lunedì 6 luglio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


'CHI GALLO NASCE, DEE CHICCHIRIARE'

L'uovo nero, Sante Bandirali, Alicia Baladan
(da una fiaba di Luigi Capuana)
Uovonero 2020



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Ogni mattina la gallina deponeva due uova e la contadina andava al mercato a venderle. Col ricavato comprava un pezzo di formaggio, un po' di pane, del latte, e tornava a casa.
Con quelle poche cose e le verdure dell'orto, la contadina e la gallina si sentivano delle gran signore."

Va detto subito che quelle due non erano, come ci si potrebbe aspettare, una alle dipendenze dell'altra. Al contrario, vivevano insieme felicemente, condividendo anche la tinozza del bagno. A entrambe andava bene così.


In verità andò bene fino al momento in cui la gallina di uova ne depose uno bianco e uno nero.
Va da sé che quello nero, al mercato, non lo vuole nessuno, così la gallina consiglia alla contadina di portarlo al re. Arrivata al suo cospetto, glielo dona, ma alla domanda sul che farsene, la contadina non sa rispondere. Torna così dalla sua amata gallina che questa volta ha un suggerimento per la regina.
Se covato in seno, quell'uovo le darà un erede. 


L'uovo, infatti, al calduccio effettivamente si schiude e ne nasce un galletto che dal primo momento si rivela piuttosto vivace e poco adatto alla vita di corte: lascia pollìna dappertutto e non smette mai di fare chicchiricchì. Il re, esasperato, ne ordina la cattura e poi la cottura: arrosto. Servito alla regia tavola, il sovrano ne mangia soddisfatto cresta e bargigli, ma dalla sua pancia ne esce un sonoro chicchiricchì. Spetta di nuovo alla contadina, su suggerimento della sua amata gallina, liberare il re dal terribile galletto che, redivivo e più in forma che mai, ricomincia con il suo verso sonoro. I successivi consigli della contadina a poco servono. Spetta alla Fata Morgana la soluzione di questo supplizio: il galletto si trasforma dunque in un bel ragazzotto. Studierà da grandi maestri, sposerà la Reginotta di Spagna, ma smetterà di fare chicchiricchì?

Fiaba uscita dalla penna di Luigi Capuana e pubblicata nella raccolta del 1882, C'era una volta... Fiabe.
L'uovo nero, nella sua versione originale ben più lunga e articolata, rientra perfettamente nel canone fiabesco di Capuana: ovvero una narrazione veloce in cui il divertimento si fonda sulla ripetizione, sul ritornello.
Ispiratosi forse alla tradizione orale di filastrocche o fiabe popolari, ha usato la sua scrittura felice di grande verista per raccontare il contatto tra il mondo contadino e quello delle corti di re e regine, in un clima di assoluta meraviglia e nel contempo di assoluta realtà. Nelle raccolte di fiabe di Luigi Capuana il quotidiano e lo straordinario si incontrano. 


Si popolano di creature ibride, ma anche di coraggiosi e tenaci contadini, come pure di re, reucci, reginotte che non hanno paura di sudare a seminare, raccogliere e trebbiare un campo di grano oppure a sporcarsi le mani tagliando il collo a un galletto, o ancora, spargendo a terra il becchime. E ancor meno ad avere un uovo in seno.

Il destino delle storie è imperscrutabile, ma di rado fallace.
Questa bella fiaba, sebbene in una versione riscritta e ridotta da Sante Bandirali, ha aspettato fino a ora per diventare un altrettanto bell'albo illustrato da Alicia Baladan, all'interno del catalogo di una casa editrice sua omonima.



D'altronde non è la prima volta che l'uovo diventa centrale per una casa editrice che per l'appunto Uovonero si chiama. E la dedica dell'autore conferma il nesso. Alicia Baladan, che si è tanto divertita a spargere ironia e citazioni in molte tavole, non si lascia sfuggire l'occasione e questo dettaglio non lo trascura. All'intero staff, Enza, Lorenza e Sante, rende un omaggio figurato, nel corteo sotto il castello.


