rallenta."

E va. Rosie, che è un cane da corsa, non ce la fa più delle gare, delle urla che la incitano, della stanchezza e delle notti al cinodromo. Quindi, superato il traguardo, va. Salta sul recinto della pista, attraversa la città e viaggia come un treno, accanto a un vero treno. Nella notte attraversa il bosco e all'alba nella nuova città nessuno pare accorgersi di lei, a parte un cane che abbaia e un cavallo legato fuori da un circo che nitrisce di nostalgia. Tutti vanno di fretta e nessuno sembra avere tempo per nessuno. 
Rosie continua la sua corsa fino ad arrivare al porto, si tuffa e nuota per una notte intera e la mattina dopo, sotto una barca capovolta, finalmente si addormenta. Ma il suo viaggio non è ancora finito. Si ferma solo all'arrivo in una nuova città, quando sente suoni amichevoli e profumo d'erba: in un parco pubblico incontra altri due cani con cui corre, corre e corre. E anche la sua maglietta con il numero di gara dopo poco diventa un ricordo di una vita fa.

La prima cosa che colpisce di questo libro che arriva dalla Finlandia è la sua originalità. Originalità che compare tanto nel testo, quanto nelle immagini.
  

La cosa che si percepisce subito è un linguaggio figurativo pieno e serrato. Tante doppie pagine illustrate per intero, ovvero non ci sono margini che tengano a bada il disegno, che arriva quasi a fagocitare anche il testo scritto (quando non viaggiano su pagine separate). 


E questo disegno potente, accentua la sua forza perché neanche un angolino di foglio viene lasciato libero. Si tratta di panorami, talvolta complessi, come quelli che raffigurano il traffico cittadino, talvolta più semplificati, come i moli del porto. Di norma schiacciati in una prospettiva che non si cura molto di essere mimetica. L'interesse che sembra guidare la matita è quello di mettere sul foglio quanta più roba possibile e di trasmettere, attraverso questo segno forte e ribadito fino allo stremo, una grande energia.


Se si dovesse leggere il senso che guida questo modo di disegnare, si potrebbe parlare di una programmatica volontà di apparire ingenui, nel senso più positivo del termine, ovvero primitivi, senza saperi e senza preconcetti. E in questa ingenuità c'è anche un altro altrettanto ricercato desiderio di non creare gerarchie e di essere onnicomprensivi. In questo l'immagine è favorita rispetto alla parola, perché nel disegno c'è diritto di cittadinanza per molte più cose che non in un testo scritto. Non è dato decidere se importanti o irrilevanti, sarà lo sguardo di ciascuno a decidere. 


Questo tipo di sguardo così poco selettivo è proprio dell'infanzia che di fronte al mare, può decidere di concentrarsi su un guscio di conchiglia. Ecco Marika Maijala sembra possedere questo approccio nel raccontare per immagini. E' un tipo di segno che nel nord del nord Europa abbiamo già visto, anche se poco meno brulicante, nei libri di Emma Adbåge. Anche lei pare inseguire i dettagli, anche lei storce le prospettive a suo uso e consumo e anche lei racconta con uno sguardo il più possibile ingenuo.
E a casa nostra sembra partire da qui anche Irene Penazzi, nel suo silenzioso, Nel mio giardino il mondo (con un tipo di segno però già più controllato ed educato).
L'altro polo di detta originalità sta nella costruzione del racconto. Così come è testimoniato dal disegno, altrettanto nel testo, Marika Maijala non lascia nulla indietro. La levriera ci viene descritta attraversare quanti più scenari possibile nelle trentadue pagine concesse a un albo. Complice il fatto che è un levriero, a passo di cane svelto (così si dice a casa mia, quando uno va di fretta), Rosie vede - e i bambini lettori con lei - quanto più mondo possibile.


A tutto questo però si aggiunge la questione di fondo che, con grande leggerezza, viene messa sul piatto. Si parla di libertà, quella che si conquista nel momento in cui si sa vedere con occhi sgombri, quelli che sono i vincoli. Quelle che sono le gabbie che tengono prigionieri.
Per esempio: gareggiare, vincere, essere sotto pressione per una competizione, essere vincolati dalle aspettative degli altri, sono tutti aspetti lontani anni luce da quella che dovrebbe essere una vita da cani. 


