venerdì 29 aprile 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


E SE...


Esercizio accademico, quello di immaginare un diverso corso della storia, oppure un espediente letterario, peraltro abbastanza utilizzato. Ci prova anche Ryan Graudin, giovane scrittrice americana, autrice di romanzi di genere per young adults, riproponendo il tema, o se vogliamo l'incubo, di Hitler vittorioso nella Seconda Guerra Mondiale.
Wolf. La ragazza che sfidò il destino, è appunto un romanzo fanta-storico, che immagina il mondo dominato da due potenze nazionalsocialiste, facenti capo ai due dittatori: Hitler e Hirohito, imperatore del Giappone.
Come accade in tutti i romanzi d'azione, all'Impero del Male si contrappone la Resistenza clandestina, fatta di oppositori interni al regime, o nei paesi conquistati, ma non domati, come la Russia.
La protagonista Yael, ragazzina ebrea fuggita dal lager in cui vede morire i suoi cari, è stata oggetto degli esperimenti genetici di un mefistofelico dottor Geyer, che l'hanno trasformata in un muta forma, una persona capace di modificare volontariamente il proprio aspetto. Questa sua capacità viene utilizzata dalla Resistenza per elaborare un piano, volto ad uccidere il Führer. Prenderà, infatti, le sembianze di Adele Wolfe, una spericolata motociclista, vincitrice di un famoso rally transcontinentale. Alla fine della corsa dell'anno precedente, il Führer ha voluto ballare con lei, evento straordinario considerate le misure di sicurezza che lo circondano.
Ecco quindi prendere il via la corsa, dove Yael/Adele deve confrontarsi con numerosi agguerriti concorrenti in un percorso lungo migliaia di chilometri attraverso tre continenti.
La narrazione segue questo percorso, punteggiato da molti colpi di scena, alternandolo ai flashback dei tempi del suo internamento, prima, e dell'addestramento, poi.
L'azione scorre veloce, nonostante le numerose digressioni, tutto tende al momento finale, all'incontro con l'odiato dittatore, seguendo i canoni del romanzo d'azione.
Interessante il personaggio della protagonista, che si è tatuata sul braccio cinque lupi, per coprire i numeri tatuati del campo di sterminio. Ogni lupo rappresenta una persona per lei importante, perduta in un modo o nell'altro. E le immagini rappresentano lupi per rendere omaggio al soprannome che le aveva dato Babushka, la donna più anziana del campo, che l'aveva protetta fino alla fine, dandole il soprannome di Volchitsa, lupa.
Dunque Yael ha fatto del suo nome una missione, imparando a gestire il desiderio di vendetta e mettendolo al servizio di una Causa più grande delle sue vicende personali. Nonostante l'addestramento, vive con sofferenza la sua ambiguità, il diventare altro da sé continuamente.
Come è facile immaginare, questo romanzo, adatto a una lettura a partire dai dodici anni, ma sicuramente apprezzato anche da ragazzi e ragazze più grandi, punta tutto sull'azione, sui colpi di scena, su un accenno di intrigo sentimentale. Non approfondisce, come potrebbe, la complessità dei personaggi, né si diverte a giocare con l'incubo che evoca, il dominio nazista sul mondo. Peccato per questi limiti, e per i refusi di troppo, perché l'idea è interessante e l'autrice gestisce bene il meccanismo narrativo.

Eleonora

“Wolf”, R. Graudin, De Agostini 2016




giovedì 28 aprile 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN UOMO SPECIALE

Il pifferaio di Hamelin, Russell Brand, Chris Riddell  
(trad. Rosa Vanina Pavone)
Il Castoro 2016


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Gli abitanti di Hamelin erano gente piena di boria, e amavano a tal punto se stessi e la loro città che, se solo fosse stato possibile, avrebbero passato tutto il giorno chiusi in una tuta spaziale a odorare le proprie flatulenze. Ma a quel tempo le tute spaziali non erano state ancora inventate, quindi non potevano farlo.
Invece organizzavano gare e concorsi interminabili e pomposi."

