mercoledì 19 febbraio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


RIPETERE NON GUASTA


Sorprendentemente, di anno in anno si moltiplicano le pubblicazioni che, sfruttando la data del 27 gennaio, raccontano in vari modi la Shoah. Tema spesso in passato affrontato con una certa svogliatezza, ora sembra essere nuovamente attuale, almeno a giudicare dalla quantità di titoli nuovi pubblicati sull’argomento. Un po’ sulla lunghezza d’onda delle polemiche provocate da un negazionismo mai sopito, un po’ per l’efficacia di testimonianze come quella di Liliana Segre, sembra davvero cresciuto il desiderio di informazione sull’argomento. E questa è una cosa buona, che fa in qualche modo da contrappeso agli episodi sempre più frequenti di antisemitismo e di rivalutazione delle figure criminali di Hitler e Mussolini.
Fra i testi usciti questo gennaio c’è anche ‘La musica del silenzio scritto da Luca Cognolato e Silvia Del Francia, già autori di un altro testo dedicato a Perlasca; in questo libro, pubblicato da Feltrinelli Kids, raccontano un episodio vero legato all’azione dell’uomo che, fingendosi prima console poi ambasciatore di Spagna, nella Budapest occupata dai nazisti, riuscì a mettere in salvo migliaia di ebrei. Raccontano la storia vera di due bambini, fratello e sorella, che nel giro di poco tempo passano da una vita agiata e gradevole alla condizione di emarginati, condizione che peggiora sensibilmente dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’esercito tedesco. Non è solo la stella gialla, l’esclusione dalla vita civile, le angherie e gli insulti: essere ebreo, in quelle condizioni, fra i bombardamenti russi e l’occupazione nazista, vuol dire rischiare la vita ogni giorno. Lo sport, la musica i giochi della bimba più piccola sono solo un ricordo, mentre con l’avanzare dell’esercito russo aumenta la ferocia nazista. Comincia per i due bambini una fuga rocambolesca, con l’aiuto di persone che erano disposte a rischiare la propria vita; in questo modo i bambini raggiungono una casa protetta, che però resterà tale solo per poco. Ecco che compare in scena Perlasca, Jorge Perlasca, finto diplomatico spagnolo, che batteva le case protette per mettere in salvo gli ebrei che lì si erano nascosti.
Ai due bambini, la cui madre è stata portata via durante un rastrellamento e il cui padre è disperso, non resta che affidarsi a quest’uomo qualunque che ha saputo fare la scelta giusta nel momento più difficile.
La storia in sé ha il valore della testimonianza, il ricordo vivido dei gesti di coraggio che comunque, nel male dilagante della Seconda Guerra Mondiale, qualcuno ha avuto il coraggio di compiere. Attuale perché, di fronte a chi tenta improbabili rivalutazioni dei personaggi del regima nazi-fascista, mostra che anche nelle condizioni peggiori è possibile opporsi alla dittatura. Così come altre testimonianze, anche questa ricorda quale fosse la posta in gioco in quel conflitto e da quale parte, sia pure contraddittoriamente, stesse la ragione.
E’ una storia trattata con garbo, senza retorica, nello stile dello stesso Perlasca, che mai si vantò delle sue imprese. Una lettura scorrevole, quasi didattica per ragazzini e ragazzine dai dieci anni in poi.

Eleonora

“La musica del silenzio”, L.Cognolato e S. Del Francia, Feltrinelli kids 2020




domenica 16 febbraio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


STILEBORANDO

Niente da fare, Silvia Borando
Minibombo 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Quando in giro non c'è niente da fare... qualcosa da fare prima o poi salta fuori!"

Questo è ciò che capita a un ragazzino dalla maglietta a righe e dai capelli tagliati con la scodella. Si annoia fin dalla copertina e il titolo gli è appena caduto in testa. La noia continua anche dopo, quando si affaccia al bordo della prima pagina in cerca di qualcosa che possa attirare la sua attenzione. 



