lunedì 5 dicembre 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LA LEGGE DEL BASTONE E DELLA ZANNA


Parlare di un classico come il Richiamo della Foresta è imbarazzante, per i tanti che lo hanno letto e ne hanno parlato; ma l'edizione appena uscita per Orecchio Acerbo, con le illustrazioni di Maurizio Quarello, merita di essere raccontata.
Il romanzo di Jack London uscì nel 1904, al ritorno dell'autore da un viaggio in Alaska, dove sperimentò la vita durissima dei cercatori d'oro ed è ambientato in quei territori, il Klondike, al confine fra Alaska e Canada. Racconta le vicende di un cane, rubato ai suoi proprietari e portato al Nord, per essere venduto come cane da slitta.

Se dovessi riassumere il senso di questo romanzo, userei tre parole: frontiera, ferocia, lealtà.


Frontiera, ovvero il grande mito americano, i territori selvaggi e incontaminati da conquistare, costi quel che costi, palmo a palmo, abbattendo tutto e tutti quelli che si frappongono al sogno americano, a partire proprio dalle popolazioni native. La frontiera è in realtà anche un orizzonte di libertà, gli spazi sconfinati in cui tutto è possibile.


Ferocia. La rappresentazione che London fa dei cercatori d'oro è estremamente realistica: feroci sono i rapporti fra gli uomini, e fra gli uomini e gli animali e tutto sembra sottostare alla legge del bastone e della zanna, ovvero vince il più forte e il più furbo, quello che riesce a sfruttare al massimo le opportunità e a resistere alle avversità. Qui London sembra abbandonarsi agli echi del darwinismo sociale, in gran voga in quegli anni.
Il protagonista del romanzo, il cane Buck, strappato alla vita tranquilla di una villa della California, viene proiettato in questo nuovo mondo fatto di sopraffazione e ne impara presto le leggi, preparandosi a conquistare con le zanne il suo posto nel mondo. Impara a temere gli uomini, ma solo quelli muniti di bastone, a rubare il cibo, a gestire i rapporti con gli altri cani della muta.


Lealtà. In un mondo così duramente dominato dalla violenza, sembra impossibile che possa farsi strada un qualsiasi sentimento. Eppure nella vita di Buck compare un uomo, Thornton, capace di suscitare rispetto e amore. Il breve periodo di pace passato insieme a lui consolida il loro legame, destinato a durare ben oltre la sua morte violenta. La lealtà di Buck si traduce in una vendetta implacabile, che lo separa definitivamente dal mondo degli uomini, rendendo sempre più forte il richiamo della foresta.


Le immagini di Quarello rendono perfettamente tutto questo: il gelo dei territori canadesi, la fatica indicibile dei cani da slitta, la durezza della vita disperata dei cercatori d'oro. Su tutti i personaggi, non può che emergere Buck, grande, maestoso, indomabile. Ogni immagine sottolinea la durezza, la forza, la bellezza dei paesaggi incontaminati.
E', ovviamente, una visione epica, è avventura.
Ma questa è davvero una di quelle storie che restano nel cuore: ho un ricordo vivissimo di questo romanzo, che mia madre mi leggeva ad alta voce svariati decenni fa. Non so se sia stato questa storia a farmi desiderare un cane, di sicuro è stato Buck a farmi desiderare un cane che avesse ancora un cuore selvaggio, quella libertà, quella lealtà unita alla potenza.


Sono stata fortunata, mi è capitato di dividere una parte della mia vita con cani quasi lupi e auguro alle giovani lettrici e ai giovani lettori di leggere, leggere tanto, immaginare le proprie terre di frontiera e di partire, poi, insieme ai migliori compagni di strada che si possano desiderare.

