lunedì 16 gennaio 2017

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


SE UN ORSO E UN BAMBINO UN GIORNO, CORRENDO...


The boy the bear the baron the bard (2004) è uno straordinario, pluripremiato albo illustrato senza parole, che dà il nome anche alla raccolta che comprende altre due storie, Midsummer night (2006) e The hero of the little street (2009). L'autore, Gregory Rogers, è stato un importante autore australiano, innamorato dell'epoca elisabettiana, del teatro di Shakespeare e della cultura, della musica, dell'arte del Rinascimento. E tutta questa passione si trasmette nelle strabilianti, surreali, esilaranti avventure che corrono da una tavola all'altra, restituendoci in allegria usi, costumi, storie, paesaggi di un'epoca passata. E' molto difficile rendere conto della trama, anche perché funziona essenzialmente come un canovaccio, che il lettore può arricchire prendendo spunto dalle immagini.


Cercando di sintetizzare, possiamo dire che storia comincia con un ragazzino londinese, dalla bella faccia rotonda, che inseguendo un pallone entra per sbaglio in un teatro cadente. E' proprio il Globe Theatre e the boy trova nei camerini fatiscenti dei costumi che non esita a indossare; quando esce nuovamente sul palcoscenico, si trova catapultato nel passato, nel bel mezzo di una rappresentazione, facendo infuriare il Bardo, cioè il divino Shakespeare. Comincia così un inseguimento a rotta di collo per le vie dell'antica Londra fino a incappare nella gabbia di un povero orso; ragazzino e orso fanno subito amicizia e proseguono la fuga insieme.


Nella fuga precipitosa, i due finiscono nella Torre di Londra, dove liberano dalle prigioni un emaciato barone. I due amici, fra una festa e una danza, si separano e l'orso se ne va su una barchetta lungo il Tamigi. Il ragazzo vuole ritrovare la strada di casa, ma incappa nuovamente nel Bardo e così ricomincia l'inseguimento che terminerà là dove è cominciato, nel Globe Theatre, riportando il protagonista al presente.
Ritroviamo l'intrepido orso nella storia successiva, esilarante omaggio al Sogno di una notte di mezza estate, dove niente è come sembra: l'orso è diventato più piccolo di un passerotto e il ragazzino gli viene incontro nella veste di un allegro folletto ed è in questa forma che prendono parte alla commedia, salvo separarsi nuovamente alla fine della storia.


Nella terza troviamo solo il bambino dalla faccia rotonda, in visita ad un museo in cui campeggia un quadro di Vermeer, la Donna seduta alla spinetta. Ed ecco il ragazzino entrarci dentro, cominciando ad esplorare la città di Deft insieme a un cagnolino. Nell'esplorazione salta fuori nuovamente il Bardo e così ricomincia l'inseguimento cominciato nella prima storia, solo che si aggiungono per via decine di cani di tutte le razze, che andranno ad allietare la gentile signora del quadro.
E' impossibile rendere l'idea della continua esplosione di trovate, di invenzioni narrative, con un'azione continua che passa di tavola in tavola, di pagina in pagina. L'autore passa da pagine fitte di vignette, a tavole che prendono tutta la pagina, con punti di vista audaci, dall'alto o dal basso, che danno la visione d'insieme.


Si possono raccontare storie con una trama articolata senza utilizzare una parola? Gregory Rogers dimostra quanto possa essere efficace una scelta di questo tipo. Non cala mai l'attenzione in un turbinare di azioni e colpi di scena, il tutto in un'atmosfera comica e surreale che non svilisce l'accurata ricostruzione storica, i dettagli accuratissimi, i colti riferimenti, anzi li rende fruibili anche ai bambini. Nello stesso tempo, proprio per la sua struttura, può diventare spunto per le invenzioni che il lettore o la lettrice vorranno introdurvi.
Un libro illustrato così originale, colto, ironico aspetta pazientemente che un illuminato editore italiano lo faccia conoscere ai nostri bambini. Nell'attesa, lo potete trovare nelle edizioni Allen & Unwin.

