venerdì 14 dicembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MIGRANDO
 
Un viaggio diverso, Daniel H. Chambers, Federico Delicado
(trad. Elena Cannelli)
Kalandraka 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Si misero in viaggio, ma cominciò a piovere e dovettero cercare rifugio.
Piovve per molti giorni, e mentre le oche aspettavano al riparo, gli umani ripresero il cammino, anche se sprofondavano nel fango."


È in questo momento che le loro rotte si incrociano. Le oche hanno il freddo alle spalle e stanno migrando verso sud, come ogni autunno. Gli umani hanno la guerra alle spalle e stanno andando verso nord. Due viaggi lunghi e pericolosi che hanno diverse cose che li tengono assieme. La prima è data dall'impellenza di partire. La seconda è la paura dei piccoli, da una parte la giovane oca alla sua prima esperienza di un volo così impegnativo, dall'altra i bambini che non vogliono lasciare la loro casa, i loro giocattoli e i loro amici.


La terza è data dal muoversi in gruppo. La quarta sta nella fatica. La quinta sono i pericoli in agguato. La sesta, il mare da attraversare.
Ma le due migrazioni per altrettante ragioni le si possono considerare inverse. Opposta è la direzione, opposte sono le tecniche di movimento: Magari poter avere le ali! Opposto il finale. Le oche hanno davanti ai loro occhi l'orizzonte sconfinato; quello degli uomini, di orizzonte, è sbarrato da filo spinato.

Per raccontare la realtà si possono scegliere due percorsi. Si può scegliere la metafora, il simbolo, oppure si possono inanellare i fatti così come sono. Chambers ha preso la terza via, ovvero racconta due realtà e le mette a confronto. Dalla loro relazione reciproca, da quel continuo richiamo dell'una nell'altra riesce a valicare la realtà stessa, conferendo ai termini della questione un valore universale e quindi simbolico.
Ed è proprio nel confronto tra il viaggio degli uccelli e quello delle persone che il lettore fa, pagina dopo pagina, che il dramma della fuga prende ancora più consistenza. 


Senza valicare quasi mai il confine della retorica, Chambers si aggrappa alla realtà delle cose con caparbietà e non si prende nessuno spazio per una propria interpretazione. Il suo scopo è raccontare con l'obiettività dell'osservatore esterno: mantiene in questo suo modo di procedere la necessaria lucidità per non cadere nella trappola della retorica che, visto l'argomento, è sempre in agguato.
A parte un paio di debolezze - Ma esiste un paese dove non ci sia la guerra? Queste sono le acque dove è nata la civiltà - il resto dei testi dimostra sufficiente rigore. 

 
Qual è l'intento di un libro concepito così? Per prima cosa quello di suggerire a chi lo legge l'esercizio del confronto e della riflessione, ovvero quello di non offrire una soluzione scontata, ma al contrario di generare domande, aprire questioni sul significato del migrare.
Il secondo obiettivo sembra proprio quello di non voler smussare gli angoli e le contraddizioni che noi occidentali viviamo nei confronti di chi sta scappando per necessità.
I fatti sono lì a raccontare se stessi.
Non c'è molto altro ed è un bene che sia così.
Resta da augurarsi che insegnanti o genitori rispettino tanta obiettività di visione e non ci mettano troppo del loro per dare una interpretazione a tutto questo.
Lasciate che i bambini traggano le loro conclusioni. Solo così si costruiranno una coscienza. 


Nonostante una citazione degli 'stecchi' di Shaun Tan, il bravo Federico Delicado qui è distante dalle sue belle tavole 'surrealiste'. In questa circostanza si è imposto il realismo nelle immagini, sebbene non tutte siano allo stesso livello di compiutezza e qualità.
Abbandona anche la sua consueta paletta cromatica, accesa e vivace, per privilegiare una scelta di pochi colori, dai toni spenti.
Scelte del genere contribuisco a indirizzare verso una lettura simbolica della difficoltà e della fatica che la migrazione, il viaggio verso l'ignoto, porta con sé.
La tavola finale, se non interpreto male, è un grido forte, un j'accuse, che attraversa la Storia, andando al di là della storia raccontata, per comprendere invece tutta quell'umanità che dietro a un filo spinato si è annullata. 
Bravo.

