mercoledì 18 settembre 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


MIGRAZIONI


Un nuovo libro sulle stupefacenti migrazioni animali è stato da poco pubblicato da Editoriale Scienza: ‘Migrazioni. Gli incredibili viaggi degli animali’, di Mike Unwin e Jenni Desmond, è una bella proposta per gli appassionati zoologi in erba.
A differenza di altri testi, che preferiscono un registro più descrittivo, qui ad affiancare i testi di Unwin ci sono le belle tavole di Jenni Desmond, già conosciuta per gli albi, in cui firma anche il testo, che abbiamo già indicato.
I testi di Urwin sono impeccabili nella loro semplicità, non presentando alcuna difficoltà di comprensione: descrivono le imprese migratorie di varie specie, dagli uccelli marini ai granchi, dagli elefanti agli squali bianchi. Un panorama esteso per rendere conto delle imprese compiute da animali dalle caratteristiche più diverse. Ciascun animale è descritto nel proprio ambiente e se ne seguono in particolare le vicende che lo portano a spostarsi periodicamente anche per migliaia di chilometri. E ogni viaggio è, non solo faticoso, ma anche e soprattutto denso di pericoli.


La sinteticità e chiarezza di questi testi rendono il libro apprezzabile anche da lettori e lettrici alle prime armi, a partire dai sei anni.
A dare a questo appassionato catalogo un tono non accademico sono in particolare le grandi tavole della Desmond, che riesce a sottolineare, con la sua tavolozza sfumata, l’aspetto epico o favolistico delle imprese raccontate.
Il suo disegno non è solamente descrittivo e, così come la delicata gamma cromatica, compie una sorta di trasformazione dell’oggetto, che non è più neutro agli occhi del lettore, ma acquista una valenza emotiva: nella danza delle gru, o nel viaggio delle megattere, si trasmette un’idea di eleganza, di forza, di armonia; in ultima analisi di bellezza.


Lei appartiene a quel genere di illustratori, ben volentieri orientati alla divulgazione per i più giovani, che non disdegnano di dare una valenza emotiva al loro lavoro. Certo lo fa anche una bella fotografia di una bocca spalancata, piena di denti, di uno squalo, ma la finalità è ben diversa: non spaventare o stupire con effetti enfatizzati ad arte, ma creare un’atmosfera emozionale che porti all’empatia, che faccia percepire la forza e la fragilità di un colibrì come la potenza di un branco di elefanti.
Lo sguardo empatico non è necessariamente una distorsione, al contrario ritengo abbia la grande funzione di far entrare il lettore e la lettrice nel mondo meraviglioso delle vite animali, di farle percepire come vicine e simili, per quanto siano diversi gli animali rappresentati. Uno sguardo partecipe e in qualche modo solidale.


E, d’altra parte, tutti condividiamo la stessa fragilissima natura.

Eleonora

“Migrazioni. Gli incredibili viaggi degli animali”, M. Unwin e J. Desmond, Editoriale Scienza 2019


lunedì 16 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA DIPLOMAZIA DEL PESCE

Tantissimo bene, Émile Jadoul (trad. Verba manent)
Pulce 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"'Ti voglio bene...e tu?' 'Un pochino'
'Io ti voglio davvero molto bene! ...e tu?
'Un pochino.'"

Nel dialogo, un gatto e un pesce rosso chiuso in una boccia di vetro.
Si guardano negli occhi: uno, il gatto, libero di andare e l'altro, chiuso in un recinto, seppure trasparente.
Il pesce non pare molto contento della sua condizione e pare anche lievemente allarmato quando il gatto infila la sua zampa nella boccia o anche quando se la porta in giro e la carica sul motorino. L'aria perplessa del pesce si trasforma in uno sguardo allarmato. Se le parole del micio sembrano rassicuranti, i gesti non lo sono tanto...fino al momento in cui il progetto del gatto si svela e anche il pesce può finalmente distendere le sue pinne e nuotare serenamente....E sopratutto smettere di essere 'diplomatico'.

