lunedì 17 maggio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GLI OCCHI DEI PASSERI
 
Poesie nell'erba, Sabrina Giarratana, Sonia Maria Luce Possentini
AnimaMundi Edizioni 2021
 
  
POESIA
 
"Bisogna avere gli occhi dei passeri
per mettere a fuoco certi esseri
bisogna muoversi a piccoli passi
farsi silenziosissimi e dimessi
cercare di capire da lontano
l'attimo, per avvicinarsi piano
poi restare semplicemente fermi
così vicini da scoprirsi inermi
vibrare insieme, accogliere il suono
ringraziare e custodire il dono."

 

Onestamente non so se ho gli occhi di un passero, ma so per certo che metto grande impegno a fare tutto quello che questa poesia-ricetta consiglia di fare: provo a muovermi a piccoli passi, divento silenziosa e dimessa, cerco di capire mantenendo la distanza, poi mi faccio più vicina e quindi mi fermo, mi lascio attraversare dal suono delle parole, ringrazio e custodisco questo regalo, che è il nuovo libro di poesie di Sabrina Giarratana, altrettanto poetico nelle tavole di Sonia Maria Luce Possentini.  
Questa postura del corpo, ma ancora di più dell'anima è quella che mi sento di consigliare a tutti coloro che con questo tipo di immagini poetiche cercano un incontro. Un appuntamento che non sia saltuario, al contrario che abbia una cadenza tale da non far dimenticare l'ultima poesia letta, prima di leggerne una nuova. Non facciano dimenticare l'ultimo disegno, appena girata la pagina.
Ma tant'è. Rari sono i lettori abituali di poesia illustrata, rari sono coloro che considerano la poesia, sia essa testo o sia essa immagine, 'pane quotidiano' e di conseguenza si fanno rari anche gli editori per ragazzi che nel loro catalogo decidono di lasciare uno spazio sufficientemente 'arioso' perché la poesia possa attecchire e crescere.
Anima Mundi non è un editore che si occupa in modo specifico e programmatico di letteratura per l'infanzia, tuttavia per una certa parte del suo prezioso catalogo ospita nomi di autori e di autrici che hanno parlato, scritto e raccontato anche ai bambini. In questo senso, la trasversalità della poesia può far miracoli. E in questo stesso senso più di un libro targato Anima Mundi potrebbe aprirsi e trovare la giusta voce per essere letto a dei bambini.
 
 
Primo fra tutti Le poesie nell'erba di Sabrina Giarratana e Sonia Maria Luce Possentini.
Ventotto poesie, ventotto tavole magnifiche, ventotto narrazioni sul filo della rima, o forse più delle assonanze, composte per regalare un'armonia sonora e visiva a significati ben più profondi. Ventotto poesie e ventotto illustrazioni che sono sguardi su cose che tutti possono vedere: le stelle, la luna, il chiaro del cielo all'alba, alberi.
Come sempre accade nella poesia è nella prospettiva che però si genera la meraviglia.
E qui però il gioco si fa addirittura doppio: da un lato la poesia fatta di parola di Sabrina Giarratana, dall'altro la poesia fatta di segni, di colore, di sfumature atmosferiche all'alba, o davanti a un bosco o di fronte a un tramonto, per la mano, qui davvero libera, di Sonia Maria Luce Possentini. Decisamente l'illustrazione di poesia è la sua voce più felice.
 

Ma torniamo dunque a cogliere quelle prospettive inaspettate cui si accennava al principio: leggiamo di quella stella che cade e che, pur cadendo, non fa rumore. Ed in questo che avviene il miracolo nei nostri occhi, nelle nostre orecchie, nel nostro cuore. Dopo aver letto quelle parole, dopo aver visto quelle immagini, nulla può essere più come prima. Questi sono gli esiti della buona poesia. Oppure quella bella luna piena, a ben vedere, ci viene raccontata sospesa, lì appoggiata a un ramo con il solo intento di riposarsi: se così è l'albero diventa stelo e lei il suo tondo soffione che all'alba con un soffio scompare per lasciare dietro di sé solo una poesia.
O ancora quell'albero grande che tutte le sere parla all'albero piccolo, sono albero padre e albero figlio, nel linguaggio delle foglie. Sebbene la loro lingua possa sembrare oscura, ciò nonostante il loro messaggio lo percepiamo come vero. Potrebbe essere altrimenti?
 

Accanto al patrimonio comune della natura e dell'universo che ci accomuna, Sabrina Giarratana e Sonia Maria Luce Possentini poggiano il loro sguardo su piccoli gesti che invece sono personali. E anche con questi riescono a creare un piccolo miracolo visuale che ce li rende in qualche modo familiari, intimi: il soffiare su una ferita che brucia, sdraiarsi in tre al chiaro di luna su una coperta in un prato (visti da una prospettiva rasoterra che è una meraviglia già in sé), buttarsi da una roccia facendo finta di morire, nell'atto di cadere. E ancora la poesia di Sabrina Giarratana è capace di invertire la rotta consueta quando mette in fuga uno spaventapasseri, rendendolo spaventato, o quando fa parlare un sasso che non aspetta altro che di essere lanciato a pelo d'acqua dalle mani di un bambino o ancora quando mette i piedi a una panchina e la fa andare e venire lungo la campagna e i boschi, senza mai farle perdere la sua qualità migliore, quella di essere ospitale. 
 

