venerdì 24 maggio 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


VOLATILI!

Per una curiosa coincidenza, almeno credo che sia così, escono quasi in contemporanea tre libri sugli uccelli e sul volo.


Il più erudito, ed esteticamente rilevante, è un libro olandese, che avevo segnalato a Bologna; si tratta di un libro, illustrato con le immagini originali, ispirato ad un libro naturalistico di fine ‘700, un grande repertorio sugli ‘Uccelli Olandesi’. 


Le tavole originali, qui riprodotte con grande efficacia, erano dipinte ad acquarello, copia per copia, e rappresentano uno di quegli esempi di illustrazione ‘enciclopedica’ che caratterizza gli erbari e i bestiari prima della fotografia. Il testo è di un’autrice olandese, una specialista di divulgazione, Bibi Dumon Tak, che ha reso ‘leggera’ la lettura, con schede degli uccelli scelti e un commento garbatamente spiritoso, relativi alle immagini selezionate dal testo originale.
Il volume è di grande formato ed è una vera gioia per gli occhi, con le tavole dettagliatissime e i disegni più verosimili del vero; l’editore italiano, Rizzoli, ha scelto il titolo, non troppo originale, ‘Il Grande Libro degli Uccelli’, che non rende ragione della bella operazione editoriale.


Di tutt’altro stile, e tutt’altro livello, ‘Il Libro degli Uccelli’, di Yuval Zommer, con le immagini di Barbara Taylor, pubblicato da Electa kids: come i precedenti dell’autore, si alternano tavole con temi di carattere generale, come la costruzione del nido o le uova, ad altre tavole con gruppi particolari di uccelli, per esempio gli uccelli che non volano, o singole specie. Il libro, che ad un primo sguardo non mi sembra presenti le sbavature rilevate in almeno un precedente lavoro, è anche un libro-gioco, del tipo cerca-trova, con particolari nascosti nell’immagine. 


La fascia d’età di riferimento è ovviamente diversa; il volume olandese richiede una lettrice e un lettore non solo motivato, ma anche capace di cogliere la bellezza delle riproduzioni. Il lettore del libro Electa è intorno ai sette, otto anni ed è mosso essenzialmente dalla curiosità, che il mondo degli uccelli sicuramente alimenta. Qui l’immagine, nella funzione esplicativa, prevale sul testo e trasmette uno sguardo divertito sul mondo animale, pullulante di creature buffe e originali.
Ma se si volesse allargare lo sguardo e si volesse fare un bel ripasso di inglese, c’è un altro libro che mi sento di suggerire: ‘Book of Flight. 10 records-breaking animals with wings’, di Gabrielle Balkan con le illustrazioni di Sam Brewster, pubblicato da Phaidon. 


Ciascun animale trattato viene introdotto con un indovinello , tipo chi è il volatore più veloce? Ne segue una descrizione precisa, accompagnata da un’illustrazione nitida, ma schematica, segno bianco su sfondo blu; nella doppia pagina successiva c’è l’immagine a colori, con una sottolineatura tattile, accompagnata dalla spiegazione. In questo caso non si tratta solo di uccelli, ma in generale di animali dotati di ali, quindi, per esempio, libellule, pesci volanti, scoiattoli e così via.


Contenti di questa abbondanza editoriale saranno tutti gli appassionati di ornitologia, piccoli e grandi, ma anche chi apprezza le belle edizioni, ben progettate, fatte salve poche distrazione nelle traduzioni.

Eleonora

“IL grande Libro degli Uccelli”, B. Dumon Tak, Rizzoli 2019
“Il libro degli uccelli”, Y. Zommer e B. Taylor, Electa kids 2019
“Book Flight. 10 Record-Breaking Animals with Wings”, G. Balkan e S. Brewster, Phaidon 2019


mercoledì 22 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NONOSTANTE TUTTO

La ballata del naso rotto, Arne Svingen (trad. Lucia Barni)
La Nuova Frontiera Junior, 2019


NARRATIVA per GRANDI (dagli 11 anni)

"Il bello della vita è che non sai mai cosa succederà, un po' come se ogni giorno fosse un regalo: scartalo e vedi cosa c'è dentro. Mi serve solo un po' più di ossigeno prima di entrare nel cortile della scuola. Non si può mica essere sempre allegri per tutto, nella vita."