Carla

mercoledì 12 dicembre 2018

FAMMI UNA DOMANDA!


ERRORI FORTUNATI E ALTRE CURIOSITA’


Non si tratta di un libro appariscente, di quelli di solito preferiti come strenne natalizie, ma di un libro intelligente che può aprire la mente a una discreta schiera di ragazze e ragazzi, appassionati di scienza, con almeno dodici anni.
Si tratta di ‘Errori galattici. Errare è umano, perseverare è scientifico’ e lo scrive l’ottimo divulgatore Luca Perri, che qui firma per De Agostini, insieme a Tuono Pettinato. Della veste grafica, davvero penalizzante, parlerò dopo, intanto mi preme sottolineare come l’impostazione del libro infranga uno dei falsi miti sulla scienza, spesso trasmesso dalla didattica, ovvero lo sviluppo inarrestabile del sapere, una conquista dopo l’altra. Qui si parte dal ‘lato oscuro’, dall’errore, dall’inutile testardaggine, dalle lotte fra scienziati, dalle bufale. Ovvero il pane quotidiano della ricerca scientifica vera, che non è fatta solo di progresso e di successi, ma anche di frustrazione, fallimenti e percorsi di ricerca che si rivelano sterili.
L’autore, con grande ironia, aiutato dalle vignette di Tuono Pettinato, racconta alcuni episodi clamorosi di false piste, di scoperte che si sono rivelate dei grandi fraintendimenti, di scienziati che hanno speso decenni della loro vita a inseguire chimere. Sono un esempio la teoria dei canali su Marte, considerato indizio della vita intelligente sul pianeta, argomento che è via via scivolato nel dimenticatoio; o la ‘scoperta’ della poliacqua, che era in realtà, conclusione di molti anni dopo, sostanzialmente acqua sporca.


Il lato più interessante di questo e altri episodi è che cercando la cosa sbagliata capiti di fare comunque una scoperta importante: è quello che si chiama serendipity.
Perché è importante mostrare ai ragazzi e alle ragazze questo aspetto della ricerca? Perché di fatto contribuisce a dare un’idea dei nostri limiti, del nostro procedere nel vasto cosmo un po’ a tentoni. A rendere umano il nostro tentativo di dare un senso al mondo intorno a noi.
Nonostante alcuni di questi episodi possano sembrarci anche grotteschi, questi tentativi di spiegare fenomeni, dimostratisi poi infruttuosi, non sono stravaganze e non possono essere accomunati alle affermazioni di santoni o saltimbanchi. La scienza ha dalla sua un metodo di ricerca condiviso dalla comunità degli scienziati, che consente di sottoporre a possibile confutazione qualsiasi affermazione. ‘Sensate esperienze e certe dimostrazioni’, come diceva Galileo. Dunque tutto è criticabile, ma dobbiamo metterci d’accordo sui criteri che usiamo.
Spero proprio che letture come queste possano invogliare tanti ragazzi e soprattutto ragazze, che, come sottolinea l’autore, rappresentano una pattuglia di minoranza nell’esercito dei ricercatori, a buttarsi nella mischia, ad accettare quella bella, grande sfida intellettuale rappresentata dalla conoscenza del mondo, dal microcosmo al macrocosmo.
E’ poi importante sottolineare la necessità di avere uno spirito critico, di non credere a chi la spara più grossa, a chi immagina complotti, chi rende tutto opinabile, dal pensiero dei pensionati al bar agli astrofisici che studiano le stelle.
A questo punto, un severo richiamo all’editore, che ha voluto riservare a un libro interessante una veste sciatta, poco più di un ciclostilato, con qualche pagina sfocata e un’impaginazione deprimente.
Peccato, un biglietto da visita così certo non aiuta a proporre un testo invece assolutamente valido.
Ritornerò ancora sul tema degli scarsi investimenti che editori importanti riservano, per esempio, all’indispensabile lavoro della revisione nei testi di divulgazione.
Ma nonostante questo, consiglio caldamente questa lettura a ragazze e ragazzi svegli, con un minimo bagaglio di conoscenze scientifiche, ma anche agli adulti che non hanno smesso di essere curiosi.