Eleonora

Il richiamo della foresta”, J. London, M. Quarello, Orecchio Acerbo 2016

domenica 4 dicembre 2016


TORTINE CANDITE ALL'ARANCIA 
"MADAME DE POLIGNAC"


Fino a l'altro giorno ignoravo chi fosse Madame de Polignac, ma ora so che era una dama di corte di Maria Antonietta, la sua prediletta. Apprendo che aveva sufficiente carisma per colpire immediatamente la regina e per tenere a bada la sua cerchia di favorite a Versailles. Per certi versi anticonformista, molto intelligente, bella ma non ricca, o meglio non ricca a sufficienza per restare a corte e sue spese, la contessa e poi duchessa di Polignac, da nubile contessa de Polastron, rimase alla corte di Luigi XVI per quattordici anni...
E in questi quattordici anni a Versailles, deve aver passeggiato più volte sotto gli alberi esotici di arancio che crescevano nei giardini.


Di qui il passo è breve per arrivare alle tortine candite all'arancia. Ma per farlo è necessario avere sott'occhio il libro pubblicato da Clichy A tavola con Maria Antonietta scritto da Michèle Villemur. Lo posso considerare il primo regalo di Natale 2016. Graditissimo.


Ingredienti:
per la torta:
3 uova
150 gr di zucchero di canna
1 bustina di lievito
150 gr di burro morbido
2 arance
la buccia di un arancio tritata finemente

per la glassa:
40 gr di zucchero a velo e qualche cucchiaio di succo d'arancia

In una ciotola rompete le uova e sbattetele con lo zucchero di canna, quindi aggiungete la farina, il lievito e il burro morbido a fiocchetti e la scorza sminuzzata.
Montate con una frusta e poi aggiungete il succo di una arancia e mezza.
A questo punto versate l'impasto morbido dentro stampini da muffin unti a dovere o dentro una tortiera piccola, che abbia la 'cintura'. Se usate gli stampi da muffin tenete presente che le tortine un po' lieviteranno quindi non riempite le vaschette fino all'orlo. Accendete il forno a 180° e,una volta caldo, infornate e fate cuocere per 30 minuti.
Mettete il tutto a freddare e intanto dedicatevi alla glassa. Sciogliete lo zucchero a velo con un po' di succo e sul fuoco bassissimo fatelo sciogliere.
Fate raffreddare leggermente la glassa e poi versatela sulle tortine fredde. La mia glassa è trasparente perché il succo d'arancia era più del necessario, ma secondo la ricetta dovrebbe venire bianca...


A decorazione mettete qualche 'ricciolo' di scorza a profumare il tutto. 

Carla 

Noterella al margine. Il libro in questione, A tavola con Maria Antonietta scritto da Michèle Villemur (Edizioni Clichy 2016) contiene quaranta ricette che si ispirano ai piatti preferiti dalla regina. 

venerdì 2 dicembre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SPALLE INDIETRO E BRACCIA APERTE

Capretta curiosa! Paola Ancillotto, Fabiana Bocchi


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"AtteNtA BetSy, NoN uSCIre DAllA FAttorIA!
le DICoNo lA mAmmA lA NoNNA lA zIA
Il PADre Il FrAtello Il CuGINo
Il GrANDe Il veCChIo Il PICCINo.
'Il moNDo, SAI, è PIeNo DI PerIColI!'
'MA Io voGlIo veDere CoSA C’è
oltre Il reCINto, SullA CollINA,
Al DI là Del ruSCello!' rISPoNDe BetSy.
rISChIoSo... NoN tI AlloNtANAre!
StAI quI, PIuttoSto, e CoNtINuA A BelAre.'"

E così la capretta Betsy rimane lì, a dormire sul cesto della biancheria e il suo pupazzo pende per le orecchie nel tempo necessario perché si asciughi.


Betsy obbediente è anche curiosa così, indossato il vestito rosso del coraggio con i puntini bianchi della femminilità, mette su il passo dell'intraprendenza: gamba tesa in avanti, spalle indietro e braccia aperte. Tirandosi dietro il carettino con il pupazzo, tutta lei si lancia verso la scoperta della collina. 


Cammin facendo, il passo si fa più incerto, torna indietro, quando le sue orecchie sentono suoni sconosciuti o fruscii nell'erba. L'incedere rallenta, le ginocchia si piegano. Betsy si ferma, ascolta, immagina e poi ogni volta riparte, curiosa a scoprire che la paura è stata solo un pensiero. Oche, asinelli, galline, cervi e cerbiatti sono i begli incontri che fa. Quell'ombra sospetta sul tronco dell'albero sembra di nuovo qualcosa che non è...
Tutto sommato, comunque, la bellezza della scoperta diventa ancora più piacevole se si è in due.