E Rosie a un certo punto tutto questo lo mette a fuoco e capisce che l'unica cosa che vuole fare è correre per correre, come è capitato un giorno anche a Forrest Gump. Come lui, comincia a correre e non si ferma più. O meglio, come Forrest Gump, si ferma quando è un po' stanchina. Ma, al contrario di Forrest Gump che non è un cane, il giorno dopo è di nuovo pronta a ricominciare.

Carla



mercoledì 1 aprile 2020

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


STORIE DIVINE

 
Mettere mano al patrimonio mitologico greco è impresa, è il caso di dirlo, titanica. Non tanto perché si entra nel territorio del sacro, infatti in tanti lo hanno saccheggiato senza sfiorare quella dimensione; quanto per la vastità delle fonti e per la molteplicità delle versioni relative a quasi tutti gli episodi. In linea di massima, trovo più interessanti e più fedeli quegli autori che attingono direttamente a questo o quel testo, che sia l’Odissea o Le Metamorfosi di Ovidio.
L’operazione tentata da Murielle Szac è invece diversa: in due titoli, “Le avventure di Ermes dio dei ladri” e “Il romanzo di Artemide”, pubblicati entrambi da L’Ippocampo, l’autrice tenta l’azzardo di mettere, almeno apparentemente, ordine al corpus mitologico e, nello stesso tempo, di modernizzarlo, traducendo le vicende degli dei in una forma narrativa ‘continua’.
La struttura di entrambi i libri vede una divisione in cento episodi, che raccolgono una quantità impressionante di storie mitologiche, che in parte, com’è ovvio, si sovrappongono.
Il volume dedicato ad Ermes tratta soprattutto dei miti dell’origine del mondo, delle divinità primordiali da Urano e Gea ai Titani, Ciclopi e compagnie mostruose di vario genere; l’episodio centrale è la nascita di Zeus e la sua lotta col padre Crono. Tutto questo Ermes lo sa facendo visita alle tre vecchie nutrici del monte Parnaso. Ma nel frattempo cresce, impara, acquisisce nuove competenze e si intrufola nella disputa fra Prometeo e Zeus, con tutto quello che deriva di fortune e disgrazie legate al genere umano. Già su questo ci sarebbe moltissimo da dire, anche solo mettendo in relazione questo insieme di storie, che, come dicevo, prevede svariate versioni, con le mitologie di altre religioni. Ma ci sarebbe moltissimo da dire su quello che il mito racconta sul genere umano, su ciò che viene considerato lodevole (l’astuzia, la mètis) o ciò che è riprovevole (l’arroganza, la hybris).


Nel secondo romanzo, che ha una veste editoriale molto diversa, dalla brossura alla rilegatura, da un carattere di stampa ‘umano’ ad un altro veramente proibitivo, si accentua il tentativo di dare continuità narrativa nel passaggio da un episodio all’altro, cercando di fornire un ritratto a tutto tondo della protagonista, Artemide, vista come una divinità ombrosa, dedita alla solitudine e alla caccia, compagna delle sole ninfe che le sono fedeli, legata da sentimenti contraddittori alle altre divinità. Ma l’ambiguità è la cifra prevalente di queste figure: Artemide stessa è colei che protegge la natura, ma che ama la caccia; che accompagna le giovani vergini all’età del matrimonio, che non si accompagna agli uomini, ma presiede alle nascite. Le sue compagnie maschili più apprezzate, a parte il fratello Apollo, sono Chirone, il centauro suo maestro, ed Asclepio.
Artemide può essere considerata l’incarnazione di una immagine femminile moderna, basata sulla autodeterminazione, la forza, la capacità di competere ad armi pari con le altre divinità? Tutto è possibile e data la grande versatilità di queste storie non è priva di suggestioni un’interpretazione di questo genere; ma non riesco a non trovare fuorviante, considerando che la mole delle pagine, soprattutto in questo secondo volume, seleziona un lettore e una lettrice almeno alla fine delle elementari, il ridurre la mitologia a racconto pittoresco e originale.
Un approccio del genere è giustificato con lettori più giovani e si accosta alle letture fiabesche. Non è, a mio avviso, descrivendo Artemide come una intraprendente ragazza dei giorni nostri che si riesce a trasmettere la potenza intramontabile del mito, delle sue immagini, delle sue allusioni, della ricchezza delle sue molteplici interpretazioni. L’ambiguità che è insita nelle divinità è l’ambiguità della condizione umana, costantemente legata alla sua condizione materiale e nello stesso tempo protesa nell’atto incompiuto della trascendenza. Certo, non è così, con questi termini, che lo proporrei ai ragazzi e alle ragazze, ma andrei a pescare nella tradizione letteraria classica tutta la magia del racconto mitologico.
Vedo bene questi testi come fonte di spunti, come suggerimento di percorsi nel labirinto del mito, a partire dai dieci, undici anni.