Eleonora

“Errori galattici. Errare è umano, perseverare è scientifico”, L Perri e Tuono Pettinato, De Agostini 2018


lunedì 10 dicembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


OH, COM'E' BELLO JANOSCH!

Ti curo io, disse Piccolo Orso, Janosch (trad. Valentina Vignoli)
Logos 2018



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Quella notte Piccolo Orso dormì vicino a Piccolo Tigre, per aiutarlo a guarire. L'indomani Piccolo Tigre si sentì un po' meglio, e poterono togliere la fasciatura.
Ma poi su sentì un po' peggio, perché voleva andare subito all'ospedale degli animali."

Piccolo Tigre è caduto. È caduto malato. Fortunatamente il suo caro amico se ne prende cura: lo porta a casa, lo benda e dorme con lui. La malattia di Piccolo Tigre però è oscillante e un po' sta peggio e un po' sta meglio. Di solito migliora quando qualcuno gli fa visita o gli prepara cose buone da mangiare, mentre peggiora quando si sente un po' solo. E così capita che assieme a Piccolo Orso ora sono in tanti a prendersi cura di Piccolo Tigre e il corteo che lo accompagna all'Ospedale degli Animali è lunghissimo. 


Arrivati all'ospedale, però, bisogna sottostare a certe regole: camicia da notte pulita e bel bagno profumato. E poi punturina, sogno blu e fine dell'operazione. In un batter d'occhio Piccolo Tigre viene operato e rimesso in salute per poter tornare a casa dove Piccolo Orso gli preparerà finalmente il suo piatto preferito : trota salterina con salsa alle mandorle e pangrattato. Forse.

Nella collana La biblioteca della Ciopi arriva un titolo imperdibile di Janosch.
Recuperato dal catalogo AER, viene ripubblicato quello che allora si intitolava Ti guarisco io, disse l'Orsetto.
Dopo aver sorriso di tenerezza leggendo Oh, come è bella Panama! (Kalandraka 2013) e aver capito la bella amicizia che lega questi due personaggi dalle fattezze di morbidi pupazzi, che -per ingenuità e per gusto dell'assurdo- ricordano il loro predecessore Winnie Puh, orsacchiotto con poco cervello, ai lettori più piccoli si può suggerire la lettura di un'altra bella storia che può considerarsi un classico. Se lì c'era l'avventura qui c'è la cura. 
Considerata una cifra di Janosch, compare anche qui la c.d. Tigerente, Tigranatra, ovvero quell'anatra (Ente) di legno con rotelle che è dipinta a righe come il manto della tigre (Tiger) e che non ha mai meritato neanche un riga di testo, ma ciò nonostante rappresenta una costante presenza muta, dialogante con le azioni dei due protagonisti principali.
In un panorama piuttosto arido di testi brevi e molto illustrati per lettori giovanissimi e alle prime armi, questa uscita è da segnalare necessariamente. Non solo perché è una storia bella, ma anche perché rappresenta una palestra per allenare lo sguardo all'attenzione e la testa all'ironia. 


Letteralmente farcite di piccoli dettagli extravaganti - il fungo pendente, i soggetti dei quadretti alle pareti, l'anatra spennata nella stanza d'ospedale - le tavole di Janosch sono nel contempo quanto di più tradizionale e quanto di più stravagante ci sia nella composizione generale. Questa attenzione a scrivere storie tra loro parallele e speculari dà gusto al lettore ma soprattutto dà profondità alla questione, come se ci fosse un'eco.
E qual è la questione? La cura, e non solamente da intendersi in senso stretto, ma anche come accudimento di una relazione di affetto reciproco. 



