giovedì 29 gennaio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IMPARARE È PER SEMPRE

Grazie!, Isabel Minhós Martins, Bernardo Carvalho
Kalandraka 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Mio padre mi ha insegnato ad avere pazienza. Mia madre mi ha spiegato che non sempre è bene aspettare. Da mia nonna Maria ho imparato che 'non c'è un minuto da perdere'."

Impare è per sempre. Imparare è anche difficile, soprattutto quando i maestri sono così tanti: mamma, papà, nonni, zii, fratelli, vicini di casa e amici. E ognuno sembra smentire il consiglio precedente. Eppure a ben vedere ognuno di loro ha la sua ragione. Infatti, da ognuno di loro questo bambino apprende. Occorre aver pazienza, per esempio a pesca, ma anche saper essere tempestivi, nella raccolta della frutta.


Occorre sapersi affrettare per non arrivare tardi a scuola, ma occorre anche sapersi riposare, al sole sdraiati sopra un prato. Nella vita occorre saper ascoltare i vicini chiacchieroni, ma anche risparmiare le parole con chi ci conosce a fondo. Bisogna essere capaci di perdere, magari in una sfida a scacchi, anche se ci piace tanto vincere, per esempio giocando al pallone con gli amici. È importante saper osare, per mettersi alla prova, ma anche saper essere prudenti e non mettersi nei guai.
D'altronde il bello della vita è che è un po' in discesa e un po' in salita e ogni volta noi siamo lì che dobbiamo pedalare.


Piccolo bel libro di filosofia, questo. Uno di quei libri che più tieni in mano più genera pensiero, e subito di seguito domande su domande. Per amor di chiarezza vado per punti.

Primo elemento: l'apprendimento. In un contesto del tutto riconoscibile al lettore si mette in luce il meccanismo di acquisizione di informazioni che un bambino ha in funzione H24 allo scopo di costruirsi un proprio modo di leggere il mondo. E siccome il meccanismo dell'apprendimento prevede che ci sia uno che insegna e uno che impara, mi pare che Isabel Minhós Martins, madrina di tutti i lettori, voglia dimostrare a gran voce che nella vita si impara da tutti, autista dell'autobus compreso. E lo si fa per sempre.


Le domande in proposito sono svariate: a che cosa serve imparare? imparare è roba solo da bambini? quando si smette di imparare? cosa hai imparato fino ad oggi e da chi?
Secondo elemento: l'alternanza dei saperi. Uno dei fattori di divertimento del libro sta proprio in questa alternanza di consigli, che l'autrice calibra con sapienza. Occorre saper andar piano, ma anche essere veloci. Occorre agire ma anche sapersi fermare, perdere ma anche vincere. E così via.
Il tema è di grande importanza: saper essere in grado di modulare i propri ragionamenti e le proprie azioni in base alla situazione è una competenza essenziale. Essere in grado di leggere 'in anticipo' una situazione o un contesto e quindi saper valutare 'in anticipo' in quale modalità mettersi per affrontarlo è roba che non si improvvisa.
Ed ecco che di nuovo vengono fuori altre domande: da cosa dipende l'alternarsi dei consigli e l'apparente essere tra loro in contraddizione? Non crea confusione nella testa di un bambino questo alternarsi di suggerimenti che vanno in direzioni diverse e talvolta anche contrarie? Ci riesce bene nello stesso modo essere veloci in alcune situazioni e lenti in altre, oppure silenziosi e chiacchieroni, o ancora essere capaci di desistere da un desiderio o al contrario provare a perseguirlo fino all'ultimo? 


Terzo elemento: la riconoscenza. Riguardo a questo punto, ho qualche dubbio che un piccolo abbia già maturato una propria consapevolezza del suo ruolo di allievo nei confronti di un maestro. Per la mia esperienza con i ragazzi, ho potuto sperimentare che solo in una fase più matura sono in grado di riconoscere a quel determinato maestro il merito di aver insegnato loro le cose importanti della vita. A un zio, d'istinto, un piccolo riconosce il merito di avergli insegnato a giocare a scacchi, ma forse non quello di avergli insegnato a saper perdere. A un amico si dà il merito di averti insegnato quel tuffo, ma forse non quello di averti insegnato a vincere la paura di saltare nel vuoto. Anche se, di fatto, lo zio effettivamente ti ha insegnato anche a saper perdere e il tuo amico a sfidare i tuoi limiti. La riconoscenza è un sentimento che arriva dopo. Ed è per questo motivo che questo piccolo bel libro di filosofia, può essere strumento di riflessione fin in tarda età...