Eleonora

“Le avventure di Ermes dio dei ladri”, M. Szac, L’ippocampo 2018
“Il romanzo di Artemide”, M. Szac, L’Ippocampo 2019



lunedì 30 marzo 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA SEGGIOLINA VERDE

Vai via Alfredo!, Catherine Pineur (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2019



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Alfredo è un tipo strano.
Non vogliamo tipi come te!
Vai via!
Alfredo ha appena il tempo di prendere la sua piccola sedia e se ne va."

E così Alfredo non ha più un posto dove stare. Invano cerca ospitalità sui rami degli alberi. Ma per una ragione o per l'altra nessuno gli fa spazio:il nido è troppo piccolo, oppure la mamma non sarebbe d'accordo, oppure la tua presenza sui fili li appesantirebbe troppo...
Alfredo, sconsolato, si tira dietro la sua seggiolina e capisce molto bene che nessuno lo vuole.
Sul fondo però nota una strana casetta, alta e stretta. E' quella di Sonia, ma lui non lo sa chi sia Sonia. Quella casetta è fatta apposta per lei, che è una gru. A lei piace vivere lontano da tutti e da tutto, laggiù alla fine del bosco. Dalla finestra Sonia si accorge dell'arrivo di quel tipo strano e chiude la porta per la paura ed è contenta che stia facendo buio così non lo vedrà più.
La mattina dopo quando si alza, però, Alfredo è ancora lì, seduto sulla sua seggiolina.


Lentamente gli si avvicina, Alfredo le sorride e...

Ci sono libri che sono timidi, un po' come Sonia, che è schiva. E che se sei distratto, possono passare inosservati, o peggio, sfuggirti del tutto.
Stava per succedere, ma come spesso accade tra timidi, ci si intende quando gli sguardi si incrociano.
Ignorato al momento della sua apparizione sugli scaffali delle librerie, la sua copertina mi appare a mesi di distanza in qualche escursione personale in rete.
E poi c'è quella seggiolina verde. 


Partendo da zero, con la sola immagine di copertina, pare già dire tanto.
Un uccellino con un gran becco giallo, uno zuccotto rosso in testa. Lo sguardo basso, forse in direzione di una seggiolina verde che è accanto a lui.
La sua solitudine emerge anche da quel titolo urlato, Vai via, Alfredo!
Scatta immediato il senso di protezione nei suoi confronti.
Ancora prima di aver visto cosa contiene, Alfredo ha già un pezzetto del mio cuore.
Nei risguardi Alfredo è ancora lì.
E poi c'è anche quella seggiolina.
Ha perso il colore e il tratto a matita è ancora più sottile. Da questo punto in poi, in un lago di bianco si susseguono pochi segni, linee orizzontali o verticali, ottenute con l'uso di carta carbone, che alludono a una strada o a tronchi d'albero: lo scarno contesto in cui Alfredo si muove. 


E poi c'è quella seggiolina verde che è nel contempo un peso che lui si trascina dietro, ma anche l'ultimo pezzettino di una casa che non c'è più. E' un oggetto che in alcuni momenti accentua il ridicolo della situazione, e in altri diventa utensile, in altri ancora, anche se non raffigurata, diventa simbolo di attesa e poi finisce per essere funzionale alla scena finale. 


Anche quella seggiolina verde è timida, come Alfredo.
Questa diffusa timidezza di segno si ripropone a ogni incontro che Alfredo fa. E tanto più è delicato il gesto del disegno, tanto più è forte l'impatto del testo. E qui pare evidente la qualità della scelta poetica della Pineur, peraltro confermata in una sua presentazione, ovvero quella di dare una voce 'timida' sottile al quel personaggio e a tutto quello che esso può rappresentare e invece dare una voce forte, violenta a tutti gli interlocutori e a tutto quello che essi possono rappresentare. Ma non solo. Il valore aumenta nella scelta programmatica di usare un segno timido per lasciare spazio alla questione di fondo.
Raccontata con così pochi segni, e con così poche parole, ma affilate, la storia di Alfredo assume necessariamente un valore che esula dal contingente e diviene universale. Sotto le piume di quell'uccellino ci sono tanti fratelli e sorelle che come lui non sanno dove stare. E che come lui, dal mondo prendono solo schiaffi.
La Pineur racconta di una sua 'rabbia interiore' per tutto quello che vede succedere attorno a sé rispetto a tutti coloro che, come Alfredo, una casa non la hanno. E questo piccolo libro diventa il suo contributo, la sua voce per dire: No, così no! 