'Adesso chiedi pure il tuo piatto preferito', disse Piccolo Orso una volta arrivati a casa 'e io te lo cucinerò'. 'Trota salterina con salsa alle mandorle e pangrattato', esclamò Piccolo Tigre. 'Dinne un altro', ribatté Piccolo Orso. 'Pasta all'uovo con salsa alle mandorle e pangrattato', disse Piccolo Tigre. 'Un altro ancora' disse Piccolo Orso, di' zuppa! Ma certo è proprio quello che volevo dire! In questo breve scambio di battute si racchiude un po' il senso della relazione che lega Orsetto a Tigre, ma a ben vedere, che tiene insieme l'intero gruppo di animali. Si tratta del desiderio di andare incontro all'altro, con la consapevolezza di poter rinunciare senza sforzo a qualcosa di sé, per la felicità altrui.
Che di questi tempi...

Carla

Noterella al margine: non leggibilissimo il font, non curata come avrebbe meritato la confezione.

venerdì 7 dicembre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL CANTO DI ORFEO


David Almond tenta, con ‘La canzone di Orfeo’, una audace rivisitazione del mito di Orfeo ed Euridice, ambientando la triste storia d’amore ai giorni nostri.
A raccontare la storia è Claire, una diciassettenne legata da un’amicizia particolarmente intima e profonda a Ella, sua coetanea e compagna di scuola. Durante una gita con altri amici nel Northumberland, compare un ragazzo che va in giro suonando la sua lira, Orpheus. Claire fa ascoltare ad Ella questa musica così diversa e coinvolgente ed Ella ne rimane incantata. Tanto che, quando lui si presenta in città, si appresta a seguirlo. Nasce così una irrefrenabile storia d’amore; Claire è combattuta fra la gelosia e il desiderio di vedere l’amica felice. Si organizza una specie di matrimonio campestre cui partecipano tutti i ragazzi e le ragazze del gruppo. Sembra tutto perfetto, ma Ella, per seguire Orpheus che si sta allontanando, corre a piedi nudi fra le dune e lì viene morsa dalle vipere. Non c’è niente da fare, la tragedia si consuma rapidamente e Orpheus, travolto dal dolore, scompare.
Claire lo incontra nuovamente e lo aiuta a trovare un passaggio a quello che lui ritiene sia il luogo dove giace Ella; come fosse posseduta, Claire racconta al lettore il viaggio di Orpheus negli inferi, la sua capacità di ammansire con il canto le creature infernali poste a guardia dei morti; e di come sia capace di commuovere i signori degli inferi. Ricomincia il suo cammino verso la superficie, seguito da Ella, ma non deve mai girarsi a guardala, questo è il patto. A pochi passi dalla luce del mondo dei vivi, incautamente si gira e condanna Ella ad una seconda morte.
Poi, la tragica fine , raccontata da un’altra ragazza del gruppo, che descrive a Claire come avesse incontrato un Orpheus trasformato, quasi inselvatichito, circondato da giovani uomini, poi selvaggiamente ucciso dalle donne del paese.
Claire ritorna alla sua vita normale, ma niente è come prima; finisce anche la sua incerta storia d’amore con un coetaneo, consapevole di essere aver rappresentato ben poco nella vita della ragazza.
Dunque, questa è la trama che segue più o meno fedelmente le versioni più conosciute del mito, da Ovidio a Virgilio. Del tutto improprio da parte mia proporre interpretazioni in chiave mitologica, simbolica o filosofica. Vorrei, invece provare a capire il senso di questa trasposizione del mito nel nostro presente: i ragazzi e le ragazze descritti da Almond, assetati di vita, di grandi emozioni e di amori, in questo contesto incarnano la giovinezza tout court, l’insania dei primi amori, assoluti e privi di ragionevolezza, il desiderio di vivere la vita appieno, che può essere rappresentata, pronunciata solo dalla musica e dalla poesia. E poi, l’ambiguità degli amori e della amicizie, che giocano con un’omosessualità a volte inconsapevole.
E il sottile diaframma fra la vita e la morte, il pensiero eroico del sacrificio supremo.
Certo, viene da chiedersi per quale ragione Almond abbia ripreso il materiale mitologico, così come è espresso nella tradizione letteraria, per raccontarci la bellezza e la fragilità di ragazze e ragazzi quando si affacciano nel mondo adulto. Forse un debito con la cultura classica, o forse perché certe ‘storie’ non possono essere raccontate che così. Potrebbe essere un interessante argomento a favore della cultura classica, ma non credo fosse questo il desiderio dell’autore, sebbene il racconto mitologico, in questo caso, rappresenti una potente matrice letteraria su temi universali: la selvaggia giovinezza, la contiguità di amore e morte, l’assolutezza dell’amore poetico.
La protagonista, Claire, che svolge il ruolo di narratore, è prima distaccata, poi travolta dal linguaggio della musica e della poesia, così vicini ad una dimensione mistica.
Al di là di queste considerazioni, Almond ha costruito una storia affascinante, altamente metaforica, in cui i giovani dovrebbero potersi rispecchiare, anche se nei teens di oggi non vedo un grande anelito di libertà di vita vissuta appieno, di amori trasgressivi e innocenti allo stesso tempo.
Lettura densa per adolescenti in cerca di perché non banali. Consiglio la lettura e, già che ci siamo, anche una passeggiata nelle Metamorfosi di Ovidio, a giovani lettrici e lettori a partire dai quindici anni.