E come se non bastasse più di una volta il suo sguardo si alza e spazia verso l'infinito e con lei la visione della Possentini, ed è qui che il loro respiro rallenta come se ci volesse un tempo maggiore per trovare le 'parole' i 'toni' adatti per descrivere in uno la magnificenza e la fragilità della bellezza. E noi che siamo lì con entrambe non siamo più noi, ci trasformiamo attraverso i sensi, in tutto quello che ci circonda, fosse un filo d'erba, fosse un odore percepito, un insetto incrociato sul cammino. E quando questo accade non possiamo fare altro che fermare il passo, abbassare la voce, e inchinarci di fronte 
 
"alla meraviglia dell'universo
al miracolo ogni giorno diverso
all'essere qui, all'esserci stati
e alla fortuna di essere grati."
 
Ecco, essere grati a Sabrina Giarratana, a Sonia Maria Luce Possentini e ad Anima Mundi che pubblica libri così.
 


Carla

 

venerdì 14 maggio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

E L’UOMO INCONTRO’ IL CANE 


Questo è il titolo di un testo divulgativo di Konrad Lorenz, che ho letto nei lontani anni ‘80 e il cui primo capitolo, dove parla della domesticazione del cane, sembra essere molto vicino a quanto racconta Michele Serra nel suo ‘Osso. Anche i cani sognano’, una storia breve illustrata da Alessandro Sanna e pubblicata da Feltrinelli.
In questo racconto, Serra immagina un uomo anziano, sopravvissuto alla recente pandemia; vive in una bella casa ai margini della città e vicino a un bosco, miracolosamente ancora intatto.
 

Nel prato davanti alla casa compare un giorno un cane magrissimo, un segugio perso o abbandonato. Nonostante non abbia mai avuto cani, l’uomo decide di nutrire il cane, il quale, però, si sottrae a ogni contatto diretto. Così, per qualche giorno, l’uomo lascia la ciotola col cibo nel prato, per ritrovarla vuota il giorno dopo.
L’uomo ha una nipotina, Lucilla, che ogni tanto va a trovarlo con la sua simpatica e ingombrante maremmana, di nome Roba; è proprio la bambina a dare un nome al cane randagio: Osso.
Il vecchio e la bambina fanno spesso passeggiate nel bosco, accompagnati dalla rassicurante presenza di Roba e rallegrati dalle incursioni di Osso.
Dunque, lentamente la diffidenza di Osso si fa via via più lieve e il vecchio si diverte a osservarlo mentre corre con Roba, o mangia, o si riposa, sognando sogni di cane.
 
 
Il vecchio, stupito da quanto la sola presenza di un randagio malandato abbia potuto cambiargli la vita, racconta a Lucilla, la nipotina, una storia che potrebbe essere quella vera, della domesticazione del lupo migliaia di anni fa: un gesto di pietà, unito all’utilità di avere delle sentinelle molto affidabili, fece sì che una piccola comunità umana cominciasse a condividere i propri spazi con alcuni cuccioli di lupo, in cambio della loro collaborazione nella caccia.
Lorenz parlava di una discendenza diretta dagli sciacalli e solo parzialmente dai lupi, ma questa tesi, che ritorna per un accenno anche nel libro di Serra, è stata abbandonata da tempo.
Ma al di là di questo, che può incuriosire i più giovani nell’indagare sulla storia di un animale comunissimo e in realtà poco conosciuto, quello che mi ha colpito maggiormente è il parallelismo fra l’incontro del vecchio con Osso e l’incontro antichissimo fra uomo e cane. Come se ogni volta, da entrambe le parti, si stipulasse un patto di reciproca fiducia.
Bisogna avere occhi ben aperti per vedere nel cane la sua animalità e riconoscerne il valore, apprezzando come la sua intelligenza, e soprattutto le sue capacità empatiche, ci consentano di comunicare e di scambiare affetti e compiti, creando legami solidissimi. I cani sono spesso passatempi, o strumenti di lavoro, pochi si soffermano a guardarli per quello che sono, animali che della condivisione con l’uomo hanno fatto una non irreversibile scelta di vita.
Il racconto scorre veloce, con il ritmo e le atmosfere di una storia leggendaria, la storia di un ‘miracolo’ rinnovato, dell’incontro dell’uomo e del cane. E la percezione del ‘miracolo’ deriva dalla constatazione della profondità del legame che si crea fra due creature così diverse nel percepire il mondo e nel viverlo. 
 
 
Alessandro Sanna, con i suoi acquerelli così sapientemente evocativi, sostiene lo sviluppo della storia e ne sottolinea l’aspetto più simbolico. Il suo ‘Osso’ è esattamente come dovrebbe essere, magro, spaventato, incuriosito, esuberante, libero, come è libera la natura che l’ha accolto fino a quel momento.
Lettura consigliata a bambine e bambini amanti degli animali e delle buone letture, a partire dagli otto anni.
 