Il finale, nelle parole della gru e nella presenza di quella seggiolina verde, come è giusto che sia nei bei libri, sono una porta spalancata - questa finalmente sì - verso la discussione.
E i risguardi ne sono il suggello.

Carla

venerdì 27 marzo 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


VOLARE


L’occasione per conoscere la vita avventurosa e per certi versi strabiliante di Fiorenza de Bernardi, prima donna a diventare pilota di linea in Italia, è data al protagonista del romanzo di Gigliola Alvisi, ‘Oltre il muro di nuvole’, dal viaggio che fanno insieme, per puro caso, da Roma a Bruxelles. Il ragazzino, Mario, va a raggiungere i genitori che si sono trasferiti a nella capitale belga per lavoro e non è affatto contento di questa scelta. Non gli piace l’idea di lasciare la sua città, Roma, i suoi amici, la scuola e così via. Per ribellarsi a questa scelta, due mesi prima di partire, ha fatto una bravata e la consapevolezza di quella sciocchezza, che ancora non sa nessuno, gli pesa enormemente.
Parte comunque, rassegnato e si trova a fianco un’arzilla vecchietta, che tra l’altro ha assistito alla sua bravata. Mario vola per la prima volta e ha molta paura e la sua vicina di posto gli racconta la storia di Fiorenza de Bernardi, un’aviatrice coraggiosa, una vera pioniera del volo in Italia, figlia di Mario de Bernardi, figura leggendaria del mondo dell’aviazione italiana, non solo pilota collaudatore, ma anche inventore prolifico.
La figlia non segue immediatamente le orme del padre, ma inesorabilmente questo accade dopo la seconda guerra mondiale, quando nel ‘51 quando ottiene il primo dei tre brevetti di volo.
Il romanzo scorre con il racconto dei suoi viaggi straordinari, delle sue avventure, dei suoi atterraggi di fortuna come delle sue trasvolate, fino a diventare comandante di aerei di linea. Solo alla fine del viaggio, fra vuoti d’aria e venti tempestosi, Mario scopre che la sua vicina di posto è proprio lei, Fiorenza de Bernardi.
Una bella storia, con il racconto di una vita che ha tutto dell’eccezionale e che sorprende per lo spirito d’iniziativa e per la libertà che questa donna si è conquistata. Il bello è che ha fatto tutto questo, superando gli ostacoli e l’ostilità dei suoi colleghi, non per motivi ideologici, al contrario provenendo da una famiglia cattolica osservante e con un approccio tutt’altro che progressista. Ma si può essere anticonvenzionali senza essere dei rivoluzionari; ed è quello che è successo in quella famiglia, che ha sostenuto le aspirazioni di una ragazza fuori dal comune e dalle indiscusse capacità. Come in altri casi, una figlia della borghesia cui non era attribuito solo un destino di madre di famiglia.
Questo rende ancora più interessante il personaggio, meno legato ad un’immagine stereotipata di ‘ragazza ribelle’.
Tutto sommato, però, trovo un appesantimento il fatto di voler introdurre la biografia di questa meravigliosa signora, oggi novantenne, con una cornice che dovrebbe forse rendere meno pesante il racconto, attualizzandolo attraverso la storia di Mario, che però ha ben poca consistenza rispetto alla vita avventurosa della de Bernardi. Così come ho trovato un esperimento poco riuscito il mescolare, nel suo linguaggio, un perfetto italiano letterario con una improbabile parlata romanesca, che non ha molto senso pensando alla biografia della signora, nata a Firenze, vissuta a lungo a Milano, per poi arrivare a Roma.
Si tratta in ogni caso di una lettura interessante, una biografia fuori dalla retorica e con molti spunti di riflessione.
Lettura adatta a ragazze e ragazzi a partire dagli undici anni.

Eleonora

“Oltre il muro di nuvole”, G. Alvisi, Edizioni San Paolo 2019