venerdì 24 giugno 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


E LA FIAMMA INTANTO BRUCIA

Mia madre, Stéphane Servant, Emmanuelle Houdart 
(trad. Francesca Del Moro)
Logos 2016



ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)

"Mia madre ha il cuore
tra la luce del sole
e il buio della notte.
Splendente come la luna.
Cupo come l'ala di un corvo.
Un nonnulla cambia il suo riso in festa
E la sua tristezza in tempesta."

La madre di questa bambina può essere paragonata a un giardino con le sue erbe diverse: che pungono, che tagliano, che accolgono. Come un giardino va coltivata, cosa che padre e figlia hanno imparato a fare.


Nel cuore della madre d'inverno si rintana una volpe, mentre d'estate nel suo cuore si acciambella una lupa che la invita a cantare e a correre in luoghi sconosciuti. La lontananza lascia inquietudine dietro di sé e il pensiero che lei decida di non tornare, spaventa la bambina che forse la vorrebbe tenere custodita in gabbia, sempre accanto a sé. 


Non è certo la lontananza che può separare una madre dalla propria figlia. Perché una madre si 'tatua' sul cuore il primo vagito della sua bambina e il suo viso. Nulla può dunque tenerle separate. La strada che le tiene insieme nessuna delle due la dimenticherà. E l'essere l'una il ritratto dell'altra le terrà insieme. E una fiamma, nella lanterna, brucia costantemente, a testimoniare la vita di questo legame.

Una poesia sulla madre che Stéphane Servant ha scritto e che Emmanuelle Houdart ha illustrato. Ulteriore tappa nell'esplorazione di questa artista svizzera intorno al nucleo degli affetti: amiche per la pelle, innamorati, genitori. E ora, la madre. 


Il testo poetico delinea il profilo di una madre molto autentica, ma decisamente fuori dagli stereotipi più convenzionali dentro cui spesso la sua figura viene racchiusa. In particolare, nei libri per bambini. Della madre si raccontano luci, ma soprattutto ombre. Si riconoscono i momenti di fuga, le lontananze, i distacchi, ma anche le ricongiunzioni lungo percorsi condivisi e conosciuti. Ogni madre saprà riconoscere le proprie contraddizioni, o forse è più corretto definirle le proprie ambivalenze. I momenti di luce e quelli di buio, i momenti di risa da quelli di malinconia profonda. Riconosciuto il suo bisogno vitale ad essere se stessa, la madre è un giardino da coltivare, di cui prendersi cura. Ma come ogni giardino, custodisce il suo segreto e solo l'affetto e la conoscenza profonda permetterà a pochi di coltivarlo al meglio.
Come spesso accade, i libri della Houdart sanno essere quanto di meno rassicurante possa essere stampato, ma anche nello stesso momento quanto di più intimo e profondo ci sia. In questa alternanza tra apertura e chiusura del grande cuore materno si nasconde l'essenza della femminilità. Prima di tutto e sopra tutto mi pare di leggere in questo ritratto di madre, un ritratto di donna. E non mi pare un caso che l'io narrante sia anch'esso una femmina. E non mi pare ininfluente che sia ancora una volta un uomo a raccontare il mistero che avvolge l'altro sesso. Un limite alla comprensione totalizzante che però alla fine 'sboccia' in una rassicurante dichiarazione di infinito affetto che va al di là di ogni rifugio personale.
Houdart costruisce l'immaginario materno con la consueta capacità di attingere a un repertorio metaforico sempre stimolante, mai stereotipato. Scorriamo lungo le pagine e vediamo creature immaginate con corpi che alludono alla mitologia classica (dalle arpie alle chimere) e sono frutto di una metamorfosi costante: corpi che diventano giardini e gambe che mettono radici, ginocchia che divengono montagne.