Eleonora
 
“ Osso. Anche i cani sognano”, M. Serra, ill. di A. Sanna, Feltrinelli 2021





mercoledì 12 maggio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VECCHIO E UN BAMBINO 
 
Ulf, il bambino grintoso, Ulf Stark, Markus Majaluoma
(trad. Samanta K. Milton Knowles)
Iperborea 2021


NARRATIVA PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"'Credi che i pesci arrivino in tavola volando, già puliti e salati, e si posino da soli su un vassoio?' 'Sarebbe divertente'. 'Sì però non succede' disse il nonno. 'E domani tu mi farai da schiavo. Mi aiuterai tutto il giorno, così ti ricorderai per sempre che non devi catturare i bombi'. 'Uff' dissi.
Quella notte sognai dei pesci volanti. E il giorno dopo iniziai a lavorare."
 
La storia è presto detta: il piccolo Ulf è in campagna dai nonni paterni, con, sullo sfondo, mamma, papà e fratello maggiore. Nonno Gottfrid non si ferma un minuto, dalla mattina alla sera. Ed è sempre lì che impreca mentre lavora, aggiusta, pianta, sradica: e in tutto questo fare, gli insetti gli danno fastidio. Quindi Ulf, che ha appena catturato l'ennesimo bombo che adesso ronza come un rasoio elettrico in una scatolina vuota di cerini, pensa di fargli un piacere, portandogli in dono l'ambita preda. E invece no, il nonno lo sgrida! I bombi sono instancabili impollinatori, serve che volino liberi! 
 
 
Ulf non ne fa una giusta, a sentire nonno Gottfrid. E poi, a tutte le sue richieste di collaborazione - spaccare la legna, per esempio - quel nipotino gli dimostra di essere senza un briciolo di grinta.
Un giorno da 'schiavo', al completo servizio del nonno, ne raddrizzerà per bene il carattere da mollaccione. A salvarlo dalla fine di una giornata molto faticosa - legna accatastata, latte ritirato, panche dipinte - arriva in traghetto il vecchio Gustav, il nonno materno, che per 5 corone compra Ulf e ne riscatta la libertà. Sebbene anche Gottfrid ora debba ammettere che quel piccoletto si è dimostrato finalmente grintoso e che tutti quei soldi li vale davvero, un meraviglioso piano di rivincita si fa spazio nella mente vulcanica del nonno antischiavista. Adesso che Ulf è un bambino libero sarà con Gustav che assaporerà il gusto di un'avventura notturna e di un magnifico scherzo mattutino.
 
Tutto il bene possibile su Ulf Stark è già stato scritto in queste pagine, in svariate e molteplici occasioni (basta digitare il suo nome nella barra di ricerca e il gioco è fatto). 
Qui come altrove il racconto è intriso di ironia e nel contempo, di profondità. C'è però un'altra qualità che Stark mette sulle pagine di questa brevissima storia, ultima in ordine di pubblicazione, che continua a colpirmi per il suo essere rara e preziosa.
Credo di non essere lontana dal vero se affermo che si possono contare sulle dita di una mano gli autori che la possiedono, questa qualità, e che riescono a servirsene, con così tanta naturalezza, come se fosse per loro aria da respirare.
Si tratta della capacità di raccontare una storia con una voce che, anagraficamente, non gli appartiene, ma emotivamente è tutta loro. Ovvero quell'abilità che in pochissimi hanno di abbassare del tutto il loro tono adulto per dare fiato invece alla loro stessa tonalità, ma infantile. E nel farlo, ed è qui la meraviglia, non dimenticano neanche per un secondo la loro condizione di persone grandi. Credo che questo abbia un po' a che fare con una loro memoria mai sopita di quello che è stata la personale esperienza infantile, la loro lettura del mondo, quando erano bambini. Quello che, per esempio, le rispettive mogli e figlie di William Steig e di Tomi Ungerer definivano, con ironia/affetto/ammirazione, un inspiegabile arresto del loro processo di crescita. 
O forse si tratta del metodo Stanislavskij applicato alla letteratura?
In sostanza, qui Stark mette in scena una sorta di numero di ventriloquia, in cui è contemporaneamente capace di essere lo scrittore dei personaggi e, nello stesso tempo, i personaggi stessi. Tutto più facile quando a parlare sono Gustav o Gotttfrid, molto meno quando è la volta di Ulf e di suo fratello maggiore.
 