Un semicerchio grigio, che pare proprio un sasso tondo su cui inerpicarsi, si rivela essere il carapace di una accigliata tartaruga. Si scende e fine del divertimento. Il successivo elemento che attira la sua attenzione è un albero a cui rami sarebbe divertente appendersi. Se non fossero le corna di un cervo indispettito...


Si scende e fine del divertimento. La passeggiata del bambino annoiato prosegue e quel fiorellino diverso potrebbe essere raccolto, se non fosse il codino di un leprotto spaventato...si salta ma poi è fine del divertimento. Con quella palla rossa, nella pagina successiva, potrebbe essere divertente giocarci a calcio, se non fosse che è il guscio di una chiocciola risentita. Forse tutto questo camminare stanca quelle due gambette corte quindi quella sedia gialla arriva al momento giusto, se non fosse che è il fondo schiena di una giraffa seccatissima.
Solo l'ultimo incontro sembra essere foriero di gioco e divertimento in compagnia, ma non per tutti...
Ma per scoprirlo bisogna addirittura chiedere il libro e arrivare con gli occhi attenti fino alla quarta di copertina.

In perfetto 'Stileborando' anche questo libro tutto bianco e silenzioso si può annoverare nella schiera dei 'libri cattivelli' che ogni tanto Minibombo sforna.



In perfetto 'Stileborando' tutto ruota intorno alla forma delle cose. E alla loro relativa trasformazione. Dagli acquerelli magnifici della Agostinelli di Sembra questo sembra quello è stata percorsa diversa strada e qui è tutto molto 'geometrico', compresa la testa e i capelli di quel bambino che non ha niente da fare. Il gioco per un bambino piccolo però si ripete ogni volta con lo stesso gusto (magari un po' meno stimolato sotto il profilo estetico, ma pazienza) e dopo ogni giro di pagina, qui come allora si disvela la forma completa e quindi l'animale che il bambino è andato a disturbare. Il colore che cambia di volta in volta favorisce la comprensione, fatta eccezione per la coda punk del leprotto.
Il particolare che però lo rende più divertente e inaspettato del solito sta nell'uso che la Borando ha deciso di fare del libro, in quanto oggetto, in sé.
Così i risguardi finali sono portatori di un pezzo importante della storia che si può dire effettivamente conclusa solo nell'ultimo spazio utile di un libro: il piatto della quarta di copertina. Ed è lì che si genera la definitiva risata. La anomalia sta nel fatto che di solito al gesto di chiusura di un libro corrisponda il silenzio della storia e non una bella risata che - convenzionalmente - è contenuta tra le pagine e non oltre.
Il dubbio che viene 'maligno', in perfetto 'Stileborando', è che nella paginazione si siano fatti male i conti e che quindi la storia sia andata lunga, oltre lo spazio canonico. Ma invece è decisamente più probalbile che proprio per stupire i propri lettori si siano valicati alcuni confini poco esplorati finora.


Un unico rischio però c'è: il lettore medio e distratto - che non sia troppo avvezzo al fatto che negli albi illustrati tutte, ma proprio tutte, le parti del libro valgono per sé, contribuendo a dare valore e senso a parole e immagini, alla narrazione- se ne accorgerà per tempo che non finisce tutto con un doppio a tennis, dato che su quel campo non sono in quattro, ma in cinque?