Ma fa anche altre bellissime cose: gioca con le ombre, con il colore, con le prospettive e con le forme, ma soprattutto, torna e ritorna sulla bella amicizia intima e piena di fiducia tra gallina e contadina. 
Che coppia, quelle due.
Bandirali la sostiene con il testo perché dell'originale sceglie di privilegiare i loro dialoghi, piuttosto che le sentenze del popolo che in Capuana sta a guardare. Non risparmia i vari passaggi in pentola del galletto di famiglia, ma taglia là dove c'è da tagliare e, per rimanere in tema, si tiene a debita distanza da un finale con sciabolata regale, testa mozza di erede, sangue di pollo in giro e suture con lo sputo.


Ma non per questo tradisce il gustoso finale del racconto, secondo cui Chi gallo nasce, dee chicchiriare!

Carla

Noterella al margine. Se il senso che Capuana alla fine dell'Ottocento volle dare alla fiaba era quello, oggi -a distanza di centoquarant'anni- ci si può lanciare anche in qualcosa di più evoluto che abbia a che fare con la propria identità, le proprie origini e le proprie diversità. Ma non fatemelo dire, ci si arriva da soli.

venerdì 3 luglio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


BLITZCAT
 

Nella saggia operazione di recupero di testi ‘dimenticati’, la collana delle Fenici di De Agostini ‘pesca’ ancora una volta nel solido repertorio della Mondadori, questa volta riproponendo un romanzo di Robert Westall del 1989, tradotto da Mondadori nel 2005: ‘Blitzcat. Se il mondo cade a pezzi’.
Si tratta di un appassionante romanzo di guerra, ambientato in Inghilterra all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Protagonista, una gatta nera, Lord Gort, nome di un generale britannico.
La storia comincia con la partenza del suo padrone, Geoffrey, aviatore.
Lord Gort è una gatta dal carattere forte e un altrettanto forte legame con il suo padrone. Non ci pensa due volte e scappa di casa, alla ricerca di Geoffrey, di cui percepisce la presenza anche a grandissima distanza. Il viaggio della gatta nera, considerata di buon auspicio, è tutt’altro che lineare e nel corso del tempo la porta a camminare per chilometri avanti e indietro, fra il Devon e il Dorset, nella parte sud occidentale dell’Inghilterra. Ogni tanto perde le tracce del suo padrone o è costretta a fermarsi, accasandosi di volta in volta con persone diverse. Ed ecco che il viaggio diventa il filo conduttore che riunisce una serie di ritratti, di ricostruzioni di eventi.
Viviamo la vita della moglie di Geoffrey, oppure di Janet, moglie di un ufficiale e costretta a ospitare l’enigmatico sergente Stalker e i suoi commilitoni. Lord Gort, in una delle pause del suo viaggio, si affeziona a Stalker, nonostante la sua intransigente durezza militare. Poi raggiunge due vecchi, Ollie e Stevo, con le stalle abitate dai cavalli. Siamo a Coventry ed è attraverso gli occhi smarriti dei due vecchi e della gatta impaurita che assistiamo al bombardamento della città, nell’autunno del ‘40, da cui uscì quasi integralmente distrutta. Lord Gort divide il destino degli sfollati, la paura, il freddo, la fame. Ma non si arrende; dopo aver accudito la sua prima cucciolata, decide di ripartire alla ricerca di Geoffrey, perché ne sente nuovamente la presenza. Finisce vicino alla casa di una vedova, chiusa in casa da settimane e incapace di reagire al dolore. Con Lord Gort c’è un unico gattino, il più forte, gli altri sono rimasti ad allietare i casali e le stalle vicino a Coventry. Insieme, i due gatti riescono a scuotere la donna dal suo dolore: la loro presenza, pur non richiesta, è comunque la scintilla della rinascita. Ma è ancora tempo di ripartire e la gatta si ritrova in un aeroporto militare, dove per caso s’intrufola in un cacciabombardiere e diventa la mascotte portafortuna del mitragliere. Riesce a individuare i caccia nemici prima di tutti, percepisce quello che non va, diventa indispensabile per il povero aviere, che non riesce a separarsene.
Si potrebbe pensare a un’immagine edulcorata, melensa della guerra e dei suoi protagonisti, ma non è così.
Come dicevo all’inizio, le avventure di questa gatta quasi selvatica, che a un certo punto perde l’udito per lo scoppio di una bomba, sono il filo conduttore di un collage di storie, di ritratti di persone coinvolte e travolte dalla guerra: i soldati, traumatizzati, soli, trasformati da un’esperienza devastante; i civili, inermi, impreparati a gestire le lontananze, la penuria di cibo, la paura dei bombardamenti e la distruzione. Un’umanità ferita che talvolta trova la forza di ricominciare, di darsi da fare, di guardare avanti.
Questo non è un romanzo sul potere magico dei gatti, sul loro sesto senso, anche se Westall dimostra di conoscerli molto bene. E’ un racconto corale sulla guerra, soprattutto, ma non esclusivamente, di chi sta nelle retrovie, di chi subisce l’offesa delle incursioni nemiche, di chi resta solo. E’ un romanzo dal linguaggio duro, che non risparmia alle giovani lettrici e ai giovani lettori la descrizione dell’impatto violento della guerra sulle persone, sui corpi. Non c’è l’enfasi retorica di chi deve rendere omaggio alla propria storia, c’è una descrizione implacabile del male della guerra, con il contraltare di una piccola ventata di ottimismo rappresentata dall’improntitudine e dalla determinazione di questa gatta scorbutica e resiliente, che raggiunto il suo amato padrone, mette fine alle proprie scorribande e si addormenta sulle sue ginocchia.
Bella lettura, appassionante, adatta a ragazze e ragazzi, a partire dagli undici anni; bella, intelligente iniziativa, quella della De Agostini, come di altri editori, di recuperare testi importanti che rischiavano di essere dimenticati.