Su tutto si riconosce l'eleganza nella scelta cromatica dominante e nella realizzazione del repertorio di varie texture che avvolgono corpi e oggetti, che sono vera e propria sigla inimitabile e riconoscibile. E anche la cura della relazione visiva, il gioco di sguardi, che -pagina dopo pagina- tiene legata la piccola alla propria madre. Fino all'ultimo, quando dismesse le pellicce da volpe e da lupo e le piume da uccello, le due si guardano e si sorridono. Talmente uguali da sembrare allo specchio. E la fiamma intanto brucia ed illumina la loro storia comune.

Carla

mercoledì 22 giugno 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DA BOMBASTUS A VON BOMBUS

Un ottimo lavoro, Iban Barrenetxea (trad. Albeiro Gaona Ortiz)
Sinnos 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Un giorno un messaggero ingallonato con i blasoni del Barone Von Bombus suonò alla porta di Firmìn. Messaggio urgente: la preghiamo di presentarsi immediatamente al palazzo del barone. Si raccomanda la più assoluta velocità."


Una immensa disgrazia! Il barone ha appena perso un braccio in battaglia. Così Firmìn, che è un ottimo falegname, viene convocato a palazzo perché ricostruisca l'arto mancante al barone. La fama di questo carpentiere lo precede: le ruote che costruisce girano da sole, le sedie sono uniche e inimitabili, i tavoli non zoppicavano mai, i suoi cucchiai danno il sapore di gelato ai lamponi a tutte le pietanze e i suoi cofanetti tengono segreto ogni segreto. 


Con il braccio nuovo il Barone riprende la sua guerra e, per terra o per aria o per mare, pezzo dopo pezzo, si smonta sempre di più. Un braccio, due braccia, una gamba, due gambe. Ogni volta Firmìn viene chiamato a sostituire il pezzo perduto in battaglia e ogni volta il pezzo di legno si rivela un ottimo lavoro, migliore dell'originale.
Fino al momento della spaventosa tragedia: il Barone ha perso la testa nell'ennesimo scontro guerresco. Questo è un compito piuttosto difficile anche per un falegname tanto abile. Eppure Firmìn, chiusosi nel suo laboratorio per una, due, tre settimane, riesce alla fine a produrre una nuova testa per il battagliero barone. Tutti, riuniti al suo capezzale, fremono dall'attesa e dalla curiosità di vedere se anche questo pezzo si rivelerà migliore dell'originale. Montata la testa nuova e legnosa, il combattivo Von Bombus non si alza più dal comodo letto e smette di combattere le sue battaglie. Preferisce poltrire sul comodo guanciale. Ed è a quel punto che il medico, la baronessa, il Primo ministro e anche il cardinale decretano che... anche in questo caso il falegname ha fatto un ottimo lavoro, ancora una volta migliore dell'originale.


Nella vita occorre solo aspettare. Nel 2010 usciva il primo libro di Iban Barrenetxea per A buen paso e il titolo era Bombástica Naturalis. Un libro che lascia il segno e un ricordo indelebile nella memoria: una copertina tutta vegetale e all'interno un abecedario vegetale che si disvela su scenari architettonici davanti a cui sfreccia da sinistra a destra curiosa umanità. Il botanico filosofo, Bombastus Dulcimer, ci illustra le proprietà della pera aerostatica e della zucca carrozzata e noi ci facciamo condurre in qualcosa che è al confine tra il giardino botanico e l'officina di un inventore geniale.
Erano sei anni che aspettavo che questo geniale ex grafico basco arrivasse da noi.
Da Bombastus a Von Bombus il passo è stato breve. 
Come lì, anche qui siamo nuovamente davanti a uomini e donne un po' caricaturali, grassissimi o magrissimi che attraversano frettolosi le pagine oppure si fanno rappresentare a cavallo di mezzi di locomozione sempre diversi e spesso improbabili. Se nella Bombástica si passa dal triciclo rinforzato alla zucca a cavalli, passando per la barchetta vegetale, in Un ottimo lavoro Von Bombus cavalca cingolati dal piglio prussiano, biplani sottratti al Barone Rosso e finisce a cavalcioni di uno dei cannoni della sua corazzata dove, ancora una volta, sventola l'aquila teutonica.