Eleonora

“The boy the bear the baron the bard and other dramatic tales”, G. Rogers, Allen & Unwin 2015


domenica 15 gennaio 2017

DA COSA NASCE COSA
Prendo in prestito il titolo dalla pubblicazione di Bruno Munari dell'81, perchè ben racconta la modalità con cui solitamente arrivo a sperimentare una ricetta.
Qualche volta, raramente, ne trovo una che mi piace e provo a prepararla così come descritta, ma il più delle volte parto da uno stimolo, spesso trovato per caso, e cerco di 'manipolarlo' per adattarlo a qualche particolare idea parallela o esigenza momentanea.
Questa di oggi è uscita dalla televisione mentre lavavo i piatti, è una cheese cake che in originale fa parte di quelle proposte da Benedetta Parodi ed è già particolare di suo dato che la parte 'cheese' contiene crema di marroni. Mentre lei raccontava e io momentaneamente sospendevo il lavaggio piatti, venivo sempre più attirata dal suo probabile gusto e contemporaneamente pensavo già a cosa cambiare. La forma.
Quell'insieme di gusti mi faceva pensare non a una torta, ma a dei tortini.
Ho quindi deciso di convertire il tutto in un mono porzione utilizzando gli stampi per i muffin pensando che il rapporto pasta/crema sarebbe migliorato trattandosi del gusto vellutato della castagna.
Poi, passando alla preparazione ho anche cambiato un po' il rapporto tra gli ingredienti, ovviamente sempre seguendo il mio personalissimo gusto che voleva sentire di più la castagna e l'acidino dello yogurt.

INGREDIENTI
Per circa 10/12 mini cakes
250 gr di biscotti tipo Digestive
125 gr di burro 
2 uova
250 gr di ricotta
170 gr di yogurt greco intero
180/200 gr di crema di marroni
Zenzero in polvere
Qualche quadretto di cioccolato fondente

La preparazione è quella di tutte le cheese cake. Sbriciolare i biscotti e mescolarli con il burro fatto diventare molto morbido, un uovo e mezzo cucchiaino di polvere di zenzero. Impastare e foderare gli stampini premendo bene con mani cercando di farli più sottili che potete compatibilmente con il fatto che stiano poi insieme. Se gli stampini sono antiaderenti non è necessario ungerli.
La crema è composta dalla ricotta, lo yogurt, la crema di marroni e l'altro uovo (ne basterebbe anche mezzo, se ci riuscite). Amalgamare bene e riempire gli stampini quasi fino all'orlo.
Cuocere in forno caldo a 180 gradi per circa 30 minuti.
Lasciare raffreddare e decorare con cioccolato grattugiato (come nella foto), o cioccolato fuso e/o briciole di marron glacés.
Gabriella

Noterella al margine. La versione monoporzione oltre a migliorarne la maneggevolezza facendola diventare quasi un finger food, aiuta a contenersi nelle porzioni, inibendo il continuo servirsi di fettine sempre più sottili, tipicamente indotto delle torte lasciate sul tavolo tra le chiacchiere di un fine pasto.

giovedì 12 gennaio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PER INCANTO

Dimenticare Berni, Eva Sánchez Gómez (trad. Laura Sagone)
Edizioni Corsare 2016


ILLUSTRATI

"Dicono che ho un amico immaginario. Dicono che è un'amicizia impossibile.
'Cerca di non pensare all'orso bianco...' mi ripetono.
'Impossibile' rispondo.

È una bambina bruna, un po' selvaggia e un po' elegante, un po' goffa e un po' aggraziata, che ha per amici un orso polare e un cervo. Con il primo è diventata grande, insieme hanno condiviso corse in slitta, gare di nascondino, belle dormite vicini, probabilmente sogni, di certo chiacchiere sull'altalena, letture importanti e salti con gli sci ai piedi. Al cervo, arrivato dopo, lei stessa ha insegnato a pattinare, lo ha visto cadere ma anche vincere. E anche con lui è stata amicizia. Amicizia vera.
A chi continua a suggerirle di non pensare ai suoi amici immaginari, lei risponde con sicurezza e candore...


Una sottile linea scura divide la realtà dall'immaginazione. Al di qua tutto ciò che è, tutto ciò che è esterno a noi, al di là tutto ciò che è sogno, tutto ciò che è interno a noi. Di qui un mondo con i suoi confini, le sue certezze e i suoi limiti, di là un mondo che da impossibile diventa possibile.
Forse un po' troppo semplicistico il ragionamento, ma spero efficace.
Di qui qualche amico, o forse nessun amico, di là un orso in camicia, pantaloni alla zuava e cravatta e un cervo in bretelle e gessato. Uno scia e l'altro pattina.
E perché no? Come sarebbe più facile (e certamente più comodo) attenersi alla sola realtà, per esempio pensare che gli orsi siano solo quei feroci animali da Artico a cui la banchisa si sta sciogliendo sotto le zampe, ma non siano anche compagni di giochi insuperabili.


