lunedì 8 febbraio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CREDERE PER VEDERE
Nove braccia spalancate, Benny Lindelauf, (trad. Anna Patrucco Becchi)
(illustrazioni Isabella Labate)
San Paolo 2016


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"'Allora?' disse Pap. 'Allora?'
Dinanzi a noi si ergeva, mezzo nascosto tra alberi e cespugli, un largo muro di mattoni rossi. In cima c'erano due piccoli abbaini non più grandi di uno strofinaccio da cucina. Poi per un bel po' più niente. Ma in fondo, tra l'erba incolta, si intravedevano ancora due sfiatatoi dello scantinato. Alcuni mattoni nel muro erano scalcinati e messi tutti storti.
'Allora?' insistette Pap."

Fuori le mura della piccola città, in fondo a una strada sabbiosa e battuta dal vento, c'è la casa dove i Boon si stanno trasferendo. L'ennesimo trasloco.
Nove braccia spalancate è il suo nome perché in lunghezza essa misura tre bambine con le braccia spalancate: le tre bambine Boon: Jes, Muulke e Fing, la maggiore e voce narrante. Quattro fratelli maschi, già ragazzi, a tirare la carriola con le masserizie insieme a Pap, entusiasta sognatore e scansafatiche. A chiudere il gruppo, nonna Mei. Con un piede (e mezzo) nella fossa, con un occhio da civetta che rotea da destra a sinistra, è lei che tiene le redini di questa famiglia. E' lei che si prende cura di genero e nipoti e la fa dal giorno in cui Mam, Cuore di Burro, è morta. E lo fa con polso fermo.
Questa è la loro storia. La storia di tre sorelle, tra loro molto diverse, ma inseparabili, di un papà che cambia sempre lavoro, di tre fratelli in cerca di fortuna, di una nonna custode di un passato segreto ai più e racchiuso in una valigia, detta il Coccodrillo, piena di vecchie fotografie e ricordi. Per ogni foto, un racconto che si snocciola spesso la sera. E assume spesso i toni della leggenda.
Questa però è anche la storia di una intera comunità e di un passato ormai quasi dimenticato che riaffiora qua e là, intorno a quella strana casa che ha la porta d'ingresso sul retro.


Le case sono luoghi vivi, sono scrigni che contengono le storie di coloro che le hanno abitate. Nove braccia spalancate non fa eccezione: piena di storture, di oggetti misteriosi, di grandi difetti di costruzione si rivela interessantissima agli occhi curiosi di Muulke che ne esplora ogni angolo, in cerca di indizi che permettano di avvalorare le sue ipotesi di continue tragiche tragedie. Le tragiche tragedie che la sua fervida fantasia produce con lo scopo primario di atterrire la piccola e fragile Jes.
Per le prime centocinquanta pagine dietro a Muulke collezioniamo stranezze, fatti misteriosi, passeggiate al vicino cimitero, incursioni nelle siepi, frasi sbocconcellate tra le assi del pavimento, cercando di trovare un senso logico alla magia che avvolge questo luogo. Ma brancoliamo nel buio. Nel contempo però ci costruiamo una idea più solida di chi siano i Boon e riflettiamo con loro su un po' di grandi questioni. Scopriamo che il Cuore di Burro, come quello che aveva Mam, non dura mai tanto e non è d'aiuto per mandare avanti una famiglia. E' più efficace il cuore di pietra di nonna Mei. Scopriamo che Pap ha in mente di diventare, con l'aiuto dei quattro figli maschi, sigaraio affermato. Conosciamo la sua filosofia di vita che ribalta il celebre 'vedere per credere' in un molto più poetico: 'credere per vedere'. Scopriamo che Jes ha il problema della spostola, ovvero una schiena troppo fragile che la costringe a essere sempre un passo indietro rispetto alle altre. E in fondo, scopriamo altri personaggi che solo in apparenza possono sembrare marginali...
E poi il Coccodrillo, finalmente, dopo un lungo silenzio, si apre di nuovo e nonna Mei comincia il lungo racconto, che dura una notte intera e cinquanta bellissime pagine che sono il cuore pulsante del libro, e che scioglie ogni mistero. O quasi. Cinquanta densissime pagine che raccontano un meraviglioso quanto difficile primo amore e un scontro tra culture.
Se i nodi più grossi sono sciolti e se il passato adesso appare meno oscuro, tuttavia rimangono irrisolte alcune questioni. A questo si dedica la terza parte, catartica, del romanzo. Cercare a tutti i costi la verità significherà per Fing il doloroso ma necessario superamento dell'età dell'infanzia: un confronto spietato con nonna Mei, una sfida improrogabile nei confronti del mondo adulto. Uno scossone forte che però ha il merito di dissolvere la nebbia. 