Eleonora

“Blitzcat. Se il mondo cade a pezzi”, R. Westall, De Agostini 2020



mercoledì 1 luglio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


P-OSSESSIVO

Questo è il mio albero, Olivier Tallec (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Amo gli alberi. Amo quest'albero, è il MIO albero.
Amo mangiare le MIE pigne all'ombra del MIO albero. Questo è il MIO albero e queste sono le MIE pigne.
E se un giorno qualcuno decidesse che il MIO albero non è il MIO albero, ma il SUO?"

Per non parlare dell'ipotesi secondo cui qualcuno potrebbe anche decidere di mangiare le mie pigne all'ombra del suo albero, o peggio, le sue pigne all'ombra del mio albero.
Lo scoiattolo è in ansia perché è certo che da cosa nasce cosa, ovvero che accanto a questo ipotetico qualcuno ne potrebbero arrivare tanti altri e così le pigne, gli alberi e l'ombra sarebbero di tutti. L'unica soluzione che renderebbe chiaro al mondo intero che quelle pigne, quell'ombra e quell'albero sono solo suoi sarebbe la costruzione di un diaframma: un cancello, una palizzata o ancora meglio, un muro. 
Alto, lungo e invalicabile.
Certo, un muro del genere se da un lato cura l'ansia dello scoiattolo per il suo albero al di qua, dall'altro accende la sua curiosità per quello che nasconde al di là.
Forse una pigna più grande delle sue pigne e forse alberi più grandi del suo albero...forse.
Non resta altro da fare che prendere la scala e arrampicarsi per vedere al di là.

La questione, anzi le due questioni che il libro pone non sono esattamente terreno vergine e inesplorato nella letteratura per l'infanzia.
Al contrario sono campo più volte dissodato e coltivato. 



Il tema del possesso e il suo contrario la condivisione è roba che i bambini e la bambine frequentano tutti i giorni. E che per tutta la loro infanzia si sentono ripetere che essere egoisti non è bene. Al contrario, bisogna essere generosi.
Al di là del muro - che meglio di ogni altra cosa rappresenta rimedio per tutelare il possesso - prende corpo la seconda questione, che riguarda l'ignoto. Dentro l'ignoto ci può essere il nulla, ma anche qualunque meraviglia che, semplicemente per il fatto di non poterne accertare l'esistenza, va perduta. Bambini e bambine conoscono bene anche questo tipo di curiosità che fa battere il cuore e preoccupare anche un po'.
 

Dunque il "mio mio tutto mio" e il "muro che nasconde" si incontrano spesso e spesso in libri di altissima qualità.
Questo non fa eccezione.
Qui però Tallec prende una stradina più sottile,che attraversa i due topoi letterari, ma che poi si dirige allegramente verso il lato più psicologico, o psicanalitico?, della questione. In sintesi, va a solleticare la pancia delle due questioni: il loro portato ansiogeno. 


