lunedì 20 agosto 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN LIBRO ESATTO

I figli del mastro vetraio, Maria Gripe, Harald Gripe
(trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2018



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"Era soprannominata Svolazza perché girava sempre con un pastrano color indaco con la pellegrina, i cui lembi le svolazzavano dietro le spalle come grandi ali. In testa, poi, portava un cappello davvero singolare: una specie di collinetta viola ornata di farfalle, con la testa tutta cosparsa di fiori.
Quanto al Beltempo, la chiamavano così perché si diceva preannunciasse sempre la bella stagione."

Svolazza Beltempo, oltre a sapere quando la primavera è in arrivo, sa leggere il futuro. E quando c'è la fiera lei è lì con la sua tenda per predirlo a chi lo chieda. Non lo fa per soldi, ma per passione. La sua attività principale è però un'altra. Tessere tappeti su cui lei fa nascere tessiture che molto hanno a che fare con le sue previsioni. Insomma, Svolazza è una persona molto particolare e così anche il suo animale da compagnia, un corvo che ha perso un occhio, quello con cui era in grado di vedere il male. Ora la sua vita, quella del corvo, è tutta rose e fiori.


A quella fiera d'autunno che il villaggio di Penuria ospita ogni anno, Svolazza è presente, ma c'è anche l'intera famiglia del mastro vetraio Alberto, la moglie Sofia e i due bambini Chiara e Pietro che nel nome portano il ricordo del mestiere del padre. Di solito, Alberto alla fiera vende poco i suoi bellissimi vasi ma quella sera, un ricco e nobile signore ne compra a sufficienza perché Alberto possa finalmente fare un regalo a Sofia: un anello dalla pietra verde cangiante che lei ha notato due banchetti più in là. Sarebbe potuta essere una sera serena se non fosse stata segnata da brividi e presagi che Alberto e Sofia avvertono intorno a loro. Primo fra tutti il rifiuto di Svolazza di predire loro il futuro e la sua inspiegabile richiesta di quell'anello che Sofia porta al dito...
È alla fiera di primavera, però, che i tristi presagi si realizzano: i due bambini spariscono nel nulla perché quel ricco e nobile signore che aveva comprato i vetri di Alberto li rapisce e li porta con sé a vivere nel Palazzo dei Desideri. Lì, nella cupezza e nel silenzio, vive con la triste consorte e la servitù. Nel lusso, ma nella totale mancanza di affetto, i due bambini crescono lontano dai loro veri genitori, accuditi da una balia enorme e dispotica.
In questa situazione che sembra senza soluzione, sono fondamentali Svolazza, il suo corvo e l'anello. Ma molto deve ancora succedere.

Denso e abbondante. Nell'intreccio dei fatti così come nei temi che tocca. Ha la consistenza di una fiaba che però, lasciata momentaneamente la magia, si avventura in una direzione quasi psicoanalitica, per poi ridiventare fiaba in un finale esatto come un cerchio che si chiude.
Per questa ragione, la lettura è quanto mai stratificata; ovvero ognuno può decidere di cogliere aspetti diversi del racconto. Da una parte ci sono la fiaba e il mito: le figure femminili di Svolazza Beltempo e il suo corvo Savio (il suo occhio mancante ricorda quello di Odino), e di Nana con la sua piccola cacatua muta, o dei due sovrani consorti, che ricordano parecchio i sovrani bisbetici di molte altre fiabe. Gli oggetti che, come già in Andersen, dimostrano di avere una loro anima: i tappeti narranti, i vetri di Alberto, gli specchi che non riflettono, o le bambole-feticcio vestite di velluto. 


Altrimenti ci sono i luoghi: il profondo Nord con il suo popolo, i suoi artigiani, con i suoi carri, i suoi boschi e i suoi castelli solitari e una toponomastica a dir poco simbolica. Altrimenti ancora ci sono le atmosfere: la semplicità della vita della famiglia del mastro vetraio, la cupezza e la solitudine della vita a corte, a cui fa da colonna sonora il delicato soffio del vetro nella bottega di Alberto e il suo stridente infrangersi nelle sale vuote del castello. Non è un caso che spesso l'immaginario della Gripe sia stato paragonato a quello delle sorelle Brontë o di Edgar Allan Poe.