Si guardi per esempio la questione della 'schiavitù' come è risolta magistralmente. Nessuna remora nel dire al proprio nipote: domani tu sei il mio servitore e nessuna esitazione in tutti gli altri adulti che incontra Ulf e ai quali comunica con rassegnata onestà il suo ruolo di 'schiavo' del nonno. Tutti, ma proprio tutti, non mettono in discussione la sua condizione di vittima, si limitano a compiangerlo, perché quel nonno lì non perdona. Nessuno dei grandi muove un dito e Ulf non si aspetta neanche che qualcuno lo faccia per toglierlo dai guai. La stessa soluzione del riscatto pagato da Gustav fa parte della grande messa in scena. La grande abilità di Stark, ovvero quella di dare tridimensionalità, spessore ai personaggi, attraverso il loro stesso agire e parlare, ma soprattutto attraverso lo sguardo di un bambino, fa sì che, quando il libro si chiude, il lettore abbia di tutti costoro una percezione chiarissima, costruitasi lentamente e in tutta la sua complessità di luci e ombre, attraverso una rete di punti che si sono andati a disporre strategicamente nel racconto. E così, con questa stessa naturalezza, prendono corpo questioni ben più profonde e universali, che ci lasciano lì a ragionare per giorni. Come per esempio il rapporto tra "un vecchio e un bambino..." 
 

E quindi, per tutte queste ragioni, mi piace credere che, dopo aver finito anche quest'altro libro di Stark, anche un bambino potrebbe muovere la seguente richiesta, usando le parole del sommo poeta: E poi disse al vecchio con voce sognante:"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"
 
Carla

lunedì 10 maggio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL VOLTO INATTESO DEL MALE
 

‘Senza una buona ragione’, di Benedetta Bonfiglioli, pubblicato da Pelledoca, è indiscutibilmente una storia ‘nera’. E’ la descrizione di una discesa all’inferno di una ragazza normale, normalissima, quasi banale, nella cui vita entra il ‘male’, impersonato da una compagna di scuola.
Tutto inizia con la partenza di Carlo, fratello della protagonista, Bianca; il ragazzo è stato ammesso alla Sorbona e parte lasciandosi alle spalle la sorella, con cui ha condiviso tutto, e la fidanzata Greta.
Bianca è coinvolta suo malgrado nel dolore di Greta, che è anche una sua compagna di scuola; da quel momento la sua vita precipita in un incubo: dagli scherzi pesanti, a veri e propri sabotaggi, compiti sostituiti, video osceni, ovviamente ‘modificati’, furti, fino alle scritte contro un’insegnante, la cui colpa viene addossata a Bianca. Il risultato è una bocciatura immeritata, con grande dolore dei genitori, che con il loro bar e con mille sacrifici hanno consentito ai figli di studiare.
La colpevole di questa cospirazione, abbastanza machiavellica, è certamente Greta, di questo la protagonista è convinta, ma non osa confidarsi con i suoi amici di sempre Olivia e Chicco, ma solo con la compagna di classe Mila. Alla fine dell’anno scolastico è con lei che partirà per una breve vacanza al mare ed è durante questo viaggio che si svelerà la verità.
Bianca fugge dal pullman su cui stava viaggiando e comincia a vagare fino a essere raccolta da un ragazzo alla fermata di un bus. Sta cercando una volontaria che deve accompagnare a un rifugio in montagna. Bianca approfitta del fraintendimento e inizia la sua fuga dal mondo; nel corso di due mesi, lavorando con compagni silenziosi quanto lei, ma partecipi nei limiti del possibile al suo dolore.
Un passaggio necessario per poter guardare al passato senza disperazione.
Il romanzo è dunque concepito in due parti, la discesa all’inferno, grazie all’intervento sistematico di una coetanea, e la lenta risalita, grazie alla presenza di estranei solidali. La prima parte alterna il racconto dal punto di vista di Bianca, scritto in seconda e terza persona, alle pagine del diario della persecutrice, di cui si intravedono le motivazioni. Da una parte, dunque, l’inconsapevole ‘caduta’ di Bianca che subisce le violenze crescenti senza riuscire ad arginarle, presa in una spirale depressiva che la porta all’autolesionismo. Dall’altra una voce carica di odio e di rancore, come se la distruzione di Bianca fosse l’unico rimedio a una vita non sopportata. Sullo sfondo le famiglie, dove campeggiano inesorabilmente genitori distratti dal lavoro o dai disastri coniugali, fatti di separazioni, adulteri, distrazioni. Padri e madri che poco sanno e meno vogliono sapere dei propri figli, salvo disperarsi quando sono messi di fronte ai loro drammi.
La forza di questo racconto di adolescenze perdute non sta nella plausibilità, perché davvero che nessuno veda, si insospettisca, si ponga dei dubbi è un po’ forzato; così come lo sono le figure di adulti, che sono più che altro attori muti e passivi che fanno da sfondo al dramma che consuma i loro figli. La vera forza sta nel descrivere quello che davvero può succedere fra una vittima e il suo carnefice. Una vittima che in qualche modo introietta la responsabilità di quanto accade e se ne fa annichilire, una carnefice che riesce a trovare una sorta di riparazione ai propri disastri, distruggendo la vita degli altri. Un meccanismo feroce che difficilmente può essere smontato da chi lo vive direttamente. La solitudine che gli e le adolescenti vivono è spesso il frutto delle lenti deformanti di un’identità in costruzione, che si percepisce unica e sola di fronte a un mondo ostile; questo spesso non consente loro, come in questo romanzo, di chiedere aiuto.
Il racconto di Benedetta Bonfiglioli ha tutte le caratteristiche del noir, costruendo una storia che porta inesorabilmente il lettore e la lettrice ad aspettarsi un finale che poi viene addolcito da un necessario colpo di scena. Una svolta imprevista che consente alla protagonista di uscire dal tunnel in cui era finita, con una nuova vita tutta da scrivere.
La durezza delle situazioni e il linguaggio esplicito mi spingono a consigliare la lettura dopo i sedici anni.
 