Irrimediabilmente attraente il punto di partenza di questa piccola storia un po' in rima e un po' no: 'Il moNDo, SAI, è PIeNo DI PerIColI!' 'è rISChIoSo... NoN tI AlloNtANAre! StAI quI, PIuttoSto, e CoNtINuA A BelAre.'"
Forse perché è femmina, ma di certo perché è piccola, a Betsy viene suggerito di starsene a casa a belare. E forse perché e femmina, ma di certo perché è piccola, a lei invece va di andare a vedere cosa c'è oltre il recinto.
Il resto viene da sé ed è una riflessione che ritorna tre volte e che racconta che l'immaginazione ha nelle nostre testoline un potere grandissimo, generatore di paure e brividi, ma anche di sogni e progetti. Da questo altalenare di timore e intraprendenza nasce il giusto passo che dovrebbe cadenzare i percorsi di crescita di bambini e bambine.
Prudenza fa un po' rima con intraprendenza. Ed è per questo che libri così fanno il loro giusto mestiere: raccontano sotto metafora un paio di cose importanti da sapere: senza mai dirlo espressamente, all'adulto che legge si dice non tenere tuo figlio a casa a belare, e a piccoli e piccole in ascolto gli si soffia nell'orecchio: vai pian piano a vedere cosa c'è sulla collina! E se trovi un amico, sarà ancora più divertente...


Tutto ciò, ed è l'altro motivo che mi fa dire che Capretta curiosa! sia un buon libro, ha una sua corrispondenza precisa nell'illustrazione.
Anche in questo caso nulla è più lontano dalla didascalia al testo. La pagina tagliata a metà segna il confine, potrebbe dirsi 'il recinto' oltre cui sarebbe meglio non spingersi. E invece, come fa la capra protagonista con il limite che le hanno imposto, la linea immaginaria tra il colore e il bianco, normalmente dedicato al testo, può essere superata allegramente. Mastelli, cestini, rametti e cespugli, oche e galline sconfinano delicatamente ma inesorabilmente.
Su questo uso non così consueto della pagina si nota anche una buona capacità da parte di Fabiana Bocchi nell'uso del colore pastoso e nella resa delle ambientazioni (sia gli interni, sia i boschi) che denuncia, in alcuni casi cita, libri di un autore molto amato: Michael Sowa che, ad evidenza, ha contato un bel po' nella sua formazione.

A. Hacke, M. Sowa, Un orso di nome Sabato, E/O 2007

Carla

mercoledì 30 novembre 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DALLA PARTE DEI MOSTRI