Chi vuole può apprezzarne il lato avventuroso e misterioso:il doloroso distacco tra genitori e figli, per ambedue inspiegabile, e la loro vita in separatezza; lo scontro finale fra il Bene e il Male che le due sorelle ritrovate, Svolazza e Nana, incarnano rispettivamente.
E in ultimo c'è l'indagine introspettiva dei personaggi che assume spesso e volentieri connotati simbolici: in particolare dei grandi di questa storia, ma non solo. Sofia, estremamente vulnerabile e sensibile, che si sente trascurata dal marito e dalla buona sorte, donna avveduta ma perennemente insoddisfatta; Alberto che, al contrario di lei, è un grande sognatore e, nonostante la povertà, dell'esistenza sa sempre cogliere il lato positivo. Oppure i due coniugi a corte, il sovrano e la sovrana, che più di tutti incarnano la difficoltà umana di relazionarsi: l'uno incapace di mettersi nella posizione di ringraziare e l'altra fermamente decisa a non esprimere alcun desiderio o ricordo. E in questo spetta a Svolazza il merito di aver sanato il conflitto tra i due, come avrebbe fatto un bravo psicoanalista. Ma anche i piccoli non sono esenti da una indagine introspettiva che assume un forte significato simbolico, quando - per esempio - si trovano davanti a uno specchio e cercano di capire se sono davanti al loro doppio, o quando la loro immagine scompare e pensano di non esistere più, o ancora quando si vedono cresciuti, e riflettono sul loro triste destino.
E oltre a tutto questo c'è una scrittura felice (che tale rimane nella traduzione), attenta e studiata che alterna, al passato per descrivere la dilatazione della fiaba, alterna il presente per dare corpo all'azione. Contributo non irrilevante è dato dalle figure di Harald Gripe. Prima scenografo e pittore, quindi illustratore di molti libri della moglie, spesso disegnava attraverso la linea bianca incisa su fondo nero che crea l'effetto dell'incisione e rende magnificamente le atmosfere oscure (purtroppo un po' impastate nella porosità della carta) di un tempo al di là del tempo.
Insomma ce n'è per tutti.

Carla

Noterella al margine: Con I figli del mastro vetraio Maria Gripe, autrice che ha ricevuto anche l'ALMA, ha vinto l'Hans Christian Andersen nel 1974. Dal racconto, già pubblicato da Mondadori nel 1988, è stato tratto anche un film nel 1998 intitolato I figli del soffiatore di vetro di Anders Grönros.

lunedì 6 agosto 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BUONI MAESTRI
 
Il bambino dei baci, Ulf Stark, Markus Majaluoma 
(trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2018


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"In camera sua la finestra era socchiusa, per far girare un po' l'aria. Lei si era ripulita e pettinata, si era lavata i denti e anche messa il vestito elegante. 'Sei pronta o no?' le chiesi. 'Manca solo una cosa' rispose. Poi andò a prendere un giradischi portatile e mise su un disco con della musica per violino e fisarmonica. Disse che al primo bacio bisognava fare le cose per bene."


Il piccolo Ulf è un fratello minore. Ed è a un passo da due eventi importanti della sua vita: la gara di corsa con i sacchi e il primo bacio.
Come ogni fratello piccolo nei confronti del fratello maggiore alterna momenti di assoluta riverenza a momenti di consapevole autonomia. E anche di fronte a questi due eventi - gara e bacio - il piccolo Ulf non può fare a meno di ascoltare il fratello pur volendo, nello stesso tempo, dare retta a se stesso.
A parlar di baci e di corse coi sacchi, quel giorno sulla spiaggia dove le donne vanno a fare il bagno svestite, con suo fratello Janne ci sono altri due amici grandi. Loro, di baci se ne intendono perché ne hanno già dati un bel po'. Addirittura dieci, spara Janne. E anche di corse con i sacchi ne sanno certo più di lui che l'anno scorso è caduto a faccia avanti dopo solo due salti, facendo una brutta figura che ancora brucia.
Se la rinuncia alla corsa coi sacchi non gli sembra disonorevole, al contrario la questione del bacio e del solletico che provoca sulle labbra lo stuzzica al punto di voler alzare il tiro e baciare la ragazzina più carina dell'universo.
Come andranno le cose non viene scritto qui, di proposito.