Uno di questi, forse il più famoso, è quello dedicato al bambino più bello di Hamelin. Ma i bambini di Hamelin sono tutt'altro che belli: mocciosi mangiatori di cioccolato e grandi ruttatori, mangiacaccole e tirasassi. 


Tuttavia Hamelin pare cittadina irreprensibile. L'ordine regna e nessuno può pensare di buttar all'aria questa perfezione. Ed è proprio un imperfetto, il piccolo Sam nato zoppo, che attira la crudeltà degli altri bambini. 'Non sei nessuno e non varrai mai un fico secco' gli urlano dietro ma lui non si fa scalfire. il peggiore di tutti è Bob il Grasso, oggi sulla soglia dell'ennesima vittoria al famoso concorso.
Come tutti sanno però la linda cittadina viene presa d'assalto - e proprio quel fatidico giorno - da una banda di ratti che la mette a soqquadro. 


Macellaio, lavandaia e persino Bob il Grasso sono oggetto delle attenzioni dei terribili ratti.
All'urlo di ANARCHIA i ratti rimodellano la città senza nessun criterio, se non quello di non averne. Il caos regna ovunque e gli abitanti sono costretti a battere in ritirata. E mentre in città succede l'indicibile, il giovane Sam dalla sua silenziosa e solitaria collina guarda giù.



Al sindaco, o meglio alla sindaco, non resta che piangere. Ma quando tutto sembra ormai perduto, il suono di un flauto taglia l'aria fetente.
E' lui il Pifferaio magico, un personaggio che vive al di là degli opposti - nero/bianco, uomo/donna, giorno/notte - dice poche ma fondamentali parole: Mi pare che abbiate un problema coi ratti!
La trattativa comincia. Una borsa piena di oro e un sandwich per avere la città libera alle sei in punto. E così all'ultimo rintocco la musica si espande e penetra ovunque, anche nelle menti dei ratti che, come un solo corpo, lo seguono. 



La città è libera, ma anche le teste degli abitanti si sono come d'incanto svuotate dal pensiero che tutto questo è dovuto al patto fatto con il Pifferaio.
La gratitudine non è di quel paese e la memoria ha le gambe corte.
Il mattino seguente, al centro della piazza, il Pifferaio è lì a riscuotere il dovuto.
Ma che quella fosse gente tremenda lo si poteva intuire e così contro il Pifferaio i cittadini fanno muro: un muro di menzogna e meschinità. Non paghiamo! E tu vattene dalla nostra città! è l'urlo che risuona. Il Pifferaio non si scompone, prende il flauto, suona e così come ha fatto con i ratti, ora lo fa con i bambini: li porta via per sempre.


Nessuno escluso, tranne il piccolo Sam che, al contrario, degli altri, sa riconoscere le cose importanti, prima fra tutte la verità.

Si sarebbe potuta raccontare la fiaba del Pifferaio di Hamelin in poche righe, giocando sul fatto che è storia conosciuta. Eppure raccontarla ancora una volta in tutta la sua interezza e, in questo caso particolare, in tutta la sua crudezza ha il sapore di una reiterata catarsi.
Forse una delle fiabe più controverse per questo finale così 'protestante', il Pifferaio di Hamelin ha in sé un nocciolo di senso che non può lasciare indifferenti e che non si esaurisce nei consueti canoni del racconto popolare. Non a caso nel Nord Europa grandi nomi della letteratura si sono cimentati con essa, da Brentano a Goethe a Browning, Bertold Brecht, Marina Tsvetaeva fino a Ende che la ha trasformata in una Danza macabra in 11 quadri (Mondadori 1993).
Tutti, compreso l'immaginifico Russell Brand, non sono rimasti indifferenti di fronte al suo importante contenuto sociale. 