Nella vita di Bart (in onore di quel Bart che tutti conoscono: Bart Simpson) le cose per cui non essere allegri sono un certo numero, ma lui è un ragazzino che dalla vita sa sempre cogliere anche quel poco di buono che pare offrirgli.
Nelle sue ore di scuola, Bart galleggia in una apparente calma piatta: di norma i prepotenti lo ignorano. Studia il giusto per non essere preso di mira dai professori.
Quando non è a scuola, è a casa - minuscola, disordinata e in un palazzo piuttosto degradato. Lì condivide l'unica stanza con sua madre, della quale si prende cura con amore e dedizione.
Quando non è né a scuola, né a casa, vuol dire che è in palestra. Sta imparando a boxare, ma senza grande esito. Troppi pochi muscoli e troppa poca cattiveria nel tirare pugni. Ha una discreta guardia e un'infinita ammirazione per Muhammad Ali e non vuole deludere sua madre che lo ha iscritto lì perché il suo bambino deve imparare a difendersi.
Quando cammina da solo (quasi sempre), quando è a casa da solo (molto spesso) Bart dà spazio alla sua grande passione: il canto. Ma non quello che ogni adolescente ascolta, ma il bel canto, la lirica. Per strada si sfonda le orecchie con i tenori, a casa si esercita, chiuso nel bagno davanti allo specchio. Impensabile esibirsi davanti a chiunque.
Queste sono le sue routine che vengono interrotte rispettivamente da: Ada, la sua amica di scuola che non sa mantenere i segreti e che lo caccia in diversi guai; dalla sua amatissima mamma che non riesce a darsi una regolata e che lo caccia in diversi guai; dal suo vicino di casa tossico, Geir, che nei diversi guai ci si caccia da solo. Unico punto di riferimento, la nonna. E un forse padre all'orizzonte.

In linea con un progetto editoriale coerente, che ha come zona di scandaglio la narrativa nordeuropea, si inserisce questo ultimo titolo di provenienza norvegese. Non il più felice tra tutti, irraggiungibili sono Hotel Grande A e Come ho scritto un libro per caso, ciò nonostante La ballata del naso rotto è capace di non scivolare, se non di rado, nel convenzionale, nel prevedibile, nello stereotipo o nell'inverosimile.
A parte l'originale paradosso nel mettere insieme la boxe e la lirica, che genera un bel po' di scintille narrative, il tono generale invece si stabilizza su una certa moderazione, la mediocritas di cui parla Orazio. Lontano dagli eccessi, Svingen è capace con il suo tono pacato e sottilmente speranzoso, di rendere il contesto, spesso e volentieri duro, tutto sommato percorribile senza troppi danni anche da un ragazzino di dodici anni. Lontano dagli accessi, Bart quindi non è il classico 'sfigato', lasciato ai margini della classe, anche se non gli vengono risparmiate una serie di angherie dall'arrogante di turno. Non è completamente solo, anzi ha addirittura una compagna di banco, amica affettuosa, sebbene un po' troppo chiacchierona. Può contare su una nonna un po' ruvida ma assidua, molto meno può fare affidamento su sua madre, alcolizzata e obesa, sebbene lei, nelle sue tante fragilità, lo ami sopra ogni cosa. Non è un ragazzino senza speranze, da recuperare a fine romanzo; al contrario fin dal principio lui è capace di coltivare delle passioni e un un sogno, quello di cantare e quello di ritrovare suo padre.
Bart, nonostante tutto, cerca il più possibile di andare dritto per la sua strada e, sebbene all'apparenza possa apparire un codardo, in verità ha coraggio da vendere. Questo lo rende immediatamente simpatico ai suoi lettori che non possono non dimostrarsi empatici nei suoi riguardi e fare il tifo per lui.
Sempre, fino all'ultima riga.