Pulce decide di pubblicare e ripubblicare per un pubblico di piccolissimi i cartonati di Jadoul. 


Con un formato allungato, robuste pagine stondate, quasi niente testo, grandi disegni con pochi e potenti colori e un forte segno nero di contorno. Ci si allontana dal libro per piccolissimi, dalla fotografia o dalla mimesi o dalla rappresentazione di figure semplici, ci si distacca dagli imagier più elementari, ci si distacca anche da cataloghi di oggetti riconosciuti che fanno parte dell' 'habitat' dei bebè.


Si entra nella narrazione. Essa, a uno sguardo frettoloso, può apparire semplificata, costruita su un dialogo minimo tra due personaggi. Tuttavia nel fraseggio elementare si coglie moltissimo della tensione determinata dalla situazione. Solo apparentemente sembra dire quasi nulla: un pesce e un gatto che discutono su quanto bene si vogliono reciprocamente. Uno ragiona in crescendo l'altro si trincera dietro il prudente un pochino...
Sotto tutto questo quindi si nasconde una sottile ma innegabile chiave di lettura altra. Raccontata solo al minimo con le parole, ma molto di più con l'immagine. E questa chiave ha a che fare con l'ironia, con l'equivoco. 


Con l'incerto, il dubbio. Essendo pensato e progettato per un pubblico davvero di infanti, la paura del pesce si più anche non coglierla e la zampa del gatto che rovista può sfuggire allo sguardo. Ciò nonostante solo lì a suggerire al lettore che ogni cosa merita di essere vista e rivista, per essere capita fino in fondo.
il finale, ovviamente rassicurante, arriva dopo un percorso che va lungo una linea sottile di interpretazione.
È curioso il fatto che sebbene il libro sia per piccolissimi, contenga in sé, come se fossero semi che devono ancora sviluppare, tutte le componenti dell'albo illustrato narrativo.
Ovvero un dialogo stretto tra immagine e testo, laddove - addirittura - il secondo sembra essere smentito dalla prima, o quanto meno messo in dubbio.
Un uso saggio del giro di pagina e della pausa che inevitabilmente porta con sé.


La costruzione della narrazione fatta attraverso elementi quasi impercettibili del disegno: una linguetta che spunta dalla bocca del gatto, il pesciolino che esce dall'inquadratura e punta verso il lato opposto della sua boccia di vetro, il motorino che è anticipato con una sua porzione 'fuori quadro' per poi svelarsi in tutta la sua interezza al giro di pagina successivo, il doppio senso di alcune frasi - ma io davvero ti voglio... le onomatopee che possono essere lette in chiavi opposte - MMMMMM.
Gustoso sarà leggerlo ad alta voce.


Dettagli di questo genere li abbiamo incontrati e conosciuti come di fondamentale importanza nei ragionamenti fatti sull'alchimia costruttiva di quell'oggetto polimorfico che è l'albo illustrato, e che qui fanno capolino, pur non essendo ancora del tutto un albo illustrato.
Sempre nel catalogo Pulce un'altra manciata di titoli di Jadoul. Con lo stesso formato e la stessa sottile sorpresa nel giro di pagina: Dalla finestra, Tutti ci vanno, È la mia casa.
C'è da esserne contenti, più di un pochino.

Carla


domenica 15 settembre 2019



SALE ALL'IMPROVVISO

Ci sono degli ingredienti che su di me hanno un effetto immediato: uno di questi è il sale nei biscotti.
A tal punto il mio palato reagisce positivamente al sapore del dolce che incontra un granello di sale all'improvviso che nella frolla (o frulla) che faccio ne metto sempre di più. 
Se continuo con questo andazzo, mi ritroverò a fare la crostata con la pasta brisé.
Per questa medesima ragione ci sono dei biscotti che mi conquistano a ogni morso, come fosse la prima volta: tra questi, i digestive. La seconda ragione che mi li fa amare è nel fatto che se ne dimentichi uno su un tovagliolo, al tuo ritorno il tovagliolo avrà su di sé una sorta di calco unto del biscotto.


