mercoledì 20 giugno 2018

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


 IT'S HOME!

The Wolf, the Duck & the Mouse, Mac Barnett, Jon Klassen
Walker books 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Early one morning, a mouse met a wolf, and he was quickly gobbled up.
'Oh woe!' said the mouse. 'Oh me! Here I am, caught in the belly of the beast. I fear this is the end'. 'Be quiet!' someone shouted. 'I'm trying to sleep.'
The mouse shrieked, Who's there?'"


Cammina tranquillo nel bosco il topo quando un lupo lo vede e lo inghiotte. Che guaio, povero me! pensa il topo dalla buia pancia del lupo. E mentre è lì che si commisera ode una voce che gli dice senza troppi convenevoli: sta zitto, sto cercando di dormire. Ed ecco che il topo scopre di non essere solo nella pancia del lupo, ma in compagnia di un'anatra che in quella pancia ci vive già da parecchio, considerati tutti i comfort di cui si circonda. Come se niente fosse per cena decidono per una minestra fatta a 4 mani. Poi dal topo arriva la grande domanda: ma non ti manca il fuori? E la risposta è spiazzante: perché mai. Quando ero fuori vivevo nel terrore di essere mangiata. Qui è una pacchia. Come darle torto...a tal punto che anche il topo decide di restare. 


Festa grande nello stomaco del lupo che comincia ad accusare un forte imbarazzo di di pancia. Secondo spiazzamento: a offrire un rimedio al lupo ci pensa l'anatra medesima che però con una vena di opportunismo consiglia alla bestia di ingurgitare l'occorrente per una cena a lume di candela. 
Il lupo non migliora e i suoi lamenti arrivano alle orecchie di un cacciatore che cerca di ucciderlo ma lo manca. È ancora l'anatra a incitarlo alla fuga. Se si salva lui si salvano anche gli abitanti della sua pancia. Ma il lupo inciampa nelle radici e la fine dei tre è lì a un soffio, se non fosse che l'indomito topo si mette alla testa della riscossa, all'urlo di CARICA!

Sul finale è giusto tacere, ma si sappia che tutto nasce da un debito di riconoscenza.
Una meravigliosa fiaba, di quelle che questi due sono in grado di imbastire a quattro mani, con la giusta dose di menzogna dichiarata. Mac Barnett è il grande teorico della bugia di cui l'infanzia ha assoluta necessità.
Diamo loro ciò che non hanno: inventiamo per loro storie fatte di pura invenzione, facciamo in modo che anche solo per un'ora loro ci credano e gli vadano dietro. Diamoci come obiettivo il nutrimento per il loro immaginario.
Quali sono le qualità insindacabili di questo libro?


La prima. La prospettiva insolita. Non rammaricarsi per un topo ingoiato, né per l'anatra, ma al contrario constatare che nella sorte è sempre meglio saper cogliere i lati interessanti. A patto di avere uno sguardo allenato che permetta di saperli vedere. L'anatra e il topo lo hanno saputo fare.
La seconda. Il tono. Perfettamente in linea con il registro fiabesco si rivelano il contesto e il linguaggio che, in più di un caso, potrebbe essere uscito dalla penna di Perrault. Ma Mac Barnett riesce a essere nel contempo fiabesco e realistico. I migliori risultati in questo senso li ottiene, sterzando bruscamente da un ambito all'altro, come se niente fosse: I fear this is the end'. 'Be quiet!' someone shouted. 'I'm trying to sleep.'
La terza. Il linguaggio al servizio del pensiero. E alludo ad alcuni piccoli gioielli, quali per esempio la filosofia della papera riassunta in un rigo: I live well! I may have been swolled, but I have no intention of being eaten.
La quarta. Il colore e il segno, diversi in qualche modo dalla trilogia del cappello.
Rimane questo gusto di Klassen per i colori che nei libri per l'infanzia sono banditi: i grigi, i bruni e, più in generale, gli aranciati pallidi pallidi. Toni spenti, quanto di meno convenzionale ci sia nell'ambito degli albi illustrati. Eppure il risultato è lì sotto gli occhi di tutti: magnifico nella sua rarità.