Come spesso accade nella vita vera sono i buoni maestri a fare la differenza.
E tanto per la corsa quanto per il bacio, il piccolo Ulf è stato bravo a trovarsi il migliore, anzi la migliore.
Non arriva a 50 pagine questo brevissimo racconto di Ulf Stark eppure ha il piglio di un libro necessario. Un libro che ogni ragazzino o ragazzina dovrebbe aver letto e dovrebbe tenere infilato in tasca per rapide consultazioni alla bisogna.
Scritto e quindi poi tradotto con la stessa naturalezza e freschezza che ha l'acqua corrente in montagna, Il bambino dei baci colpisce per diversi motivi.
Il primo è in qualche modo già detto: la scorrevolezza di un testo che nella sua alternanza tra dialoghi e riflessioni interiori dell'io narrante è talmente autentico che diventa specchio di realtà in cui ognuno può riconoscere porzioni di se stesso. E questo a prescindere da età, sesso e latitudine di nascita.
Va da sé che se così stanno le cose, dipende dal fatto che Ulf Stark sulla questione è stato capace di centrare il bersaglio più profondo, andare al nocciolo duro.
Ha raccontato con onestà la curiosità dei bambini in crescita, l'approccio fattuale e non speculativo che hanno i piccoli di fronte a ogni questione. Ha saputo ricreare con autenticità la relazione che esiste tra fratelli, il suo modificarsi dal giorno in compagnia alla notte a tu per tu, come pure ha saputo mettere nero su bianco certo cameratismo 'naturale' tra maschi e femmine, lontano da ogni preconcetto e 'pruderie' adulta. E soprattutto ha saputo registrare la magnifica capacità dei ragazzini di sapere vedere oltre, ovvero di essere in grado di interpolare sfere tra loro molto diverse, che per gli adulti sarebbe impensabile anche solo avvicinare.
Cosa c'entra saper baciare con il saper correre nei sacchi di patate senza inciampare?
Insomma, cose di non poco conto.
E questo, per amore di verità, non è affatto frequente: questo accade solo in quei pochi adulti che hanno saputo da grandi ricordare parti della loro infanzia, ovvero quegli adulti che di essa sanno ancora 'leggere' la lingua e parlarla, o meglio tradurla, nonostante il loro essere adulti. Ripeto: non è roba da tutti.
Non so se dipenda dal clima, ma mi pare quasi lapalissiano affermare che la letteratura del Nord in questo senso è un passo avanti agli altri. Ne deriva che le case editrici come Iperborea, che dell'estremo nord dell'Europa hanno fatto il loro terreno di cultura, siano da tenere sempre sotto osservazione.
Raramente li ho visti sbagliare un colpo.

Carla
 


Noterella al margine. In totale autonomia Markus Majaluoma suggerisce una ipotetica colonna sonora per primi baci, qualora la musica di violino e fisarmonica scelta da 'Armata Rossa' non fosse di facile reperimento. Geniale, a suo modo.

venerdì 3 agosto 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BARCHE LEGGENDARIE E MISTERIOSE


Nel romanzo di Alessandro Zannoni, ‘La leggenda di Berenson’, pubblicato da Pelledoca qualche mese fa, tutto ruota intorno a un bel cabinato, comprato di seconda mano dal padre del protagonista, Mongi. Con grande entusiasmo il ragazzino partecipa ai lavori di restauro della barca, su cui intende andare a vivere. Proprio nel corso di questi lavori, sotto le assi del pavimento della sua cabina, trova un diario, quello della precedente proprietaria, morta in circostanze misteriose sei anni prima.
Nel diario si fa riferimento alla leggenda di Berenson, un uomo che lavorava al porto di La Spezia durante la guerra e aveva aiutato alcuni nazisti a fuggire, in cambio di una cassa piena di dipinti di grande valore. Nascosta la cassa, Berenson lasciò degli indizi relativi alla sua collocazione. Una appassionata antiquaria, Carlotta Alessandrini, la precedente proprietaria della barca, si era messa sulle tracce di questo tesoro, ma, naturalmente, non era l’unica a volerlo. Chi l’aveva pedinata e poi uccisa è ancora sulle tracce del tesoro artistico e incrocia la sua strada con quella di Mongi e dei suoi amici, che lo aiutano nelle ricerche.
Tutto converge verso un finale concitato, con molti colpi di scena, ma senza un lieto fine totale.
Questo romanzo breve, adatto a lettrici e lettori dai dieci anni in poi, attraversa molti generi d’avventura: è principalmente una spy-story, ma con un accenno di occultismo; c’è una vera e propria indagine da detective story, in cui si parte dagli indizi per ricostruire il puzzle della verità, e nello stesso tempo un’accurata ricostruzione d’ambiente: l’azione si svolge a Sarzana, bellissima cittadina a cavallo fra Liguria e Toscana, che l’autore conosce molto bene e che ci descrive nel dettaglio. Mi è sembrato interessante, in particolare, il riferimento storico alla fuga dei nazisti, sotto mentite spoglie, alla fine della guerra, che ha mortificato il desiderio di giustizia di chi ne ha subito la furia distruttrice; e il trafugamento di opere d’arte, operato dalle truppe tedesche, ma non solo da loro. E’ anche questo un modo per raccontare un aspetto meno conosciuto della Seconda Guerra Mondiale.
Se volete, potete leggere l’intervista all’autore sul blog Mangialibri.
Interessante è anche la proposta editoriale di Pelledoca, che coraggiosamente propone un catalogo di noir, thriller e storie di mistero rivolte ai ragazzi.
Con una produzione abbastanza scarsa, in questo ambito, e con molte resistenze da parte di insegnanti e genitori, trovo invece che il terreno delle storie di paura sia estremamente fertile, ovviamente evitando gli aspetti più morbosi e violenti che il genere può presentare. Qui invece abbiamo una scelta di titoli interessanti che declinano il tema in modi diversi e con grande cura anche nell’aspetto grafico, nella carta, nelle copertine. E questo, ovviamente, è un merito in più.