Ed è proprio in questa chiave che anche Brand si pone. Il suo lessico sempre sopra le righe, che tanto ricorda quello rabelaisiano per i toni crudi e per la incontenibile fantasia, ne offre una versione di grande e bruciante ironia. Chris Riddell, e chi meglio di lui?, ne declina la verve creativa attraverso un disegno fantasmagorico che conferma una volta di più la sua grandezza. I classici, e una fiaba lo è in qualche modo, sono pane per i suoi denti. Da Don Chisciotte a Gulliver da Peter Pan all'Isola del tesoro. Ma anche il senso dell'oscuro, e questo Pifferaio è parecchio misterioso nel suo appartenere all'immaginario legato ad Arancia meccanica, è un terreno su cui Riddell si muove con disinvoltura.
Perfetti insieme, in una profonda intesa sul tema di fondo e sulla sua espressione piena di colore, Riddell e Brand, due cavalli inglesi purosangue, trasformano Il Pifferaio di Hamelin in un racconto se possibile ancora più tagliente che non lascia via di fuga rispetto al j'accuse che lo attraversa. 

Il lettore, catturato da forme, colori, parole e toni, non può sottrarsi dal partecipare.

Carla

Noterella al margine. Altro che borsa d'oro e sandwich avrei pagato per vederli assieme sul palco della Royal Albert Hall in uno show dal vivo...uno racconta e l'altro disegna.

mercoledì 27 aprile 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PER NINA

Nina Simone, nome d'arte di Eunice Kathleen Waymon, è stata una delle grandi voci della musica 'nera'. Una grande musicista, una pianista di talento e una voce speciale, vicina, per certi versi, a quella di Billie Holliday, cui si è ispirata. E' stata anche una donna impegnata in prima persona nella lotta per i diritti civili, amica e sostenitrice di Martin Luther King, ma anche di Malcom X. Tanto arrabbiata da lasciare gli Stati Uniti, nonostante il successo ormai raggiunto, girando il mondo per diversi anni. Come per altre donne di grande valore, la sua vita sentimentale è stata segnata da amori sbagliati, violenti.


Ma questo, la sua insoddisfazione, il suo tormento, non tolgono nulla alla sua musica ed a questa musica straordinaria che l'editore Curci dedica un albo illustrato, tradotto dalla francese Gallimard, tutto in bianco e nero, come sono neri e bianchi i tasti di un pianoforte e i neri e i bianchi sono gli esseri umani con cui si confronta.
Nina, di Alice Briere-Haquet e Bruno Liance, racconta la storia di questa straordinaria musicista immaginandola accanto al letto di sua figlia, cui racconta la propria vita.
Gli inizi, nella chiesa frequentata dalla famiglia, dove emerge il suo talento; e il primo impatto con l'ingiustizia, la discriminazione razziale, la presa di coscienza dei diritti negati.


Parallelamente ai sui studi, cresce l'impegno civile e l'adesione al movimento di Martin Luther King. Il sogno è che tutto sia come la musica, che vive di tasti bianchi e di tasti neri, di musiche diverse che si fondono insieme.


Come in tanti altri albi, il testo, in rima, è molto ridotto e non può raccontare più di tanto di una vita difficile e coraggiosa, come quella di Nina Simone. Ha il ritmo di una ninna nanna, quasi come quella scritta dalla Simone per sua figlia*, affianca i tanti ingredienti di una vita straordinaria, la musica, l'indignazione, l'impegno. E il desiderio di un mondo migliore.