Immaginifico, Barrenetxea ha una sua sigla inconfondibile. Cadenzata da un testo di grande ironia, costruito in crescendo, che ha al suo interno un Leitmotiv che si ripete sostanzialmente identico, l'illustrazione appare in tutta la sua folle precisione. L'esattezza soprattutto nella restituzione delle architetture di fondo, negli arredi e nell'abbigliamento, la follia nella galleria dei personaggi. Tutti rigorosamente di profilo, essi ci appaiono buffi: longilinei oltre misura, ad eccezione del Barone, gonfio come una mongolfiera.


All'attenzione del lettore l'autore lascia interpretare anche una piccola storia nella storia. Taciuta a parole, essa si snoda nel disegno e va nella direzione opposta al tema 'guerresco'. Testimone muto, il picchio dalla testa rossa. Rossa come quella di Firmìn e della cameriera.
Raffinato nella costruzione figurata di ogni dettaglio, Barrenetxea è convincente altrettanto nella costruzione della storia. Con un piede nell'assurdo e l'altro nella fiaba, la storia di Firmìn il falegname, così sapientemente tradotta, è nello stesso tempo divertimento e ragionamento.

Carla

lunedì 20 giugno 2016

FAMMI UNA DOMANDA!


L'ARTE IN SERIE


Madamina, il catalogo è questo! Si può facilmente parafrasare Mozart e il suo Don Giovanni, mentre si sfoglia Il mio piccolo libro d'arte di Aude Le Pichon, pubblicato recentemente da L'Ippocampo. Si tratta, a tutti gli effetti, di un piccolo libro di storia dell'arte, in cui le riproduzioni dei grandi capolavori seguono l'ordine cronologico, affiancate dalle notizie essenziali e qualche osservazione, e da una domanda, a fondo pagina, che alimenta la curiosità sul contenuto dell'immagine.


Si susseguono, quindi, riproduzioni di opere famosissime e di altre un po' meno note, ma teniamo presente che le bambine e i bambini solitamente non hanno grande dimestichezza con il repertorio artistico; ben venga, dunque, questa proposta che richiama in parte lo schema già utilizzato da Korkos in Entrate nel quadro!, ma in un formato più piccolo: cercare una via per rendere viva l'opera d'arte, puntando sulla curiosità, sulla ricerca del dettaglio, sulla partecipazione attiva alla soluzione di un piccolo enigma; sappiamo bene quanti significati, quanti simboli, riferimenti, allusioni siano contenuti in tanti capolavori, ma è anche stimolante provare a scoprirne altri, con l'aiuto dello sguardo infantile.


Sta poi all'adulto che accompagna le bambine e i bambini, dai sette anni in poi, in questo percorso, arricchirlo di esperienze diverse, dalla visita ad un museo alle prove tecniche di copia, ovvero la sperimentazione diretta di qualche tecnica utilizzata da questo o quell'artista, o la semplice copia creativa.


Concepito in modo simile, era uscito anni fa anche Piccolo Museo, pubblicato da Babalibri nel 2000; differente la scelta delle immagini, selezionate da Alain Le Saux e Gregoire Solotareff: in questo caso, infatti viene proposto una sorta di abbecedario per immagini in cui sono riprodotti dettagli e particolari di diverse opere d'arte. La sequenza di parole in ordine alfabetico viene illustrata con i particolari tratti da numerosi capolavori. E' un bel gioco intellettuale per chi lo fa e potrebbe diventare il prototipo di un'attività didattica praticamente infinita, in cui parole e immagini possono intrecciarsi in varie maniere. Ma è stato spesso inteso come una piccola pinacoteca fondata sul dettaglio, un modo originale per rappresentare la vastità della produzione artistica.


Si tratta in entrambi i casi di testi validissimi, più interattivo il primo, forse più vicino alle esigenze didattiche; ma anche il Piccolo Museo non risente minimamente del passaggio del tempo. Il repertorio delle immagini è di prim'ordine, almeno dove è documentato; questo è un particolare non secondario proprio per l'importanza che riveste la fedeltà, mai assoluta, nella riproduzione dell'opera d'arte, soprattutto se si pensa, con tristezza, alla scarsa qualità presente nei testi scolastici.