E come lo fa? Mettendolo in ridicolo, attraverso i due codici che ha a disposizione. E si ride oh quanto si ride.
Un testo che più che un racconto è un'ossessione: gli aggettivi p-ossessivi sono ben ventuno e tutte le volte sono in maiuscolo, per evitare che ci si possa confondere e non sottolinearli con la debita voce stentorea. E nel disegno di quello scoiattolo - semplicemente geniale - è in grado di trasmettere, attraverso le posture che gli fa assumere, ma soprattutto negli sguardi che mette nei suoi occhi, una serie di atteggiamenti riconoscibili all'istante.


La preoccupazione, l'ansia da possesso, la determinazione minacciosa cui seguono altri dubbi e altre ansie...
Non si esaurisce in questo e a questa ridente bellezza se ne aggiungono altre.
La prima, la ridondanza del testo che richiede per forza una lettura a gran voce.
La seconda, la scelta dell'animale guida, lo scoiattolo: una novità per Tallec illustrativamente parlando, che per la prima volta disegna questo animale perfetto per asocialità e tendenze accumulatrici.


La terza, l'illustrazione di copertina che è un capolavoro che parla soprattutto ai grandi nel dialogare con il titolo. Non sono forse loro gli enti pagatori in libreria?
La quarta, la grande pigna.

 
L'ultima, la tavola finale che merita un omertoso silenzio...

Carla

lunedì 29 giugno 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


INTERCONNESSI


Appena si prende in mano ‘Le Meraviglie della Terra’, dell’autrice americana Rachel Ignotofsky , magari attirati dalla bella copertina, si capisce subito che non si tratta della consueta rassegna di luoghi del mondo, con scarne didascalie, pensati per stupire il giovane lettore o lettrice. La struttura del libro, gli argomenti trattarti e lo stesso carattere di stampa fanno pensare a lettrici e lettori che abbiamo superato i 10 anni e che abbiano qualche competenza biologica. E questo è un grande pregio, perché a fronte di tanta produzione che introduce alle problematiche scientifiche, è necessario ci siano anche testi di approfondimento. Come questo.
Il sottotitolo, ‘Come funzionano il nostro pianeta e i suoi ecosistemi’ chiarisce meglio il contenuto: molti capitoli, infatti, sono dedicati all’analisi di diversi ecosistemi, dalle pampas alle mangrovie indocinesi, descrivendone le caratteristiche, le piante e gli animali che vi abitano e così discorrendo.
Ma le parti che mi sono sembrate più interessanti sono quella iniziale e quella finale.
La parte iniziale ha un’impronta decisamente più teorica e fornisce al lettore o lettrice gli strumenti necessari per comprendere la complessità del tema affrontato: si comincia con una serie di definizioni, bioma, ecosistema, comunità, popolazione, per spiegare poi il flusso energetico che consente a un ecosistema di vivere. Ciascun vivente ha bisogno di nutrienti e di energia; l’energia viene fornita dal sole e immagazzinata dalle piante, che ne consumano gran parte; quella che non è consumata è immagazzinata sotto forma di zuccheri, che vengono a loro volta assimilati dagli animali che mangiano le piante e che costituiscono, a loro volta, la fonte di energia per i carnivori.