Eleonora


“Senza una buona ragione”, B. Bonfiglioli, Pelledoca 2021





 

venerdì 7 maggio 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

MINUSCOLI

Forse la grandezza di un autore la si misura sulla base del fatto che non è misurabile mai in modo definitivo. Calvino, alludendo ai classici, sosteneva che hanno sempre ancora qualcosa da dirci.
Kitty Crowther in questo senso è esemplare. Ogni volta che si prende in mano un suo libro la percezione di riuscire a valutarne per intero il valore sfugge. Inesorabilmente.
Per questa ragione, e per una serie di puntiformi dettagli che me la fanno sentire affine, in più occasioni mi sono dedicata a lei e ai suoi libri che, modestamente, credo di aver collezionato nel tempo, in varie lingue differenti a seconda delle circostanze, dal francese, al tedesco, allo spagnolo. E ancora per questa stessa ragione che lei è forse una delle autrici dal cui catalogo pesco con più sicurezza per rendere tangibile quel poco che so di letteratura per l'infanzia. E ancora, a lei ho dedicato una ricerca 'monografica' che vado raccontando nei miei incontri - Foto di gruppo con autore - che hanno la velleità di fare luce sulle poetiche di autori e autrici imprescindibili.
 

Dal che si può dedurre quanto Kitty Crowther sia importante ai miei occhi.
In Italia, è un fatto, molti dei suoi libri più significativi continuano a mancare, come se non avessimo ancora tutti gli strumenti necessari per farceli piacere. Fortunatamente però, nell'ultimo anno, sugli scaffali delle librerie sono comparsi (o ricomparsi) alcuni titoli importanti: Marameo ha ripubblicato Il mio amico Jim, Iperborea ha pubblicato La grande fuga, dove i suoi disegni compaiono, caso piuttosto raro, a illustrare un testo non suo, qui di Ulf Stark. E ultimi, i primi due titoli della serie Poka & Mine.
Per questi due ultimi titoli, Il calcio e Le nuove ali, si dovrebbe festeggiare doppiamente. Primo, perché è un altro tassello per comporre la bibliografia italiana di una autrice così importante, secondo, perché essendo una serie, se ne preannunciano altri titoli nei prossimi tempi. Fino a oggi, per Pastel, che è il suo editore belga di riferimento in lingua francese, ne ha già pubblicati otto.
Nell'ambito delle storie illustrate, in Italia non sono frequentissime le serie ovvero storie diverse con personaggi che ritornano. Mi viene in mente Elmer o il Ranocchio di Veltuijs, o forse ancora Ernest e Célestine, ma si contano su una mano effettivamente. A questi pochi si può aggiungere la serie dei Mumin che tecnicamente, sebbene illustrati, appartengono alla narrativa, ma hanno avuto anche esiti nel campo del fumetto, pensato per i più piccoli, con Iperborea fino al 2019.
Quindi doppio evviva per una serie illustrata pensata per lettori e lettrici minuscoli. Kitty Crowther quando li ha concepiti, inizialmente su una cartolina di auguri illustrata, li ha amati così tanto da renderli protagonisti di una serie di piccole avventure quotidiane.
 

Poka & Mine sono insetti. Neri. E si muovono in un mondo di insetti. A tutti gli effetti hanno sempre le loro 6 zampe di ordinanza che implicano magliette e maglioni rigorosamente a quattro maniche, quindi sono antropomorfizzati il giusto, ma sempre nel rispetto della loro identità di minuscoli artropodi esapodi. Non hanno la bocca, ma hanno grandi occhi espressivi. Poka è un maschio adulto e Mine, invece, è piccola e femmina. Stando al loro tipo di relazione interpersonale e soprattutto a quanto ha detto più volte la stessa Crowther, sono padre e figlia (in ultimo, nell'Oblò a lei dedicato da Hamelin, in occasione della Fiera del libro di Bologna che è stata annullata l'anno scorso). Riguardo a questo dato che io ed altri pensavamo assodato, a me sfugge il femminile usato per Poka nella peraltro curata  traduzione di Chandra Livia Candiani. Ma sono certa che è solo un mio limite, non aver colto qualcosa. Magari continuerò a pensarci.
Comunque sia, è di nuovo Kitty Crowther che racconta che la cosa che le preme soprattutto raccontare nelle storie di Poka e Mine è la loro relazione reciproca: piccoli fatti quotidiani che portano i due personaggi a confrontarsi con il piccolo mondo che li circonda.
 