Entrambi i libri sono francesi, l'Ecole de loisirs per il Piccolo Museo, Editions du Seuil per Il mio piccolo libro d'arte ed è curioso notare l'assenza di repertori ben concepiti come questi nella produzione editoriale italiana, in un settore, quello della divulgazione artistica, in cui c'è una grande varietà di proposte made in Italy, con editori che proficuamente si dedicano all'argomento, da Artebambini a Topipittori, ma anche Jaca Book, Gallucci, Arka e altri, che hanno fatto proposte interessanti.

Eleonora

“Il mio libro d'arte”, A. Le Pichon, L'ippocampo 2016
“Piccolo Museo”, A. Le Saux, G. Solotareff, Babalibri 2000


domenica 19 giugno 2016


INCROCI E MISCUGLI

Avete presente quei pezzi di musica, generalmente jazz, in cui a un certo punto dentro una melodia se ne intuisce un'altra,  di solito più famosa e rielaborata per essere parte della prima?
Ecco, questo avviene anche nella mia cucina. Il motivo di queste unioni o inserti possono essere vari. A volte la semplice curiosità di sperimentare, di osare a fare qualche salto.
In un percorso fatto così, ho provato a mixare un grande classico, la Tarte Tatin (di cui abbiamo già parlato molto) e una torta rovesciata alla frutta, (la cui ricetta fa parte del prezioso e già citato libro "In cucina, appunti e ricette", Arsenale Editrice, pag 176)
Il motivo? Mi piace molto la parte caramellata con le mele della Tarte Tatin, ma non sempre ho voglia del suo accostamento con la ruvida pasta briseè, e dato che ultimamente mi è capitato più volte di ordinarla al ristorante e di vedermi portare la torta fatta con improbabili paste sfoglie, si è insinuato dentro di me il pensiero di cambiare la pasta. E cambiando ho anche cercato di ovviare ad un altro aspetto difficile della Tatin e cioè il rovesciarla senza lasciare le mele attaccate alla teglia.
Il risultato è una torta più tenera, non solo nella consistenza, ma proprio nell'essere più, passatemi il termine, avvolgente e confortante. Per non farsi mancare nulla ho aggiunto anche un retrogusto di arancia.

Ingredienti
170 gr di farina
120 gr di burro
100 gr di zucchero semolato
120 gr di zucchero di canna tipo Mascobado
100/150 ml di latte
1 cucchiaino di lievito
2 uova
4/5 mele renette
1 arancia non trattata
sale


La partenza è la stessa della Tatin. Con i 100 gr di zucchero bianco e qualche cucchiaio di acqua fate il caramello utilizzando la teglia per la torta. Sbucciate le mele intere e tagliatele a dischi di circa un cm di spessore, togliendo solo i semini. Disponetele sul caramello in un primo strato fino a riempire la teglia. Continuate con altre fette di spessore leggermente più sottile e create altri due strati sfalsando i dischi rispetto a quelli sotto. In questo modo avrete coperto completamente il caramello.
Tra uno strato e l'altro fate cadere qualche pezzettino di burro.
Ora preparate la pasta sbattendo per qualche minuto, con una frusta elettrica, il burro restante sciolto e lo zucchero di canna. Questo zucchero non si scioglierà completamente. Aggiungete le uova intere e la buccia di arancio grattugiata e continuate a sbattere ancora per qualche minuto.
Lasciate da parte la frusta elettrica e unite al composto la farina, il lievito e un pizzico di sale setacciati aggiungendo man mano il latte per rendere il composto molto morbido e fluido.
Versatelo sulle mele distribuendolo in modo omogeneo e facendolo penetrare anche un po' tra gli strati.
Cuocere a 180 gradi per circa 50/60 minuti. Appena sfornata, passate un coltello lungo il bordo esterno e rovesciatela subito sul piatto di portata. Se anche in questa versione qualche pezzo di mela resta attaccato alla teglia, toglietelo subito delicatamente e rimettetelo al suo posto.
È buona anche tiepida.