Un ecosistema vive proprio delle interconnessioni che si creano fra gli elementi organici e inorganici che lo compongono. Fra questi possono esserci relazioni diverse, e complesse. Che vanno dalla predazione al commensalismo, al parassitismo e così via. Gli ecosistemi possono comprendere territori vastissimi o piccolissimi.
Molta carne al fuoco, molti argomenti interessanti che aiutano a farsi un’idea più precisa anche delle problematiche ambientali di cui tanto si parla.
La parte finale, anche questa più teorica e meno descrittiva, parla del ciclo dell’azoto, del fosforo e dell’acqua, soprattutto dal punto di vista delle criticità causate dall’inquinamento, che altera gli equilibri naturali. Da notare come, in queste spiegazioni, emerga il ruolo indispensabile dei batteri, come mediatori per l’assimilazione di sostanze necessarie alla vita. Cosa risaputa, certo, ma che talvolta è necessario ricordare per avere più chiara l’idea delle interconnessioni anche invisibili che legano i viventi fra loro.
Il libro non può che terminare con la descrizione dell’impatto distruttivo dell’uomo, ma questa è cosa nota, ma a quanto pare non degna di particolare attenzione da parte di chi potrebbe metterci rimedio.
Questo libro ha alcuni importanti punti di forza: la precisione, che tra l’altro implica l’esplicitazione delle fonti bibliografiche utilizzate, cosa piuttosto rara; precisione che si estende anche al necessario glossario. L’impaginazione vivace, colorata, mai noiosa, opera della grafica Lizzie Allen, che rende la lettura agile e piacevole. Le illustrazioni, della stessa Rachel Ignotofsky, molto chiare, ma nello stesso tempo gradevoli ed efficaci.


In sintesi, ‘Le Meraviglie della Terra’ è un bel libro di divulgazione scientifica, adatto a lettrici e lettori a partire dai dieci, undici anni, ricco di informazioni e ben fatto anche graficamente. Una bella lettura estiva, per coltivare un po’ di consapevolezza.

Eleonora

“Le Meraviglie della Terra. Come funzionano il nostro pianeta e i suoi ecosistemi”, R. Ignotofsky, Salani 2020


venerdì 26 giugno 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LIVRE DE CHEVET

Grolefante e Topolino. Che amicizia bestiale!
Pierre Delye, Ronan Badel
(trad. Eleonora Armaroli)
Terre di Mezzo 2020


FUMETTO PER MEDI (dai 7 anni)

"'Di' Groelefante, secondo te c'è qualcuno sulla luna?' 'Ma certo, guarda, s'illumina tutte le notti'. Quello che conta di più per i nostri amici è il tempo passato assieme: il tempo passato, presente e futuro."



Si sono incontrati d'estate, camminando su due sentieri convergenti. Sovrappensiero entrambi, si sono molto spaventati nel momento dell'incontro: non si erano visti, l'un con l'altro. Dopo essersi fermati, il topo e l'elefante verificano la loro compatibilità reciproca : entrambi con quattro zampe, due orecchi, una bocca, un naso e una coda, senza contare il colore che li accomuna. Sono uguali, U-GUA-LI. si passa quindi alle presentazioni, Grolefante, chissà perché, e Topolino, ovvero piccolo topo.
La loro sintonia è perfetta e quindi decidono di fare strada assieme. attraversano luoghi, stagioni, incontrano altre creature e in tutto questo andare e riposare, mangiare e dormire, fianco a fianco, i due chiacchierano, riflettono sui minimi e sui massimi sistemi.

Ci sono dei libri che fanno più strada di altri e riescono ad arrivare all'ambita sedia-comodino di casa mia. Si possono serenamente definire livres de chevet, perché guadagnano quella posizione in merito al grado di affezione che suscitano nel proprio lettore. Averli sempre vicini, poterli sfogliare prima di spegnere la luce, leggerne qualche pagina per addormentarsi di buon umore, ecco cose così.
Questo va considerato un ottimo livre de chevet.
Di fumetto ne so meno di mezza, quindi non ho strumenti per entrare nel merito di una analisi approfondita. Posso solo dire che si tratta di un libro ibrido che alterna vignette classiche con i suoi ballon a scene scontornate di diversissime dimensioni.
Spesso e volentieri i dialoghi tra i due sono accompagnati da testo libero, di solito sulla cornice superiore o inferiore della pagina, che ha la funzione di essere una sorta di voce fuori campo di commento a quello che sta per succedere o è appena successo.
Del tono che il libro mantiene dalla prima all'ultima pagina, invece, si rende necessario parlare a fondo.


Tutto nasce dal magnifico assurdo che elefante e topo si riconoscono come uguali, ovvero né l'uno né l'altro paiono notare quello che è assodato, ovvero che un topo è minuscolo rispetto a un elefante (lasciamo da parte la leggendaria paura che uno proverebbe nei confronti dell'altro. E' un topos letterario che qui non viene neanche mai considerato, se non forse per smentirlo alla radice).
Dunque, nella stragrande maggioranza dei casi il sorriso di chi legge si genera proprio constatando che il topo e l'elefante non vedano ciò che è sotto gli occhi di tutti. Per esempio quando corrono insieme ed è l'elefante ad alzare un gran polverone, l'elefante si limita a commentare che quando si è in due a correre, questo succede. 