Fortunatamente siamo stati programmati per immaginare, ed essere in grado di saltare al di là di quella linea scura. E quindi gli orsi da peluche su una sedia possono 'crescere' e diventare confidenti su una panchina del parco. E i cervi, da essere selvaggina preferita nel parco del re (e della regina), un giorno possono venir rubati da Geordie, e, finalmente liberi, diventare tenaci allievi pattinatori nel laghetto ghiacciato ai confini del villaggio. 


Geordie, invece, incauto ladro per denaro, lo impiccheranno con una corda d'oro. Ma questa è un'altra storia.
Tuttavia, esercitare l'immaginazione, sembra dire la voce fuori campo nel libro, può complicare parecchio l'esistenza. In assenza, però, si fa davvero poca strada.
In un soffio spazzati vie le religioni, il progresso delle scienze, l'amore...
Quella bambina, ed Eva Sánchez Gómez, invece, sanno bene dove sta di casa il sogno. Lo hanno visto: un album di fotografie è lì a dimostrarlo.
Come spesso accade, è un fatto di conoscenza. E l'immaginazione, purtroppo per i realisti, è un ottimo sistema di apprendimento... 

..."Ma è perché non lo conoscono"

Se non immagini, non conosci e se non conosci, non puoi credere.
Quindi se non conosci Berni, non puoi credere a Berni.
Eva Sánchez Gómez costruisce una storia sulla materia prima di un illustratore: l'immaginazione.
Alla sua prima prova in Italia e alla sua seconda prova come autrice di testo e immagini (la prima Dip. Más allá de la oscuridad è stato pubblicato nel 2015 e ha vinto la quarta edizione del premio albo illustrato Edelvives), Eva Sánchez Gómez non passa inosservata.
Catalana per nascita e formazione, ha un modo di disegnare e di raccontare che non sembra essere per tutti. Con una capacità di tecnica figurativa molto alta e non comune, attinge a un immaginario fatto di ibridazione, di ambiguità, di perenne sconfinamento al di là di detta linea scura.
Tratto comune con altri suoi libri è l'inquietudine, di cui sa cogliere l'essenza. Anche questo la rende interessante, soprattutto per un pubblico maturo.
Penso a libri come L'attente (2014 L'âne bâté) in cui offre una lettura molto personale del testo di Mercè Hernández. Una voce unica che racconta l'attesa di qualcuno che non arriverà più, nelle sue matite e pennelli, si trasforma in una carrellata di sfumature emotive rappresentate attraverso le sembianze di animali sempre diversi, sempre antropomorfizzati.

Mercè Hernández, L'attente L'âne bâté 2014

Un po' di qui e un po' di là, abbiamo detto. Un doppio registro per maneggiare realtà e sogno con uguale dimestichezza.
Berni è pieno di ghiaccio e neve, ma tutto si stempera in colori tenui e delicati. Il testo, se da una parte è un inno gagliardo all'immaginazione, dall'altra è anche un'ammissione di solitudine di quella bambina, avvolta teneramente nel suo fantasticare. E' un libro che sa essere silenzioso negli scenari e nel poco testo, ma anche movimentato nel continuo saltare e danzare di orsi e cervi su neve e ghiaccio. E' un libro con grandi presenze e grandi assenze.



Sa essere malinconico e ironico allo stesso tempo. Le grandi tavole si alternano ai singoli oggetti, o alle vecchie fotografie. Come un album di ricordi preziosi.
Che solo a guardarle, è incanto.

Carla

Noterella al margine. Aspettiamo con trepidazione il prossimo libro sul testo di Leah Goldberg, Se renta departamento.

martedì 10 gennaio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FRIDA


Frida, con i testi di Sebastien Perez e le immagini di Benjamin Lacombe, è un albo illustrato che rende omaggio all'artista messicana, diventata nel tempo un'icona pop. I due autori hanno scelto, come spiega Lacombe nella postfazione, alcuni temi che fanno da filo conduttore al racconto della vita e dell'arte di Frida Kahlo, non seguendo un ordine cronologico.