 
Ed è proprio nella lettura diversa della realtà che i due spesso dimostrano di avere, quella di un grande e quella di una piccola, che Crowther instilla valore.
Spesso e volentieri la pensano diversamente, per esempio sugli sport da praticare o le scarpe da comprare. Spesso e volentieri il grande deve trovare in sé un accomodamento per non dimenticare mai il suo impegno di cura, che il ruolo di adulto - di padre - gli conferisce. E quindi iscrivere Mine alla scuola di calcio e poi di danza e comprarle le ali o le scarpe che la piccola desidera.
Attraverso tutto questo è inevitabile notare un paio di nodi importanti per capire il pensiero che è alla base dei libri della Crowther.
Il primo è l'amorevole accoglienza. Che si esprime non solo tra Poka e Mine, ma anche tra l'autrice e i suoi personaggi, ma soprattutto tra loro e il mondo che li circonda.
Dell'amore per la Crowther e i suoi personaggi si potrebbero scrivere pagine. Qui basterà dire che quando le si presentano davanti (raramente è lei che li va a cercare o li progetta a tavolino), il primo sentimento che lei prova nei loro confronti è di affetto. Che passa attraverso la cura e il rispetto profondi che si dovrebbero sempre avere nei confronti dell'altro da sé. Personaggi inventati, compresi.
 
 
Poka & Mine si amano perché si rispettano nella loro diversità di vedute, la loro è una cura reciproca.Sono sodali, pur nella loro diversità. E la & che lega i loro nomi sancisce la loro 'società affettiva'.
Rispetto al mondo esterno, agli altri, il sentimento che sembra diffondersi è quello dell'armonia, dell'intesa, dell'accordo. Si tratta di qualcosa di simile all'armonia che Tove Jansson ha sparso nelle sue storie dei Mumin, cui Kitty Crowther è da sempre debitrice confessa. Ognuno con una precisa peculiarità caratteriale, nel mondo dei Mumin, tutti trovano il loro spazio e la loro dignità di esistenza.
Tutto questo porta come inevitabile conseguenza che nelle storie di Kitty Crowther ai personaggi sia data sempre la possibilità di 'tornare a casa'. Questo non vuol dire che le sue storie non attraversino grandi profondità e grandi ombre, fatte anche di inquietudine, delusioni, dispiaceri, sconfitte, tuttavia alla fine c'è sempre una via di uscita positiva da questa immersione nella complessità dei sentimenti.Ben inteso, niente a che vedere con il c.d. 'lieto fine' pur che sia.
 

L'altra grande questione è l'attenzione per il mondo nascosto della natura, osservato con occhio attento perché minuscolo, ma molto vitale. Un mondo animale che più di altri porta in sé l'interesse che a suo tempo mosse la Potter, altro debito confessato da Crowther, a raccontare la storia di piccoli animali che nonostante vestano panni umani, non dimenticano mai di essere conigli, rospi, topi e porcospini. Non si tratta di animali esotici, ma presi dalla campagna inglese. 
 

La Crowther fa ancora un passo in più, di Poka e Mine ci dice solo che sono insetti, ma quali non deve importare. Così come disegna la sua botanica a memoria, mischiando piante e fiori solo sulla base dei suoi ricordi, lo stesso fa con Poka e Mine. Con la speranza recondita che un giorno qualcuno scopra che i suoi disegni hanno anticipato la scoperta di una nuova specie di insetto oltre al milione che è già stato censito.
 
Carla
 
Poka & Mine Il calcio, Kitty Crowther  
(trad. Chandra Livia Candiani) Topipittori  2021

Poka & Mine Le nuove ali, Kitty Crowther  
(trad. Chandra Livia Candiani) Topipittori  2021

mercoledì 5 maggio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NELLA SUA PELLE