I digestive, biscotti di tradizione anglosassone, e più in dettaglio scozzese, sono piuttosto diffusi, ma anche piuttosto costosi e in pacchetti assolutamente insufficienti per il mio personale fabbisogno.
Ragion per cui, cerco la ricetta in rete e ne trovo due (questa la fonte uno: Il sapore del sale e questa la fonte due: Tortellini&co) e faccio una crasi delle due e produco la seguente ricetta che ha il merito di portarmi sempre a quella allegria diffusa, data dal granello di sale incontrato all'improvviso in un dolce.

Ingredienti per due dozzine di biscotti

100 gr. farina d'avena
100 gr. farina integrale
100 gr. di burro
60 gr. di zucchero di canna chiaro
2 cucchiai di latte
1/2 cucchiano di sale


In pentolino fate sciogliere il burro che aggiungerete alle due farine mischiate accuratamente con lo zucchero, ne otterrete un impasto troppo farinoso, poi, magicamente mettendoci prima uno poi l'altro cucchiaio di latte freddo tutto si algamerà alla perfezione.
L'impasto, a questo punto manovrabile, va messo in frigo per un quarto d'ora.
Nel frattempo accendete il forno e portatelo a 180°.


Per stendere l'impasto è necessario prendere due fogli di carta forno, uno sotto e uno sopra e con due regoli bassi mezzo centimetro al massimo (io uso alternativamente due mestolini piatti di legno o due forchettine di legno usa e getta, che non ho mai gettato...) e quindi procedere con il mattarello in modo da ottenere un impasto alto in modo uniforme.
Togliere il foglio superiore di carta forno e usare un bicchiere non troppo grande per dare la forma ai biscotti quindi disporli in bell'ordine sulla leccarda, anch'essa foderata di carta forno.
A questo punto, con il didietro di uno spiedino di legno, fare i buchini di prammatica. O se avete un timbro da biscotti....
Infornare per 9-10 minuti al massimo. Mai allontanarsi più di due passi dal forno. Si imbrunano e intostano che è un piacere.
Sfornarli e farli freddare senza muoverli: si rompono anche solo con lo sguardo.
Una volta freddi, metteteli in un pentolino di smalto anche quello rigorosamente inglese. 
Così hanno  un momento in cui si sentono a casa anche loro, a Roma, nonostante tutto.


E poi, senza pietà, finiteli in un amen.

Carla





venerdì 13 settembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


L’ETERNA LOTTA


Parlo, è facile immaginarlo, della lotta fra il Bene e il Male, tema centrale nell’originale, intenso, struggente romanzo illustrato di Nicolas de Crécy, pubblicato in questi giorni da Einaudi Ragazzi.
Ho usato l’espressione romanzo illustrato perché mi sembra avere un diverso equilibrio, rispetto al fumetto e alla graphic novel, fra testo e immagine. Mi ha ricordato, per esempio, i testi di François Place
e, per certi versi, di Timotheé de Fombelle in ‘Tobia’: il testo e l’illustrazione si alternano nelle pagine,con poche eccezioni.


L’autore è un fumettista francese molto conosciuto e ben pubblicato in Italia; due anni fa è uscito il suo ‘Diario di un fantasma’, reportage di viaggio e analisi del processo creativo messi insieme. Ora è uscito,
appunto, ‘Gli amori di un fantasma in tempo di guerra’, in cui si perdono evidentemente tutti i riferimenti autobiografici. E’ la storia drammatica di un giovanissimo fantasma, da poco arrivato nell’universo parallelo dei fantasmi, in cui tutto ciò che avviene nel mondo degli uomini succede qualche anno prima.