Una scelta rigorosa e calzante, quella del bianco e nero, che ci racconta un mondo proprio così; un mondo e un modo di pensare non così lontano come vorremmo immaginare. Impossibile scindere la musica, la voce, la rabbia. Certo, altri tempi, altre tensioni sociali, in America e altrove. Ma se qualcuno volesse vedere in questa rappresentazione la fotografia di un passato che non ci riguarda, dia un'occhiata in giro per l'Europa, la civilissima Europa, che si ritiene superiore culturalmente a tutti e che si sta coprendo di vergogna. I muri e le frontiere improvvisamente riscoperte, i valori patrii sventolati non hanno a che fare col razzismo? Non copriamoci occhi e orecchie, per favore!
Questo albo può essere visto e sentito in molti modi, apre una straordinaria finestra su un personaggio importante della musica jazz, ma consente di raccontare anche un pezzo della storia recente che ha ancora molto da dirci. Lettura lieve o meno lieve per bambine e bambini a partire dai sei anni.

Qui e qui la voce di una persona straordinaria.
Qui una selezione di brani scelti dall'editore francese per accompagnare questo albo.




Eleonora

Nina”, A. Brière-Haquet e B. Liance, Curci 2016

* la ninna nanna di Nina Simone la potete ascoltare nel cd allegato ad un altro bel libro della Curci, Le mie più belle Ninne Nanne jazz




martedì 26 aprile 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


'RETURN TO AUGIE HOBBLE'

La vera storia di Augie Hobble, Lane Smith (trad. Giuditta Capella)
Rizzoli 2016


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"Il Parco delle Fiabe. Costruito nel 1967, Ignorato dal 2009. Cioè da quando ha aperto il nuovo parco acquatico dotato di scivolo con il giro della morte sulla Route 8. Da allora non siamo più stati una meta turistica vera, ma un po' di gente del posto ce l'abbiamo ancora, adulti che venivano torturati qui da piccoli e che adesso hanno i loro figli da torturare. In realtà quello torturato oggi qui sono io. Ci saranno almeno un milione di gradi e sto sudando come un porcello."

Augie sta sudando perché il parco di divertimenti che gestiscono i suoi genitori è in mezzo al deserto, lunga la mitica Route 66, e lui in quel parco ci trascorre intere giornate. Passeggiare come se si fosse a casa propria tra mille attrazioni dovrebbe essere la gioia di ogni ragazzino e invece Augie non ne può più. Un po' la polvere del deserto che tutto ricopre, Un po' i lavoretti che suo padre gli chiede di svolgere, un po' il gusto antiquato delle attrazioni rendono questo posto ben poco divertente. E non solo per i turisti.
Vivere tra il Villaggio del Libro di Fiabe, la Città dei Compleanni, il Forte Fortezza e il Polo Nord, essere amici di una Biancaneve un po' svampita o di un Lupo cattivo che pensa solo a imboscarsi per fumare non è il massimo delle aspirazioni di questo ragazzino di undici anni, alle soglie dell'ennesima estate passata tra i Vialetti dei Porcellini e le case Funghetto.
A questo si aggiungono un altro paio di problemi: un progetto per Attività creative che stenta a venire fuori e il migliore amico, Britt, in partenza per le vacanze.
Decisamente non è un gran momento per Augie, anche se la casa sull'albero a terra che sta ultimando con Britt, dà più di qualche soddisfazione.
Caldo, noia, un po' di solitudine, un mondo di adulti (anche se vestiti come Cowboy e Lupi cattivi), un paio di bulletti in piena attività, una ragazzina che dà falsi appuntamenti costruiscono le giornate di Augie che di giorno non riesce a trovare la giusta concentrazione per riparare alla sua insufficienza in Attività creative e di notte fa incontri con improbabili lupi mannari.
Mentre mille piccole avversità si intrecciano, mentre il suo amico è in vacanza, mentre la venditrice di bibite cerca di predirgli il futuro, Augie suda e fatica.
Ma sul più bello, o forse sarebbe meglio dire sul più brutto, accade l'imprevedibile.
Complice una delle sue tante allergie, Britt muore. Dalla sua vacanza il suo amico del cuore non torna più. E tutto quello che già andava male ora va anche peggio.
Augie, nel grande dolore, si è convinto di essere lui il responsabile della morte di Britt per avergli inavvertitamente messo nello zaino un biscotto alle arachidi.
Tuttavia se da un lato il povero Augie sprofonda nel buio di mille foschi pensieri e si macera nel rimorso, dall'altro c'è qualcuno che dal buio sta tornando da lui per convincerlo che forse le cose non sono come sembrano... Ancora una volta.