Carla

Noterella al margine. Ogni frase di Isabel Minhós Martins aprirebbe orizzonti sconfinati di immaginazione, mille soluzioni diverse per illustrarle. Bernardo Carvalho ne ha scelta una -e una sola- ed è semplicemente perfetta: grazie!

mercoledì 28 gennaio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VENGO ANCH'IO...

Una passeggiata nel cielo, Yuichi Kasano
Babalibri 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Tong! Tong! Tong! Ecco fatto! L'aereo è pronto. Saliamo a bordo e andiamo a fare una passeggiata nel cielo. Ma... ecco che si avvicina il cane: 'Posso salire anch'io?
Solo un momento, per favore.
Tong! Tong! Tong!'"

I primi Tong Tong Tong si sentono già dal frontespizio...
Un signore panciuto, in una officina molto attrezzata, sta ultimando un monomotore rosso fiammante per quel bambino dalla maglietta a righe blu, in attesa. Il loro obiettivo è andare a fare una passeggiata nel cielo. 


Al decollo però c'è sempre qualcuno che vuole unirsi all'avventura. E ogni volta il panciuto meccanico rimette mano all'aeroplano per rendere la passaggiata nel cielo confortevole anche per tutti quei passeggeri aggiuntisi.
Dal cane alla mucca, nessuno viene escluso. Anche il gallo, al principio un po' scettico (forse perché lui è l'unico che di decolli se ne intende..), decide di partire. 

Non si sente più nessun Tong Tong Tong ma un Brooooooom molto incoraggiante.
Come può la forza di gravità da sola tenere a terra un gruppo di amici così uniti?


Narratore della vita agreste,Yuichi Kasano è maestro del topos letterario "l'unione fa la forza", come già in Blub, blub, blub (Babalibri, 2009) o in À la sieste, tout le monde (Ecole des Loisirs, 2009) egli dimostra che 1+1+1+1 è molto meglio di 1, 1, 1, 1. 
E lo fa sempre con un sorriso.


In Una passeggiata nel cielo è la carpenteria 'fai-da-te' che si mette al servizio della comunità con il solo scopo di far star bene tutti.
In spregio a tutte le leggi della fisica, per far volare 'qualcosa' il miglior carburante è la voglia di stare bene assieme.
Io conosco un signore che, un po' meno panciuto e con i baffi un bel po' più bianchi, con legno, chiodi, viti, bulloni e cordini fa meraviglie e lo fa solo perché i bambini nella sua libreria possano sentirsi ben accolti, abbiano un posto adatto a loro. E la cosa ancora più straordinaria è che questo signore è anche un buon pilota di aeroplanini....Curiosa coincidenza.
La voglia di condividere con altri le cose belle che progettiamo per noi stessi non è pratica così scontata. In tempi in cui l'accoglienza è vista come invadenza, come pericolo per la stabilità, come zavorra per la società, un libro del genere può solo far del bene.
Progettare e costruire per accogliere, per condividere si può fare.
Quell'aeroplanino rosso fiammante, con le dovute modifiche, diventa posto accogliente per chi, come maiali e mucche, in teoria sarebbe escluso dal volo.
Come sempre però sono le volontà dei singoli, nel loro piccolo, che mandano avanti il mondo: buoni artigiani, mossi dal desiderio di fare, che costruiscono aeroplanini a tre piani o librai che fanno di un negozio, una libreria accogliente.
E allora ben vengano i costruttori fai-da-te che sanno dire sì a chi chiede loro di partecipare, che sanno capire le esigenze di ciascuno, che sanno costruire le case per ognuno...



Carla

Noterella al margine: libro pieno di suoni che invocano la lettura ad alta voce.

martedì 27 gennaio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


16 OTTOBRE '43


Roma, 16 ottobre '43, il rastrellamento del ghetto: nella mia memoria c'è il racconto dell'omonimo resoconto scritto da Giacomo Debenedetti nel '44. Mi è rimasto impresso di quella lettura la presenza di un velo di leggenda, sovrapposto al resoconto veritiero di quello che è successo.
Ora Anna Foa, storica molto conosciuta, ci racconta proprio quel giorno in Portico d'Ottavia, pubblicato da Laterza nella collana Celacanto. Anche qui un'atmosfera sospesa fra la realtà della ricostruzione storica e l'immaginazione.