 

Dunque l'incidente, la medicina, la terra, la fauna, l'amore, la morte, la maternità, e così via. Viene sinteticamente raccontato il legame con la sua terra e i suoi miti, il corpo, l'amore, quell'amore passionale, devastante eppure imprescindibile, per Diego Rivera; gli animali, alcuni molto particolari, che l'hanno circondata alleviando il suo dolore. E l'arte, quella passione compulsiva che le ha dato la forza di vivere.

Frida è un personaggio complesso spesso confuso con un'espressione ingenua dell'arte locale: consapevole del suo dolore, rappresentato nella stringente carnalità di un corpo martoriato, lo rappresenta continuamente, spesso sezionato per mostrare il 'dentro' di un corpo alla fine costretto in un corsetto metallico. In lei sussiste una ricerca, anche esasperata, che riflette i passaggi cruciali di una vita sfortunata: la poliomielite, l'incidente automobilistico, i due aborti; il dentro e il fuori del corpo, la sua incontrollabilità, la solitudine legata alla malattia, l'infelicità di un grande amore costantemente tradito. Tutto questo mediato dalla scelta stilistica di attingere alle tradizioni popolari e all'iconografia messicana, in cui la morte, come è noto, gioca un ruolo importante e vitale.



I due autori attingono direttamente agli scritti della Kahlo e si attengono scrupolosamente ai dati biografici, già di per sé così intensamente romanzeschi, e credo di poter dire che restituiscono un ritratto sintetico, in cui testo e immagini sono ugualmente importanti, intenso, un omaggio ammirato ad un'artista fuori dai canoni comuni, che ha sempre fatto della propria passionalità una straordinaria fonte di ispirazione artistica.



In particolare, mi sembra che la prova di Lacombe superi i limiti di un certo manierismo, che ne aveva appesantito alcune opere precedenti, per dare vita ad una galleria di immagini intense, raffinate, nell'intreccio di tecniche diverse, fedeli agli stilemi dell'artista cui si ispirano. 



Non si tratta di un libro per ragazzi, ma può essere utilizzato per raccontare ai più grandicelli, dai tredici anni in poi, la vita straordinaria di un'artista che ha vissuto pienamente dentro la Storia, pur nel legame fortissimo alle tradizioni di un paese, il Messico, in una fase di travolgenti trasformazioni.
Non si possono sfogliare queste pagine senza sentire il fascino e la forza dolorosa di una grande artista, di una donna dalla personalità ricchissima.

Eleonora


“Frida”, S. Perez e B. Lacombe, Rizzoli 2016






venerdì 6 gennaio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


A CACCIA DELL'ORSO
Mio padre è un orso polare, Michael Morpurgo, Felicita Sala
(trad. Alessandra Valtieri)
Lapis 2016


NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"Terry mi ignorò e andò dritto a pagina ventisette. 'La regina delle nevi' lesse a voce alta, 'un adattamento - o qualcosa del genere - del famoso racconto di Hans Andersen, messo in scena dalla Young Vic Company'. C'era una grande fotografia in bianco e nero che prendeva mezza pagina - una foto di due orsi polari dall'aspetto feroce, con la bocca spalancata e i denti scoperti, pronti ad avventarsi su due bambini, un maschio e una femmina, che avevano un'aria terrorizzata."