Lo scenario fittizio di un parco dei divertimenti, Il Parco delle Fiabe, è la chiave di lettura di questa storia. Alla sua prima esperienza di narrativa, Lane Smith, finora conosciuto e pluripremiato per i suoi albi illustrati, sull'illusione costruisce la fitta trama di un libro che fin dal titolo allude alla verità.
Tutto ciò che appare non è detto che poi sia. E questo mi sembra  l'angolo visuale molto interessante che permette di 'leggere' l'intera storia.
A questo aggiungerei un paio di altri punti di forza che questo libro ha in sé e, se mi è concesso, un paio di debolezze.
La capacità di dare una svolta brusca al racconto quando il rischio di diventare involuto era dietro l'angolo: la morte di Britt arriva, e spero che Britt non me ne voglia, al momento giusto, ovvero quando il racconto rischiava di chiudersi in sé stesso sulle difficoltà insormontabili di Augie.
La scomparsa di quel ragazzino, vero fulmine a ciel sereno per tutti, fa saltare sulla sedia il lettore e gli fa dire 'okay, ora qui si comincia a fare sul serio!'.
E infatti così accade: ogni cosa trova una sua ragion d'essere e ogni mistero si chiarisce. Ma va detto che questa seconda parte di racconto trae forza anche da un altro colpo di teatro, assolutamente geniale quanto improbabile, che strappa dalla malinconia personaggi e lettori, portandoli a passo veloce verso il gran finale.
Le debolezze sono piccola cosa, ma sono sintomo di una grande editoria che ad evidenza non reputa necessario dedicare il giusto tempo alla cura di un libro prima della sua nascita. Mi riferisco a un editing su testo e traduzione fatto un po' troppo 'di corsa'.

Carla

domenica 24 aprile 2016

ECCEZION FATTA!


Lo sguardo dalla collina e i libri giusti

Potevo scegliere se fare 18 chilometri di Casilina sempre più stretta, oppure 47 chilometri di veloce GRA oppure prendere la nuova metro C che mi avrebbe lasciato quasi davanti.
La Biblioteca Collina della Pace è una biblioteca di periferia, una periferia lontana da quella in cui abito io.
E' una biblioteca di borgata, la borgata Finocchio.
L'unico elemento del paesaggio che avevo per identificarla era la collina e di colline lungo la Casilina non ce ne sono poi molte...
La Biblioteca Collina della Pace è lì nuova fiammante. 



Sorta su un terreno confiscato alla mafia al posto di un gigantesco edificio demolito nel 2004, grazie anche alla volontà di un comitato di quartiere molto attivo, è possibilmente ancora più bella di come può essere bella una nuova biblioteca. Anche in senso metaforico.
Scopro, facendo due parole con una delle tante bibliotecarie (ieri c'erano veramente tutte le bibliotecarie e i bibliotecari dell'Istituzione) che la Collina della Pace è la prima biblioteca progettata fin dal principio come biblioteca, ovvero non si è trattato di un riadattamento di qualcosa di già esistente.


E se ti guardi intorno, lo percepisci immediatamente.
Una grande sala rettangolare al piano terra con scaffali pieni di libri. Libri belli, nuovi, che vanno in molte direzioni: dai libri rumeni all'ultimo di Franzen, Purity.
Due mostre che colorano le pareti: Che cos'è un bambino? (dal libro di Beatrice Alemagna) e dall'altra La piccola bellezza, con le fotografie di Stefano Costa.
Sovrastante, sospeso e tenuto su da un reticolo di travi in ferro, c'è un secondo ambiente, un ballatoio chiuso a vetri lungo quanto la sala sottostante, una sorta di ponte a mezz'aria che ospita la zona multimediale. Lungo i lati si susseguono i molti pc e al centro piccoli divani alternati a scaffali bassi e una serie di 'fruttoni' di pelle, da usare come comode poltrone per chi ha meno di 18 anni.