Dunque, il nostro fantasmino arriva in un casolare della campagna francese più o meno intorno al 1933; viene affidato a una bambina fantasma, Lili, un po’ più grande di lui; i genitori di entrambi non ci sono
e non è dato sapere che fine abbiano fatto. Le giornate dei due giovinetti scorrono tranquille, appena allietate dai giochi insieme alla cagnolina Polpetta.
Ma presto questa serenità è interrotta dallo scoppio della guerra fra i Fantasmi Acidi e i Resistenti, i primi guidati da un leader sanguinario, ma con un grande seguito di massa. Il nostro fantasmino viene tradito e
Lili portata via. Questo è un nuovo dolore, che spinge il protagonista ad impegnarsi nella Resistenza, diventando una spia. Deve abbandonare a malincuore il cagnolino, di cui serberà il ricordo e il desiderio irrealizzabile di ritrovarlo. Nel corso di un’azione viene ferito gravemente e al suo risveglio scopre l’amara verità: Lili e i loro genitori sono morti in orribili parchi di divertimento, in cui i fantasmi catturati
sono stati torturati e uccisi.
Il protagonista fugge da tutto, annientato dal dolore; arriva in una casa olandese proprio mentre vi si rifugia una ragazzina ebrea, con la famiglia. Si chiama Anna e il fantasma se ne innamora. Ma anche
questo è un amore infelice: la bambina ebrea vien catturata e portata in un campo di sterminio. Il fantasma non può far altro che tentare di alleviare le sue sofferenze.


Anche la guerra umana, con tutti i suoi orrori, finisce.
Ma l’autore non crede sia stata vinta per sempre.
E’ una storia forte, dolorosa, amara, semplice nella narrazione e nel linguaggio, ma densa di riferimenti e riflessioni e con alcuni passaggi di cruda durezza. Non racconta solo l’orrore della guerra, il suo portato di
lutti, non racconta solo l’eroismo di chi si pone dalla parte dell’umanità e della giustizia. E’ una visione della natura umana, della ineluttabilità del Male , che si ripresenta ancora e ancora.
Indiscutibilmente un bel libro, dalle tavole di struggente malinconia, tratteggiate con la disinvoltura dei grandi disegnatori. E’ anche una visione ‘dal basso’, dal punto di vista di chi poco capisce della guerra e
della violenza umana e viene colpito nei suoi affetti più cari. E’ un libro ‘denso’, che richiede una lettura attenta.
Non sono sicura possa intendersi come un’opera volutamente per ragazzi, tanto che l’editore francese Albin Michelle non lo colloca nella sezione ragazzi.
E’ quindi un po’ forzata la scelta di farlo uscire, all’interno del gruppo Mondadori, nella Einaudi Ragazzi.
Questo non significa che non possa essere proposto anche a lettrici e lettori più giovani, che apprezzino il linguaggio dell’illustrazione, e che vogliano confrontarsi con tematiche così importanti. Lo consiglierei a
ragazze e ragazzi di almeno tredici anni, con una doverosa lettura condivisa con chi può avere idee forse più chiare sul perché questo mondo è attraversato dalle guerre e continua a produrre Fantasmi Acidi, o comunque si voglia chiamare il Male.

Eleonora

“Gli amori di un fantasma in tempo di guerra”, N. de Crécy, Einaudi Ragazzi 2019

mercoledì 11 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NELL'EMISFERO DEI SENSI

La gita notturna, Marie Dorléans (trad. Camilla Diez)
Gallucci 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Questa notte mamma ha aperto la porta della nostra camera e ha sussurrato: 'Bambini, svegliatevi, abbiamo un appuntamento...Ci vestiamo senza fiatare.
Non abbiamo dormito molto; solo un'ora, forse due."