Eleonora

“La canzone di Orfeo”, D. Almond, Salani 2018

mercoledì 5 dicembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA GENTILEZZA
 
Storie di animali per quattro stagioni, Toon Tellegen, Sylvia Weve
(trad. Laura Pignatti)
Sinnos 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Una mattina d'autunno lo scoiattolo era davanti alla finestra e guardava le foglie che cadevano lentamente e intanto pensava a tutto quello che doveva fare quel giorno. 'Devo comprarmi un cappotto caldo per l'inverno', pensò.
Devo trovare un regalo per il grillo che compie gli anni domani. Devo andare a trovare il riccio e, se il riccio non è a casa o non mi apre, anche la tartaruga.
Devo scrivere una lettera, non so più a chi, ma devo scriverla."

La lista delle cose da fare prosegue per una intera pagina. Sono cose anche molto diverse tra loro, spazzolarsi la coda oppure dire al coleottero che a volte anche lui è triste, ma che poi passa, senza sapere perché.
A chiudere questo lungo elenco, due doveri necessari: sapersi accontentare e aprire la porta. Fatte entrambe le cose, lo scoiattolo riconquista la propria libertà e il proprio armonico stare nel mondo che lo circonda. Si arrampica sul ramo e tira un gran respiro, dicendo a se stesso che la cosa sola che deve veramente fare è... niente.
Nello stesso bosco, qualche tana più in là, c'è l'oritteropo che riflette sul nascondersi. Non lo ha mai fatto fino a oggi e l'esperienza sembra interessante, anche se sconosciuta. Contemporaneamente nella tana di orso, orso è lì che fa le divisioni con le torte che ha preparato per gli altri, ma c'è sempre qualcosa che non torna nei suoi conteggi. Questo capita anche al millepiedi con i propri piedi. Il tasso, invece, ha i suoi problemi con una casa troppo grande e dispersiva a tal punto da smarrire gli invitati per il tè. 


Anche la talpa è molto ospitale e con il lombrico organizza una festa per chi ha organizzato la festa: due invitati, ma molto divertimento. Ricevere persone a casa è anche il tema che polarizza la giornata del maggiolino. Il leone nella tana riflette sulla propria immagine allo specchio e l'orsetto lavatore cerca solo di dormire.
All'aria aperta invece che cosa succede? Uno scoiattolo è appena atterrato sulla schiena di una balena, un rinoceronte e un ippopotamo discutono su un ponte, una tartaruga si carica la schiena di animali e una rondine organizza la sua festa aerea.

Gioia. Ci sono autori senza i quali la vita terrena sarebbe peggiore.
A ciascuno il proprio elenco, nel mio, Antonius Otto Hermannus Tellegen occupa il posto d'onore. Per almeno tre importanti ragioni. Ragioni che trovano conferma anche in questo suo ultimo libro di racconti, nato due anni fa in Olanda e portato in Italia con opera più che meritoria da Sinnos, nella collana 'I tradotti'.