Altri ambienti -sale studio, sale per fare laboratori- movimentano il cuore centrale.
E poi c'è lei, la sala ragazzi. Piena di luce, le sue vetrate affacciano su un piccolo giardino con tavoli in ombra per le letture 'en plein air'. 





Circondata da scaffali bassi e da vasche a portata di mani piccole, un angolo morbido con una grande poltrona per gambe corte o lunghe, qualche tavolo su cui già a un'ora dall'apertura si accatastavano i libri letti o solo sfogliati.



Ecco, i libri. Loro sono quelli che, al di là di ogni contenitore che li contenga, fanno la differenza.
I libri sono il contenuto, o forse sarebbe più corretto dire i contenuti, di una biblioteca.
La Biblioteca Collina della Pace si è saputa distinguere anche in questo.
L'anno prossimo saranno vent'anni che frugo e curioso negli scaffali delle biblioteche di Roma, e mai, ma veramente mai, mi è capitato di correre con lo sguardo sui libri che sono sugli scaffali e trovare una così perfetta consonanza sulla scelta dei titoli. Mi spiego: dovunque mi cadesse l'occhio negli scaffali della sala ragazzi di Collina della Pace vedevo libri giusti. Solo libri giusti.


Appare subito evidente insomma un grande lavoro fatto a monte; un lavoro di scelta, di selezione, di cura. Traspare il coraggio di aver saputo dire no a percorsi magari più facili, magari più conosciuti, e immediati. Alle nuove bambine e bambini e agli adulti che li accompagneranno vengono proposti libri, storie e figure che non sono stati già molto 'masticati'. Solo quattro titoli di Walt Disney e nessuno di questi è una trasposizione dei suoi cartoni animati. Nessuna Masha e nessun Orso e nessun Topo con il nome a metà tra un capo indiano e un formaggio erborinato.
Al loro posto ci sono Tintin, i Mumin, Shaun Tan, Browne, Sendak, Lionni, Rodari, Munari, Scheffler, Friot, Kimiko e la Lee. 
E via andare.
Traspare l'onestà intellettuale di chi crede che alle bambine e ai bambini vada dato il meglio, vada offerta la qualità, vada mostrato il bello. Anche a costo di risultare 'sconosciuto', almeno al principio di un qualsiasi percorso educativo.
Non so se ciò dipenda dal fatto che chi è in collina, essendo sollevato da terra, riesce a vedere necessariamente più lontano...
Sta di fatto che è rincuorante constatarlo.
Lunga vita alla Collina della Pace.

Carla


giovedì 21 aprile 2016

FAMMI UNA DOMANDA!


 CHE CASA È?


La divulgazione sull'arte ci suggerisce spesso percorsi relativi ad artisti e movimenti, soprattutto grazie ad editori come Artebambini e Topipittori ed alcuni altri pionieri. Sull'architettura, invece, la produzione è più sporadica. L'editore 24h Cultura ha una piccola collana che utilizza il fumetto, fra l'altro, per raccontare sinteticamente i grandi dell'architettura e del design, ma con un linguaggio in gran parte inadatto ai lettori più giovani. 


A colmare questo vuoto arriva una novità di Editoriale Scienza, Come casa mia. Viaggio nel mondo dell'architettura, con i testi di Caterina Lazzari, le precisissime illustrazioni di Silvia Mauri e il progetto grafico di Studio Link, ovvero un gran bel libro di divulgazione, chiaro nei contenuti e di gradevole lettura grazie alle immagini e all'impaginazione, integralmente made in Italy. Lo sottolineo proprio perché più volte ho espresso il mio rammarico per i ritardi e le diffidenze dell'editoria italiana nei confronti della divulgazione.