Chi, in una classe o in gruppo, non ha vissuto la situazione di sentirsi isolato o viceversa di fare parte dei gruppo dei 'fichi'? E' un'esperienza comune, il più delle volte facilmente risolvibile, altre volte implica risvolti drammatici.
Dalla descrizione di una situazione di questo tipo parte il racconto di Nicola Brunialti, scrittore molto amato dai giovani lettori e lettrici, Alicia faccia di mostro, edito da Lapis.
La storia inizia con la giovane protagonista, Alicia, una ragazzina cui un incidente ha provocato una vistosa cicatrice sul viso, alle prese con il bullismo idiota della sua classe e dei ragazzi che la circondano. Nonostante la lunga chioma occulti il più delle volte la cicatrice, Alicia è additata come un mostro e lei vorrebbe solo scomparire.
Tipica situazione in cui il gruppo isola un individuo ritenuto più fragile utilizzando una sua 'debolezza': l'essere grasso o magra, avere un difetto di pronuncia, vestire in modo 'inadeguato' o avere, appunto, un qualsiasi difetto fisico.
Nella vita piuttosto triste della ragazzina compare un nuovo arrivato, il bel Tommy, che sembra non notare affatto la sua cicatrice, quanto piuttosto la stupidità dei suoi nuovi compagni di scuola. Alla ragazza non pare vero di poter frequentare qualcuno che non la faccia sentire un mostro.
La mamma di Tommy, Morgana, è un infermiera dello strano ospedale vicino alla città e propone alla ragazzina, che soffre di potenti emicranie, di farsi visitare lì. Dopo qualche resistenza, la famiglia accetta di sottoporre Alicia a un difficile intervento. Durante il ricovero, però lei scopre di essere circondata da mostri veri, in carne e ossa. In un primo momento la sua reazione è quella del rifiuto e della diffidenza, salvo poi trovarsi a sventare un complotto contro questo strano ospedale, dove niente è come sembra.
Non voglio svelare di più sulla trama che scorre via veloce grazie alla scrittura felice di Brunialti, che sa perfettamente come costruire le situazioni, i colpi di scena, sostenendo il ritmo narrativo per tutto il racconto. Vedo in realtà due aspetti: da una parte la volontà di aggredire il meccanismo odioso dell'esclusione, quello che in gruppo di adolescenti, ma anche di bambini, definisce chi sta dentro e chi sta fuori e diventa oggetto di scherno, di provocazioni e qualche volta di violenze. Metterlo davanti agli occhi dei ragazzi e delle ragazze, che sicuramente nella loro esperienza scolastica sono incappati in episodi del genere, è meritorio; e farlo con un racconto così facile, accattivante, rende il messaggio accessibile anche ai più riottosi. E' come se l'autore, senza salire in cattedra, ma mettendosi all'altezza dei suoi lettori, dicesse 'sto parlando proprio di te'.
L'altro aspetto, ed è quello che mi rende perplessa, sta nella virata narrativa in cui i mostri ospiti e medici dell'ospedale si palesano per quello che sono, cioè proprio quei mostri dei fumetti e delle storie di paura, ma in carne e ossa, normali come noi. Nel momento in cui l'autore ha dato carne ai suoi personaggi, è come se avesse scelto una fascia d'età diversa, uno sguardo più infantile.
Resta un messaggio forte, importante soprattutto perché invita le lettrici e i lettori, dai dieci anni in poi, a confrontarsi con un tema complesso: chi sono veramente i 'cattivi', cosa si nasconde sotto la cosiddetta normalità. E' questo un argomento che sicuramente l'autore tratterà, con la consueta passione, nei numerosi incontri con i suoi fan.


Nel leggere questa storia mi è tornato mente il capolavoro della Houdart, Mostri Ammalati, pubblicato in Italia da Il Castoro nel 2005, ora riproposto da Logos in una versione più piccola, da titolo Mostri malati. Ho scelto alcune immagini per affiancare la bella copertina di Baronciani, per la singolare coincidenza di questa uscita contemporanea.


Eleonora

“Alicia faccia di mostro”, N. Brunialti, Lapis 2016


lunedì 28 novembre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

C'ÉTAIT GÉNIAL À LIRE!* 

Brutti, sporchi e gentili, Guillaume Guèraud, Andrea Chronopoulos
(trad.Flavio Sorrentino)
Biancoenero edizioni 2016


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"Poi in un angolo ho visto che da un mucchio di cuscini rossi, sporchi e lerci, emergeva una barba bianca. Faceva pensare a un Babbo Natale di seconda mano. Era il nonno.
Saverio ci ha presentati. 'Nonno, ti presento il nostro gruzzolo!' 'Quale bozzolo?' ha chiesto il vecchio".

Alighiero De La Tour, un ragazzino dodicenne che vale molti soldi, il conto in banca dei genitori ha molti zeri, è stato rapito da una banda un po' sui generis. Una improbabile famiglia di spiantati che vive ai margini di una discarica in una roulotte disordinata e piena di cianfrusaglie. E con un cane, senza nome.
Un padre e una madre che con i soldi del riscatto vorrebbero un'automobile che funzioni e una lavatrice; un nonno, che ha perso l'udito ma non il sense of humour, che invece ambisce ad avere un nuovo televisore; i due figli, Saverio che si esprime a ceffoni e non troppo sveglio, e Giulia, detta Genietto.
Essendo lei la letterata della famiglia, le viene affidato il compito di scrivere la missiva per il riscatto. E mentre gli altri, con il gruzzolo che il rapito porta con sé in cartella, organizzano un barbecue indimenticabile, Alighiero e Giulia, in cima a un mucchi di rifiuti, si guardano negli occhi e si amano.
Sarà l'ennesimo caso di Sindrome di Stoccolma, oppure sotto c'è qualcosa di più?