Gabriella







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venerdì 17 giugno 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


STRANE ADOZIONI



Ci sono animali che ricorrono frequentemente nei libri per bambini e momenti in cui la frequenza di qualcuno di loro curiosamente aumenta; se questo è stato incontestabilmente l'anno delle balene e delle api, che hanno segnato positivamente la produzione editoriale, le volpi sono invece frequentatrici abituali, che però, talvolta ci regalano delle interpretazioni superlative.


Questo è il caso, fra altri, de Chi ha paura della Volpe Cattiva?, esilarante fumetto di Benjamin Renner proposto dalla Rizzoli.
La nostra volpe, molto molto vicina all'ottimo Wile Coyote, personaggio dei Looney Tunes, non è particolarmente coraggiosa e tanto meno fortunata; gli animali della fattoria, in cui tenta a vuoto le sue scorribande, la compatiscono e il simpatico maiale ogni volta le prepara premurosamente un bel cesto di rape, per compensare i suoi insuccessi venatori. Interviene il Lupo Cattivo e propone alla disperata volpe un metodo alternativo di caccia: rubare delle uova e allevarsi degli ottimi, pasciuti pulcini.


Alla volpe non sembra vero ed eccola rubare nottetempo le uova di una agguerritissima gallina, che metterà sotto sopra tutta la fattoria per ritrovare le sue uova, fino ad organizzare un seguitissimo corso di autodifesa per galline.


La volpe, intanto, cova le uova fino a trovarsi tre pulcini pigolanti che la nominano subito Mamma. Fra imbarazzi e goffaggini, la volpe alleva i tre pestiferi pulcini, mentre il lupo attende con ansia il momento di papparseli.
La povera volpe, che racconta ai pulcini la favola della Volpe Cattiva, è stretta fra due fuochi: da una parte le incursioni bellicose delle galline, per niente rassegnate, dall'altra l'impazienza del lupo; e lei, inutile dirlo, oramai ha il cuore spezzato all'idea di perdere i suoi rampolli.
Fra wrestling, travestimenti improbabili e colpi di scena, ci si avvicina al finale, che non svelo, letteralmente scoppiettante.


Benjamin Renner è un validissimo autore francese di cartoni animati, ha vinto fra l'altro l'Academy Awards del 2014 per Ernest e Celestine; in questa storia, che suppongo diventerà un lungometraggio, si vede bene la capacità di costruire una vicenda dal ritmo serratissimo, e di creare una serie di personaggi perfetti, tutti con un proprio ruolo e tutti dotati di una grande simpatia, anche se il lettore e la lettrice sono naturalmente portati a tifare per la sfortunata e imbranata protagonista. Ciascun personaggio è disegnato con cura, con ironia e con tanti riferimenti alla stagione d'oro dei cartoni Warner Bros., che hanno allietato la nostra infanzia.
Quanto poi alla metamorfosi della volpe affamata in mamma amorevole, anche se decisamente isterica, che dire, ognuno tirerà la storia nel verso che crede, pensando magari a temi attuali e scottanti. Personalmente preferisco vedere in questo bel personaggio tutta l'impreparazione, la riottosità con cui ci si trova a svolgere un ruolo imprevisto; quell'essere buoni nostro malgrado, non per vocazione ma per accidente, magari perché la cattiveria ha una grandezza che non ci appartiene. E poi, si, c'è la tenerezza involontaria, il legame imprevedibile, la svolta improvvisa provocata da sentimenti fino a quel momento sconosciuti, ma forti abbastanza da farci accettare pranzi e cene a base di rape. Il tutto con grandissima leggerezza e ironia. Evviva! Lettura estiva per bambine e bambini a partire dagli otto, nove anni.