Tutto si svolge in un palazzo del Portico d'Ottavia, conosciutissima via del ghetto romano; lei ora ci vive e immagina di vederlo come era, come ci si viveva negli anni della guerra. Le si presenta una bambina, sembra un fantasma, che, come una sorta di Virgilio, la accompagna di casa in casa, racconta della solidarietà di quelle famiglie, di come si industriavano per sopravvivere al tempo delle leggi razziali, sembra di sentire le voci delle donne e dei bambini che giocano in cortile.
L'armistizio di Badoglio e l'occupazione nazista cambiano velocemente le cose, gira la voce che presto ci saranno dei rastrellamenti.


Addirittura un fantasma mette in guardia i giudei, ma anche voci di strada diffondono l'allarme; all'alba del 16 ottobre i nazisti si presentano al ghetto, facendosi beffe dell'oro versato dagli ebrei per conquitarsi la salvezza: chi può, aiutato dai vicini affacciati alle finestre, che li guidano dall'alto, scappa sui tetti, nei vicoli, si rifugia nelle chiese, nei conventi; chi non ci ha creduto, chi non fa in tempo, viene catturato. Sono circa mille gli ebrei romani rastrellati quel giorno e solo in sedici hanno fatto ritorno.

Chi ha condotto Anna Foa per mano nella rievocazione di quel giorno drammatico è Costanza, una di quelle che son riuscite fortunosamente a scappare e a rifugiarsi nella chiesa di San Benedetto.
Sembra una favola, una storia leggendaria ed invece è andata proprio così; questa città, in cui si mescolano cinismo e generosità, questa città che sembra digerire ogni tragedia, in cui sembra esistere solo olimpica indifferenza, ha visto anche questo, è stata lo scenario di una giornata tragica, in quegli stessi luoghi in cui ora piacevolmente si passeggia.
Efficaci le immagini di Matteo Berton, le diverse prospettive che raccontano il palazzo, le sue scale, i tetti su cui fuggono i più fortunati, in questo grigio scuro di un'alba piovosa, e poi l'incedere marziale delle SS, dalle cupe uniformi, gli stivali che colpiscono le porte, i fucili ben in vista. Il grigio e il rosso romano, il bianco delle lenzuola stese, emblema di vite interrotte, spezzate.


Anna Foa è davvero brava nel coniugare la fedele ricostruzione storica e una narrazione 'leggera', una sorta di favola triste ed emblematica.
Anche questo episodio è una parte importante della storia millenaria della nostra città: raccontare, far vedere, ricordare è rendere giustizia a chi ha subito questo orrore e a quella parte di città che ha saputo comportarsi con umanità.