Con l'intervento di un misterioso e insospettabile deus-ex-machina ognuno finalmente trova il proprio posto nel quadro d'insieme. A chi desiderava essere angelo arrivano ali leggere da sopportare, a chi voleva sedersi al caffè con il re dei sigari viene concesso il privilegio, e a chi voleva il diritto di porre domande vengono date risposte.

Una storia che non può e non deve passare inosservata.
Un romanzo corposo, coerente nell'intreccio molto articolato, che oscilla tra presente e passato con grande disinvoltura. Vivace nel suo alternarsi di registri: dal comico che caratterizza le storie delle tre sorelle, al lirico delle pagine centrali, al drammatico delle pagine finali. Insolito per contesto ed ambientazione, quindi scevro da facili scelte editoriali, Nove braccia spalancate ha il ritmo e la complessità di un romanzo classico. Costruito intorno a un grande mistero, tiene vigile l'attenzione del lettore e nello stesso tempo gioca con essa, solleticandola ad un continuo esercizio di memoria al fine di tenere insieme tutte le parti della storia.
Movimentato nella lettura, grazie ai molti dialoghi, è nello stesso tempo saldamente ancorato ad alcuni nodi importanti su cui focalizzare una riflessione condivisa. Cosa significa veramente amare? E quanto è importante ricordare per capire? Quanto le vite di ciascuno si intrecciano con quelle degli altri?
Da non perdere.

Carla

Noterella al margine. Conosco la qualità di stile della traduttrice che anche in questo libro si riconferma. Resto tuttavia dubbiosa sulla scelta a mio avviso un po' abusata di lasciare in lingua originale un gran numero parole che, in originale, sono nel dialetto del Limburgo. Immagino sia frutto di una lunga riflessione e quindi sia una scelta dettata da rigore e fedeltà nei confronti del testo, ma ciò nonostante avrei preferito un 'tradimento' più prepotente.

domenica 7 febbraio 2016


PANE IMBOTTITO

 
Prima di Natale ho fatto da aiuto in cucina a una cena di raccolta fondi per Legambiente.
Il capocuoco era un mio amico e le altre aiutanti erano comunque persone che conoscevo, quindi anche se il ritmo è stato serrato, più di cento persone da sfamare, l'esperienza per me è stata molto piacevole. Trovo che nel cucinare insieme ci sia qualcosa di vitale, purché ci sia una regia indiscussa e salda. Ogni volta che mi è capitato di farlo ho potuto apprezzare il valore del lavoro manuale inserito in un progetto collettivo. E questo per me vale anche fuori dalla sfera culinaria.
Il secondo di questa cena era costituito da una preparazione che mi è stata raccontata come tipica piacentina, anche se in più di vent'anni che vivo qui non ne ho mai scorto traccia.
Ma indipendentemente dalle sue origini, riguardo a cui non assumo nessuna responsabilità, trovo che sia un'idea interessante.
Si tratta di utilizzare un panino come contenitore di verdure, formaggi e uova, il tutto reso croccante al forno.
È una di quelle ricette in cui si possono utilizzare le cose che ci sono nel frigorifero, è veloce da preparare e da sola può costituire la base di una cena.
Vi do le indicazioni con gli ingredienti del mio primo assaggio, ma come detto potete fare tutte le declinazioni che la vostra fantasia vi può suggerire.