Eleonora

“Chi ha paura della volpe cattiva?”, B. Renner, Rizzoli 2016



mercoledì 15 giugno 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'INVISIBILE QUID

Le nuove avventure di Lester e Bob, Ole Könnecke 
(trad. Alessandra Petrelli)
Beisler 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Lester e Bob hanno bisticciato.Una baruffa terribile. Sono volate parole grosse, insulti. Ora c'è un'unica soluzione possibile: sfidarsi a duello. I due litiganti si incontrano prima dell'alba in un prato alla periferia della città. Un duello si fa così: ci si mette schiena contro schiena, si fa qualche passo, ci si gira e - pum!"

Sono di nuovo loro due, Lester l'oca e Bob l'orso. Amici da sempre, eppure arrivati ai ferri corti. 


Dandosi le spalle, entrambi con l'espressione imbronciata, stanno per colpirsi. Ma come spesso accade, forse perché troppo concentrati sulle modalità di un duello, i due hanno perso di vista il motivo del contendere e, con esso, anche le pistole per spararsi...meglio soprassedere e 'spararsi' invece qualcosa di buono da mettere in pancia.
Ragioni per litigare ce ne sarebbero effetivamente parecchie. Lester continua a imbrogliare il povero Bob riguardo a un sacco di questioni. 
La prima: i lavoretti di manutenzione quotidiana. Bob lo aiuta nel pulire la grondaia, nel taglio dell'erba e Lester per contraccambiare lo aiuta nel finire la torta di lamponi. La seconda: fingendosi un funzionario dell'ufficio di igiene - con cilindro, distintivo e occhiali scuri - si sbafa gran parte della torta appena fatta dall'amico.


La terza: nel millantarsi campione mondiale di yo-yo, ruba dalle mani di Bob il gioco appena comprato.

Bob, nonostante tutto, non perde mai il suo perenne stupore nei confronti della vita e così si stupisce di come Lester sia bravo nel prendersi gioco dei coccodrilli riuniti per una grigliata tra amici, o nel gioco dello yo-yo o nell'arte del ritratto. E Lester, dal canto suo, non perde mai occasione di approfittare dell'ingenuità del suo amico. Fino all'ultimo, ovvero anche quando questo, sopraffatto dal troppo pensare, si appisola sul molo con l'immancabile fetta di torta accanto...


Impossibile resistere alla chimica perfetta che tiene insieme questi due personaggi così diversi tra loro, eppure così complementari. Sono come due pezzi di puzzle: uno ha un profilo 'sporgente' con un ego esuberante e l'altro un profilo 'cavo', dato dalle timidezze, che si rivela sempre accogliente per il primo.
L'incastro tra i due, alla fine di ogni storiellina (sono sette in totale), è perfetto.
Forse è per questo invisibile quid, un flusso osmotico tra l'uno e l'altro, che la loro amicizia non teme scossoni e anche se arriva al limite estremo, trova sempre una buona ragione per ricomporsi. Una buona ragione che nessuno di noi è in grado di vedere, e forse nemmeno Bob e Lester, ma che è lì a tenerli insieme. 


Perché in fondo è molto più bello così.
Sottile, ironico, essenziale è il tratto di Ole Könnecke che si dimostra ancora una volta un grande Maestro del disegno e del racconto. 
Come anche nel precedente libro che ha al suo attivo svariati premi (per esempio l'Orbil e, recentemente, Scelte di classe) e gran successo di pubblico e critica, si riconferma anche in questo secondo libro di Lester e Bob il fatto che Könnecke sia un attento osservatore dell'animo umano e un abile dispensatore di ironia. Quest'ultima attraversa dal principio alla fine l'intero corpo del libro e lo tiene su come una spina dorsale.
A Könnecke va riconosciuta la capacità di maneggiare il sense of humor come pochi altri sanno fare. E' sua l'arte di sapersi fermare un attimo prima di ogni finale 'prevedibile' per offrire così ai bambini e alle bambine che stanno leggendo l'eccitante possibilità di prevedere o 'inventare' il finale.
Se mi si passa il paragone, è come se lui, un attimo prima della conclusione della storia, decidesse di trattenere il respiro e costringesse tutto il pubblico a farlo con lui per poi riprendere a respirare in una fragorosa risata finale.