Eleonora

“Portico d'Ottavia”, A. Foa, M. Berton, Laterza 2015


lunedì 26 gennaio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


 RICORDARE ANCORA



Il rito della memoria ha in sé il rischio della retorica, delle parole scontate, della ripetizione ovvia dei luoghi comuni, di un senso comune acritico e, appunto, rituale.
Ogni anno, con l'approssimarsi della Giornata della Memoria, si ripresenta il dubbio di inserirsi nel fiume di citazioni, dichiarazioni, proclami.
Nonostante questo rischio, da cui nessuno è esente, credo che la memoria storica sia uno dei pochi baluardi contro l'inverno dello spirito, in cui viviamo da molti anni. Di questo inverno e delle sue incredibili smemoratezze abbiamo dimostrazioni quotidiane, oltre alle lugubri recrudescenze di fenomeni che credevamo sepolti.
Da questa consapevolezza deriva il dovere morale di ricordare la Shoah e di tramandare questo ricordo ai più giovani, figli di una generazione nata lontano dall'ultima guerra mondiale combattuta in territorio europeo, e fonte di indicibili orrori.
Ma come ricordare, senza trasmettere il peso di un'angoscia insostenibile, ingiusta nei confronti di bambini e bambine, ragazzi e ragazze che di questi orrori non sono certo responsabili?
In questi giorni vi proporrò due testi, secondo me efficaci nel descrivere ciò che è stato.
Il primo è scritto sulla base delle memorie di Liliana Segre, raccolte da Daniela Palumbo per l'editore Piemme.
Fino a quando la mia stella brillerà è il racconto di una vita normale: una bambina di una famiglia ebrea, orfana di madre e circondata dall'affetto del papà e dei nonni paterni e materni; una vita borghese, che si sgretola sotto l'effetto delle leggi razziali del '38, con l'espulsione da scuola, con l'inevitabile cambiamento della qualità della vita, piena di divieti e censure. Essere ebreo equivale ad essere diverso, inferiore, privato di molti diritti.
E', come ben sappiamo, solo l'inizio di una tragedia immensa: chi capisce subito la direzione inevitabile verso cui si sta precipitando, riesce a fuggire; chi non crede all'abisso nazista, troppo tardi cerca la via di fuga, aiutato, a volte, dalla solidarietà di chi non ha venduto la propria coscienza ai vincitori del momento. Il punto di non ritorno è la nascita della Repubblica di Salò, quando la caccia agli ebrei, ai partigiani diventa sistematica. Liliana e parte della sua famiglia tentano, senza successo, la fuga, vengono catturati, imprigionati, trasferiti ad Auschwitz.
Ecco, il male assoluto e la sua concreta realizzazione nella 'soluzione finale'.
E' possibile raccontare l'annientamento di ogni umanità, la sistematica e pianificata distruzione della vita e della dignità di milioni di esseri umani?
Giustamente, nel racconto dedicato ai ragazzi e alle ragazze, si evita il riferimento diretto agli aspetti più crudeli di quella esperienza: Liliana racconta i suoi sentimenti, il legame col padre, che non rivedrà più, lo sforzo di rimanere viva, di non piangere, di non farsi coinvolgere dall'universo disumano del campo di concentramento; racconta i pensieri che l'hanno aiutata a sopravvivere, i pochi legami affettivi.
Si comprende perfettamente perché tanti sopravvissuti non abbiano voluto raccontare, o comunque non subito. Per fortuna, sono state raccolte tante testimonianze che ancora oggi si oppongono all'oblio.
E' una lettura non facile, doverosamente accompagnata da adeguate spiegazioni, e adatta a giovani lettori e lettrici a partire dai dodici anni.

Eleonora

Fino a quando la mia stella brillerà”, L. Segre con D. Palumbo, Piemme 2015

domenica 25 gennaio 2015

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


SAGGEZZA YIDDISH

It Could Always be Worse, Margot Zemach-Farrar, 
Farrar, Straus and Giroux 1976



In questi giorni di freddo grigiore invernale, mentre accendo il fuoco e mi siedo al computer nella casetta di paese che abito per la più parte del tempo da un po’, penso spesso che le cose non vanno. Che la casa ha troppe scale, è troppo vecchia, che non ha un impianto di riscaldamento, che è troppo piccola. Ma ieri, mentre disegnavo al tramonto davanti alla finestra che dà sui tetti e sulla collina… mi sono ricordata di un libro che insegna a vedere le cose diversamente, soprattutto a modificare il nostro comportamento, perché la realtà in cui siamo immersi possibilmente ci sorrida, offrendoci la faccia migliore.
E’ un racconto della tradizione Yiddish molto divertente, forse lo conoscete già… in questa edizione impreziosito dalla mano di un’illustratrice (e autrice, suo anche il testo) che mi è particolarmente cara, l’americana Margot Zemach.
Un pover’uomo abita con la sua numerosa famiglia (madre, moglie e sei bambini) in una minuscola catapecchia. Vivono accalcati gli uni sugli altri in perenne agitazione, i bambini litigano, la nonna annaspa e brontola, la moglie si arrabbia e urla. In un crescendo di confusione che approda al delirio collettivo, l’uomo si reca dal rabbino per chiedere consiglio prima di piombare nello sconforto totale.