La prima: Toon Tellegen è un creatore di mondi.
Un mondo apparentemente conosciuto e riconoscibile - un bosco - ma concepito secondo un ordine 'altro'. E in questo bosco 'diverso', abitano e agiscono animali anch'essi conosciuti e riconoscibili - rinoceronti ed effimere, lombrichi e leoni - che però della loro natura conservano un nucleo primigenio, su cui si aggiunge un pensiero e un'azione più complessa e stratificata. Che ha a che fare molto di più con l'umanità (nel bene e nel male) che non con il mondo animale, in senso stretto.
In questa prospettiva, per esempio, l'orso non perde mai le sue caratteristiche da orso che lo qualificano, ma a queste se ne aggiungono altre che trovano la loro ragion d'essere esclusivamente nel modo di essere degli umani.
Toon Tellegen, al pari di altri creatori di mondi come Ponti o come la Jansson, mette nelle tane delle talpe e degli scoiattoli teiere, lampadari e divani. Attraversa il surreale e l'assurdo diventa consuetudine. 



Nel contempo gli orsetti lavatori si addormentano sotto le foglie. Questo continuo cambio di registro è una gioia per il nostro cervello che è in all'erta costante, meraviglia dopo meraviglia, assurdità dopo assurdità.
Questo dialogo tra i due ambiti - animale e umano - ha una deflagrazione ancora maggiore nella sfera del pensiero.
I ragionamenti che Tellegen mette in testa e in bocca a un effimera che non sa cos'è il domani, o a un oritteropo che sente il bisogno di essere cercato da qualcuno hanno a che fare con la filosofia, in senso stretto.
Ed è questa la seconda ragione per amare questo autore e per condividerlo con il maggior numero possibile di bambini e adulti.
Le grandi domande, le questioni alla base del pensiero occidentale sono tutte lì in quel bosco (o deserto, o mare) in cui i suoi animali agiscono, pensano, riflettono e si addormentano. Un pozzo senza fondo, una vertigine di questioni, che Tellegen tocca con la delicatezza del saggio, che non ha bisogno di alzare la voce per dimostrare e mostrare il proprio punto di vista.
Al contrario, il più delle volte, dopo lungo riflettere, tutto si chiude in un sonno ristoratore e la questione rimane aperta, come è giusto che sia.
Quando la risposta non viene, è da saggi arrendersi.


Gli animali di Tellegen sono sapienti e la sapienza deriva dalla loro consapevolezza di sé e dal grande rispetto che nutrono nei confronti dell'altro.
In tal senso si assiste, inevitabilmente a ogni fine di racconto al ristabilirsi di un'armonia diffusa che è una carezza per lo spirito.
Figlia di questo modo di leggere il mondo è la terza ragione per amare Tellegen, che declinerei con una parola conclusiva e rara, da non svilire con alcuna spiegazione: gentilezza.

Carla

Noterella al margine. La vivacità consueta di Sylvia Weve qui scende di qualche tonalità, anche in senso cromatico, e si allinea alla delicatezza poetica e surreale del testo. Nel turbinio delle immagini, negli azzardi di prospettiva dà una sua personalissima lettura del mondo geniale creato da Tellegen. Un ultimo pensierino è sul titolo che dal nederlandese all'italiano perde un poco della leggerezza sospesa di 'una mattina, al principio dell'estate...'

lunedì 3 dicembre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL PALCOSCENICO DELLA VITA




O meglio, del tempo che passa. Così sembra essere il tema del nuovo albo firmato da Icinori, coppia di autori composta da Raphaël Urwiller e Mayumi Otero, dal titolo ‘E poi’, pubblicato da Orecchio Acerbo. Questo palcoscenico, con le sue quinte cangianti, vede moltiplicarsi gli attori, su tutti gli uomini-attrezzo che si affannano mese per mese a cambiare lo scenario, come se la vita che vediamo non fosse altro che una rappresentazione.