I due fratelli ora sono pronti ad andare all'appuntamento. Usciti di casa in fila indiana, mamma davanti, e papà a chiudere, attraversano il giardino, poi il villaggio che è del tutto silenzioso. Solo la luce dei lampioni e qualche randagio che l'attraversa. Le luci aumentano quando la famiglia passa davanti al grande albergo, che è una festa di finestre una diversa dall'altra, tutte ancora illuminate. Usciti dall'abitato, la famiglia attraversa la campagna e si sentono solo i rumori del prato. Il buio è sempre più buio ma gli occhi si abituano. In lontananza passa un treno. Poi c'è il bosco da attraversare, un lago intorno a cui riposare, guardando la luna che è sorta e infine, sdraiati, un cielo pieno zeppo di stelle da guardare. Il tempo passa e l'ora dell'appuntamento non si può spostare...bisogna rimettersi in cammino per arrivare in cima: è nell'ultima pagina che avviene l'incontro.



 Ed è mozzafiato. Ne valeva la pena.

Sebbene sia un libro apparentemente tutto costruito sulla visione, considerato anche il finale e i mille dettagli nell'ombra, La gita notturna ha anche un fortissimo impatto su quelli che sono gli altri sensi che si attivano durante questa insolita passeggiata. La mamma sussurra, i bambini non fiatano, i grilli cantano, i passi sono felpati, si sente l'odore del caprifoglio e dell'erba secca e il calore della giornata estiva, il treno stride, i vagoni si scuotono. E nel bosco si sente odore di pioggia e di corteccia, le felci oscillano al passaggio e i rami scricchiolano sotto le scarpe e le rane gracidano e l'erba crepita.




Un lavoro di cesello nel testo, fatto di riflessione, è la Dorléans a dirlo, su ogni parola, su ogni punto, su ogni virgola. Questo lento e attento lavorio nel togliere, limare, sistemare è quello che spesso fa la differenza tra un albo illustrato e un bell'albo illustrato.
Pubblicato esattamente un anno fa in Francia e già premiato e selezionato in premi importanti, La gita notturna è un libro insolito. Costruito su un filo narrativo molto sottile, riesce ad avere una grande resistenza e impatto, nel racconto di questa inaspettata passeggiata notturna che l'intera famiglia fa.
È immediatamente evidente che sia un'idea, forse addirittura una sorpresa, dei due genitori; i bambini, infatti, li seguono con curiosità, ma è la fiducia in loro che li fa arrivare al traguardo. Senza spendere neanche una parola in merito, se non quelle che descrivono il contesto, Marie Dorléans è davvero molto brava e precisa, misurata nel creare proprio questo tipo di atmosfera, ovvero quella che avvolge questa piccola famiglia. Traspare, giustamente mai dichiarata, la fiducia dei piccoli nei confronti dei grandi (ma anche quella opposta, quando sono i piccoli a guidare sull'ultimo tratto in salita), la loro curiosità sempre tenuta a bada, il desiderio di condivisione di una esperienza emozionante, la tensione di ciascuno verso il gran finale, la consapevolezza dei grandi di essere guida nel percorso a piedi, ma anche in quello dell'anima nei confronti dei loro piccoli.


Ma cosa succede ai sensi di chi ha il libro nelle mani? Mentre il racconto si snoda e le orecchie e il naso si beano nella sequenza di sensazioni, lo sguardo viene letteralmente sequestrato dal blu profondo (racconta la Dorléans di aver dipinto a inchiostro dozzine su dozzine di pagine blu in cerca delle giuste sfumature e nuances e di averle poi composte a monitor, sul disegno a a matita). 



Una festa per gli occhi è il susseguirsi di punti di luce diversi che illuminano porzioni di storia ogni volta differenti (l'albergo è un'apoteosi della linea retta e del suo incrocio), per poi arrivare al cielo stellato che annuncia il gran finale che, nonostante un certo smaliziato senso di distanza maturato durante la lunga militanza fra i libri illustrati, ha colpito dritto il mio personale emisfero dei sensi e delle emozioni. E a parte questo, mi ha fatto pensare e sperare che bambini e bambine, ma anche ragazzi e ragazze, oppure mamme, papà, nonni e zie dovrebbero almeno una volta nella vita provare un'esperienza del genere. 