Il caso è triste, miseria e malasorte sembrano accanirsi contro il poveretto, per giunta il frastuono derivante dalla convivenza forzata gli logora i nervi. Il rabbino ci pensa su lisciandosi la barba, poi domanda “Dimmi pover’uomo, per caso… possiedi qualche animale domestico, che so, uno o due polli?” e a risposta affermativa aggiunge “Bene, allora vai a casa e porta le galline, il gallo e l’oca a vivere nella catapecchia con voi”. Non poco perplesso, l’ometto fa dietro-front e si appresta ad obbedire… Naturalmente, dopo qualche giorno di convivenza tra umani e polli, il caos è peggiorato sensibilmente. Mentre i bambini continuano a crescere (e le mura sembrano restringersi!), al loro infernale schiamazzo si aggiunge il perenne starnazzo dei volatili, le cui piume volteggiano nell’aria e finiscono nella minestra.



Davvero non resta che tornare dal rabbino, le cose non potrebbero andare peggio! Il rabbino ascolta, ci pensa e chiede “Pover’uomo, per caso… possiedi una capra?”. Sì, c’è una capra nel recinto… Bene, conclude il rabbino, che l’uomo torni a casa e porti anche la capra a vivere nella catapecchia.
Nonostante il senso crescente di disagio e frustrazione, l’uomo obbedisce. Va da sé che dopo qualche giorno la miscela di umani e animali è ancora più esplosiva… alle bizze irrefrenabili dei bambini (sempre più grandi e grossi dentro quel loro buco di casa), allo stridore che si leva dal pollame brulicante, si aggiunge l’indomito ardore della capra, che si fa largo a cornate nel discinto carnaio in cui è costretta.



Il pover’uomo è distrutto, ma non sa che altro fare se non tornare dal rabbino, sempre confidando in un barlume di speranza che derivi dalla sua comprovata saggezza. La capra sembra impazzita, la vita è realmente divenuta un incubo… che fare? Il rabbino ci riflette su e poi domanda “Dimmi un po’ pover’uomo, per caso possiedi una mucca? Se ce l’hai, vai a casa e portala a vivere con voi”. “Oh no, no di sicuro!” esplode l’uomo… ma il rabbino è irremovibile e non gli resta che obbedire ancora una volta. Col cuore gonfio di disperazione, torna sui suoi passi e, come un automa, esegue il diabolico precetto. Trascorsi pochi giorni, la devastazione è totale nella stamberga, la guerra è ormai di tutti contro tutti e l’uomo può a stento credere a tanta sfortuna.



Vero è che non può fare altro se non tornare dal rabbino a chiedere aiuto, con voce affranta lo supplica di salvarlo dall’orribile incubo, con la mucca il parossismo della convivenza è giunto al culmine, tutto nella catapecchia è sopraffazione e devastazione, non c’è nemmeno spazio per tirare il fiato… Il rabbino anche questa volta si prende un attimo per riflettere e poi gli ordina di tornare a casa e di riportare fuori tutti gli animali. L’uomo obbedisce alla svelta, è forse la prima volta che sente di dovergli dare ragione! Fa uscire dalla sua bicocca i polli, l’oca, la capra e la mucca e si richiude la porta alle spalle con enorme sollievo. Improvvisamente la pace regna sovrana, la notte scende e reca il giusto ristoro a tutta la famiglia, ciascuno trova il suo giaciglio e si abbandona dolcemente nella ritrovata quiete.



Il giorno dopo, il pover’uomo torna dal rabbino e stavolta per ringraziare. “Hai reso la mia vita piacevole e tranquilla, solo con la mia famiglia la casa è finalmente diventata pacifica e accogliente… mi hai reso un grande piacere!”.

Ora vado ad accendere il fuoco, perché mentre vi scrivo sento che i piedi si stanno gelando… Ma intanto è come se questo delizioso libro di Margot Zemach mi avesse solleticato ravvivando la circolazione per tutto il corpo. Un racconto felicemente adattato, testo e immagini, così pieno di disordine, sgomento, agitazione e di brio. Di un rinato senso delle proporzioni e della misura, che ci vuole duttili quanto basta per fare del nostro cantuccio un riparo e una festa, anche quando siamo in tanti e lo spazio sembra esiguo. Perché dobbiamo sapere e ricordare che potrebbe essere molto peggio e che invece, con un po’ di sforzo collettivo, si può fare un paradiso in terra anche di un guscio di noce… Perché la vita richiede ai più un notevole spirito di adattamento, ma quasi sempre ripaga. Aggiustando essa stessa il tiro, dimodoché – io almeno la vedo così - il piacere sia proporzionale alla fatica che facciamo per conseguirlo.
Beninteso, ho il sospetto che sotto sotto… questa storia Yiddish voglia dire molto altro, ma lascio a ciascuno di noi di allargare la portata del messaggio oltre il destino individuale. Se non avvio alla svelta il fuoco mi prendo un malanno e ci vuole sempre un po’ a far attecchire la fiamma…