‘The skin I’m in’ è il titolo originale del romanzo pubblicato nel 1998 dalla scrittrice afro-americana
Sharon G. Flake; Giunti lo traduce nel sottotitolo, ‘Il colore della mia pelle’. La scelta editoriale coglie l’attimo, l’attenzione alle tensioni razziali, così forti negli ultimi anni negli Stati Uniti e non solo.
Il romanzo racconta la storia di Maleeka Madison, tredicenne dalla pelle molto scura, che frequenta una scuola non certo di prim’ordine e del suo incontro con un’insegnante dall’aspetto non proprio comune e dai modi piuttosto irrituali. Le vicende di Maleeka, che ci parla in prima persona, sono piuttosto complicate: è orfana di padre, la madre ha faticato non poco a riprendersi dal lutto, grazie anche alle improbabili attività di sarta; a scuola non è popolare e sopravvive grazie a Charlese, ragazzina viziata e decisamente prepotente, che si serve dell’amica per superare le prove scolastiche, ma sottoponendola continuamente a ricatti e soprusi.
Poi c’è John-John, che ha avuto una cotta per lei e si è sentito respinto e si si vendica schernendola in continuazione.
La verità è che la ragazza non si piace: si vede troppo scura, troppo alta, troppo magra; non le piacciono i vestiti che le cuce la madre, non le piacciono le ‘amiche’ di Charlese, un giro di bulle di periferia. In compenso le piace la matematica e, grazie ai metodi poco convenzionali della professoressa Saunders, scopre anche che le piace scrivere.
E poi c’è un ragazzo, Caleb, che timidamente le si avvicina.
Ovviamente, non stiamo parlando di una scuola qualsiasi, ma di una di quelle scuole di periferia, non troppo costose, che raccolgono alunni e alunne dei quartieri poveri; intorno alla scuola, strade malfamate, teppisti, paure e coraggio che si tengono a braccetto.
Maleeka ci racconta tutto questo in un’altalena di stati d’animo, che alternano la speranza di una vita diversa, normale, alla sensazione di essere chiusa in trappola, all’interno di contesti violenti da cui non riesce a sfuggire. Proprio per la sua difficoltà a reagire ed allontanarsi da Charlese e le sue amiche, si fa coinvolgere in un atto di vandalismo dentro la scuola. Ma non tutti credono alla versione ufficiale dei fatti e quindi forse ci sarà per lei una possibilità di riscatto.
Come ambientazione e tematiche, questo romanzo si affianca a quelli, decisamente successivi in termini temporali, di Reynolds, in particolare a ‘Ghost’ , a dimostrazione che venti anni non sono riusciti a modificare in modo significativo la condizione degli afro-americani poveri: in entrambi i romanzi sono raccontate famiglie monoparentali, difficoltà economiche, un contesto sociale pericoloso e spesso violento.
Maleeka ci racconta, però, qualcosa di in più: la difficoltà di amarsi quando si ha la pelle nera, troppo scura, troppo lontana dall’ideale di bellezza rappresentato dalle ragazze caucasiche. Non stare bene nella propria pelle, vedersi brutta, introiettando un pregiudizio negativo, direttamente o indirettamente razzista. Ma come tanti romanzi ci hanno raccontato, la discriminazione per le peculiarità di alcuni individui non riguarda solo il colore della pelle: scoprirlo per la protagonista di questo romanzo è anche l’inizio di un percorso di accettazione di sé.
Anche qui, come in altre storie, la scuola è il principale strumento di emancipazione messo a disposizione dei più giovani; spesso ce ne dimentichiamo, anche qui, ora, accade che una pandemia allontani dal percorso scolastico quei ragazzi e quelle ragazze più fragili, che non riescono a condividere le magnifiche sorti e progressive della tecnologia.
Non stiamo parlando, dunque di condizioni astratte e distanti: discriminazioni, bullismo, precarietà economica, fragilità delle famiglie più esposte economicamente, sono condizioni che continuano a presentarsi soprattutto nelle periferie delle grandi città. Tanti ragazzi e ragazze sono lasciati soli ad affrontare problemi troppo grandi per loro.
Singolare, dunque, l’attualità di questo romanzo, anche al di là del suo contesto specifico; è un romanzo imperfetto, con un ricorso in alcuni punti eccessivo a metafore e paragoni; ma è una storia molto viva, vicina alla sensibilità di giovani lettori elettrici, dai dodici anni in poi, scritta con uno stile diretto, esplicito, e con un grande ritmo narrativo.
Vale la pena leggerlo.
 
Eleonora


“The skin I’m in. Il colore della mia pelle”, S. G. Flake, Giunti 2021





lunedì 3 maggio 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DE RERUM NATURAE
ovvero sulla Natura e roba del genere


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Se le cose fossero andate diversamente, con ogni probabilità questi libri avrebbero meritato una riflessione separata, una per il nuovo libro di Emma Adbåge che si intitola Natura e una per L'erbaccia di Quentin Blake. La circostanza, non casuale, che abbiano viaggiato assieme in una unica busta, è stata presa come spunto, forse pretestuoso, per metterli assieme in una riflessione sulla questione comune intorno a cui ruotano.
Per tenerli insieme, a parte il tema, si potrebbe dire, per esempio, che dove finisce uno inizia l'altro.
Emma Adbåge racconta con voce di bambino cosa sia la sua, del bambino, percezione della natura circostante. Il ragionamento di questo ragazzino si muove intorno ad alcune constatazioni di fatto. Via via che la sua osservazione si costruisce e delinea, si deduce che il rapporto con la natura e le persone che il ragazzino ha intorno a sé sia difficile.
Ed è proprio da qui, ovvero da una oggettiva situazione di impedimento che parte il libro di Blake.
Procediamo con ordine: nel libro della Adbåge l'io narrante parte dalla constatazione che distinguere tra il paesino in cui lui e le persone, un po' di animali -come cani e roba del genere- vivono e le altre cose -come boschi, lago, cespugli, mare- che si possono chiamare Natura. Prosegue constatando che alle persone piace la Natura mentre alla Natura non piace nulla in particolare, quindi neanche le persone. Lei va avanti e basta.
La sua successiva presa d'atto attesta che alle persone la Natura piace fino al momento in cui essa non diventi di intralcio: per esempio il tiglio, che perde tutte quelle foglie che poi devono essere raccolte, è meglio tagliarlo. 
 