Carla

lunedì 20 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


L’EPICA DEL CALZINO SPAIATO


Certo, dopo il leggendario ‘Manuale dei calzini selvaggi’, del compianto Pablo Prestifilippo, anche questa nuova opera sul tema dei misteriosi calzini solitari viene un po’ oscurata da tanto impareggiabile precedente. Ma non per questo non merita di essere segnalata come una nuova tappa di un’epopea che non ha limiti e che evidentemente corrisponde a un comune sentire, quell’alone di mistero che circonda la sparizione sistematica di alcuni calzini, al momento del lavaggio in lavatrice.
Il nuovo capitolo di questa epopea picaresca è intitolato ‘L’incredibile avventura dei 10 calzini fuggiti. (4 destri e 6 sinistri)’, di Justyna Bednarek, con le illustrazioni di Daniel de Latour, pubblicato recentemente da Salani.
In questa raccolta di racconti cogliamo alcune fondamentali verità: i calzini sono dotati di vita propria e proprio intelletto, sono maschi e femmine e, cosa che non ci dovrebbe sorprendere, sotto ogni lavatrice si nasconde un buco, una formidabile via di fuga per chi sceglie la libertà.


Le tipologie delle calzine e dei calzini sono molteplici: dai rozzi lanosi, ai raffinati setosi, dai calzini perduti da piccoli ai calzini solidali. C’è un calzino che nella sua fuga sbuca in un prato, dove diventa l’amorevole papà di una cucciolata di topolini riamasti orfani, c’è un ardimentoso calzino lanoso che salva un gattino da un teppista e diventa parte di un maglione. C’è la calzina generosa che decide di scaldare il piede di un senza tetto, e un’altra che accudisce una nidiata di cornacchie. Alcune avventure sono decisamente esotiche, con pericolosi viaggi per mare o lotte contro i draghi, ma perché stupirsi, i calzini e le calzine che fuggono sono pur sempre i più coraggiosi della loro stirpe, disposti ad abbandonare i congiunti per vivere la propria vita in libertà.


Sono storie brevi, dal ritmo veloce, punteggiate di invenzioni e di trovate che catturano anche il lettore più pigro. Lo stile dell’autrice polacca è chiaramente ironico, leggero, spigliato. Piacerà sicuramente a bambine a bambini dai sette anni in poi, per l’allegria che trasmette e per la vivacità delle illustrazioni di Daniel de Latour, supportate da un’impaginazione efficace e da un lettering accuratamente adattato da Andrea Cavallini. Pagine coloratissime dove i nostri calzini, muniti braccia e di gambe, scorrazzano impavidi da un’avventura all’altra.
Il libro, pubblicato nel 2015, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Polonia, e direi che tutto sommato li merita, per la narrazione scanzonata, per la cura grafica dell’impaginazione e dell’illustrazione e per la salutare dose di ironia che lo pervade.

Eleonora

“L’incredibile avventura dei 10 calzini spaiati”, J. Bednarek e D. De Latour, Salani 2019

venerdì 17 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'AFFETTUOSA VICINANZA

Clown, Quentin Blake
Camelozampa, 2018


ILLUSTRATI

Per festeggiare 
il PREMIO ANDERSEN 2019 - MIGLIOR LIBRO SENZA PAROLE *

Comincia così: una signora di una certa età e di un certo piglio, filo di perle, tacchetti e grembiulino per le faccende, sta scendendo i pochi gradini di casa che la separano dalla strada. Ha in mano un mucchio di vecchi peluche malandati. Lo tiene a distanza da sé: con le braccia tese in avanti, sta per sbarazzarsene, buttandolo nel vicino bidone della spazzatura. Tra questi vecchi giocattoli, c'è un orsetto spelacchiato, un coniglio verde, un elefante e un pappagallo giallo e arancione e tutti finiscono tra torsoli e altri rifiuti. Tra loro anche un pagliaccio, un clown Bianco con il cappello a punta di rito, che ha la fortuna di finire sul bordo. Un colpo di reni ed è fuori dal bidone, con l'obiettivo di andare a cercare aiuto per salvare gli altri compagni.



Questa è la sua storia. 