La quinta. Il sense of humor. Non più risatine complici nel lettore che è consapevole ben prima del protagonista di quello che sta accadendo, come avviene nella trilogia del cappello o in Sam e Dave scavano una buca. No, qui si ride tutti assieme e a gran voce nel vedere rivoltarsi il mondo.
La sesta. La capacità di Klassen di punteggiare il non detto, o di 'cavalcare' con un'ironia sottile gli spunti di cui il suo amico Mac Barnett dissemina il testo.


La sua cifra si ritrova nell'essenzialità della descrizione degli spazi: l'acquerello 'sporco' per i fondi (come in Triangle), ma nello stesso tempo una serie di dettagli di arredo che, ne ho certezza, i bambini e le bambine sapranno notare per riderci sopra. Senza contare la sua maestria nel dare forma alle parole in modo mai scontato, mai convenzionale...


AMAZING!

Carla

Noterella al margine. Per Letti di notte a Roma in una graziosa libreria lo leggeremo insieme al suo omologo italiano, Casa pelosa. E ci sarà da ridere...

lunedì 18 giugno 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DIRE ADDIO


Un albo illustrato dedicato ai gatti non è una novità e nemmeno il tema dell’addio lo è. Ma in questo, ‘Gatto grande, gatto piccolo’, di Elisha Cooper, tradotto da Chiara Carminati per Rizzoli, c’è qualcosa di speciale. E’ un delicato ritratto di vita familiare, in cui spiccano i gatti di casa. Prima un grande gatto bianco, che regna incontrastato nell’ambiente domestico, poi l’arrivo di un piccolo gatto nero. Il primo, già esperto della vita, mostra al secondo come si fa a stare al mondo, quando giocare e quando dormire, quando mangiare e quando andare a caccia. Si crea in questo modo un equilibrio perfetto, in cui ciascuno sa qual è il suo posto.


Passano gli anni e arriva il momento in cui il gatto bianco esce di scena, dopo aver condiviso col gatto nero anni e anni di felicità felina. E’ un momento difficile, per il gatto nero rimasto solo e per tutta la famiglia. Ma dopo qualche tempo, ecco affacciarsi alla vita familiare un nuovo gattino, e tutto ricomincia.
Questo albo illustrato ha diversi punti di forza: la capacità di sintesi dell’autore, Elisha Cooper, che per questo albo ha ricevuto la Caldecott Honor, nel raccontare con attenzione e cura la vita quotidiana dei gatti protagonisti, la vita che scorre, sempre uguale e sempre diversa, il momento in cui ci si conosce, ci si abitua l’uno all’altro e poi, inevitabilmente ci si lascia.
L’assenza di retorica è un tratto distintivo: sulla fine, sull’addio è facile far scorrere le lacrime. Qui la dipartita del gatto più vecchio viene raccontata con sobrietà, per quello che è, un momento doloroso e inevitabile del vivere insieme. E con la stessa sobrietà si racconta il nuovo inizio, la continuità della vita nello scorrere del tempo.


Infine, l’essenzialità del tratto, in un rigoroso bianco e nero, che descrive la felinità come solo un amante dei gatti può fare. Gli atteggiamenti, le abitudini, l’allegria scatenata e il sonno rilassato. Mi ha ricordato molto la Gabrielle Vincent di ‘Un giorno, un cane’, portato in Italia da Gallucci nel 2011, sia per l’essenzialità del tratto che per l’intensa compenetrazione con l’animo animale, la capacità di raccontare l’irraccontabile, cioè l’universo emotivo di chi non ha parola.


E’ un albo che può essere proposto, trasversalmente, ai bambini e agli adulti, trattando un tema universale che appartiene alla nostra vita; può essere il dono per chi ama i gatti, può essere un modo per aiutare i più piccoli a affrontare un momento difficile.
Quanto poi alla difficoltà di dire addio, ne so qualcosa, avendo condiviso la mia vita con cani e gatti di ogni risma e oggi con due canette anziane; tutte e tre sappiamo quale orizzonte ci aspetti.