Le diverse immagini rappresentano una sequenza, in cui lo scenario cambia e i singoli personaggi perseguono i propri fini, qualche volta evidenti, altre volte più enigmatici. C’è una prima tavola, idilliaca, con una foresta lussureggiante e qua e là si vedono spuntare le teste degli uomini-attrezzo; poi si susseguono i mesi, e questi indaffaratissimi personaggi, come fossero tecnici di scena, tolgono tappeti, spostano quinte, mentre la maggior parte degli altri personaggi prosegue la propria vita, o la sua rappresentazione, come nulla fosse. 




Dalla quarta tavola, il mese di novembre, compaiono nuovi interessanti personaggi: una Venere vestita che sorge da un lago che sta per essere sostituito, e una coppia di sciatori, che seguiremo nella loro fuga anche nelle tavole successive, inseguiti da uno yeti gigantesco. Nel frattempo, gli operosi uomini-attrezzo hanno modificato lo scenario, che ora è spoglio, ma, si potrebbe dire, siamo in pieno inverno. 


Ma non è così: con l’avanzare della primavera, spariscono gli ultimi alberi, ma, sappiatelo, gli sciatori, arrivati a valle sono sempre inseguiti dallo yeti. Con il passare del tempo, anche la montagna viene spostata e il fondale sostituito da uno nuovo, una stazione con le rotaie in primo piano e la povera pianta-cigno che viene sradicata senza pietà. Ora siamo in piena estate, tutti i personaggi sono radunati sulla banchina, per salire poi sul treno. Nell’ultima tavola, gli uomini-attrezzo guardano l’orizzonte. E poi?


Beh, da tutto quanto vi ho raccontato fin qui si comprende come questo albo sia una strepitosa matrice di storie. Non c’è personaggio, situazione, sequenza che si rincorre da una pagina all’altra che non consenta, anzi che non inviti a ‘ricamarci’ su, a inventare il senso e lo sviluppo dai molteplici esiti diversi. Chi sono questi uomini-attrezzo, perché si danno tanto da fare, sono loro a decidere il corso del tempo o qualcuno li dirige? E tutti i personaggi, grandi e piccolissimi, che sembrano sempre sapere esattamente cosa fare, che stanno facendo in realtà, perché sono lì?


A volerlo fare, si può intendere questo albo come una descrizione della vacuità delle azioni umane e della loro potenza distruttrice, ammesso che di uomini effettivamente stiamo parlando. Ma non credo sia questo il senso e lo scopo dell’albo, che sicuramente racconta una concatenazione di eventi lungo una precisa scansione temporale, ma lo fa con una virtuosistica ricerca del dettaglio in una composizione che gioca con l’assurdo, seminando indizi qua e là. E ciascuno è libero di trarne le lezioni che vuole.


In tutto questo, non si può non sottolineare non solo la sapienza del disegno, nitido e chiaro, ma anche l’uso del colore, una gamma cromatica fatta di grandi campiture intense, calde, all’inizio con la foresta, per lasciare il posto al freddo azzurro, con pochi contrasti, che sottolineano l’individualità dei personaggi. Tavole di grande impatto visivo, che confermano l’indiscutibile livello tecnico degli autori.
Difficile immaginare una fascia d’età per questo albo, godibile com’è a livelli diversi, seguendo le storie o cercando significati. Direi che può essere un bel regalo di Natale per bambine e bambini a partire dai sei anni, ma anche una raffinata strenna per chi apprezza l’arte dell’illustrazione.

Eleonora


“E poi”, Icinori, Orecchio Acerbo 2018



venerdì 30 novembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'ETA' DEL GRANDE TAMPONAMENTO

L'età della ragione, Didier Lévy, Thomas Baas 
(trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy, 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Martedì
Georges guarda le sue macchinine. Quando uno diventa grande, pensa Georges, forse non ha più voglia di giocare con le macchinine. Forse vuole solo riordinare la sua stanza e imparare il dizionario a memoria.
Geoerges fa rotolare le macchinine sul pavimento, adesso c'è una bella pila ai piedi del suo armadio. Georges lancia una decappottabile contro le macchinine accatastate. Poi furgoni, semirimorchi, bulldozer, carri armati...
Proprio 7 anni, l'età del grande tamponamento."