Breve, scattante, ritmato, spiritoso, questo piccolo racconto di Guillaume Guèraud ha il pregio di essere una storia piuttosto improbabile che mette radici, al contrario, in un terreno fertile di alcune verità.
La prima, e forse la più evidente, è che i soldi non fanno la felicità. O forse dovrei dire meglio: che si può essere felici anche senza soldi.
La seconda è che quando si incontra il primo amore si decide che sarà per sempre.
La terza è che nella vita bisogna saper fare i conti con l'imprevisto, soprattutto se si è un po' distratti. Occorre saper fare di necessità virtù e pazienza se il pollice è andato...
Il punto di partenza è un esilarante rapimento pieno di goffaggini che una famigliola di spiantati, solo all'apparenza crudelissimi, sta compiendo. Il rapito è un ragazzino un po' solo,  occhialuto e allergico alla polvere, che il caso ha voluto far nascere da due genitori ricchi e un tantino anaffettivi. Il resto viene da sé: la dabbenaggine dei rapitori si sposa alla perfezione con la sua solitudine e con quel vago senso di noia che la ricchezza porta con sé. Nonostante abitino in una roulotte scassata, nonostante vivano accatastati, tra loro c'è parecchia umanità e con essa anche un bel po' di movimento: entrambe cose che al piccolo Alighiero sono mancate finora.
Ed ecco che su tutto arrivano, a sorpresa anche per il lettore, gli occhi verdi di Giulia, che convincono definitivamente il rapito a non voler più tornare a casa.
Il ribaltamento di prospettiva, il punto di vista di chi trova finalmente la forza e la giusta ragione di prendere commiato dalla propria vita precedente a cui si aggiunge un finale che non è un finale rendono questa storiellina piccola piccola un libro interessante.
Ora resta da capire in quali mani metterlo. Forse non a bambini e bambine troppo piccoli, per intenderci quelli che alla parola bacio arricciano la bocca e dicono: che schifo!! (per loro conta solo il bacio di mamma, il resto è evitabile), ma a ragazzini e ragazzine di poco più grandi lo consiglio con serenità. Ancora di più lo proporrei a coloro che con i libri non hanno dimestichezza, che considerano la lettura un percorso in salita (quale peraltro è), dove si suda spesso inutilmente. A ragazzini e ragazzine un po' distratti che sugli scaffali delle librerie o delle biblioteche trovano ben poco che, per mole, non li spaventi, salvo poi ricadere nell'ennesimo libro da supermercato.
Qui dentro c'è una storia piccola, ma molto ben raccontata, con un ritmo filmico (e non a caso), spesso contrappuntata di piccole gag assurde. Insomma un libro che riconcilia i riottosi alla lettura con i libri e, magari, li incuriosisce verso altri titoli dello stesso autore, il quale, nel frattempo tra un cinema e l'altro, ha collezionato premi letterari importanti in Francia ed è diventato un autore molto amato.


Carla


Noterella al margine. Sebbene questo tipo di libri patisca necessariamente di una illustrazione 'subalterna' al testo, ciò nonostante mi piacerebbe da parte dell'editore una cura maggiore nelle scelte di chi dovrà disegnare tra le parole.

* giudizio entusiasta di un ragazzino francese, dopo averlo letto.


venerdì 25 novembre 2016

FAMMI UNA DOMANDA!