Carla

venerdì 14 febbraio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


VICOLO CIECO


Tra le tante proposte editoriali che cercano di raccontare il mondo giovanile, l’ultimo romanzo di Gabriele Clima, ‘Black Boys’, pubblicato da Feltrinelli, credo abbia più di un motivo per essere segnalato.
Com’era già avvenuto con ‘La stanza del lupo’,  si ha a che fare con la materia incandescente del disagio giovanile, comunque lo si voglia definire, riuscendo a evitare i rischi delle storie ‘a tema’, spesso intrise di retorica.
Se è interessante l’intento, va detto che anche questa volta l’autore riesce nella difficile impresa di tenersi alla larga dai facili moralismi e dagli happy end scontati. Si tratta, infatti di una storia molto dura, che descrive, e qui un altro merito del libro, la galassia dei gruppi dell’estrema destra che si formano fra le curve degli stadi e i raid razzisti contro gli immigrati.
In breve la trama: il protagonista, Alex, è ossessionato dall’incidente automobilistico in cui è morto il padre e di cui ritiene responsabile un uomo di colore. Alex è stato due mesi in coma e quando si riprende vuole farsi in qualche modo giustizia e si mette sulle tracce di Moussa. Per aiutarlo, l’amico Teo lo fa incontrare con Ferenc, capo di una banda di neonazisti, ossessionato dagli immigrati e cultore della violenza politica. Alex un po’ per la sua ossessione, trovare il nero che reputa responsabile della morte del padre, un po’ per inerzia, si trova coinvolto con le azioni criminali del gruppo dei Black Boys. E’ proprio con la sua iniziazione che si apre il romanzo, e questo è un altro merito del libro, farci entrare direttamente nel dramma: il ragazzo deve dare una ‘lezione’ a un immigrato che dorme in un vecchio birrificio, ma le cose non vanno per il verso giusto, l’uomo rotola giù per un pendio proprio mentre un barca passa lì vicino e illumina col proprio faro il terzetto di teppisti.
Cosa muove realmente questo ragazzino tramortito dal lutto e dalla difficoltà a prendere atto di ciò che è realmente successo? Penso che qui Gabriele Clima riesca nell’obbiettivo più difficile, dar conto di quel mix, di potenziale drammaticità, che nella testa degli adolescenti mescola rabbia, solitudine, incapacità di comunicare col mondo adulto. Il dolore per la perdita porta Alex a perdere il senso del limite fra ciò che accettabile e ciò che non lo è, la dimensione etica viene distorta nella chiave della subalterna partecipazione a un gruppo, che fornisce identità e motivazioni a chi non riesce a costruirsele da sé.
Di bande criminali di ragazzi si sente parlare sempre più spesso nella cronaca nera, più o meno rivestita di motivazioni politiche. Mi è capitato di assistere, agghiacciata, alla conversazione di due giovani che parlavano di una spedizione punitiva contro un ragazzo di colore, colpevole solo di esistere, così come sono assurti agli onori della cronaca romana i ‘bangla tour’, i raid perpetrati contro persone provenienti dal Bangladesh, garantiti, i criminali, dalla certezza che le vittime non avrebbero sporto denuncia. Questo è quanto.
In questo putrido terreno di coltura può smarrirsi il ragazzo che, come il protagonista del romanzo, ha perso punti di riferimento e insegue confusamente un’idea personale di giustizia.
Il finale chiarisce e mette in ordine una storia che, raccontata in soggettiva dal protagonista, oscilla fra ricordo e ossessione e non fornisce, ed è un gran merito, soluzioni consolatorie. I personaggi sono tutti tragicamente credibili ed è di particolare intensità al figura della madre del protagonista, che incarna un’idea di forza del tutto diversa dalla muscolarità perdente di Ferenc e compagni.
‘Black Boys’ è certamente una lettura impegnativa, che può dire molto sul nostro presente a ragazze e ragazzi a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Black Boys”, G. Clima, Feltrinelli 2020


mercoledì 12 febbraio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


COME A CASA

Il Lupo non verrà, Myriam Ouyessad, Ronan Badel
Lo Editions (Officina libraria) 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

- Dormi, leprottina mia.
- Sei sicura che il lupo non verrà?
- Sicurissima.
- Come fai a esserne così sicura?
- I lupi non ci sono più. I cacciatori li hanno cacciati.
- E non ce n'è proprio più nessuno?
- Sì, qualcuno è rimasto, ma pochi.
- Allora come fai a essere sicura che uno di questi lupi non verrà?