Ingredienti per una porzione 
un panino di dimensioni medie che possiate svuotare all'interno (vanno benissimo le 'rosette' o per i milanesi come me le 'michette')
zucchine e porri
gorgonzola e caprino
un uovo
un goccio di latte

Tagliate la parte superiore del panino, come se doveste ricavarne un coperchio e svuotatelo dalla mollica interna senza indebolire troppo le pareti, in modo da ricavarne una ciotola.
Bagnate l'interno con qualche cucchiaio di latte.
Schiacciate con le dita sul fondo della ciotola qualche pezzetto di gorgonzola e sopra un cucchiaio di caprino.
Riempite quasi tutto il resto (3 o 4 cucchiai) con delle zucchine cotte in padella con porri, olio e sale.
Per ultimo, appoggiate sopra al tutto un tuorlo.
Mettete in forno già caldo a 180° circa indicativamente per un quarto d'ora, ma una volta che il pane inizia a dorare potete scegliere quanto volete cotto il tuorlo e quanto croccante il pane.
Servire caldo.

Gabriella

Noterella al margine: avrete notato che vi avanza l'albume. Potete congelarlo e riutilizzarlo quando volete o programmare come dessert delle belle meringhe.


venerdì 5 febbraio 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CORPO PRIGIONE


E' una curiosa coincidenza che mi sia capitato di leggere, a distanza di pochi giorni, due romanzi diversissimi, ma in cui il tema del corpo ha un'assoluta centralità.
Se nel romanzo della Oates, è la ricerca del corpo perfetto, contrapposto al corpo malato, a essere al centro della narrazione, in Melody, di Sharon M. Draper, tutto ruota intorno al corpo-prigione dell'undicenne, protagonista della storia, costretta su una sedia a rotelle e impossibilitata a parlare.
Passano ben undici anni della sua complicata vita, in cui dispone di rudimentali mezzi di comunicazione, perché qualcuno la doti di un sofisticato apparecchio che consente di verbalizzare i suoi pensieri.
Melody è intelligente e ha voglia di imparare, ma lo sa solo lei; lo pensano, contraddittoriamente, i suoi genitori, la signora V, cui viene affidata, e Catherine, l'ultima insegnante di sostegno capace di affiancarla nel difficile inserimento nel mondo dei 'normali'. I primi anni di scuola, infatti, li passa insieme ad altri bambini disabili, con capacità intellettive molto diverse. Poi, finalmente, questo gruppo di ragazzi viene inserito in una classe normale. Con l'aiuto della nuova 'macchina' parlante, Melody riesce finalmente a mostrare le sue capacità, tanto da essere inserita nella squadra che partecipa ad una gara a quiz per classi delle elementari.
Tutto sembra andare a meraviglia, salvo che, quando si tratta di partecipare alla finale, una serie di eventi casuali, e non, le impediscono di partecipare; non solo, un incidente mette a repentaglio la serenità della famiglia, coinvolgendo la sorellina più piccola.
Questo è lo snodo importante nel racconto: se fino a quel momento poteva sembrare una storia coronata dall'inevitabile lieto fine, ricordando da vicino Wonder, la presa d'atto che una condizione di minorità fisica non si modifica dall'oggi al domani rappresenta un solido aggancio con la realtà, quella fatta di pregiudizi, esclusioni, diffidenza, imbarazzo. Difficile fare amicizia con una bambina che a volte non controlla i propri movimenti, che sbava quando mangia, che è esteticamente 'diversa'. Bisogna essere 'speciali' per superare il muro dell'incomprensione: non a caso l'idolo di Melody è Stephen Hawking. D'altra parte, è anche comprensibile come la piccola protagonista si senta anche responsabile, colpevole degli 'incidenti' che le capitano.
L'autrice, madre di un bambino disabile, conosce bene la durezza della realtà e racconta con partecipazione cosa possa voler dire sentirsi imprigionati in un corpo che non obbedisce ai desideri, che non si muove come quello degli altri, sentendosi capace di dire moltissime cose senza essere in grado di pronunciare verbo.
Come in Wonder, anche qui i giovani lettori vengono coinvolti molto sul piano emotivo, ma il finale problematico consente anche di fare un passo indietro e di guardare a questa storia con una maggiore lucidità alle tante diversità che arricchiscono la nostra varia umanità, alle difficoltà che incontrano i disabili, alle incomprensioni di cui siamo tutti, chi più chi meno, portatori.
Lettura coinvolgente per ragazze e ragazzi a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Melody”, S.M. Drapner, Feltrinelli kids


giovedì 4 febbraio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MOMENTI DI GLORIA
 
La gara delle coccinelle, Amy Nielander


ILLUSTRATI

"Cosa significa vincere, in fin dei conti? Per una piccola coccinella grigio cenere significa tagliare il traguardo con tutta la squadra, padre compreso."
(Book Announcement by Pomegranate Kids)


Libro senza parole che lascia senza parole.
E' difficile provare a raccontarlo con le parole. Tento, con parole mie.