Rigorosamente insieme.

Carla

lunedì 9 settembre 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


COME E’ NATA?


La domanda, tutt’altro che banale, riguarda l’origine della vita sulla Terra. Oggetto tuttora di ricerche e diatribe scientifiche, questo argomento da tempo appassiona schiere di scienziati, alla ricerca della spiegazione definitiva, che racconti come, nella Terra primordiale, cosparsa di vulcani attivi e oggetto del bombardamento di meteoriti, si siano palesate le prime molecole organiche.
In un libro per bambini dei primi anni delle elementari tutte queste controversie non hanno senso. Quello che ha senso è delineare con un certo grado di approssimazione i passaggi fondamentali della storia della vita, almeno secondo le teorie più accreditate. E’ quello che fa, con grande coraggio, il libro illustrato pubblicato da Ideeali: ‘Come è nata la vita. Il mio primo libro sull’evoluzione’, di Catherine Barr e Steve Williams, con le illustrazioni di Amy Husband.
E’ una bella sfida raccontare il mondo primordiale, risalente a circa 4,5 miliardi di anni fa, che non ha nulla a che vedere con il mondo come è ora.


Dunque, lo scenario iniziale è assai movimentato: vulcani eruttanti lava, meteoriti che si scagliano sulla superficie terrestre e vulcani sottomarini, le cosiddette fumarole nere, che riempiono il mare primordiale di preziosi elementi chimici. Tutti questi elementi, in sé inerti, sottoposti alle continue scariche elettriche dei temporali, hanno dato vita alle prime componenti organiche, proteine, o acido ribonucleico, o Dna, secondo le varie teorie. Milioni di anni dopo, ecco comparire la prima cellula e poi gli ammassi di cellule, alcune delle quali in grado di emettere ossigeno. Da questo cambiamento dell’atmosfera deriva la possibilità che prendano vita organismi differenziati con organi specializzati, e che poi si facciano strada gli organismi pluricellulari, con il seguito di preziosa biodiversità che conosciamo.
La storia della vita, come questa descrizione estremamente sommaria fa immaginare, non è certo stata lineare: nella storia più ‘recente’, a partire da 450 milioni di anni fa, si sono susseguite cinque estinzioni di massa, periodi in cui buona parte delle specie viventi si sono estinte.
L’ultima, la più nota, è quella che ha coinvolto i dinosauri, lasciando campo libero ai mammiferi e, in ultima analisi, a noi.
Tutto questo è decisamente affascinante e anche complicato: gli autori hanno cercato di trattare l’argomento tenendo lontana il più possibile la complicazione, riducendo la spiegazione al minimo indispensabile e supportandola con l’immagine, che, in questo caso, svolge un ruolo fondamentale nel rappresentare concetti difficili.


Qui mi sembra consista la questione più importante: a quale livello di astrazione possiamo portare la descrizione del mondo e della sua storia, quando abbiamo a che fare con lettrici e lettori proprio alle prime armi? Ci sono state proposte coraggiose, tutte da verificare, che hanno anticipato di molto la proposta di tematiche astratte come i concetti della fisica, ad età prescolare. In questo caso mi sembra che la proposta sia più equilibrata e riesca bene nel difficile compito di ridurre una materia complicata, e controversa, in un racconto semplice, ben esemplificato dalle immagini della brava Amy Husband. Quanto al tema, direi che risponda bene alla catena di domande sulle ‘origini’ che spesso assillano le bambine e i bambini.
Come ha mostrato il libro,nessuna domanda è proibita, sono le risposte che, nel massimo rispetto possibile di ciò che sappiamo, si devono adattare all’età dell’interlocutore.
‘Come è nata la vita’ è un altro tassello, dopo ‘L’Origine delle specie’ , di un modo più efficace di trattare argomenti importanti e non solo carrellate di animali di tutte le forme e dimensioni, con tutto il rispetto per i repertori zoologici, spesso bellissimi, che l’editoria per ragazzi propone.
Consiglio caldamente la lettura condivisa, a partire dai sei anni.