Eleonora

“La leggenda di Berenson”, A. Zannoni, Pelledoca editore 2018




mercoledì 1 agosto 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BUONANOTTE, BUONA NOTTE!

C'è un rinofante sul tetto!, Marita Van Der Vyver, Dale Blankenaar
(trad. Virginia Portioli)
LupoGuido 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)


"Daniel va a dormire per la prima volta a casa dei nonni. Il nonno gli legge la storia di un soldato valoroso. La nonna gli canta la canzone di un topolino coraggioso che corre sopra un orologio. Adesso è ora di addormentarsi.
Il letto però non è comodo come il suo. La stanza gli sembra più buia della sua. E sente uno strano rumore sul tetto..."

Potrebbero essere rinofanti suggerisce Daniel al nonno accorso alla sua invocazione. Il nonno sa che dai rinofanti non c'è nulla da temere e con un paio di colpi di bastone sul soffitto mette in fuga quelle bestie. Uscito il nonno dalla camera, un altro rumore, dietro la tenda della doccia, spaventa quel bambino. È la nonna a far scappare il coccopotamo dalla vasca: basta fare bu. Ma nel buio della stanza da quello spiraglio aperto tra le ante dell'armadio brillano gli occhi di una dragoraffa. Il nonno bussa sull'armadio e poi lo apre all'improvviso per scoprire che nessuna dragoraffa si nasconde lì, sul ripiano solitario il maglione della nonna con i suoi bottoni luccicanti.
La notte di Daniel è piena di paure. Sotto il letto c'è qualcosa...e sopra il letto cosa ronfa?

Per Goya il sonno della ragione genera mostri, per un bambino il buio della notte genera mostri. È capitato a tutti, una prima volta di dormire nella casa dei nonni, diversa per forme e per odori dalla propria. 


Ed è capitato a tutti di immaginare, in quel luogo inconsueto, in una penombra tutta diversa presenze sconosciute. Scomode e inquietanti.
Il buio - va detto - fa paura ovunque, ma laddove i profili degli oggetti e dei luoghi sono la consuetudine, l'immaginazione va più lentamente e il sonno, quando deve arrivare, arriva. E anche se i nonni sono garanzia di protezione, tuttavia la loro casa avvolta nell'oscurità può far paura anche al più coraggioso dei nipoti.
Scritto più di vent'anni fa per la prima volta, quindi ripubblicato in anni più recenti, C'è un rinofante sul tetto! di Marita Van Der Vyver, prolifica scrittrice afrikaans, è un sapiente concentrato di topoi dell'immaginario, infantile e non solo, legati al mistero e all'inquietudine. Non direi che sia necessario citare esempi eclatanti per la letteratura e per il cinema in cui tetti, armadi socchiusi, tende e coperte nascondono un pericolo imminente e potenzialmente fatale.