Daniela (Tordi)







venerdì 23 gennaio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BALDO È IL RE VALDO

Re Valdo e il Drago, Peter Bently, Helen Oxenbury
Il Castoro 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Valdo, Teo e Berto voglion fare un castello
per Re Valdo e i suoi uomini,
invincibile e bello.
Una scatola grande,
un lenzuolo, paletti
un paio di sacchi, dei mattoni un po' rotti."



Se disposti con cura, la scatola, il lenzuolo steso tra i due paletti e qualche mattone a fissarlo perché non sventoli troppo, sono tutto ciò che occorre per costruire un castello. Come tutti i castelli avrà il suo ponte levatoio, un morbido trono e una bandiera che gagliarda sventola. Un re, piccolo piccolo, con due sudditi fedeli. Il più grande porta pantaloni un po' abbondanti, il più piccolo un pigiamino e un ciuccio. Ma nonostante l'età, tutti combatteranno con coraggio contro il branco di draghi e le orribili bestie che dal bosco insidiano il loro castello. Tutti, o quasi: c'è qualcuno infatti che più che combattere esplora l'avversario con dita e bastoncini...


Comunque, ricacciato nel bosco il nemico, si fa bisboccia e il re annuncia una notte da passare insieme al castello.

 
Il sovrano non ha tenuto conto però di tutti quei 'giganti' che arrivano a requisire, uno ad uno, il suo piccolo esercito. Ormai solo, presidia il maniero: un re non indietreggia di fronte al buio incalzante o ai rumori sospetti...ma al comparire della grande Cosa che avanza su quattro piedi anche il sovrano più coraggioso non può non urlare: Un drago! Un drago! Aiuto! Meglio mollare, anche i re prima o poi a casa devon tornare...c'è il bagno da fare!


Per giocare basta ben poco. Per immaginare, ancor meno...Una spada si fa con due legni e due chiodi e una corona può essere lucente anche se di cartone. Per inventarsi un nemico basta guardare nello scuro del bosco per vedere uscire draghi fumanti o bestie giganti.
In rima, nella traduzione di Anna Sarfatti, Peter Bently nel raccontare questo pomeriggio di gioco si è ispirato al suo bambino Theo, che nel libro impersona Re Valdo. Un giardino, due amici e qualche oggetto racimolato qua e là sono diventati un regno da difendere, 'quasi' inespugnabile.
Perfettamente 'oxenburiano', questo albo illustrato appare subito come un classico. Per questo c'è da aspettarsi che entri nell'immaginario visivo dei più piccoli, come è successo per Dieci dita alle mani oppure per A caccia dell'orso. Caratteri che ritornano - il testo in rima, i personaggi che sono sempre bambini molto piccoli, le rispettive famiglie affettuose sullo sfondo, gli ambienti casalinghi accoglienti- sono un marchio di fabbrica per la Oxenbury.
Per questo suo essere considerata ormai un classico, però soffre due volte: da un lato perché si tace su di lei, considerandola ormai 'monumento' su cui è già stato detto tutto, dall'altro perché se ne parla con troppa leggerezza, etichettandola come deliziosa, aggettivo che le si appiccica addosso come miele e non la molla più.
Non si può negare che le tavole della Oxenbury siano, in qualche misura 'deliziose' perché portatrici di godimento per gli occhi, ma meriterebbero forse un'analisi meno stereotipata che ne indagasse radici e significati più profondi. Lei stessa, lo dichiara spesso nelle interviste, cerca di scappare da tanta leziosità. Ma tant'è.
Perché la Oxenbury piace così tanto ai piccoli e ai grandi che con i piccoli stanno? I suoi acquerelli vantano solide radici anglosassoni, che la fanno pescare in un immaginario già consolidato, e catturano lo sguardo per morbidezza dei contorni, sempre sfumati e mai definiti del tutto, per certa diffusa rotondità e per una sensibilità narrativa nel rappresentare sempre e comunque un 'proprio' bambino. I suoi disegni paiono avere un quid (come un'aura, una lucentezza particolare) in più, probabilmente derivante dallo sguardo affettuoso che li genera e li rende più intimi di altri. 