La sua straordinaria storia che lo vede passare di mano in mano: da una festa in maschera di bambini a scuola, arriva in un lussuoso appartamento, poi, gettato di nuovo, evita per un pelo la bocca di un cane, atterra infine sul pavimento di una casa modesta dove una ragazzina sta consolando il pianto del suo fratellino in carrozzina. Soli in casa, i due bambini aspettano che la mamma torni la sera dopo il lavoro. Come tutti i clown Bianchi, anche questo è serio, con la sua lacrima dipinta sul viso, ed è determinato a portare a termine la sua missione: tornare al bidone per recuperare gli amici. Per farlo, ha bisogno di aiuto e l'aiuto è una merce che si può barattare con altro aiuto. Così come la cura...

Le motivazioni del Premio Andersen dicono questo:
* Per l’incalzante e serrato ritmo di una vicenda dove umorismo e poesia, denuncia sociale e invenzione fantastica si fondono mirabilmente insieme. Per essere un’opera per tutti ma, al tempo stesso, affettuosamente vicina al mondo magico dell’infanzia. Per la bellezza delle immagini di uno dei grandi maestri dell’illustrazione internazionale.
Se si procede con ordine abbiamo 1) il ritmo 2) l'umorismo 3) la poesia 4) la denuncia sociale 5) la fantasia 6) la bellezza delle immagini 7) la loro fusione felice. A questo si aggiunga l'ottavo elemento, ovvero che è una storia che sa essere bella per tutti. E poi si arriva al quid 'il mondo magico dell'infanzia' a cui Quentin Blake si avvicina 'affettuosamente'.
Ed è principalmente questo 'ente' - il mondo magico dell'infanzia - che merita un po' di ragionamento, come pure quel 'affettuosamente vicino'.
Se li si mette in sequenza: magia, infanzia, affetto e vicinanza mi sembra che si possa trovare una delle chiavi di lettura per spiegare la poetica di questo gigante, che è Quentin Blake. E nel contempo per spiegarsi proprio questa grandezza che gli ha fatto attraversare più di un cinquantennio di libri (oltre 300) senza mai perdere un colpo.


Mettere insieme la magia con l'infanzia può suonare spesso retorico e vuoto. E spesso questo avviene purtroppo, conferendo al termine magia un significato che ha a che fare più con la carineria o tutt'al più con il fiabesco, ma poco con lo stupore.
Nel caso di Blake però la magia dell'infanzia sembra piuttosto essere la constatazione di una alterità da parte di un adulto nei loro confronti. In altre parole riconoscerne la magia, ovvero l'inspiegabilità, lo stupore appunto nel non afferrarla mai completamente, significa accettare dell'infanzia la sua incommensurabilità. Dice Blake: Cerco di identificarmi con loro (i bambini) e non guardarli dall’alto con la benevolenza degli adulti. E questa è la prima mossa corretta. 
Il secondo passo, ovvero quell'avvicinamento affettuoso, in cosa consiste? Sta proprio in quel tentativo discreto ma costante di identificazione partecipe - affettuosa - a cui verrebbe da aggiungere anche una sua lunga militanza. La lunga militanza, per esempio, con i bambini e le bambine di Dahl e la lunga militanza con Dahl stesso e la sua personalissima e rivoluzionaria idea di infanzia. Non è facile capire quanto quei due si siano ibridati l'uno dell'altro, sta di fatto che entrambi hanno regalato al mondo un'immagine di bambine e bambini condivisibile e sperabilmente oggi accettata (ma sarà vero?). 
Entrambi sensibili e consapevoli dello spirito di sopravvivenza dei piccoli nei confronti degli adulti, entrambi lontani da ogni intento educativo, entrambi rivoluzionari nelle soluzioni narrative, entrambi sensibili agli aspetti sociali in cui far agire l'infanzia e quindi entrambi decisi a raccontare l'assurdo e la realtà con uguale rigore, sono forse quelli che di più hanno tentato di trasformare un immaginario. Quello degli adulti nei confronti dell'infanzia.
Se si torna a Clown in cosa consiste, di fatto, quell'affettuosa vicinanza. In cosa si concretizza? 
 