Oppure quando il topo ingiustamente accusa l'elefante di avergli rubato il costume da bagno, o ancora quando sognano entrambi una piccola casette che faccia loro da tana, o devono attraversare un lago ghiacciato.
A parte l'ironia sottile che attraversa queste pagine, sembrerebbe ci cogliere, qualcosa che va ancora più nel profondo, ovvero una consapevolezza che hanno entrambi riguardo al loro sentirsi fino in fondo uguali. Come a dire che l'uguaglianza tra te e l'altro esula dagli aspetti esteriori. Le riflessioni sulla questione le faccia ciascun per sé.
L'altra grande molla che fa sorridere sta nella convergenza di sguardi sul mondo che sfugge all'immediata comprensione. Spesso capita che in situazioni del genere l'uno venga in soccorso dell'altro per dare plausibili spiegazioni di ciò che si palesa davanti ai loro occhi. Come per esempio davanti al dialogo di una serpe e di una rana... 



Di solito è il topo che condivide il suo modo di vedere e ragionare e l'elefante si limita ad annuire soddisfatto. Qui si entra in un'altra questione più profonda che ha a che fare con la fiducia reciproca, e quindi anche con l'amicizia, che li tiene insieme. Ma anche su questo, ognuno potrà ragionare per sé.
Terzo elemento che caratterizza un altro buon numero di vignette li vede semplici testimoni di esilaranti teatrini, quello della cangura che si gratta perché il suo piccolo la sera precedente ha mangiato i biscotti a letto è uno dei migliori.


Per concludere, si può tornare all'assurdo cui si alludeva al principio: anzi, all'apoteosi dell'assurdo. Dal margine destro del foglio vediamo l'elefante correre come un razzo, appena lanciato un potente barrito che, BRAAAAAAAAAAAAAAAA, attraversa l'intera vignetta sottostante,. E perché lo fa, chiede il topo, ovvio, per VEDERE fin dove lo si sente.
E bravi Delye e Badel: un piccolo capolavoro senza il quale si dormirebbe peggio. Soprattutto di questi tempi.

Carla

mercoledì 24 giugno 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


PLASTICA IN MARE


‘Plasticus Maritimus. Una specie invasiva’ è un libro senz’altro originale: nasce dalla collaborazione fra Ana Pêgo, biologa marina, e Isabel Minhós Martins con Bernardo Carvalho, che insieme ci propongono un libro di divulgazione che è anche un agile manuale per la pesca di un oggetto particolare, la plastica, che abbonda nel mare come una perniciosa specie invasiva.
Questo è l’escamotage più originale del libro: la plastica, ma dovremmo dire le plastiche, è trattata come una specie biologica, con tanto di nome scientifico: Plasticus Maritimus. Vista in questo modo, la plastica è una specie dalle forme e colori differenti, dotata di grandi capacità mimetiche, presente in tutti i mari e in tutti gli oceani, in cui si sposta sfruttando le correnti, con grandi capacità distruttive in qualsiasi ecosistema marino.
Per capire bene la gravità della situazione bisogna focalizzare due argomenti: l’importanza degli oceani nel produrre ossigeno e controllare la temperatura delle terre emerse, nonché per la sopravvivenza delle popolazioni che di pesca vivono; e, questo è il secondo punto, la quantità incontrollata di plastica che si riversa nell’oceano: otto milioni di tonnellate ogni anno. 


Ana Pêgo, che ha fatto della esplorazione delle coste marine una passione e un lavoro, ci spiega dettagliatamente come la plastica arrivi in mare e come si comporti una volta arrivata lì, mostrando i lentissimi processi di degradazione che alla fine producono le micro plastiche, quelle che ci ritroviamo nel piatto, quando mangiamo prodotti ittici.
I pericoli rappresentati dai diversi tipi di plastica sono molteplici: dalla succitata micro plastica, ingoiata da diversi animali marini, alle reti da pesca, ai contenitori realizzati con sostanze tossiche. 