E siamo solo a martedì. Mancano ancora 6 giorni alla data del suo settimo compleanno, quando Georges entrerà nell'età della ragione. Per lui è una grande incognita: lui è il primo nella classe a compierli. Avere informazioni dai genitori non sembra essere la strategia vincente: è passato troppo tempo dai loro 7 anni. 


Mercoledì tenta la crema anti età per riguadagnare i magnifici 5 anni. Venerdì Georges ragiona sulla vita prenatale e teme che quel periodo possa influire sulla data effettiva del compleanno. Sabato tenta di immaginare se stesso da vecchio, pieno di rughe, come Geronimo. Domenica è il giorno fatidico. Davanti allo specchio con il certificato di nascita che attesta l'orario di venuta al mondo : 15.33 trepida ne minuti immediatamente precedenti e in quelli immediatamente successivi. 34, 35, 36. Nessuna metamorfosi. Un sospiro di sollievo e un briciolo di delusione giusto un attimo prima che la festa di compleanno abbia inizio.
Sono passate 4 ore e Georges, mentre gli invitati ballano, guarda i regali: macchinine, un copricapo da indiano (dovrà aspettare un bel po' prima di diventare Geronimo), un orologio, una macchina fotografica e un dizionario...
Nella vita però non si può mai stare tranquilli, perché già solo il martedì successivo, come dice Olive la sua fidanzata, ad attenderlo c'è l'età dell'incoscienza. Sembra una bella prospettiva.

Mestiere duro e pieno di incognite, il crescere.
Con il ritmo cadenzato di un conto alla rovescia e la regolarità di un metronomo, giorno dopo giorno Georges si avvicina inquieto alla data fatidica. Si suppone che sia stata Olivia a mettergli in testa questa questione dell'età della ragione, anche se a 7 anni ogni bambino comincia a prendere le misure con il tempo che passa e con il 'diventare grandi'. 
A questa presa di coscienza contribuiscono goffamente gli adulti stessi che, non si sa perché, hanno una gran fretta di dimenticare e far dimenticare ai piccoli l'età della spensieratezza. Ma tant'è. 
A 7 anni si trotterella lungo il fiume che separa l'età del grande tamponamento dall'età del dizionario. Mezz'ora di qua e mezz'ora di là.
Sei grande per portare pazienza con tuo fratello più piccolo che ti ha appena preso un giocattolo, ma sei piccolo per andare da solo all'edicola all'angolo a comprarti un giornalino. Sei grande per ciucciarti un minuto il dito per ritrovare un po' di pace, ma sei piccolo per rilassarti con una partita a biliardo (finta). 
Georges è proprio lì in mezzo al guado che trotterella e si guarda intorno.


Il tempo è la sua grande domanda. A 7 anni la percezione che esso scorra è lì e se proprio non se ne può fare a meno, che almeno da vecchi si diventi Geronimo, anche se interiormente la speranza è quella di invertire il senso marcia e andare all'indietro di almeno un paio d'anni.
Bravo Didier Lévy a raccontare questo ondivagare, caracollare del piccolo Georges a un passo dall'evento che più di ogni altro sancisce il trascorrere del tempo: il compleanno. 
Bravo a registrare la trepidazione, bravo a 'ritornare' sulle riflessioni di quel bambino, alludendovi con un sapiente elenco di regali ricevuti. 
E bravo anche per il tono, ben tradotto, del monologo interiore, così pieno di marce in avanti e marce indietro, nella scansione regolare dei giorni di una settimana. E a proposito di tono, è bello anche il registro che usa Thomas Baas. A partire dalla copertina che molto dice dell'incertezza nel procedere: un bambino che si affaccia da una porta socchiusa, in attesa degli eventi. Il colore che diventa strumento di focalizzazione. 


I luoghi della storia sono solo tracciati in bianco e nero, mentre i due colori guida riempiono Georges, il centro dell'attenzione, e via via sfumano nel contesto, nelle cose che raccolgono i suoi interessi. Non dichiarata, questa soluzione conduce inevitabilmente lo sguardo a cogliere tre diversi livelli di relazione e di importanza. 
Bella idea.

Carla