Interno notte.
Ora di dormire, ma non c'è modo. In un dialogo serrato tra madre e figlia di può dedurre che la maggior preoccupazione di quella piccolina sia l'arrivo del lupo e la maggior preoccupazione della madre sia quella di rassicurarla sul fatto che il lupo non arriverà. 


Parole pacate, accompagnate da gesti consueti: chiudere le tende, ripiegare i vestiti, prendere una coperta aggiuntiva dall'armadio, stenderla sul lettino, e darle il bacio della buonanotte prima di spegnere la luce grande e accendere quella piccolina, sul comodino.
Questo è quello che la madre dice, ma ben altra cosa è quello che immagina la leprotta, rilanciando domanda dopo domanda.
Spenta la luce, uscita la madre, qualcuno bussa alla porta di casa. La leprottina sfreccia ad aprire, certa che sia il lupo...
E lo è.

Ci sono dei libri che hanno il pregio di essere meccanismi narrativi perfetti.
Disegno, testo, ritmo dell'uno e dell'altro, tempo interno, contesto, lingua, segno, colore dialogano per poi convergere tutti verso un centro ideale che è il senso ultimo del racconto e che è anche un meraviglioso colpo di scena.


La circostanza che ha quasi del miracoloso è la doppia firma, ovvero il fatto che due teste separate concepiscano ognuna per proprio conto, oppure ammettiamolo comunque, in regime di collaborazione, una narrazione che di fatto è impeccabile nel suo essere armonica, da qualsiasi parte la si guardi.
Testo a sinistra e disegno a destra dialogano che è una bellezza!
Per chiarezza conviene mettere in lista le cose che sono successe sulla pagina perché tutto ciò avvenisse nel miglior modo possibile.
Anche se le parti sono osmotiche forse conviene separarle per capire meglio.
E una volta tanto si può partire dal lavoro compositivo dell'illustratore.
Una palette di colori ridotta, ma coerente: il bruno del lupo, dei leprotti, dei cacciatori, del bosco e del mobilio a cui risponde un rosa in crescendo: prima solo accennato e pieno di sfumature, poi sempre più sicuro di sé diventa colore pieno di pigiama, palloncini e scatola, nella sterzata finale. In mezzo, un azzurro polvere che aiuta nelle connessioni e favorisce le ombre notturne. 
  

Il segno alla Sempé, pieno di ironia e gusto per il piccolo dettaglio che ha la capacità di creare un ambiente familiare in cui tutti possono riconoscere porzioni del proprio vissuto. E non sono solo gli interni di un appartamento o gli esterni del bosco e della città a far sentire il lettore 'a casa'; grande contributo arriva dalla gestualità dei personaggi: per intenderci la madre che si intravede dietro un'anta aperta di un armadio, o vista di fronte a svuotare i piatti dai rimasugli di crema della torta, o quel padre sfinito da una festa di compleanno allo smontaggio delle decorazioni, o quel salto finale che mette in mostra un pigiama ormai troppo piccolo di taglia sono piccole pietre preziose: pezzi di vita quotidiana che un bambino o una bambina hanno già acquisito nella propria memoria visiva.
Che bel modo che hanno scelto Ouyessad e Badel di accogliere il lettore nel loro libro, nella loro storia, fin dai risguardi...
Il ritmo delle immagini è scandito con assoluta regolarità. Pagina di sinistra con disegno più piccolo, che si abbassa o si alza nella pagina per dar modo al testo di inserirsi, e racconta ciò che accade in casa; pagina di destra a disegno pieno senza margini che racconta la proiezione mentale della leprotta alle parole della madre. Questa cadenza, ovviamente, si interrompe sul più bello per finire in un trionfo della piena pagina con il fine di accogliere e accompagnare degnamente il colpo di scena finale. 