Eleonora

“Gatto grande, gatto piccolo”, E. Cooper, Rizzoli 2018

venerdì 15 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LE COPPIE FELICI

Il venditore di felicità, Davide Calì, Marco Somà
Kite edizioni 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Arriva su un vecchio furgoncino scoppiettante. Lo si riconosce da lontano per via della campana.
DLIN! DLIN! È il signor Piccione, il venditore di felicità.
Ma come, la felicità si vende?
Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia.
Ecco il signor Piccione ha parcheggiato il suo furgoncino e già sale a trovare il primo cliente."

In un bosco densamente popolato, il furgoncino del venditore ambulante fa grandi affari. La signora Quaglia ne compra da offrire agli amici per cena. Mentre la signora Scricciolo è in bolletta e ne prende solo un pochino. Cincia, Upupa sono clienti abituali. C'è chi chiede lo sconto e chi non lo compra, ma poi se ne fa mandare una scorta via mail. E in ultimo la vecchia signora Pettirosso ne prende un cincino per regalarlo ai nipoti che hanno già tutto (poverini...)
Finito il giro, il furgone si allontana, ma un barattolo cade inavvertitamente e a raccoglierlo e il signor Topo che lo porta a casa, dove scopre un grande segreto...

La felicità non si può comprare!
Ma come, la felicità si vende?: il rischio di avere per le mani un albo dal tono didascalico è a un passo. Eppure, no. Il testo scarta e sfugge fin dalle prime righe, non si fa ingabbiare. Dalla dimensione moraleggiante che è dietro ogni buona favola, Calì si allontana per concentrarsi invece nell'azione, ovvero sul lato commerciale della faccenda: Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia. E sul tema della felicità che non si può avere pagando non ci torna più: neanche una parola. Al contrario, attraverso una lettura attenta delle immagini si arriva all'ultima pagina del libro, anzi addirittura nella terza di copertina, per scoprire il senso ultimo di questa storia quasi tutta per aria.


A questo punto è inevitabile notare che si è di fronte a un affiatamento bello robusto tra chi disegna e chi scrive. E qui radica una delle teorie che sostengo da un po' di tempo: quella delle 'coppie felici'.
L'albo illustrato è prima di tutto un codice di comunicazione in cui spesso le due le voci che parlano sono di persone diverse: da un lato chi scrive e dall'altro chi illustra. Quando queste due voci dimostrano così tanta affinità e armonia, a tratti compenetrazione, e gioiscono come vecchi amici nell'essere insieme per un progetto comune, siamo davanti a una 'felicità' nuova che si riverbera sul libro. E questa felicità -una sorta di plusvalore che gli viene conferito- scaturisce proprio dal loro intendersi, autore e illustratore, alla perfezione. Davide Calì - se non altro per i grandi numeri che riesce a fare - non è sempre così felice neanche con se stesso, ma è invece parte attiva in diverse coppie: quelle con Serge Bloch o quella con Benjamin Chaud o ancora quella con Somà. Coppie felici, appunto.


La loro profonda intesa non credo derivi dal fatto che entrambi si fregiano di cognomi bisillabi accentati, ma più probabilmente nasce da una qualche alchimia nascosta.
Sta di fatto che libri così sono 'felici', più felici di altri. Se da una parte Calì si diverte in questo suo ruolo da ornitologo in vena di far filosofia, e mentre discetta di felicità (che coincidenza), enumera i luì, storni e upupe, e la prolifica cincia, dall'altro Marco Somà crea una dimensione altra: un mondo ad hoc. Quasi straniante il bosco e il repertorio di case che il signor Piccione visita. Ogni albero e ogni casa sull'albero sono casi a sé in cui aguzzare lo sguardo oppure decidere di goderne a distanza anche solo per la bellezza dei colori utilizzati. 


Come Arcimboldo, in questi mondi compositi che ogni volta Somà crea dal nulla si verifica una curiosa circostanza: lo sguardo è attratto da due scale di misura differentissime. Il minuscolo delle singole foglie, dei singoli coppi dei tetti, le singole venature del legno e, in armonico contrappunto, il grande delle dimore sempre diverse, ma sempre incastonate nelle enormi fronde che le circondano e le sostengono.
Per quel che può valere un parere personale, questo libro, come molti altri della coppia felice Calì-Somà, rappresenta una esperienza estetica da condividere con bambine e bambini per abituare il loro sguardo alla bellezza.