Eleonora

“Come è nata la vita”, C Barr e S. Wlliams, illustrazioni di A. Husband, Ideeali 2019


venerdì 6 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


AD ALTEZZA BAMBINA

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers
Zoolibri 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"C'era una volta una ragazza, più o meno come tante altre.
Aveva la testa piena di tutte le curiosità del mondo.
Faceva domande sulle stelle...
e si meravigliava del mare.
Ogni nuova scoperta la incantava..."

Nella sua meravigliosa scoperta del mondo questa ragazzina non è mai sola. Ad accompagnarla compare sempre un signore elegante nei modi e nel vestire, con i baffetti grigi e non tanti capelli in testa. È con lei a passeggio nel bosco d'inverno, d'estate sdraiato a guardare le stelle, in barca mentre lei nuota nel mare e tener l'aquilone lungo la spiaggia e sulla poltrona a leggerle di botanica, astronomia, fisiologia e di fisica. 


Ed è proprio quella stessa poltrona che a un certo punto rimane vuota. Quel signore non c'è più e il cuore della ragazza ne soffre. Per non star tanto male forse è meglio mettere per un po' il cuore al riparo: chiuso in una bottiglia. Ma niente è più come prima. Spariscono le curiosità e rimane solo il ricordo di quella poltrona vuota una certa pesantezza nel portare sempre al collo quella bottiglia per tenere il cuore al sicuro. 


La vita però è sorprendente e sulla strada di quella ragazzina ormai grande si avvicina una bambinetta che tanto la ricorda, per curiosità e interessi. Per dialogare con lei occorre liberare il cuore dalla bottiglia...

Oliver Jeffers ha diversi talenti, oltre a quello di saper disegnare assai bene (i risguardi ne sono l'ennesima prova): ha belle storie da raccontare, trova le parole e i disegni giusti per metterle insieme, con un punto di vista ad altezza bambina, che, a ben vedere, è una dote ben rara.
Salvo rarissime eccezioni, i suoi libri colpiscono per uguale dose di incanto, leggerezza e profondità di sguardo. Quello stesso stupore, quella stessa leggerezza e profondità che a mio parere distinguono il pensiero dell'infanzia da quello degli adulti.
In altre parole, spesso e volentieri Jeffers sa raccontare il mondo come lo potrebbe fare un bambino o una bambina.
Se si parte dallo stupore, non è possibile non connetterlo con questa ragazzina che guarda il mondo piena di domande e di curiosità su come le balene respirino con i polmoni, su come sia possibile 'leggere' la forma delle costellazioni come si fa con quella delle nuvole. Non ultimo lo stupore, di fronte alla poltrona vuota. Uno stupore che, al contrario degli altri, non trova rapida risposta.
Lo stupore e la meraviglia che contraddistingue lo sguardo di un piccolo, si potenzia nel modo che Jeffers ha di disegnare i bambini: sempre minuscoli rispetto a ciò che li circonda, sempre su gambette sottili, apparentemente fragili, con teste a pera sempre un po' più grandi del necessario (per contenere le belle idee che di solito hanno).