Terry, il fratello maggiore del bambino di cinque anni che sta raccontando la storia, con la torcia sotto le coperte indica l'orso a sinistra in quella foto di giornale e dice secco: 'quello è nostro padre. Il nostro vero padre. Il suo nome è Peter Van Diemen, ma tutto questo deve rimanere un segreto.'
Tutti in quella famiglia conoscono la verità, soprattutto i grandi, è ovvio, ma la madre di Terry e Andrew e il suo secondo marito, Douglas, non amano parlarne.
Al contrario, i due ragazzini, sono inevitabilmente attratti dal mistero fatto di silenzi e omissioni degli adulti e quindi non mollano la presa.
Le cose, racconta il piccolo Andrew come le ha sapute ben oltre i suoi cinque anni, sono andate più o meno così: Peter Van Diemen era soldato a Baghdad quando qualcosa accadde nel cuore della loro madre: si innamorò di un altro uomo, e quando Peter tornò dalla guerra provò a riconquistare il suo amore, ma senza successo. Molto educatamente i due si dissero addio e Douglas diventò di lì a poco il nuovo padre - a detta della madre, l'unico padre di Terry e Andrew. Il cognome Van Diemen però rimase a testimoniare questa paternità 'originaria'.
Nel frattempo, nella scatola da scarpe che contiene i tesori di questi due fratelli, è arrivata quella rivista di teatro in cui Peter Van Diemen fa bella mostra di sé in abiti da orso.
Da lì, con un pizzico di buona sorte, il passo è breve per arrivare a lui.
Grazie alla sua determinazione, Terry riesce ad arrivare nel camerino, sfuggendo per qualche minuto alla sorveglianza della zia che, ignara di tutto, li ha condotti in quel teatro. Al piccolo Andrew rimane la magra consolazione di leggere le due righe scritte dall'orso polare sul programma di scena.
La fortuna è strana, però, cova sotto la cenere, e quando meno te lo aspetti ti si ripresenta davanti. Questa volta sotto forma di programma televisivo natalizio, va in onda Grandi speranze di Dickens e l'evaso Magwitch è di nuovo il babbo orso polare.
È vero: anche un papà che non c'è, può, in qualche modo esserci. E se Andrew, a cinque anni, aveva mancato la sua occasione con La regina delle nevi, venticinque anni dopo non mancò quella con Falstaff.

"This story is a tissue of truth - mostly. As with many of my stories, I have woven truths together and made from them a truth stranger than fiction. My father was a polar bear - honestly."
Così apre la prima versione di questo racconto di Michael Morpurgo, nell'edizione originale (Of Lions and unicorns, Harper and Collins, 2013). E, come spesso accade, nelle prime tre righe di un racconto ben fatto, ci si può nascondere la chiave di tutto ciò che segue.
Personalmente non credo che la finzione sia sempre più debole del racconto della realtà, ma so per esperienza che la forza della realtà, fosse anche costituita di solo un piccolo dettaglio, può rappresentare solide fondamenta per un racconto di finzione di più di cinquecento pagine.
Ed è questo che accade anche qui, anche se le pagine sono solo una sessantina.
La potenza e la bellezza di Mio padre è un orso polare sta proprio in quell'intento di tenere assieme tanti fili di verità, intrecciandoli per farli diventare una verità che per bizzarria supera qualsiasi finzione.


Gioca Morpurgo con la doppia identità del suo padre naturale, così come fa anche Felicita Sala, tra la figura e la sua ombra. E questo crea una intrinseca ironia che dal titolo in poi 'sdrammatizza' sulla serietà del tema, ovvero quello di non aver mai conosciuto il proprio padre e, più in generale, di dover fare i conti con il proprio passato.
Nessuno può, o deve, sapere quali siano i fili di verità di questa storia, ma sono sotto gli occhi tutti i punti in cui il racconto tocca vertici di tensione emotiva che lo rendono una storia struggente e, a mio parere, di grande autenticità.
Provo ad elencare i miei che, però, non è detto corrispondano a quelli di altri lettori o lettrici.
Il primo: la relazione forte di complicità, ma anche di subalternità, attraverso gli anni, tra fratelli. Un'intesa così robusta che non è in grado di essere scalfita da altri affetti importanti, come per esempio quello nei confronti della propria madre.


Il secondo: la mitizzazione di un personaggio cruciale nella vita di ogni essere umano, che lo si voglia a o meno: il proprio padre. Il racconto dal tono epico di quel bambino a teatro di fronte all'orso polare interpretato da Peter Van Diemen ne è testimonianza, come pure lo sono le poche frasi finali di quel medesimo bambino ora diventato uomo, ugualmente piene di tenerezza.


Il terzo: l'ammissione della propria impotenza di fronte a un evento di grande importanza, ovvero l'incontro tanto sognato con il proprio genitore. E l'amarezza che accompagna anche a distanza di anni, nel ricordo di una occasione perduta.
Il quarto: la constatazione, ancora una volta, della distanza che intercorre (e io correggerei che deve intercorrere) tra il mondo dei grandi e il mondo dell'infanzia. La diversa lettura della realtà che hanno i due fratelli rispetto a quella degli adulti fa scuola.