E sopra tutto il problema più grande, la lentissima degradazione del materiale di partenza.
La vera soluzione, oltre ai buoni comportamenti relativi alla raccolta differenziata dei rifiuti, è nella riduzione della produzione e quindi dell’uso, eliminando gli oggetti usa e getta, gli imballaggi, sostituendoli con materiali biodegradabili.
Se questa è la teoria, c’è poi una parte pratica: ovvero come diventare un efficiente pescatore di plastiche; anche questo aspetto può diventare lo spunto per una ricerca, per un diario in cui vengono catalogati i ‘reperti’. Ci sono aspetti della nostra vita quotidiana solo apparentemente innocenti e che in realtà sono la manifestazione di pessime abitudini: l’uso di cannucce per le bibite, o dei cotton fioc o dei palloncini per le feste.


Si può indiscutibilmente fare a meno di tutto questo e di molto altro e possiamo confidare, con un pizzico di ottimismo, che le giovani generazioni sapranno fare scelte radicali in questo senso. Leggere questo testo dà la precisa misura di quanto sia vasto e complesso il problema e di quanto un ‘mondo migliore’ passi necessariamente dalla riduzione e riqualificazione dei consumi.

‘Plasticus maritimus’ è dunque un bel libro di divulgazione, dedicato a un argomento di grande attualità, ma si segnala anche per altri aspetti: il rigore dei contenuti scientifici, sottoposti a più revisioni, la semplicità e la precisione del testo, anche quando si affrontano temi più squisitamente scientifici; la bella impaginazione, fondata sulle illustrazioni coloratissime di Bernardo Carvalho, che accompagnano il testo in ogni pagina, prendendosi un piccolo riquadro o la pagina intera.
Nella parte finale sono presenti anche delle fotografie, in cui la poesia dell’immaginazione lascia il posto alla prosaica e triste rappresentazione della pletora di rifiuti che possono trovarsi sulle spiagge.
Per questi motivi, direi che abbiamo davanti uno dei migliori libri di divulgazione usciti finora, una bella sintesi di cura editoriale e di correttezza scientifica, come si vorrebbe vedere più spesso.
Con la mediazione adulta è un libro che può essere apprezzato a partire dai sei anni, ma piacerà senz’altro anche a ragazze e ragazzi più grandi, che vogliano tradurre in pratica l’ideale di un mondo migliore.

Eleonora

“Plasticus Maritimus. Una specie invasiva”, A.Pêgo, I. Minhós Martins, B. P. Carvalho, Topipittori 2020




lunedì 22 giugno 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FANTASMA DA ASPORTO

Rosa Riedl, fantasma custode, Christine Nöstlinger
(trad. Anna Patrucco Becchi)
La nuova frontiera 2020


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"Allora ho pensato: Rosa, devi andare da lui! Rosa, Fischl ha bisogno di te! Rosa mi sono detta, esci da questa stupida cassa! Esci immediatamente, Rosa!
E non scherzo ce l'ho fatta. Mi sono semplicemente alzata e sono uscita dalla bara. La gente avrà proprio di che stupirsi, ho ancora pensato. Ma la gente non si è stupita. Perché non mi hanno nemmeno vista."

Il suo corpo morto nella bara, mentre a decollare è il suo gagliardo spirito che deve assolutamente aiutare il signor Fischl che è stato malmenato e umiliato dalle camicie brune. Per farlo, Rosa è finita sotto un tram e adesso è fantasma. Per diventarlo, dunque, devi avere una buona ragione che ti spinga e Rosa ce l'ha: aiutare il prossimo, soprattutto i più deboli. Ed è qui che entra in gioco Nasti, bambina timida e paurosa che vorrebbe tanto avere un angelo custode, come quello della sua amica Tina. Un angelo che la difendesse dai mille pericoli che vede davanti a sé.
Tuttavia, forse in ragione del fatto che è atea, Nasti non può avvalersi di un angelo che la protegga, ma di un fantasma, sì. Rosa Riedl la prende sotto il suo abbraccio invisibile ma protettivo e con lei condivide molto del suo tempo. Vanno in giro, poco perché Rosa ha i piedi delicati, e imparano molto l'una dell'altra. Nasti conosce così la storia di Rosa, portinaia del palazzo accanto a quello di Nasti. Ne impara e ammira il coraggio e l'innato e irrefrenabile senso di giustizia che la fa combattere fino alla morte. E anche solo grazie alla sua presenza, Nasti smette piano piano di aver paura di tutto: cani, buio, solitudine in casa. E da fifona, diventa quasi una barricadera. Di sicuro guadagna abbastanza coraggio e sicurezza di sé con i suoi affetti, a tal punto da condividere con loro la conoscenza del suo personalissimo fantasma, senza temere di essere presa per pazza.
Questo è il racconto del loro rocambolesco e avventuroso 'pezzo di strada' fatto assieme.