Ma di questo ho già detto il mio pensiero altrove.
Come tanti suoi illustri predecessori, la Oxenbury non teme il bianco e nero, anzi lo usa sempre come espediente narrativo. E così le sue tavole diventano ancora più classiche del classico in questo riferimento alla tradizione delle illustrazioni monocrome di tanti libri di fiabe 'antichi'.
La sua grandezza, tuttavia, sta ancora altrove: nell'avere trovato il preciso punto di equilibrio tra due estremità: da un lato il tema del gioco, dell'azzardo, della scoperta, dell'avventura e dall'altro la sicurezza, la tranquillità, il calore affettivo di una famiglia.


Alternare con sapienza l'esuberanza della libertà del gioco alla calma dell'abbraccio affettuoso, il passato al presente, il bianco e nero al colore: questo, a mio avviso, è il suo miglior talento che ce la fa apprezzare sempre così tanto.



Carla

giovedì 22 gennaio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


STORIA, DI GLORIA E DI RIBELLIONE


Un po' sottovalutata, forse anche per qualche limite nella presentazione, la collana Celacanto dell'editore Laterza continua a proporci testi interessanti dalla formula originale, che coniuga narrativa e divulgazione, ovvero racconti dal solidissimo sfondo storico, redatti con accuratezza e precisione.
Spartaco, scritto dalla brava Carola Susani sui testi dello storico Barry Strauss, racconta le gesta dello schiavo ribelle, simbolo di ogni successiva rivolta di plebi oppresse.


Spartaco è uno schiavo originario della Tracia, prima soldato nelle truppe ausiliarie, poi condannato a fare il gladiatore. Era in Campania, quando il vaticinio di una donna tracia, dedita al culto di Dioniso, gli predice un futuro glorioso. Fugge con i suoi compagni e così inizia una storia lunga ben due anni, in cui organizza scorribande nelle campagne italiche, mettendo in scacco il glorioso esercito romano. Roma, all'inizio, non dà credito a quel manipolo di straccioni, è questo l'incauto pensiero che guida le scelte del senato romano, convinto di poterlo sconfiggere in qualsiasi momento.


Non è così: Spartaco, con il suo esercito di schiavi traci, germani, celti, va verso sud, aumenta i suoi seguaci, fino ad avere migliaia di combattenti: combatte, vince, saccheggia, respinge gli attacchi delle legioni romane, ad ogni passaggio altri schiavi ingrossano le sue fila. Torna indietro, immaginando di scavalcare le Alpi e trovare rifugio in Gallia. Inspiegabilmente, quasi giunto alla meta e dopo essersi diviso da alcuni suoi seguaci, ritorna verso sud, fino a Reggio Calabria, ma viene fermato dal mare infido di Scilla e Cariddi. Nella valle del Sele affronta l'ultima definitiva battaglia, quella che lo vedrà sconfitto dall'ambizioso Crasso, l'unico capace di fermare quest'armata d'invincibili.


E' una storia epica, raccontata, nella finzione letteraria, da uno schiavo che presumibilmente ha partecipato a quell'incredibile impresa, repressa poi ferocemente nel sangue.
Il racconto rende bene l'idea della vita degli schiavi nella Roma repubblicana, siamo circa nel '70 a.c., quella dei gladiatori, solo apparentemente ammantati di gloria; rende ancor meglio la figura dell'eroe, figura tragica che porta in sé il segno della gloriosa sconfitta, che si trasforma in emblema, in simbolo eterno dell'anelito alla libertà, forte abbastanza da essere vivo ancora nel Novecento.
Potenti le immagini di Paolo d'Altan, che riprende l'iconografia classica che vuole i traci dotati di chiome ramate e di occhi blu: ci racconta le battaglie, la fierezza di genti mai completamente domate, il potere arrogante dei romani, la solitudine dell'eroe.


Eleonora

“Spartaco”, B. Strauss, C. Susani, P. D'Altan, Laterza 2014