Provare per credere.

Carla

lunedì 13 giugno 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


AMERICA D'ALTRI TEMPI


Il rinomato Catalogo Walker & Dawn, di Davide Morosinotto, è un libro intelligente e colto, dietro la più semplice fruizione come un efficace libro di avventure. Ambientato negli Stati Uniti a cavallo fra '800 e '900, racconta l'epopea di un gruppo di ragazzini, per l'esattezza quattro, che attraversano l'America per restituire un orologio rotto, ricevuto per sbaglio, e si ritrovano ricchi.
Ma prima che succeda questo vengono coinvolti in mille avventure, dalle paludi del delta del Mississippi, il bayou, vicino alle quali hanno vissuto fino a quel momento, alla vita errabonda dei disperati che saltano sui treni, alla risoluzione di un omicidio che ha tenuto a lungo le prime pagine dei giornali. Tutto si innesca per un errore banale nella spedizione di una pistola scelta dai quattro ragazzini sul famoso catalogo Walker & Dawn, una grande, innovativa impresa di vendita per corrispondenza; la principale artefice di tanta fortuna è proprio miss Dawn, geniale inventrice e organizzatrice, ed è proprio lei ad essere uccisa. Per il suo omicidio viene arrestato il suo fidanzato, mentre il socio in affari sembra estraneo alla vicenda. Dal parapiglia originato da questo delitto si genera l'errore di spedizione che fa pervenire ai quattro ragazzi della Louisiana un orologio rotto, che avrà un ruolo fondamentale nella risoluzione del giallo e nello scioglimento della vicenda che riguarda i nostri eroi. C'è Eddie, il più istruito dei quattro, convinto di aver appreso doti sciamaniche, e forse è vero, da un vecchio indiano; c'è Te Trois, il terzo figlio di una famiglia numerosa, orfano di padre e nato per fare il corsaro; ci sono Julie e il fratello Tit, nati dalla stessa madre, dalla dubbia reputazione, ma con padri diversi, lei bianca, lui nero e poco propenso a parlare.
Sono un gruppo perfetto, legato da grande solidarietà e profonda amicizia, pronto ad affrontare qualsiasi avventura, qualsiasi guaio, tanto da sopportare anche il riformatorio.


Partono insieme per andare a restituire l'orologio rotto al legittimo proprietario, il signor Walker, sperando in una ricca ricompensa.
Ciascuno dei quattro personaggi racconta in prima persona una delle quattro parti in cui è suddiviso il romanzo, fino all'epilogo. Nel raccontare le vicende avventurose, che si susseguono a ritmo serrato, descrivono l'America di quegli anni, rappresentata anche dalle frequenti illustrazioni di Stefano Moro, che affiancano la narrazione e la rendono ancora più credibile, quasi stessimo leggendo un reportage giornalistico, e forse è proprio così.
Morosinotto dimostra di conoscere bene le atmosfere dell'America profonda, dei luoghi diversissimi, del senso della frontiera che ha caratterizzato quella nazione, così come ricostruisce con precisione le ambientazioni, dalla Louisiana del grande fiume, con i suoi battelli, le paludi, la lingua francese ancora predominante, alle immense praterie, e le prime metropoli, come Chicago. Si indovinano, dietro una così profonda conoscenza, molte letture, Mark Twain per esempio, e molti film. E' un romanzo dalle diverse valenze, scritto con grande naturalezza e un grande gusto per l'avventura: prende il lettore o la lettrice desiderosi di immergersi in una storia appassionante, ma nello stesso tempo avvicina i più giovani alle atmosfere di un'epoca nemmeno troppo lontana, che ha ispirato scrittori e registi di Hollywood.
Mi sembra davvero una bella prova d'autore, adatta a giovani lettrici e lettori a partire dai dodici anni.
Eleonora

“Il Rinomato catalogo Walker Dawn”, D. Morosinotto, Mondadori 2016