Il merito da assegnare alla Ouyessad è la costruzione di un dialogo che tiene su l'intera storia. Nessuna voce fuori campo: sono mamma e figlia che - in un botta e risposta continuo - si sfiniscono a vicenda (già questo basterebbe per far sentire nuovamente 'a casa' i lettori, grandi e piccoli).
Così come notato nel disegno, anche nel testo è possibile cogliere una serie di piccole gioie per l'ascolto. In questo, l'anonimo traduttore, ha fatto un gran lavoro per esempio per l'ambiguità della parola 'cacciati', per il metaforico 'stirato' del lupo nel traffico.


Il merito maggiore però ancora una volta è il ritmo: un lento quanto inarrestabile crescendo, una sorta di gara al rialzo che si tacita, almeno per un attimo, con lo spegnimento della luce e con il bacio della buonanotte.
Ecco, buonanotte. Ma domani procuratevelo.

Carla

lunedì 10 febbraio 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


FATTO CON CURA


Capita, ma non è frequentissimo, di avere fra le mani un libro, in questo caso di divulgazione, che risulta quasi perfetto: ‘La magia e il mistero degli alberi’, della Dorling & Kindersley, è uno di questi. Il libro, il cui argomento è chiaro, viene tradotto in Italia da Gribaudo, marchio Feltrinelli, ed è davvero un raro esempio di cura editoriale. Per farlo, oltre all’autrice dei testi Jen Green e all’illustratrice Claire McElfatrick, ci sono volute 15 persone, fra revisori, grafici, impaginatori e così continuando, senza parlare dei consulenti esterni.
Mi verrebbe da dire, è così che si fa un buon libro di divulgazione, con la massima cura possibile per avere un testo semplice, ma corretto, e impaginazione e grafica che sostengano l’illustrazione. Nel nostro caso l’illustrazione, un mix di disegno e immagine fotografica, è sovrascritto dal testo, che risulta spezzettato in modo funzionale a una fruizione ‘leggera’, che non si appesantisca troppo in un’esposizione troppo lunga.


Non è l’unico pregio di questo libro: DK, storico marchio britannico della divulgazione, si è caratterizzato finora per l’uso dell’immagine fotografica e per un’impaginazione di grande impatto visivo. Ora approda a uno stile diverso, con un insieme di stili, fra il fotografico e il disegnato, che corrisponde maggiormente al gusto corrente, senza perdere nulla in termini di chiarezza e di precisione. Davvero significativo che un grande editore sappia modificarsi e aggiornarsi senza perdere nulla del proprio tratto distintivo.


Quanto al contenuto, è un classico libro di divulgazione impostato su una modalità sistematica, cosa che presenta molti vantaggi, come la possibilità di rintracciare i contenuti di proprio interesse più velocemente. Oltre quindi a descrivere le caratteristiche peculiari della vita degli alberi, la loro struttura, le diverse caratteristiche alle diverse latitudini, in realtà il testo si addentra nell’affascinante territorio di confine, dove le domande superano di gran lunga le risposte: ovvero parla delle più recenti ricerche, di cui ho parlato più volte, sulla vita degli alberi, in particolare sul loro modo di comunicare, attraverso le radici, di aiutarsi reciprocamente, di sviluppare strategie difensive. Un intero capitolo è dedicato ai sensi degli alberi, ovvero alle loro modalità di percepire il mondo esterno, con osservazioni che sbalordiranno parecchi lettori; la trattazione termina poi con una lunga descrizione delle interazioni fra le diverse specie di viventi all’interno dei diversi ecosistemi.
E’ quindi un libro completo, approfondito quanto basta e aggiornato agli ultimi studi, gradevole da sfogliare con illustrazioni in perfetta sintonia con il testo e in cui può sbizzarrirsi la passione per il dettaglio. Mi sembra che tutto questo sia più che sufficiente per proporlo alle letture curiose di ragazzine e ragazzini a partire dagli otto, nove anni, ma valido anche per letture più mature. E’ anche assolutamente consigliato per le biblioteche scolastiche, che di libri come questo, capaci di stimolare il desiderio di conoscenza e le curiosità dei bambini, ne dovrebbero avere a bizzeffe.