Dopo una partenza un po' rallentata, il libro si scioglie e tutto scorre, è proprio il caso di dirlo, a meraviglia.
D'altronde, sono piuttosto basse le probabilità che un libro di Christine Nöstlinger sia un brutto libro. E anche questo, già pubblicato quarant'anni fa anche in Italia con il titolo Angelo custode, cercasi, non fa eccezione. 
Nonostante l'età, che si percepisce in quella patina che lo rende un classico moderno, Rosa Riedl mostra tutte le caratteristiche peculiari della scrittura dell'autrice austriaca: in primo luogo il gusto per il meraviglioso che ha funzione di miccia per accendere un racconto che invece ha come obiettivo quello di radicare nella realtà, qui addirittura nella Storia. Dall'indimenticabile bambino liofilizzato che arriva in sorte a Berta Bartolotti, all'invenzione del signor Bat che rimette in sesto una nonna ringiovanita un bel po' fino ad arrivare ai nani in testa, la Nöstlinger è capace di giocare con il filo dell'assurdo in moltissime delle sue migliori storie. La sua caratteristica però sta nell'inserimento del meraviglioso a uso e consumo di una situazione molto reale. E nel farlo, riconferma il carattere 'sociale', 'etico' si potrebbe definire, delle sue invenzioni. In altre parole, introduce il magico con la funzione di sciogliere problemi reali, ingiustizie evidenti, debolezze conclamate.
Qualcosa di molto diverso dal magico che si conosce nella fiaba.
Qui le paure di una bambina, certe sue timidezze si risolvono attraverso un fantasma altruista che funziona altresì anche da collante per le amicizie di Nasti e per consolidare le relazioni familiari.
A questo punto entra in gioco un'altra costante delle sue storie: l'accettazione dell'imperfezione che diventa in qualche misura addirittura un suo marchio di fabbrica. A parte l'elemento scatenante, ovvero le paure di Nasti, la Nöstlinger sparge imperfezioni anche dove non sono previste. Che sia un espediente per rendere in chiave comica il personaggio chiave, il fantasma con i piedi piatti a cui viene l'emicrania ogni qualvolta si manifesta alla vista dei mortali, è chiaro a tutti; ma è anche un modo per avvicinare idealmente la perfezione al difetto.
Questo, se visto in trasparenza è un modo intelligente per raccontare il mondo all'infanzia, veicolando un messaggio che non credo sia necessario qui dover esplicitare.
E così si arriva alla terza caratteristica: la posizione allineata all'infanzia che si consolida ancora di più nel racconto ironico a talvolta sarcastico di un mondo di adulti, non sempre all'altezza delle situazioni. Senza mai arrivare a farne dei personaggi negativi, la Nöstlinger si limita a coglierne i tic, le fragilità, riuscendo comunque sempre a mantenere una certa bonarietà nei loro confronti. I bambini e la bambine sono raccontati con sincerità, con pregi e difetti, ma anche qui - accanto al rispetto che lei porta all'intera categoria che sente di dover difendere - aggiunge uno sguardo affettuoso e indulgente.
L'impegno sociale è uno degli altri temi forti della Nöstlinger, che qui diventa politico. Messo sullo sfondo della vicenda personale di Rosa, l'invettiva contro il nazismo, inevitabilmente diventa spunto di riflessione.
Visto l'argomento, il rischio di cadere nella didascalia poteva presentarsi, ma non con la Nöstlinger che è capace di creare con questa costruzione la giusta distanza e soprattutto di spargerci intorno una delle sue straordinarie fantasmagorie. Anzi, in questo caso preciso, fantasma-gorie. 
Brrrr.

Carla