Linea di partenza. Tutte le coccinelle, centinaia, una diversa dall'altra per colore, per misura e per puntinatura sulle elitre, sono lì che premono per partire. Scatta il via e la moltitudine sciama al di là della linea. In pole position, affiancate, ci sono due coccinelle grigio cenere: una più grande e una più piccola. Di lì a poco, la piccola coccinella grigio cenere scatta in avanti. 


E' decisamente più veloce delle altre che distanzia di un bel po', anche perché a circa metà del percorso apre le elitre e decolla. La coccinella grigio cenere più grande, invece, via via perde terreno e viene superata dalla moltitudine colorata. Le coccinelle che sono tra le prime file aprono le elitre e imitano la piccola grigia, mentre nelle retrovie tutte continuano a rimanere con le zampe per terra. 


A metà del percorso accade l'incredibile, ovvero tutte le coccinelle colorate vengono letteralmente risucchiate dal taglio della pagina e scompaiono alla vista. La piccola grigia che, evidentemente, ha superato volando la pericolosa faglia prosegue in solitario verso il traguardo. Nel frattempo anche la grande grigia, buona ultima e distanziatissima, viene inghiottita anch'essa dal limite della pagina. 


A questo punto la piccola grigia si gira e capisce di essere rimasta sola, al comando.
Ed ecco che accade il secondo (e non ultimo) fatto del tutto inaspettato...

Che libro! Che libro! Che libro! Tre volte almeno per i suoi tre valori principali che mi pare doveroso riconoscergli.
Bello, intelligente, poetico.
La prima cosa che colpisce è la cura formale che gli ha dedicato Amy Nielander, al suo primo albo. La sua formazione da designer affiora in ogni dettaglio: centinaia di coccinelle, disegnate con precisione assoluta, tanto che ognuna di esse ha sul foglio l'esatta misura reale. Il secondo elemento è il punto di osservazione, zenitale rispetto alla pagina. Tutte disegnate in scala 1:1, le coccinelle creano una macchia di colore che attraversa il foglio, che da questo viene 'mangiata', per poi ricomparire in forme geometriche che, come in una stop motion, ricordano le figure stupefacenti che fanno gli stormi di storni nei cieli delle città o le riprese dall'elicottero che sorvola le grandi maratone, a NYC in primis. 


L'effetto visivo è stupefacente e permette all'occhio di 'muoversi' da una visione d'insieme, che altro non è che una forma geometrica multicolore costruita da molti puntini diversi, coleotteri come pixel, a una visione del dettaglio in cui ogni livrea raffigura caso a sé (d'altronde le coccinelle si suddividono in più di 6000 specie diverse).


L'intelligenza, suo secondo pregio, risiede ovviamente nelle idee che il libro contiene. Per prima cosa l'effetto sorpresa che esso crea nel lettore quando dal piano 'narrativo', ovvero dal racconto senza parole di una gara tra piccoli insetti, si passa ad un linguaggio che si occupa della forma. Della forma del libro in sé. Il salto non è da poco e inevitabile è il rimando a Suzy Lee e al suo libro La trilogia del limite.
Un libro aperto, con due pagine affiancate, crea di fatto un unico spazio che però al suo interno ha un taglio, creato dalla cucitura. Scrive testualmente Suzy Lee "il lettore tende a ignorare la piega centrale della rilegatura durante la lettura. Esiste una regola non scritta nell'editoria, che afferma che l'autore di libri illustrati dovrebbe evitare di disegnare al centro della doppia pagina per non ostacolare la lettura. Cosa succede se questa regola viene ignorata?"
Ecco, ne La gara delle coccinelle, si vede una delle cose che possono succedere (altre sono visibili nella Voliera d'oro o in Di qui non si passa Martins-Carvalho, e -ovviamente- in molti dei libri della stessa Lee). A questo si aggiunga la scelta di Amy Nielander di accentuare ancora di più il limite fisico del libro, mettendo partenza e traguardo, a poco più di un centimetro dal taglio delle pagine a sinistra e a destra. Lo spazio è misurato e tutto torna.
La sorpresa che genera un salto del genere tra linguaggi non può che essere apprezzabile per tenere accesa la mente del lettore e non fargli mai dimenticare che il libro, il picture book in particolare, è nel contempo un contenitore di storie, ma anche un oggetto in sé con limiti e confini, che possono diventare potenzialità, in costante dialogo con la narrazione stessa.
La seconda grande idea sta nella storia in sé, ovvero nella sua trasposizione 'simbolica' di una gara. Nella fattispecie, tra coleotteri. E qui si innescano una serie di domande su cosa significhi gareggiare, sul senso che può avere fare una cosa 'diversa' da quella che gli altri aspettano, cosa significa davvero vincere? Insomma, temi non di poco conto. 