Con questi fili di verità si intreccia il disegno di Felicita Sala. Attente e sensibili alla forte carica emotiva di questo racconto, le sue matite sanno cogliere appieno il tono della narrazione, ne rispettano il tono 'familiare' quasi di confessione tra amici.
Illuminano gli stati d'animo di quei due ragazzini in cerca di padre, sanciscono le direzioni diverse che hanno preso le vite di mamma e papà, 


attestano la distanza, il silenzio, tra i figli e la madre. Ma soprattutto costruiscono i due incontri nel camerino di un teatro con un assoluto rispetto della grande emozione che è palpabile nelle spalle dei protagonisti, nel gioco di sguardi diretti, senza dimenticare la testa dell'orso appoggiata, oppure nei due visi che si incontrano attraverso lo specchio. 
 


Brava, davvero brava. E bravo anche chi l'ha voluta per dare forma al racconto di Morpurgo.

Carla

Noterella al margine. Prendetevi 25 minuti di tempo e ascoltate la lettura del racconto dalla voce di Michael Morpurgo in persona e converrete che sia una storia che ad alta voce acquista all'istante quel tono colloquiale e nello stesso tempo meraviglioso e quasi epico che è proprio del tempo dell'infanzia.





mercoledì 4 gennaio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


NIDO DI VESPE


Dedico queste poche righe al piccolo Filippo, che giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, lotta per continuare a vivere.

Kenneth Oppel è un prolifico autore, vincitore, in America e in Canada, dove è nato, di numerosi premi letterari; in Italia è stato tradotto poco e quindi il nuovo romanzo, Il Nido, ce lo fa vedere quasi come un outsider.
Quarta di copertina e le illustrazioni, in rigorose tonalità di grigio, di Jon Klassen fanno subito pensare a qualcosa di misterioso e inquietante.
E l'inquietudine abbonda, in questo interessante romanzo dedicato alle giovani lettrici e lettori a partire dai dodici anni. Ma c'è molto di più.
Per necessità di sintesi, potrei dire che la narrazione utilizza due registri: la descrizione di una situazione drammatica, vissuta dalla famiglia del protagonista, Steve. E, d'altro lato, l'interpretazione onirica che quest'ultimo dà agli eventi.


Steve è un dodicenne pieno di ossessioni e fobie: per gestirle, ha costruito, insieme al suo terapeuta, dei rituali che hanno il potere di tranquillizzarlo; ma di notte, le paure attendono in fondo al letto che lui precipiti nel sonno e nel sogno, zona franca in cui tutto è possibile e mondi diversi si fondono; per difendersi, Steve si avvolge nelle coperte, come fossero una sorta di nido.
In famiglia è arrivato un nuovo fratellino, Theo, che purtroppo ha una malformazione genetica che lo costringe a lottare strenuamente per sopravvivere. Tutta l'attenzione dei genitori è rivolta a lui, mentre Steve si sente trascurato. In un pomeriggio estivo in cui i genitori sono all'ospedale ad assistere Theo, Steve viene punto da una strana vespa, e si palesa, così, la sua allergia. Ma quello che è più importante è che le vespe, e per l'esattezza la loro regina, da quel momento entrano di prepotenza nei suoi sogni: la regina, che gli appare avvolta nella luce, gli promette di salvare il fratellino, a patto che lui acconsenta esplicitamente a quello che si accinge a fare con il suo immenso sciame ronzante.
Steve non immagina quale possa essere il prezzo di questo patto onirico e così acconsente.
Nella vita reale, un grande e minaccioso nido di vespe sta crescendo vicino a una grondaia; nei sogni del ragazzino si svolge un'epica lotta, in cui è aiutato dall'evanescente Signor Nessuno, per impedire alle vespe di prendersi il bambino 'imperfetto'.