 
Il libro alterna pagine di introduzione al periodo storico trattato e alle caratteristiche delle costruzioni prese in esame, a pagine doppie in cui viene rappresentato l'esempio concreto di quelle costruzioni. Si parte dalla casa del lettore/lettrice, invitandolo ad esaminarla, confrontandola con due modelli ancor oggi presenti e molto semplici nella loro struttura: una casa alpina e una tipica casa mediterranea.
Si prosegue con la storia, dalle capanne alle case in terra, osservandone la struttura e i materiali.


Si mettono a confronto edifici di epoche diverse, come una domus romana e una villa rinascimentale, sottolineando particolarità, come l'uso romano dei vetri alle finestre, proprio solo dei ricchi, o la presenza del water nelle case cretesi, usanza che poi si è persa per molti secoli.
Molta attenzione viene però riservata alla modernità, con i suoi capolavori, Casa Milà di Gaudì, e alle sue ardite sperimentazioni, da Perret a Wright, da Gehry a Sobek.
Ovviamente è una carrellata molto ridotta di architetti famosi, ma non credo si potesse ampliare di molto l'argomento.


Trovo infatti interessante l'esposizione dei diversi criteri, i cambiamenti nel paesaggio, l'attenzione all'impatto ambientale, l'uso della tecnologia. Se questi argomenti possono di certo interessare i più grandicelli, dopo i dieci anni, la riflessione sul luogo in cui viviamo è un argomento più trasversale: guardarsi intorno, cogliere le differenze fra i diversi modi di intendere lo spazio in cui passiamo tanto tempo, oppure fra i quartieri in cui ci muoviamo può essere uno spunto, un punto di partenza per ragionare con bambine e bambini sulla città e le sue caratteristiche. 

 
Su questo, naturalmente, ci sarebbe molto da dire, molto di una cultura si comprende dal modo in cui viene organizzata la comunità umana che sta alla base di una città: pensiamo alle favelas delle megalopoli di tante parti del mondo, pensiamo anche solo ai nostri quartieri periferici costruiti intorno ai centri commerciali. Se l'argomento sembra complesso, ricordo che i bambini e le bambine sono acuti osservatori, se solo si permette loro di passare del tempo lontano dalle play station o dai social. Saperne di più, avere uno strumento, come questo libro originale e intelligente, può dare l'opportunità di aprire orizzonti e stimolare uno sguardo critico sul concretissimo mondo che ci sta attorno.

Eleonora

“Come casa mia. Viaggio nel mondo dell'architettura”, C. Lazzari e S. Mauri, Editoriale Scienza 2016



martedì 19 aprile 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA CENA È PRONTA!

Come? Cosa?, Fabian Negrin
Orecchio acerbo 2016

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"- Ehi, che cosa vuoi mangiare stasera?
- Purè di patate! Il vento soffia.
- Come? Cosa? Due grandi frittate?
- Stasera tuo padre vuole due grandi frittate! Il vento sbuffa.
- Come? Cosa? Delle palme impanate?"

Molto ventosa la costa, quest'oggi. Un pescatore sta rientrando dal suo giro in mare e la sua giovane moglie dal molo gli chiede cosa voglia per cena.


Complice il vento e la distanza, la donna fraintende le sue parole e la richiesta del purè di patate si trasforma in due grandi frittate. Come se non bastasse, la richiesta del marinaio continua a viaggiare e finisce alle orecchie del figlio che invece di capire frittate, pensa suo padre voglia palme impanate per cena.
Il vento soffia sempre più forte e il fraintendimento, ogni volta che il messaggio compie un passo in più verso destinazione, si ingigantisce. Dalle palme è un passo pensare che quell'uomo per cena abbia chiesto galline ammaestrate, ciabatte slacciate o, peggio, rose slavate...
In un crescendo di forza il vento si infuria, si scatena, muggisce e l'equivoco, l'incomprensione, di passaggio in passaggio, accentua la sua distanza dalla richiesta originale di un piatto di purè.