ENIGMI IRRISOLTI

L'estensione dell'evoluzionismo all'uomo è stata ed è fonte di scandalo per chi vi vede la negazione del disegno divino; ma è, ed è quello che ci interessa qui, l'oggetto di studio per tutti bambini della terza elementare, da quando sono cambiati i programmi scolastici.
La grande attenzione per la preistoria finora non è stata supportata da un grande fiorire di proposte da parte dell'editoria non scolastica; soprattutto, carente la divulgazione rivolta ad una fascia d'età superiore.
Alle bambine e ai bambini dagli otto, nove anni ma secondo me ben accetto anche dopo i dieci anni, che ancora non siano riusciti a raccapezzarsi nell'ingarbugliato mondo dell'evoluzione umana, viene in soccorso Telmo Pievani con Sulle tracce degli antenati. L'avventurosa storia dell'umanità. Si tratta di un bel libro di divulgazione, con una struttura originale ed un linguaggio chiaro, senza essere troppo semplificato; l'argomento è complesso e molti sono i luoghi comuni che spesso sono presenti nei libri di testo.


Quello proposto dall'autore è un viaggio a ritroso nella storia dell'uomo, alla ricerca dell'antenato comune che rende noi sapiens e gli scimpanzé cugini con un misero 1,6% di DNA a separarci.
In questo viaggio nel tempo, il ragazzino protagonista dell'impresa incontra dieci 'antenati', via via più lontani nel tempo e nella distanza evolutiva e di ciascuno di essi viene fornito un identikit, una descrizione delle caratteristiche fisiche, delle abitudini alimentari, delle migrazioni. Per raccontare le diverse caratteristiche di ciascun 'ominino' non si può non nominare i fortunati scopritori di reperti fossili che hanno più volte rivoluzionato l'idea precedente di storia umana. Fra questi non posso non ricordare che il professor Leakey, scopritore del 'ragazzo di Turkana', è quello stesso professore che incoraggiò le ricerche sul campo di Jane Goodall e Diane Fossey, che abbiamo incontrato in Primati.

Se la descrizione dettagliata di ciascun protagonista del nostro passato può sicuramente aiutare giovani scienziati e scienziate , mi sembra ancora più importante la sottolineatura di alcuni concetti chiave, che aiutano anche ad orientarsi nel mondo di oggi. In primo luogo viene respinta l'idea di un'evoluzione lineare, dal più semplice al più complesso: noi non siamo il frutto necessario dell'evoluzione, ma l'esperimento, casuale, di maggior successo; abbiamo a lungo condiviso la terra con altri 'ominini', sicuramente ben adattati all'ambiente in cui vivevano. L'immagine più efficace è quella di un cespuglio con molti rami, alcuni dei quali isteriliti, altri ancora presenti in noi attraverso tracce di DNA.


Siamo dei migratori nati; molto del successo evolutivo è dato dalla capacità di adattarsi ad ambienti differenti e a cambiamenti repentini. La nostra storia è costellata di migrazioni epiche, di sovrapposizioni di popoli. Certo con tempi ben diversi da quelli che registriamo oggi.
E, ultima osservazione, siamo una specie 'infestante', l'autore non usa questo termine , ma io si: abbiamo delle capacità distruttive gigantesche che vanno di pari passo con la capacità di controllare l'ambiente in cui viviamo e le altre specie con cui condividiamo il pianeta.
Naturalmente questi aspetti di maggior riflessione sono colti e ha senso sottoporli ai lettori più grandicelli, animati da quelle grandi domande cui fatichiamo a fornire risposte adeguate. Per i più piccoli, il libro propone un viaggio affascinante nel nostro passato, con illustrazioni e schemi che rendono più chiari i passaggi; le illustrazioni sono di Adriano Gon e i realistici ritratti degli antenati sono di Katerina Kalc.
Editoriale Scienza ancora una volta dimostra grande rigore e coraggio nel proporre un testo che colma una delle lacune più evidenti nella produzione editoriale di impronta divulgativa. Una bella prova di sapiente innovazione, puntando su uno degli più importanti autori italiani sul tema dell'evoluzionismo.

Eleonora

“Sulle tracce degli antenati. L'avventurosa storia dell'umanità”, T. Pievani, Editoriale Scienza 2016



mercoledì 23 novembre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


 UNA BAMBINA IN STILE RICHTER

Io sono soltanto una bambina, Jutta Richter (trad. Bice Rinaldi)
Beisler 2016

NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"La nonna è proprio accanto al divano, solo che oggi il suo fiuto sembra non funzionare per niente. Allungo il braccio e le do dei colpetti sul piede.
'A Murkel stanno nascendo i cuccioli!'
'Smettila di dire stupidaggini!' risponde lei. Murkel è un gatto maschio e ai gatti maschi i cuccioli non gli nascono di certo!'"