E il fatto che il libro sia senza parole, facilita enormemente la discussione che mi piacerebbe fare con i bambini, perché loro saranno costretti a dare delle immagini una lettura del tutto personale e di conseguenza frutto di un pensiero preliminare. In questo mette radici il terzo elemento di valore del libro, ovvero la risposta, una su tante, che Amy Nielander dà alle domande che il tema ha posto. Risposta che è piena di poesia.


Racconta la stessa autrice che la scintilla iniziale l'ha avuta durante una gara di 5 km che lei ha fatto con suo marito. Quest'ultimo, abile e allenato corridore, avrebbe potuto lanciarsi in avanti per distanziare i suoi avversari, ma invece ha scelto di non allontanarsi dalla sua compagna e adattarsi a correre al passo di lei per sostenerla. E lo ha fatto proprio in nome di un preciso valore: loro due insieme erano una squadra. Da qui si è sviluppata l'idea di un libro che celebrasse il grande valore che si nasconde dietro a quel gesto.
Da qui il senso ultimo del libro: poetico e, per questo, universale.


Carla


mercoledì 3 febbraio 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LA PRIGIONE DENTRO DI NOI


Un nuovo albo frutto della collaborazione fra Valentina editore ed editori iraniani, albo dal titolo suggestivo: L'undicesimo passo.
Racconta di un leoncino nato in uno zoo, amato da tutti i visitatori, che impara ben presto a misurare l'ampiezza della sua gabbia: può fare dieci passi e non di più. Giorno dopo giorno questa misura gli entra in testa, diventa il confine del mondo.


Un giorno, però, il guardiano si dimentica di chiudere la porta della gabbia e il leoncino sguscia fuori, salvo poi accovacciarsi per dormire all'ombra di un cespuglio di lillà.
Tutti lo cercano, si preoccupano, si disperano: immaginano che il leoncino sia andato di qua o di là. In realtà lui dorme beato e, quando il guardiano si presenta con il pranzo, il leoncino si sveglia e rientra da solo nella gabbia. Ha fatto dieci passi e non di più. Crescerà, diventerà un bellissimo leone e metterà su famiglia, ma sempre dentro l'angusto spazio della sua prigione. Non saprà mai quanto è grande e bello il mondo, perché gli è mancato quell'undicesimo, decisivo passo. 


Ma, c'è sempre un 'ma' a dare una svolta alle storie, il più piccolo dei suoi cuccioli prova a mettere il muso fuori dalla gabbia e forse un giorno...


La storia di Sousan Taghdis e Ali Reza Goldouzian, come si vede, offre molti spunti di riflessione: il leoncino è così abituato alla sua prigione da non riuscire nemmeno ad immaginare di poter avere una vita diversa. Le sbarre non sono solo materiali, esistono anche nella sua testa, non riuscire ad immaginare la propria libertà, desiderarla, ci rende, ahimè, schiavi. Provvediamo da soli a delimitare i nostri passi, introiettando una regola generata altrove, impedendoci così qualsiasi possibilità di fuga. Fino a quando qualcuno non ha il coraggio, o l'incoscienza, di spingersi oltre.