Il punto di partenza è conosciuto. Siamo di fronte a una gigantesca partita di 'Telefono (o telegrafo) senza fili': breve frase che viene sussurrata di orecchio in orecchio fino a che, alla fine del giro, essa, spesso e volentieri, risulta tutt'altra.
A parte la facile ironia sul fatto che l'ultimo orecchio della fila fosse proprio un 'orecchio acerbo', questo libro fatto di vento e poche parole ha un bel po' di cose da dire.
È un gioco, uno scherzo 'in crescendo' con il lettore. È anche un albo che ha un obiettivo alto, quello di raffigurare il suo protagonista invisibile: il vento.


In tale prospettiva esso costituisce un difficile e doppio esercizio da parte dell'autore che deve dare, da un lato, un ritmo in progressione alle parole, veri e propri anemometri che registrano la forza sempre crescente del vento, e dall'altro rendere questa sempre maggiore intensità di un elemento di per sé invisibile attraverso i suoi effetti sempre più devastanti.
Si parte con una brezza che smonta un tarassaco, poi si spettinano capelli, si sciolgono turbanti, si alzano le gonne, scappano i cappelli, turbinano le foglie e i petali, si sollevano i giocattoli, si bucano le vele e il mare mugghia. Si alzano le onde a tal punto da travolgere ogni cosa.
Tutto questo però, ed è già molto, nella mente di Negrin non può essere bastante.
Lo conosciamo come acuto e ironico lettore dell'umanità -e in questo libro è molto varia- e rimane difficile pensare che questo libro sia stato per lui solo un gioco, un divertentissimo gioco. 



Non è sufficiente pensare che il senso di tutto sia: le parole vagano nell'aria come i semi di un soffione. 
Ed ecco che, tra un soffio e una raffica, ci pare di poter cogliere un senso ulteriore che tutta la storia ha in sé. Questo continuo fraintendimento di parole tra gli adulti e il bambino che attraversa l'intera vicenda in cerca di una cena per suo padre non è solo un esercizio di stile, ma piuttosto una spia di una diffusa incomprensione, forse vera e propria incomunicabilità tra i due mondi. Un continuo e ripetuto errore di 'ricezione' che tanto mi ricorda Rodari quando, sul diretto Capranica-Viterbo, raccontava di un uomo vecchio con un orecchio acerbo, che serviva a facilitare una comunicazione tra grandi e piccoli.
Il cerchio potrebbe chiudersi qui. 


Così facendo, però, non si metterebbe in luce la qualità altissima del disegno, il raffinato gioco finale che fa chiudere in bonaccia la altrimenti turbinosa vicenda.
Con il crescere della forza del vento, è l'immagine stessa a deformarsi. Prospettive di visione sempre più ardite, con lesine, punteruoli e trincetti che si inclinano sul fondo della pagina, tessuti che si alzano o che si incollano ai corpi, giocattoli che fluttuano, viali alberati che diventano gallerie del vento in cui è impossibile non decollare...E poi c'è il mare che, fomentato dal vento, si ingrossa a raccogliere nella sua onda gigante, balene e un mondo, ormai sotterraneo, dove si riconoscono, tra automobili, scarpe e tazze di tè, la tour Eiffel, il ponte Carlo di Praga, l'Empire State Building e, più piccola degli altri, la torre di Pisa.
Tutto concorre verso il gran finale dove Negrin, con una capriola di senso e usando l'oggetto libro come vettore per scavalcare la situazione ventosa (tutti ricorderanno il lupo che buca la pagina per spuntare nella successiva al solo scopo di fare più in fretta; In bocca al lupo, Orecchio acerbo 2005), chiude in bellezza.


E noi con lui, solo un po' più spettinati di prima.

Carla