Carla

mercoledì 13 giugno 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CON LE PAROLE COME CON I NUMERI



Chi si è divertito con ‘Sbagliando s’impara. La matematica della vita’ può ricominciare a farlo con la nuova proposta di Loricangi, sempre per Artebambini: ‘Sbagliando s’inventa. Le parole della vita’.
Il titolo è un esplicito riferimento a Gianni Rodari, grande maestro dei giochi di parole e del loro valore creativo.
Il libro è in sintesi una proposta di giochi linguistici noti e meno noti, con altrettanti suggerimenti di attività: si va dai giochi linguistici veri e propri alle sciarade, ai rebus e agli anagrammi. Si gioca con i sensi figurati, per approdare al Limerick, di Edward Lear, re del nonsense, e al misterioso Caviardage.
Fin qui tutto come in un normale libro di giochi linguistici se non ci fosse la mano sapiente di Loricangi, ovvero Loredana Cangini, che è davvero brava a mescolare i linguaggi, parole, e spiegazioni, insieme alle immagini, non solo accurate ed ironiche, ma capaci di suggerire il lato surreale, l’immaginazione, l’assurdo.


Sicuramente in ‘Sbagliando s’impara’  ci aveva sorpresi di più, per l’originale invenzione di utilizzare il linguaggio dei numeri per raccontare storie; qui si corre su un terreno già battuto e inventarsi qualcosa di nuovo sui giochi di parole non è semplice. Tuttavia, trovo che i giochi, gli esempi scelti, l’impaginazione e l’illustrazione misurata e divertita ne facciano un libro ben fatto, ben costruito e divertente per un pubblico di bambine e bambini dai sette anni in poi. Apprezzabile la scelta di dichiarare, ad inizio libro, la tecnica e i materiali utilizzati per l’illustrazione. Giocare con le parole, provando a smontarle, a costruire frasi che seguono regole nascoste è un ottimo esercizio in tempi di grande povertà lessicale. Mettersi alla prova, inventando frasi con la costrizione delle regole del gioco, implica anche appropriarsi di parole nuove, di significati diversi.
Anche in questa occasione, l’editore è Artebambini, che ripropone un modello di successo.


Vedrei ben questo libro, come il precedente, come allegro sostegno dell’insegnamento dell’italiano, ma è un libro divertente anche da fare insieme a mamma e papà.

Eleonora

“Sbagliando s’inventa. Le parole della vita”, Loricangi, Artebambini 2018



lunedì 11 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

WELTANSCHAUUNG SUINA

Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, Tatjana Hauptmann (trad.***)
Lupo Guido 2018

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Nel 1978 questo libro usciva in lingua tedesca per la casa editrice svizzera Diogenes con il titolo: 'Ein Tag im Leben des Dorothea Wutz'. Nello stesso anno lo pubblicava in Italia Rosellina Archinto per la Emme editrice, dandogli, con un guizzo felice, l'inarrivabile titolo Un giorno nella vita di Cecilia Lardò. Oggi viene ripubblicato da Lupo Guido e vince subito l'Andersen a Genova, come miglior libro mai premiato. Si potrebbe dire per l'ennesima volta che Rosellina ci aveva visto lungo (anche perché un altro libro sfidante Dorotea era nel suo catalogo: Gorilla di Anthony Browne). Ma questa è storia."


Provare, prima di tutto, a fare l'esegesi di un titolo: il punto di partenza è un originale tedesco, in cui il nome della protagonista è Dorothea Wutz. Il tedesco riconferma pensiero e lingua analitici e filologici: Wutz significa propriamente scrofa. Poi si potrebbero declinare le nove diverse edizioni in altre lingue - Galantine Petitgroin, in francese, Petronella Pig, in inglese e quindi il nostrano Cecilia Lardò. Decisamente più votati a un immaginario vivace che riguarda il maiale nelle sue diverse declinazioni, anche alimentari. Poi arriva la seconda edizione italiana, che recupera il nome Dorotea e gli aggiunge un cognome con poco stile, da cartone animato.
Dorothea (al secolo Cecilia, o Petronella o ancora di più Galantine - che buona ultima gioca meravigliosamente sul doppio senso) sono signore maiale, o maiale signore, ovvero sono personaggi pieni di stile e di charme, che fanno il baciamano ma sgrunf non lo sanno proprio dire.
Dorotea di stile ne ha molto, al pari della sua ideatrice Tatjana Hauptmann. Tedesca, figlia di un barone russo (Tatjana Nikolainewja von Sass) e di una ballerina di teatro, oggi è una bellissima signora dai capelli candidi che continua a dimostrare una grande eleganza e un grande gusto per le cose belle. E soprattutto un grande talento nell'illustrare libri, al di là di ogni moda, con una sapienza interpretativa del canone classico.