Ovviamente la lettura che sto proponendo è quella di un adulto o di un bambino che già qualche domanda del genere se la sia fatta, ma credo che il dilemma fra un asilo sicuro e una fuga senza certezza ben rappresenti quel che significa crescere, tutte quelle 'prime volte' in cui non si sa affatto dove ci porteranno i nostri piedi.
Se questo dunque è il senso, devo dire sorprendente, di questa piccola storia, non vanno dimenticate le immagini di un illustratore iraniano, Reza Goldouzian, piuttosto noto. Il suo leoncino perplesso è l'immagine perfetta del candore, tutti, o quasi, i personaggi guardano dritto verso il lettore, che si sente inevitabilmente tirato dentro questa piccola storia. L'unico limite, di queste intelligenti traduzioni, sta nel perdere inevitabilmente le caratteristiche impaginazioni originali, a partire dagli stessi caratteri tipografici.


Lettura filosofica per bambine e bambini intraprendenti, a partire dai cinque anni.

Eleonora

“L'Undicesimo Passo”, S. Taghdis e A. Reza Goldouzian, Valentina editore 2016


martedì 2 febbraio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN ELEFANTE A POIS
Piccolo Elliot nella grande città, Mike Curato (trad. Laura Bortoluzzi)
Il Castoro 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Piccolo Elliot era un elefante. Per tanti versi non era come gli altri.
Piccolo Elliot adorava vivere nella grande città, ma a volte era difficile essere così piccolo in un posto così enorme."

Quando saliva sulla metropolitana doveva stare a attento a non farsi calpestare, anche quando chiamava un taxi doveva sbracciarsi e il più delle volte l'autista non lo vedeva e lo schizzava passando a tutta velocità sulle pozzanghere. Elliot aveva problemi anche ad arrivare alle maniglie delle porte a prendere il gelato nello scomparto alto del frigo, ad arrivare a vedersi nello specchio del bagno...


Forse proprio per questo suo essere piccolo era in grado più degli altri di notare le piccole cose e di gioirne. La cosa che più di tutto gli piaceva erano i dolcetti, ma ancora una volta, non arrivando all'altezza del bancone nessuno lo vedeva, e così non riusciva mai a comprarsi un cupcake.


In fatto di grandezze tutto è relativo. Quando, mogio, Elliot se ne stava tornando a casa, notò nel parco che qualcuno ben più piccolo di lui aveva un problema ben più grande del suo. Si trattava di un topino affamato che non riusciva a raggiungere un avanzo di pizza, buttato in un cestino.
Elliot si sentì il più alto del mondo perché, prendendo il topino sulla proboscide, riuscì a spingerlo fin lassù a prendere la tanto desiderata pizza. 


Riconoscente fu il topo che, in giorno seguente, sempre arrampicato sulla proboscide di Elliot, arrivò al bancone della pasticceria per comprare il tanto desiderato cupcake.
Quella sera Elliot nel suo appartamento all'ultimo piano a Brooklyn non aveva solo un dolcetto, ma qualcosa di molto più importante: un amico.

Si festeggi la trionfale entrata di un altro elefante in città! Dopo Babar in ghette, dopo l'elefante che si crede un gatto, dopo Ortone che non smette di covare le uova dell'allodola, dopo Pomelo che dorme sotto un soffione, dopo Piccolo Elefante che da oggi dorme solo, dopo Elmer che è a scacchi ecco arrivare l'elefante a pois. I puntini rosa pallido e verdolino costellano l'intero corpo di Elliot, rendendolo unico e inimitabile. Altrettanto unico e inimitabile pare Mike Curato, il suo ideatore. Primo titolo pubblicato negli Usa due anni fa ed è già autore di culto.


Brooklyn che nella storia è sfondo costante (dalle case a schiera, alle vie trafficate, alla metropolitana affollata, fino al ponte illuminato) è evidentemente un luogo del cuore per Mike Curato. L'altro elemento catalizzante della storia di questo elefante di città, è la pasticceria, altra passione dichiarata da Curato. Quest'ultima attraversa la storia sotto forma di negozio, nell'antica Bakery Speranza, attiva dal 1905, nei cupcake in primo piano, nella confezione rosa che ne contiene uno, nel cupcake al cioccolato, che suggella la nuova amicizia sul finale.
Ancora una storia con un'ambientazione di altri tempi, questa volta gli anni '40, per la casa editrice Il Castoro. Come già per la serie dei Dinosauri di Yolen-Teague, ambientata una decina di anni dopo, anche per Elliot siamo di fronte a un primo episodio di una serie di tre.
Il disegno morbido, colorato al computer, denuncia nelle inquadrature un'impostazione quasi cinematografica, che mitiga certa leziosità di fondo.