Ognuno di noi ha i propri, così come ognuno di noi ha ricordi ben precisi della casa dei nonni, per la prima volta in notturna.
Ulteriore merito di questo albo risiede nella costruzione del testo e nella sua musicalità: se da un lato il turbamento per rumori e ombre ha qualcosa di spaventoso, dall'altro trova una sorta di antidoto nel divertente elenco di mostri, frutto della fusione tutta fantastica di animali effettivamente esistenti e quindi come tali riconoscibili. 
A questo si aggiunga un ritmo di narrazione equilibrato e ben cadenzato, a tal punto da creare nel lettore una immediata aspettativa, il più delle volte riconfermata.
Fatta eccezione per il colpo di coda finale che spariglia le carte del gioco.
In questa seconda vita di C'è un rinofante sul tetto! l'illustratore è cambiato, ma un filo rosso lo lega al primo, dato che nella sua carriera è stato suo mentore e maestro: il grandissimo Piet Gobler è l'illustratore dell'edizione del 1996, mentre il giovane Dale Blankenaar di quella attuale.
Giovane illustratore e designer sudafricano, Blankenaar da Gobler dice di aver ereditato quel sottile senso dell'oscuro che parla a grandi e piccoli. A me non pare di ritrovare in queste tavole sempre sull'orlo del macabro i temi cari a Gobler, che ricordo come autore solare e coloratissimo. Mi pare che siano piuttosto le atmosfere lacombiane o goreyane a caratterizzare il suo disegno. Originale, qui più che altrove, nell'uso di una tecnica mista mi pare felice nella costruzione spaziale degli interni asfittici, e nei tagli prospettici arditi. 


Certamente più originali rispetto all'iconografia dei mostri. Divertimento nella scoperta dei dettagli, moltissimi, e nell'impaginazione così mutevole che testimonia una dimestichezza da grafico nell'impostare il rapporto tra immagine e testo.


Tuttavia, a prenderlo in mano, non riesco a non pensare a una somiglianza con i libri di Jeremy Holmes e in particolare, forse per il formato (anche se decisamente meno complesso), al bellissimo C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca (Aliberti 2010), che all'epoca vinse il Bologna Ragazzi Award. A ben vedere, il piccolo Daniel con i suoi occhi sgranati di paura sembra il cugino dei mitici gemelli John e Abigail Templeton (Gallucci, 2013; 2014). Solo un po' più fifone di loro.



Carla

lunedì 30 luglio 2018

FAMMI UNA DOMANDA!


SULLA STRANEZZA DEGLI ANIMALI ANTICHI


Collocarsi con originalità nel panorama dei libri sugli animali preistorici è un’impresa per pochi.
Come è noto, animali ‘eccessivi’, come i peggiori predatori del pianeta, dal T-Rex alla tigre dai denti a sciabola, è uno degli argomenti più richiesti dal pubblico degli appassionati lettori e lettrici dai quattro ai sei anni, per poi diventare, per alcuni, passione quasi maniacale.
La scelta operata da Maja Safstrom, in linea con il precedente ‘Il piccolo libro dei grandi segreti degli animali’, è quella di operare tre forti discontinuità con la produzione corrente. Non si parla, volutamente, di dinosauri ma di animali vissuti fra i 550 milioni di anni fa e gli 11 mila. Un arco temporale lunghissimo, scandito da alcune tappe identificate con questo o quel animale preistorico. L’esclusione dei dinosauri e l’assenza di qualsiasi riferimento all’ambiente e alla tassonomia costituiscono un approccio decisamente diverso dalla consueta carrellata di animali, affiancata da schede esplicative. E’ anche evidente che a fianco delle illustrazioni sono presenti delle informazioni brevi in forma di didascalia che aiutano il lettore e la lettrice a farsi un’idea. L’altra discontinuità è data dallo stile illustrativo, che abbandona qualsiasi tentazione di resa realistica del soggetto, in un rigoroso bianco e nero, sottolineandone, al contrario, il lato buffo, grottesco, singolare.
Infine, il formato, che è quello di un libro tascabile, con quasi cento pagine.


Sicuramente, a differenza di libri più tradizionali, questa impostazione spinge ad un uso libero dell’oggetto libro, a prescindere anche dal contenuto scientifico, ma nello stesso tempo contiene informazioni interessanti, curiose, sui singoli animali.
Lo stile della Safstrom tende a stilizzare fortemente i diversi soggetti, in stretta connessione con le caratteristiche descritte nel testo.
Se devo essere sincera, ho qualche perplessità sulla capacità di catturare l’attenzione dei giovani lettori e lettrici, che cercano nei libri sugli amati animali, più o meno mostruosi, un gran numero di informazioni e che immaginano mondi fantastici in cui collocare i loro beniamini. La quantità di informazione ovviamente non c’è: c’è lo spunto, l’accensione della scintilla di curiosità che porta ad andare oltre il più ovvio e conosciuto. Ma questo richiede una forte mediazione adulta, che dia un seguito credibile ai perché e per come che inevitabilmente ne derivano.