Il libro Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, scritto e illustrato all'età di soli 28 anni, è un concentrato di bellezza che si distilla in raffinatezza. A partire dall'idea di base, ovvero pagina dopo pagina, una visita guidata nella sua casa che si mostra in tutta la sua eleganza.
Ancora prima di aprire il libro, la vediamo tornare dal mercato con la spesa fatta nel cestino e al seguito il suo marmocchio con un cono gelato in mano. Poi con lo sguardo, dalla finestra nel frontespizio ci invita a entrare nella storia, ma soprattutto nella sua casa e nella sua vita.
Senza nemmeno una parola, con le pagine fustellate, in un gioco perfetto (tranne in un caso) di scorci di ambienti e personaggi seguiamo la sua giornata e quella del suo piccolo.


E da subito è chiaro che i protagonisti non sono solo i maiali, Dorotea e il suo bambino monello e i tre ospiti invitati per un tè con la torta, ma anche e soprattutto la scatola scenica in cui agiscono. Piena di oggetti, di dettagli, di elementi che creano lo spessore del contesto e dell'azione. Una vera quinta teatrale, che esattamente come una scenografia si costruisce in una sovrapposizione per strati. E da una quinta teatrale così ben disegnata è possibile ricostruire appunto l'azione in scena, ma anche la Weltanshauung di quella signora maiale nella sua dimora così piena di calore e di vita quotidiana. E a questo si connette la seconda grande bellezza del libro: la sottile ambiguità di fondo. In un contesto decisamente formale e tradizionale, Dorotea vive allegramente da single, o da vedova (con i maiali purtroppo spesso la famiglie si decimano. Soprattutto a Natale), e si spoglia nuda senza pudori, offrendo allo sguardo il suo didietro.


La sua maternità 'in solitario' non è subito percepibile, essendo il libro senza una parola, ma arriva a una seconda e più attenta lettura.


Bello, no?
Non c'è nessuno che la spiega, non c'è nessuno che dica come stanno le cose veramente. Da qui partirà nel lettore una personale ricerca di senso che, c'è da augurarselo, andrà nella direzione della complessità, piuttosto che non in quella dell'omologazione e dello stereotipo. 
Si dovrà temere il bando del titolo dalle biblioteche scolastiche e pubbliche di Venezia in nome e in ossequio della unica famiglia possibile: mamma, papà e giovane erede? Vedremo.

Carla

Noterella al margine. Tatjana Hauptmann, una illustratrice piena di talento che ha lo spirito di Ungerer e qui, visto che è il suo primo libro, un tratto che rende omaggio al tratto di Sendak, è ignorata al di qua delle Alpi. Un unico altro titolo, naturalmente fuori catalogo, è stato pubblicato nel 2003 da Fabbri e si tratta di un breve racconto di Irving (tratto da Vedova per un anno) che lei illustra magnificamente, senza mai venir meno alla suspense che lo innerva. Per i bibliofili: Un rumore come di uno che cerca di non fare rumore.

venerdì 8 giugno 2018

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)