Per non parlare della troppa neve che si accumula e che si scarica nel lago, o delle erbacce (!) che vanno tirate via e sostituite con del liscio e pulito asfalto, o del vento che va ostacolato con un molo più resistente, o del caldo che va combattuto a cubetti di ghiaccio in piscina... Il fresco arriva dall'aria condizionata nelle macchine, perché fuori il caldo aumenta ed è in arrivo anche un gran temporale, con i fulmini che portano il fuoco e poi il vento che distrugge tutto quello che ha intorno. E quando tutto si placa di nuovo, e questa è la constatazione finale, da una parte c'è il paesino - più che altro case, asfalto e roba del genere e dall'altra la Natura - come boschi, lago, cespugli, mare.
E da una situazione del genere sembra partire la storia di Blake che esordisce esattamente così: 
 
"Il mondo stava diventando secco e arido e sempre più difficile da abitare. Finché un giorno, senza alcun preavviso, nella terra si aprì una profonda spaccatura e la famiglia Dolciprati ci si ritrovò sul fondo."
 
I Dolciprati, in teoria, potrebbero essere tra gli abitanti del paesino della Adbåge? In linea di principio, sì. A vederli, però, sembrano molto più simpatici e decisamente più sprovveduti, in fondo a quella buca. 
 

Padre, madre, Marco e Lily i due fratelli, e il loro merlo indiano parlante, Octavia, che, apertale la gabbietta, vola in alto e torna con un semino che lascia cadere in una crepa del terreno, in fondo alla voragine, ai piedi dei Dolciprati che la guardano pieni di stupore. All'istante, da quel seme comincia a crescere una pianta. Parrebbe solo un'inutile erbaccia, se non fosse che, diventando sempre più grande, sempre più alta e robusta con le sue foglie tutte diverse sembra adattissima, come suggerisce con saggezza indiana il merlo Octavia, a portarli fuori di lì.
Un ibrido tra il robusto fagiolo della fiaba e un albero dei desideri che provvede ad appagare con la dovuta cura la fame dei singoli componenti della famiglia Dolciprati e un arbusto intelligente e generoso nel mettere in salvo i quattro da eventuali cadute, per poi farli atterrare sani e salvi, di nuovo in superficie.
Dove la Natura, sempre lei, si è ripresa un po' di spazio.
Del legame tra le due trame si è detto fin qua.
Dei distinguo, di alcuni e non tutti, che da qui in poi vengono messi in elenco, ognuno poi proverà a trarre le proprie conclusioni.
Emma Adbåge costruisce, come è suo costume fare, una storia nata dall'osservazione della realtà. Qui, parrebbe, con minor distacco del solito.
Quentin Blake parte da un piccolo dato di realtà e poi racconta una fiaba che per molti versi porta in sé semi ben più antichi, che verrebbe da definire di radice biblica.
Emma Adbåge si mette ad altezza bambino, come è suo costume fare, per raccontare dei fatti. Questa è una delle grandi capacità che le vanno assegnate e una delle qualità che distinguono i suoi bellissimi libri.
Quentin Blake ha il tono di un vecchio sapiente che sta raccontando un apologo di valore filosofico. 
 

Emma Adbåge è tagliente nel disegno sbilenco, come nelle parole,come è suo costume fare, e riconferma qui la sua dote naturale nel saper raccontare senza filtri pietosi la realtà per come la può vedere un bambino: senza sovrastrutture, armato solo della forza dei fatti. L'ironia e talvolta il sarcasmo di testi e disegni arrivano un po' dopo e, forse, solo ai più grandi. Il tono, che Samanta K. Milton Knowles traduce felicemente, è quello di un parlato veloce, spontaneo, diretto. Volutamente e con sapienza sempre un passo prima della sgrammaticatura.
Quentin Blake di contro è empatico con i suoi personaggi. 
 

È quasi affettuoso con loro e alla fine se ne fa carico e li porta sempre e comunque 'a casa'. Lui ha un tono lento e attento, curato, direi profetico nella voce del merlo. Nessun giudizio, nessun sarcasmo.
Emma Adbåge ha evidentemente una sua denuncia da fare, ha una questione che le preme venga affrontata, ha una sua precisa lettura della realtà intorno a cui costruisce un discorso polemico di cui quel bambino è consenziente portavoce. Come a dire, se non fosse già chiaro, che il pensiero del suo protagonista coincide con il suo.
Quentin Blake ha prima di tutto una bella storia da raccontare, una storia che ha del magico in sé e che contiene un germoglio - è proprio il caso di definirlo così- dalle grandi potenzialità, con il compito di svilupparsi ed eventualmente sbocciare, quando sarà il tempo, nelle coscienze di ciascuno.
 

La sua posizione, il suo messaggio vola alto con Octavia, per ridiscendere e ancorarsi alla realtà, solo nelle sei parole della dedica finale.
 
Carla


La Natura, Emma Adbåge (trad. Samanta K. Milton Knowles)
Camelozampa, 2021
L'erbaccia, Quentin Blake (trad. Sara Saorin)
Camelozampa 2021