La vicenda è appassionante, lettori e lettrici sono portati a fare il tifo per questo ragazzino così fragile e pauroso, costretto però ad affrontare le sue peggiori paure per salvare il fratellino. Steve è un anti-eroe, è un ragazzino che ancora non ha lasciato l'infanzia, con tutto il suo 'pensiero magico', ma nello stesso tempo sa prendere decisioni, affrontare pericoli, anche suo malgrado. Chi legge resta nel dubbio: i sogni di Steve sono davvero il territorio in cui si incontrano mondi diversi, o sono solo le sue elaborazioni fantastiche di una situazione insostenibile. E quanto può essere seducente e ambigua la proposta della regina delle vespe, che promette una guarigione miracolosa o forse uno scambio fra un bambino 'imperfetto' e il suo simulacro, privo di difetti.
In questo passaggio, in questa attrazione verso il 'male', vedo echi di uno dei capolavori di Gaiman, Coraline.
La morale, pienamente condivisibile, ci vede tutti e tutte avvolti nelle nostre imperfezioni, sinonimo, spesso sgradito, di umanità. Non c'è modo di sfuggire a esse, sono quelle che fanno di noi quello che siano. Correggibili, modificabili, ma intrinseche alla nostra natura.
Accettare questo, accettare i propri e altrui limiti contribuisce a diventare grandi.
E poi il nido, simbolo dell'infanzia più tenera, luogo di protezione e nello stesso tempo, minacciosa prigione.
Come si può capire, è un testo che consente diversi livelli di lettura, ma che tiene in ogni caso inchiodati alla pagina.

Eleonora

“Il nido”, K. Oppel con le illustrazioni di J. Klassen, Rizzoli 2016




martedì 3 gennaio 2017

ECCEZION FATTA!

Settembre 2016

 

perché:
"E' quasi un'ovvietà dire che i libri di Eva Ibbotson siano bei libri, ma questo in particolare, pubblicato postumo, si distingue per saper infondere nei lettori e nelle lettrici un senso di appagamento diffuso. Fin dalle prime pagine in cui ci si trova catapultati come se nulla fosse, in uno scenario piuttosto inverosimile, si partecipa con trasporto al percorso educativo dei piccoli da parte di Lady Agata. Ci si intenerisce per le abitudini che prendono i piccoli, ma nello stesso tempo, senza parere, ci si trova di fronte a un modello pedagogico che dovrebbe far ragionare piccoli e grandi."
 
 
 
  
perché:
"Di ciascun animale viene rappresentata la collocazione geografica, la dimensione e l'appartenenza a questo o quel genere; ma il pezzo forte sta nella descrizione delle sue modalità di alimentazione: del formichiere, ad esempio, viene descritta l'efficacissima lingua, che riesce ad insinuarsi nei formicai, acchiappando un numero altissimo di formiche, senza per altro distruggere l'intera costruzione. Seguono le schede relative a numerosi predatori, più o meno feroci, dai piranha ai coccodrilli, dai 'vampiri' alle megattere. La scelta dei diversi soggetti risponde sia ai criteri sopra ricordati, di rappresentatività di un ecosistema o di un altro, ma ovviamente anche alla particolarità delle diverse modalità di alimentazione: la bocca del fenicottero, che funziona come una pompa, o la bocca di una stella marina, sono sicuramente esempi che possono colpire la fantasia dei giovani lettori."
 
Ottobre 2016
 
 
perché:
"L'autore, che immagino animato da grande senso dell'umorismo, gioca con il lettore, confidando nella consuetudine di iniziare la lettura partendo dal titolo e poi a seguire. Per capire la storia, o per darne una diversa interpretazione, bisogna tornare indietro e chiedersi che ci stanno a fare lì un uomo, un bambino e un carretto pieno di forme di giallo formaggio. Già questo mescolamento di carte vale tutto il libro, ma non basta; è magistrale il personaggio dello scoiattolo, ansioso e preoccupato oltre ogni dire dalle conseguenze delle sue azioni; nemmeno per un momento si ferma a pensare cosa sia realmente quella cosa tonda, è la luna e basta, e qualcuno sicuramente la vorrà indietro e se la prenderà con lo scoiattolo se non la troverà al suo posto."

 
 
 
perché:
"Fin dalla sua veste grafica, esso denuncia l'intento di essere un libro di lettura per persone che nei libri cercano qualcosa che non si esaurisca in un soffio, ma piuttosto che si insinui lentamente e che inesorabilmente radichi nella mente del proprio lettore o della propria lettrice.
È un tascabile a tutti gli effetti, almeno per dimensioni (ha la misura di un breviario), ma nello stesso tempo nella sua rilegatura rigida si conserva e preserva la preziosità dell'interno. Sulla sovraccoperta bianca compare un disegno a matita di Matticchio che ha, come spesso accade, la solennità di una forma leggibile e nota, ma nel contempo il guizzo dell'ironica reinterpretazione della stessa. In questo caso un teschio shakesperiano è attraversato nelle orbite vuote da un verme - quello che arriva per ultimo, appunto - che ammicca un sorriso e un colpetto di coda.
Sottile, nella sua ironia, Matticchio 'cavalca' lo spunto offerto dal titolo di Cinquetti (che a sua volta rende omaggio a Calvino) e ne dà una lettura ancora più filosofica, se possibile, laddove il verme è davvero l'ultimo che arriva a chiudere e a cancellare del tutto la nostra esistenza terrena."
 