LA GIORNATA INCREDIBILE DI UN FORMICAIO


La giornata in questione, descritta nel libro francese ‘Déluge chez les fourmis’, comincia con nuvole nere che si addensano in cielo e presto cominciano a cadere le prime gocce di pioggia. Le povere formiche sono presto travolte da un temporale e si mettono in salvo sulle bolle di schiuma prodotte dalla pioggia. 
Presto torna il sereno ed ecco i laboriosi animaletti mettersi all’opera per sgombrare il terreno dai detriti, fra cui non possono non spiccare quelli lasciati dall’incuria umana. Ma c’è un problema più grave, bisogna liberare il formicaio dall’acqua che si è infiltrata: così le formiche operaie goccia a goccia se le caricano e le portano fuori: lavoro incredibile, ma necessario per la sopravvivenza della comunità. Ma tanto lavoro provoca una gran fame: è il momento di andare alla ricerca di qualcosa da mangiare; occhio, però! C’è un picchio che anche lui è a caccia di formiche che si muovono sul tronco. Alla fine della giornata, arriva il momento del riposo e del divertimento!
Come si capisce da quanto detto, questa ricostruzione della vita di un formicaio è decisamente fantasiosa, ma si avvicina comunque alla realtà di questi sorprendenti insetti.
L’autrice, Elmodie, utilizza la tecnica del pop up per raccontare con efficacia la vita sorprendente di insetti piccoli e forzuti, estremamente organizzati e capaci, sì, di salvarsi dalla pioggia. I sistemi utilizzati in realtà sono vari, dal sigillare le uscite del formicaio, che già di suo è strutturato con una serie di vasi comunicanti che garantiscono che almeno una parte del formicaio resti asciutto. Oppure, come accade per le formiche del fuoco del Sud America, che vivono nella foresta pluviale, costruiscono con i propri corpi una sorta di zattera vivente e si fanno trasportare dalle acque.


Come si vede, ci sono più cose in cielo e in terra, anche a livello del microcosmo, di quanto riusciamo ad immaginare.
Ma torniamo al nostro bel pop up; l’autrice, che è una vera esperta di cartotecnica, si basa su una grafica molto chiara, dai contorni nitidi, utilizzando solo gradazioni di verde, nero, bianco. Anche nelle costruzioni più ardite, l’immagine è leggibile con chiarezza e l’interpretazione della scena inequivocabile. Non quindi i sofisticati rompicapi di Carter, ma un’immagine 3D che rafforza l’immaginario infantile. Vediamo così le ardimentose formiche raccogliere i nostri rifiuti o scatenarsi in un’allegra sarabanda quando torna il sereno.


Questo libro, pubblicato alla fine dello scorso anno da De La Martiniere Jeunesse, mi è sembrato una curiosa e interessante sintesi di attenzione al mondo naturale, fiction e applicazione di una tecnica illustrativa raffinata. Interessante perché mescola la narrazione, e con essa l’invenzione, con una descrizione grafica attenta alla realtà naturale, uno sfondo per le vicissitudini di questi laboriosi e affascinanti insetti.
Un bell’esperimento, che potrebbe essere utilmente tradotto anche per le nostre bambine e bambini, sicuramente attratti da questi argomenti, a partire dai cinque anni.


Eleonora

“Déluge chez les fourmis”, Elmodie, De La Martiniere Jeunesse 2017






mercoledì 6 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN ALBO DI FORMAZIONE

Un po' più lontano, Anaïs Vaugelade (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2018



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il giorno dopo Lorenzo andò dritto al fiume. Sotto gli alberi era fresco e ombreggiato. La sua casa non si vedeva più. Allora Lorenzo decise: attraversò il fiume e partì. Voleva fare un viaggio."

Ogni giorno che passa, Lorenzo, un coniglio grigio dalle lunghe orecchie, si spinge un po' più in là. Prima lo steccato, poi il castagno. E ogni volta che la sera torna a casa, racconta alla sua mamma fin dove si è spinto. Lei sospira, mo ogni volta è la prima a suggerirgli di spingersi ancora oltre. Oggi è la volta del fiume. Sulle sue rive Lorenzo prende la decisione di proseguire il suo cammino, per fare un viaggio. Stasera non si torna a casa. Al calare del buio, arriva un po' di paura e di incertezza. Ma si va avanti. Quando la strada sotto le zampe è tanta arriva un po' di fatica. Ma si va avanti. Quando si profila il tramonto arriva un po' di solitudine. Ma si va avanti. 


Con il nuovo giorno arriva l'idea di fare una bella festa con tante lanterne e tanti amici. E mamma. Rivederla è bello, anche se un po' di struggimento chiude la gola. A festa finita, Lorenzo è di nuovo solo: ma all'orizzonte qualcuno sta dicendo, buonasera...