Accurato in ogni dettaglio, è un piacere per gli occhi!

Carla

lunedì 1 febbraio 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


TAGLIENTE COME UNA LAMA AFFILATA


Joyce Carol Oates è una scrittrice americana molto prolifica, capace di disegnare efficacemente il lato oscuro della società americana; in Due o tre cose che avrei dovuto dirti..., ci regala un ritratto duro, impietoso, tagliente di un gruppo di adolescenti, tutte in grande sofferenza e difficoltà nel rapporto con se stesse e il proprio corpo.
La centralità del corpo è la chiave di questo romanzo: corpo offeso, malato, corpo torturato per raggiungere l'impossibile perfezione che il mondo sembra chiedere loro.
C'è Merissa, che racconta in prima persona, ragazza perfetta, con un padre lontano e anaffettivo e una madre già sconfitta: lei, prima della classe, ammessa in una università prestigiosa, perennemente a dieta, traduce la sua disperata solitudine nel tagliuzzarsi ossessivamente. Lo scorrere del sangue placa la sua inquietudine. C'è Nadia, al contrario, bruttina, grassottella, che cerca di farsi accettare mostrandosi più ingenua e disponibile; subisce degli abusi sessuali da parte di un gruppo di ragazzi, ma rimuove questa terribile esperienza, perdendosi nell'amore impossibile per l'insegnante di scienze.
E, perennemente presente, c'è Tinni, l'ultima arrivata del gruppo di amiche, ma quella con la personalità più forte, figlia di un'attrice di soap televisive e drasticamente anticonformista. Perennemente presente, nonostante sia morta suicida, dopo aver mandato un sms di scuse al gruppo di amiche, le Tinni & co.
La vita continua, certo, ma l'improvvisa, drammatica uscita di scena dell'amica più originale, più carismatica mette in discussione gli equilibri già fragili di queste ragazze. Tinni sempre presente, con il ricordo e con alcune decisive apparizioni, che forse però sono solo immaginate, in grado di salvare la vita di queste adolescenti incapaci di dare un senso al proprio dolore, ai rimpianti, al rimorso di non aver capito, al senso di tradimento che una morte prematura porta con sé.
L'autrice ne fa un ritratto impietoso: competitive, arriviste, deboli, smarrite, perse dietro obbiettivi di successo sociale irraggiungibili. Lontane anni luce da quella spensieratezza, da quella leggerezza con cui, con inutile ottimismo, vogliamo vederle. Certo, personaggi al limite della verosimiglianza, non tanto lontani, però, da quello che talvolta si legge nelle pagine di cronaca o nelle analisi dei sociologi. Ancora più impietoso il ritratto del mondo adulto: dei genitori, presi dalle loro carriere e dai loro problemi personali, e che desiderano solamente potersi specchiare nei successi delle figlie. Ciechi davanti a tutti i segnali di sofferenza, di disagio. E degli insegnanti, sotto il cui naso succede di tutto.
E poi i segreti, i non detti, le verità inconfessabili, compresa quella che spiegherà un gesto all'apparenza incomprensibile.
Siamo di fronte ad un romanzo molto duro, con un linguaggio esplicito e diretto, per niente indulgente con il mondo di oggi e i suoi dis-valori; un ritratto desolante della cultura del successo, al cui centro, per le giovani ragazze, c'è il controllo del corpo, la sua manipolazione ossessiva. Il mito della presunta perfezione adolescenziale, cui devono sottostare anche le madri.
E' un romanzo scritto con maestria, che tiene incollata la lettrice, o il lettore, alla pagina, con questo ritratto a più voci di una generazione alla ricerca di se stessa.
Solo il finale, sorprendente, riaccende la speranza delle protagoniste e di chi legge, puntando su quello che più di tutto può cambiare la vita: la solidarietà e l'amicizia.
Da quanto detto, si comprende come sia una lettura per ragazze, soprattutto, ma anche ragazzi, con una certa maturità personale, a partire dai quattordici anni. Ma è una bella, coinvolgente lettura anche per noi che cerchiamo di comprendere il mondo dei più giovani.

Eleonora

“Due o tre cose che avrei dovuto dirti..”, J.C. Oates, Mondadori 2016