Invece ai gatti maschi nascono i cuccioli se non sono maschi ma sono femmine. Ed è appena successo che il gatto Murkel, fino a quel momento creduto un esemplare di soriano maschio, sia in verità un soriano femmina. E si dà il caso che sia sotto il divano della casa della nonna di Hanna a sfornare cuccioli. Sotto il divano a godersi la bellissima quanto inaspettata scena c'è questa bambina di otto anni e poi la nonna che, però, sotto quel divano entra a fatica, viste le sue rotondità.
La scena seguente la vede incastrata a tal punto che deve arrivare Eberhard, il secondo papà di Hanna, a farla uscire da lì con la forza dei suoi muscoli.
Per la piccola Hanna, è periodo di cambiamenti: da una parte la nascita dei gattini riaccende in lei il sogno sopito di avere un micio tutto per sé da coccolare e accudire. Dall'altra, il trasloco in una casa ben più grande di prima. E forse questo potrebbe davvero essere il momento giusto per avere un gatto.

Una bambina in pieno stile Jutta Richter. Una bambina assolutamente normale che ha molti desideri, una certa attitudine al litigio con chi si rivela poco amichevole con lei, la prima fra tutte la sua compagna di classe Daniela, autentico serpente a sonagli nascosto sotto trine e pizzi. Una bambina che ha una famiglia alle spalle composta da una mamma bassetta ma tosta, un secondo papà gigantesco, ma tenero e una nonna piuttosto moderna che gira in cabrio. E forse da oggi in poi, un gatto da accudire.
Cosa distingue i bambini di Jutta Richter, tanto da farli sembrare fratelli tra loro da un racconto all'altro?
Direi, senza tema di essere smentita, la loro autenticità. Il loro essere bambini e bambine che potremmo incontrare all'angolo della nostra via che discettano del mondo - quasi incomprensibile - degli adulti che li circondano.
Hanna, dunque, è prototipo di una infanzia che guarda con un certo disincanto al mondo dei grandi. Nella frase che chiude ogni capitolo, ovvero ogni sua riflessione sul mondo degli adulti 'beh, io sono soltanto una bambina', si avverte quella giusta distanza tra il modo proprio dei piccoli di leggere la realtà, diretto e logico, e quello dei grandi: maestre, psicologhe scolastiche e genitori, che arzigogolano su tutto. Hanna, come è giusto che sia, non esercita l'arte del compromesso: la sua vita è fatta di colori pieni, niente sfumature intermedie. Hanna sa amare e odiare solo così.
Uno dei meriti di Jutta Richter che le riconosco sta proprio in questa sua capacità 'oggettiva' di raccontare l'infanzia. Senza mai bamboleggiare o addolcire le numerose angolosità che la vita quotidiana presenta. Non crea famiglie modello, ma famiglie dove c'è amore e rispetto, dove si litiga o si cambia parere, dove si possono avere liberamente passioni o manie...

E a tal proposito, se è vero che infanzia e mondo animale si intendono parecchio, si arriva all'altro punto di forza della Richter, ovvero la passione affettuosa che nutre per i quattro zampe. Nel precedente libro Io sono soltanto un cane (Beisler 2013), protagonista assoluto era Anton, un cane ungherese, sognatore di puszta e prima ancora un gatto divino (Dio, l'uomo, la donna e il gatto, Salani, 2011) si percepisce un'attenzione, un rispetto, quasi una deferenza -anche in questo caso autentica - nei confronti del quadrupede di turno.
Allineata con altri autori tedeschi che Beisler ha avuto il merito di sdoganare in Italia, anche la scrittura di Jutta Richter si distingue per asciuttezza (poco o niente sconfina nell'immaginazione), precisione fotografica, coerenza nelle ambientazioni e nei caratteri dei suoi personaggi. Su tutto questo però lei ha il gusto di cogliere la naturale comicità che talvolta un giornata qualsiasi offre.
E quindi con un libro di Jutta Richter in mano si ride, spesso.

Carla