Andrebbe testato, ovviamente, con i diretti interessati, che in libreria sono attratti di solito da testi più grandi, più colorati.
Per noi adulti è una miniera di scoperte e di sorrisi per l’ironia con cui l’autrice ci racconta un mondo scomparso.

Eleonora

“Il piccolo libro degli animali del Mondo Antico”, M. Safstrom, Nomos edizioni 2018

venerdì 27 luglio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PETER SEMPREINPIEDI

Peter il gatto, Nadine Robert, Jean Jullien (trad. Janna Carioli)
Lapis 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Finalmente libero, Peter il gatto si alza sulle zampe posteriori.
'E così tu saresti Peter! Ma... stai in piedi!?'
Filippo non ha mai visto un gatto camminare su due zampe. Ma che importa, ha sempre sognato di averne uno. E così, da quel giorno, ha adottato Peter."


Mentre è lì che fa colazione, Filippo sente un forte miagolio. Pensa sia il gatto della vicina, ma poi scopre che viene dalla scatola che è davanti alla sua porta di casa da cui pende un cartello con su scritto PETER. La apre e quello che vede è per l'appunto un bel gatto nero e bianco, un po' pezzato come se portasse la livrea di un pinguino o di un cameriere.
 

E come il pinguino o il cameriere sta felicemente sulle zampe posteriori. Ma questa non è l'unica peculiarità di Peter. Delle cose da gatto non ne fa nessuna (o perché non è capace o perché non ne ha voglia). Non caccia i topi, ma li insegue sullo skate, non gioca con i gomitoli di lana, ma sa servire il tè. Non si arrampica sugli alberi ma fa yoga... Tuttavia la cosa migliore che lo distingue da tutti gli altri, semmai ce ne fosse bisogno, è il recupero di una pallina rosa: per prenderla si lancia, vola e l'afferra. E poi c'è un'altra cosa ancora che lo rende amatissimo agli occhi di Filippo. Da non svelare.

Peter, il gatto non è che l'ultimo degli animali che Jean Jullien ha disegnato nella sua scoppiettante carriera di illustratore. Tra i libri italiani si può ricordare l'insuperato Attenti al gufo! e tra gli stranieri Ralf., il cane bassotto estensibile.
In un disegno sempre molto riconoscibile - un tratto nero continuo per segnare i profili, colori piatti, esilarante espressività dei personaggi e ironia a secchi- Jean Jullien dimostra di essere un eccellente comunicatore attraverso un canale poco frequentato: la semplicità.
Comunicare cercando di essere semplice non è roba da tutti. E' roba da graphic designer. Che è esattamente quello che lui è. In realtà Jullien, francese di nascita ma inglese di adozione, è un affermato pubblicitario e i suoi libri illustrati non sono che una goccia nel mare della sua varissima e sconfinata produzione.


Le caratteristiche comuni che segnano i suoi libri si ritrovano anche in contesti molto diversi dunque, ma sono sostanzialmente dei fili rossi che li attraversano: semplicità, ovvero leggibilità, comunicabilità, ovvero capacità di trovare un codice comune, ironia, ovvero il ribaltamento di prospettiva.
Ed è forse quest'ultima caratteristica a tenere insieme il testo di Nadine Robert con il disegno di Jean Jullien.
L'ironia di Peter il gatto si concentra in due punti soprattutto. Da una parte il gioco narrativo messo in piedi nel dialogo tra i due amici, laddove la prima - Adele - elenca le cose che fanno i gatti di solito cui Filippo controbatte rilanciando le peculiarità del gatto in piedi. Dall'altra parte è proprio nei contenuti, ovvero nell'assurdo che si aggiunge all'assurdo che il divertimento si moltiplica. 


Quindi non è solo la forma che a ogni giro di pagina, come un metronomo, si ripete, ma è in particolare nel 'crescendo' di cose che il gatto fa come normali per lui che i lettori trovano il massimo del godimento e della risata. 


A questo si aggiunge il registro umoristico e spesso ironico che Jullien ha connaturato nel suo segno. Da godere, una per una le facce e i gesti del gatto Peter (che spesso e volentieri sconfinano sulla doppia pagina), a ogni giro di foglio. 


Va da sé che un adulto - possibilmente in cerca di spunti di riflessione se non addirittura di perniciosi insegnamenti - potrà utilizzare Peter il gatto come esca per dimostrare ai suoi piccoli ascoltatori che essere diversi, e possibilmente unici, è un valore in sé.


Lasciamoglielo fare. Non ci sono controindicazioni.

Carla