Novembre 2016
 
 
 
perché:
"Un'idea originale, stimolante, nuova proveniente dalla poliedrica Teresa Porcella: una collana di narrativa che ha come filo conduttore il racconto di quei passaggi decisivi, nella storia e nella cultura, che modificano in modo radicale lo stato di cose presente. Rivoluzioni. L'intento è spiegarle alle ragazze e ai ragazzi di oggi con l'aiuto di valenti scrittori e disegnatori.
Il primo titolo, La Formula esatta della Rivoluzione, Libri Volanti-Istos edizioni, è frutto del lavoro di Marcello Fois, Alberto Masala e Otto Gabos, un terzetto di autori sardi che con grande intelligenza raccontano le vicende di Lavoisier, il padre della chimica moderna, durante la Rivoluzione Francese."
 
"Klassen è così. Voglio il mio cappello!, Questo non è il mio cappello, Toh! Un cappello sono tre capolavori equivalenti.
Dal punto di vista strettamente formale, i tre albi di Klassen sono meccanismi perfetti che dimostrano, in crescendo, una sua straordinaria capacità di manipolazione dell'oggetto albo illustrato.
Nel primo aveva lavorato sul lettering del testo, dimostrando di saper piegare a suo uso e consumo il colore e la grafica di cui si impasta un albo illustrato e aveva nel contempo dimostrato al mondo che lui sapeva utilizzare lo spazio della pagina come contenitore ideale di sentimenti ed emozioni, sdraiando il grande orso nella disperazione, sedendolo su uno sfondo rosso nel momento della presa di coscienza, facendolo correre a ritroso sulla pagina nel suo ripercorrere indietro lo spazio, ma soprattutto il tempo, nella fase di riscatto. Nel secondo aveva saputo far dialogare testo e immagine con un gioco sapiente di continua smentita da parte del secondo nel confronti del primo. In Non è il mio cappello infinitesimi gesti rendono il racconto a parole semplicemente deflagrante. E ora nel terzo libro, che suona davvero come un inno alla bontà dopo due libri che erano stati inno alla cattiveria, si assapora il gusto che ha la redenzione finale."
 
Dicembre 2016 
 
 
 
perché:
"Se dovessi riassumere il senso di questo romanzo, userei tre parole: frontiera, ferocia, lealtà [...]
 Le immagini di Quarello rendono perfettamente tutto questo: il gelo dei territori canadesi, la fatica indicibile dei cani da slitta, la durezza della vita disperata dei cercatori d'oro. Su tutti i personaggi, non può che emergere Buck, grande, maestoso, indomabile. Ogni immagine sottolinea la durezza, la forza, la bellezza dei paesaggi incontaminati.
E', ovviamente, una visione epica, è avventura. Ma questa è davvero una di quelle storie che restano nel cuore."

perché:
"Che dire? E' Lane Smith con la sua designer di fiducia (l'ha anche sposata) Molly Leach. Un altro suo libro che lascia il segno per sensibilità narrativa, per capacità di lettura dell'infanzia, per originalità di prospettiva, per accuratezza linguistica, per dimestichezza con l'ironia.
In una intervista, con grande onestà, Lane Smith evita di fare dichiarazioni di intenti a proposito del libro. Spetta a chi legge trovare nessi, riferimenti, significati. Lui si trincera dietro il fatto che si tratta semplicemente di un libro su molti animali. Naturalmente non è solo questo. Ne riconosce, tuttavia, il merito di stimolare la discussione, in particolare su due punti fondamentali di una narrazione: l'inizio e la fine. Entrambi lasciati nell'ambiguità che permette chiavi di lettura molteplici. Quel bambino da dove arriva? Cosa trova in fondo alla sua strada? E, di conseguenza, cosa va cercando nel mezzo?"
 
                                        fine