Il coniglio Lorenzo è lì che cresce. Le grandi orecchie e le grandi zampe che Anaïs Vaugelade gli disegna, invece di farlo sembrare più grande di quello che è, sono lì a dimostrare il suo essere acerbo e tenero. Un'allusione magari inconsapevole a tutte quelle crescite imprevedibili che hanno i cuccioli.
Chi non ha sorriso con tenerezza almeno una volta nella vita nel vedere le lunghe gambe da zanzarone di ragazzine undicenni, o i piedoni da plantigrado dei loro coetanei maschi?
E anche quella è gente che è lì che cresce.
Ancora una volta, dunque, le questioni che Vaugelade mette in scena tra animali, in questa occasione conigli, hanno carattere e valore ben più universali, radici antiche quanto il mondo e l'umanità.


Un vademecum di conclamato stampo nordeuropeo (infatti tutte le mamme italiane sono lì che si arrovellano nel voler vedere il dolore vero in mamma coniglio all'idea di lasciarlo andare) datato a più di vent'anni fa, per insegnare a mamme e figli come si fa a separarsi, senza per questo macerarsi nel dolore. Suggerisce idee, il vademecum, su come tagliare insieme alla corda, anche il cordone (quello ombelicale). E su quando lo si fa. E su perché lo si fa. 
Il dubbio che sorge è il seguente: a che serve raccontarlo a dei bambinetti di pochi anni? Piccoli e piccole che non si sognano neanche di attraversare fiumi e men che meno di non tornare a casa la sera.
Eppure, una storia così serve eccome. Anche con quel suo finale così ambiguamente amoroso.
La consapevolezza di sé, la sicurezza e quindi l'autonomia mettono radici fin da tempi non sospetti. A tre mesi un bambino sa già di essere qualcosa di diverso da sua madre e a tre anni ha già ben chiaro il proprio io. E spesso e volentieri lo impone con forza per misurare i propri confini e quelli del mondo che lo circonda. Bene fanno quei genitori che in quel momento ne prendono atto con serenità e soprattutto fermezza. Un po' come fa mamma coniglio per tutto il libro. 


Avere una mamma salda non può che essere un modello. È una bella mamma che offre sempre maggiore libertà di scelta al proprio piccolino. Sa esserci quando è il momento per lui di tornare e non esserci quando per lui è il momento di andare. Ha saputo dargli insegnamenti e strumenti atti a sapersela cavare in autonomia: quel bastoncino per lavarsi i denti parla chiaro. Sa di dover mantenere la giusta distanza anche quando sarebbe così facile riportarselo a casa...e invece agisce, nel rispetto, per valorizzare e consolidare le scelte fatte da Lorenzo in autonomia. Andarsene giù da quella collina e voltargli le spalle avvolte nello scialle, è l'unica cosa giusta da fare...
Anaïs Vaugelade, felicissima anche qui come in molti suoi altri bei libri, declina bene il linguaggio dell'albo e lo modula in modo trasversale parlando contemporaneamente a piccoli e grandi, dicendo loro cose diverse ma che hanno senso nell'essere insieme sulla stessa pagina.


Su un testo così forte, le immagini non potevano essere meglio concepite: potenti e sempre un po' sopra le righe. Colori fauve da Espressionismo tedesco per dare alla Natura la vitalità e la forza richieste e necessarie. Notti buissime, tramonti e albe mozzafiato con la linea dell'orizzonte sempre lì a portata di mano che separa le campiture di colore: gialli, verdi, rosa, rossi potenti in una alternanza ritmica di dentro-fuori scuro-chiaro che stanno a dimostrare una sequenza di emozioni con cui il piccolo Lorenzo sta facendo i conti. Quasi nessuna connotazione, ma solo infinite colline erbose. Da attraversare.



Carla

Noterella al margine. Quasi un fastidio fisico allo sguardo per cui non mi do pace: perché su tanta bellezza, quelle 'pezze a colori' su cui appoggia il testo? Accettabile solo quella della copertina. Sono giorni che vado cercando una risposta che mi pacifichi l'anima. Se qualcuno la sa, me la comunichi. E' urgente.