 Il loro essere piccoli in un mondo grande e per giunta abitato in prevalenza da grandi, il loro essere disegnati con bella sintesi attraverso pochi tratti significativi (come potrebbe fare un quattrenne alle prese con il suo autoritratto) rende giustizia alla corretta idea di infanzia che si dovrebbe avere. Gente piccola e nuova che si guarda intorno per prendere le misure del mondo.
Va da sé che in questo atto di 'prendere le misure' entrano in gioco due altri caratteri distintivi del modo di raccontare di Jeffers, che ancora una volta sono peculiari del pensiero infantile: l'invenzione/immaginazione, o forse dovrei dire meglio la divergenza, e la leggerezza, applicate entrambe all'insopprimibile istinto di sopravvivenza che caratterizza l'uomo, piccolo o grande che sia.
I bambini e le bambine usano metà del loro tempo di veglia per difendersi dai grandi e l'altra metà del tempo inventano modi, si arrangiano, per raggiungere la felicità. 


Per intenderci, si guardino in questo libro i modi cui la ragazza ricorre per rompere la bottiglia, i modi di Leo per recuperare l'aquilone impigliato nella chioma dell'albero (Zoolibri 2012), i modi di Alfredo per tenersi l'alce (2013), i modi del bambino che vuol riportare a casa il pinguino (2010), ecc. ecc. Non sembra fare eccezione l'idea di chiudere in bottiglia il proprio cuore.
Terzo talento: la profondità di sguardo. Anche qui, salvo rare eccezioni, Jeffers non racconta mai una storia sola. La buona letteratura ci ha insegnato ad apprezzare storie che siano oggetti complessi e stratificati e ramificati e ci dovrebbe aver insegnato a diffidare di storie che non dimostrino di esserlo.
Le questioni che solleva Il cuore e la bottiglia sono diverse e tra loro intrecciate.
Se le si guarda come risalendo una scala che dal profondo ci riporta in superficie, la prima cosa che colpisce è il fatto che si tratti di una girl che si interessa di scienza (c'è da augurarsi che nel mondo anglosassone questa non sia ancora questione da dibattere, come in Italia, dove invece è necessario rimarcarla ogni volta con l'intento di farla diventare, prima o poi, consuetudine, ovvero normalità).
La seconda questione è proprio l'inestinguibile sete di conoscere che si ha quando si è piccoli e quando - così sembra voler dire Jeffers - quando si ha qualcuno con cui condividerla. in questo senso Jeffers racconta di una 'rimozione' degli interessi passati, per mancanza di entusiasmo e curiosità, spenti entrambi dalla sofferenza di una perdita. 
 

Quindi dal gradino successivo si può ragionare di felicità e di tristezza, laddove l'una è caratterizzata dalla relazione e l'altra dalla chiusura (in bottiglia) è la relazione tra grandi e piccoli (declinata con voci differenti: un nonno e una nipote, una adulta con una bambina).
Se si sale ancora si arriva alla questione della trasmissione, ovvero della capacità di fare tesoro della propria esperienza e di attingervi come patrimonio interiore. In questo senso è paradigmatico il ripetersi della storia tra nipote e nonno, tra ragazza e bambina (o madre e figlia, chissà). E qui si potrebbe anche ragionare e interrogarsi sul concetto di reciprocità...
Un gradino sotto la superficie Jeffers mette sul piatto una serie di grandi domande: che cosa succede quando si perde la gioia? come ci si difende dal dolore? come ci si cura dalla mancanza di qualcuno importante? come si può far vivere serenamente il ricordo?
Può bastare.

Carla

Noterella al margine. Una manciata di dubbi di traduzione, il maggiore riguarda l'originale girl che in giro per il mondo è stato declinato come niña, Mädchen, petit fille, menina. Il genere non è in discussione, è evidente, ma dietro quel 'ragazza' italiano si nasconde la perplessità possa essere uscito da una traduzione non troppo meticolosa, o al contrario, auspicabilmente da una molto ragionata che nell'uso di quella parola voglia un po' strizzare l'occhio in cerca di una complicità tra adulto e bambino lettore, suggerendo una patina di maggiore 'spregiudicatezza' e 'consapevolezza' al personaggio.
Come a dire, prendendo a prestito il titolo di un altro bel libro, Io sono soltanto una bambina? Ma no, io sono una ragazza! 
Ah, beh!