Eleonora

“La magia e il mistero degli Alberi”, J. Green e C. McElfatrick, Gribaudo 2020


domenica 9 febbraio 2020


QUANDO IL CASO E' DISPERATO....

(con aria di convegno)

Li vendono in ogni negozietto delle città dell'East Coast: sono confezionati dentro pacchetti rettangolari e riconoscibili per la loro inconfondibile carta verde (o bianca se gluten free). 
Sono rotondi, sottili, friabili. Danno assuefazione.


Nascono a Southampton, ma noi ci siamo conosciuti un po' più a nord:
a Boston e a Providence avevo imparato a vederli a grande distanza, li avevo comprati in tutte le loro varianti e me ne ero portata in Italia una considerevole scorta, pensando però che li avrei potuti comprare serenamente in rete, una volta finita la riserva. 
Ma no: carissimi, inavvicinabili. 
Il caso si fa disperato. 
Lentamente dimentico, ma inaspettatamente a Cipro riemergono nella mia memoria. Spippolo un po', ma i costi non sono cambiati. Però, però, però...Il caso vuole che, girando intorno al nome Tate's, io scopra la possibile fonte di tutto questo: il libro di ricette Tate's dei biscotti Tate's. 
A Cipro compro il libro dei biscotti di Southampton incontrati a Boston e li preparo a Roma.
Ed ecco il risultato.


Ingredienti
120 gr di farina
7 gr di lievito per dolci
7 gr di sale
115 gr di burro
75 gr di zucchero di canna
75 gr di zucchero bianco
1 uovo
40 gr di zenzero disidratato
oppure
40 gr di gocce di cioccolato
due cucchiaini di acqua


In una ciotola mescolate la farina, il lievito e il sale.
In un'altra montate lo zucchero con il burro fino a ottenere una crema morbida (io uso il frullatore e viene benissimo senza sbattezzarsi), quindi aggiungete l'uovo e montatelo insieme alla crema di burro e zucchero quindi l'acqua e aggiungete la farina e mescolate con cura.
A questo punto mettete lo zenzero sminuzzato piccolo piccolo o le gocce di cioccolato, a scelta. L'impasto che ne risulta è morbido e non maneggiabile con le mani, ma con l'aiuto di due cucchiai mettetene dei mucchietti molto distanziati tra loro sulla carta forno che fodera la leccarda.
Infornate e coucete per 12 minuti nel forno che avrete preriscaldato a 180°. Da mucchietti che erano diventano dischi sottili.
Il gioco è fatto e se chiudo gli occhi mi sembra di aver acchiappato qualcosa di molto simile agli inarrivabili e costosi biscotti americani.


 Carla

venerdì 7 febbraio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

STARDUST

Impossibile, Catarina Sobral (trad. Marta Silvetti)
La Nuova Frontiera Junior 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Che cos'è l'universo? L'universo è tutto ciò che esiste, inclusi spazio e tempo! Non sappiamo come è nato, ma sappiamo che l'universo ha avuto origine in uno spazio molto piccolo. Più piccolo di un granello di sabbia o della punta della matita più affilata del mondo. Sembra impossibile, ma è vero: tutto è cominciato quando le cose grandi erano piccole."

E queste cose piccole le hanno chiamate con un diminutivo, tanto per ribadire l'idea: particelle. Erano piccole, anzi minuscole, ma avevano un sacco di energia dentro. Nello stesso momento, circa 14 miliardi di anni fa, si allontanarono tutte - e tutto questo avvenne in un milionesimo di secondo - ovvero in un milionesimo del tempo che ci vuole a dire coccodrillo - e questo fuggi fuggi in ogni direzione lo potremmo chiamare Big Bang.


Capitò che alcune di queste particelle si intercettassero l'una con l'altra alle volte si attaccassero fra loro, ma visto che erano andate in ogni dove, l'universo che prima era piccolissimo, adesso (!) era diventato enorme. Questo via vai di particelle è andato avanti per un bel po' ma i loro accorpamenti erano sempre più grandi: alcuni li abbiamo chiamati stelle (e tra loro c'è anche il sole che è la nostra stella personale). E questi accorpamenti quando diventavano stelle creavano intorno a sé scie di altre particelle che poi sono diventati pianeti, e la nostra terra ne è un esempio. Ma se il Big Bang è stato fulminante, al contrario sole e terra ci hanno messo un bel po' a farsi, per non parlare della comparsa della vita, che è arrivata proprio all'ultimo minuto.
Ma il succo della questione qual è? arriviamo tutti da un unico puntino e siamo fatti della stessa materia delle stelle.

Catarina Sobral punta in alto e non solo perché nel suo racconto guarda spesso il cielo di notte con le stelle e di giorno con il sole ma anche perché spiega con una grande naturalezza a bambini e bambine come sono andate le cose al principio di tutto: bell'intento. 
La questione, in sé, non è per niente semplice e ha dell'incredibile per occhi non avvezzi a guardare nei telescopi ottici, tanto è vero che il titolo del libro suona come l'affermazione finale, dopo averlo letto e capito, pagina dopo pagina: è impossibile.

 
Effettivamente credere che Donald Trump e Matteo Salvini siano fatti della stessa materia di cui è fatta la stella polare, fa un certo effetto e si stenta a capacitarsene, ma così è. Tuttavia è meglio vedere le cose in positivo e per questo forse conviene trarre un paio di riflessioni più generali che forse potrebbero tornare utili nella vita dei bambini e delle bambine che avranno avuto la fortuna di maneggiare questo libro.
La prima: tutto si tiene, ovvero il sistema, pur nella sua grande complessità, ha un suo punto di inizio condiviso. Noi (che erroneamente ci crediamo il centro di tutto) lo spartiamo con un mucchio di altre cose fuori da noi.
E anche dal punto di vista più strettamente fisico, nel ristretto orizzonte terrestre, al principio esisteva solo una grande e unica zolla di terra, circondata dall'acqua dell'oceano, anch'esso ancora indiviso.
La seconda: tutto scorre, lentamente e da un tempo passato quasi inimmaginabile, ma senza mai fermarsi. Il che dà a tutta la questione un tono di eternità, a cui aggrapparsi nei tempi più bui. E nello stesso tempo relativizza la nostra presenza all'interno di questo processo.
La terza: siamo piccoli e buoni ultimi a essere saliti sul carro. Questo dovrebbe un po' limare le coscienze affette da delirio di onnipotenza.


La quarta: l'appartenenza a un unico nocciolo di partenza, che accomuna l'umanità al suo interno, e per di più la rende equivalente alle tutte le altre componenti dell'universo.
La quinta: la scienza è piena di belle storie, per lo più incredibili.
La sesta: la poesia intrinseca nell'affermare, su basi scientifiche incontrovertibili, di appartenere alla stessa famiglia delle stelle.
I disegni di Catarina Sobral, così come i testi  hanno il pregio di essere sempre molto chiari e potenti nel loro valore comunicativo. 


Colori forti, capacità rara di composizione, effetti grafici, fumetto e, contrariamente al solito, solo due personaggi. Una con il piglio di saperla lunga che per tutto il libro sembra raccontare a un compagno dagli occhi sgranati e lente di ingrandimento come è andata effettivamente la storia.


 Alcune ottime idee nel dare forma a uno dei concetti più complicati, ovvero la relatività del tempo e dello spazio, ma anche nel creare l'effetto un po' caotico, di certo esplosivo, che ha contrassegnato l'inizio di tutto, ma anche nel gioco visuale, di perdere 'consistenza' per diventare polvere stellare. Glossario, in perfetto stile Sobral, a fondo corsa per aprire ulteriori finestrelle di indagine.
Da aggiungere alla collezione dei suoi bei libri.

Carla