Mi sentirei di dire che è proprio la sensibilità a fare la differenza. Quella sensibilità che fa fare a Quentin Blake gli affettuosi disegni del Michael Rosen's Sad Book.
E in Clown come si esplica? In cosa è visibile? In molti elementi, ma per brevità ne citerei uno per i tanti. La convinzione che gli oggetti abbiano una loro vita. Ci vuole sensibilità, fede poetica per crederlo.
E Quentin Blake, semplicemente ce l'ha.
Intendiamoci, quando si parla di vita non si tratta di durata, ma di vita vera, quella che prevede il battito del cuore, il respiro, le emozioni, lo spirito, l'intelligenza, la fame, il sonno, il movimento ecc. ecc.
Quentin Blake condivide con i bambini questa fede profonda, di cui l'infanzia è sacerdotessa suprema, e che conferisce agli oggetti un'anima. Penso alla vita del bastoncino di Scheffler, al pallone di cuoio di Andersen o al suo soldatino di stagno. L'elenco sarebbe lunghissimo e meraviglioso (più che magico). Ad esso appartengono intere legioni di pupazzi, dal capostipite Puh, fino all'Orso di nome Sabato o al coniglio Tulane.
E tra loro, anche Clown.



Carla

Noterella al margine. Sarebbe stato bello poter ragionare della maestria del disegno di Blake, della sua freschezza 'ragionatissima', del suo magistrale uso del bianco della pagina... sarebbe stato bello, sarebbe stato.

mercoledì 15 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RAPINA IN CORSA


La parte più indispensabile di questo libro, una graphic novel per apprendisti lettori, è la presentazione dei personaggi. Indispensabile perché in un racconto di sole immagini e dialoghi è un po’ difficile tenere il filo.
Il libro in questione è ‘La grande rapina al treno’, di Federico Appel, pubblicato da poco da Sinnos.
Il canovaccio è essenziale: il protagonista, l’io narrante, è un ragazzino vivace e curioso, in viaggio con una zia poco divertente. E’ circondato da una pletora di personaggi da film western: l’imbonitore, lo sceriffo, l’indiano buono e, naturalmente, i banditi, rappresentati dalla famigerata banda dei tredici, qui presenti solo in tre.
Mentre il giovane protagonista, annoiandosi a morte, va in giro per i vagoni del treno, facendo conoscenza con i vari viaggiatori che ne occupano gli scompartimenti, si avvicinano i feroci banditi, determinati a compiere la più grande rapina del secolo.
Ne deriva un forsennato parapiglia in cui, fra cambiamenti di fronte e colpi di scena, i banditi ovviamente alla fine hanno quello che si meritano.


Originale la scelta dell’autore di far parlare soprattutto le immagini, che via via assumono le caratteristiche di un corto d’altri tempi, una comica finale alla Buster Keaton. Da un inizio pacato, in cui vediamo i diversi passeggeri intenti in varie attività, il ritmo accelera velocemente con l’arrivo dei tre banditi, brutti come si conviene, uno dei quali a cavallo di un maiale. Da quel momento la struttura dell’immagine, con personaggi che compaiono dietro o sopra al treno, si complica. L’azione scorre velocemente : più personaggi entrano in azione, dall’indiano-professore che diventa un eroe e s’innamora della signorina lettrice, all’orso da circo che, liberato, interviene con la sua forza bruta, allo sceriffo imbranato che rincorre il treno cavalcando uno struzzo.
Talvolta tutto corre in una direzione, altre volte i personaggi sul treno corrono in direzione opposta.
Insomma molta molta animazione per una narrazione basata essenzialmente sul ritmo e sul grottesco, con personaggi disegnati per rappresentare la propria tipologia di appartenenza fino in fondo: la zia noiosa non può non avere gli occhiali, la signorina romantica ha un cappellino guarnito di fiori e così continuando.


‘La grande rapina al treno’ si presenta come un divertente movimentatissimo primo approccio dei lettori più giovani, di sei sette anni, al linguaggio del fumetto e della graphic novel; pur essendo di grande semplicità, è un testo ricco di riferimenti alle ambientazioni western, ai primi film e alle comiche, con il ritmo sincopato che le contraddistingue. I lettori e le lettrici dovranno imparare a districarsi in un’azione così veloce, ma lo faranno sicuramente con grande divertimento.

Eleonora

“La grande rapina al treno”, F. Appel, Sinnos 2019



lunedì 13 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PROCURATEVI UN PIATTO...

Una festa in via dei Giardini. Con le ricette del mondo, Felicita Sala
(trad. Lucia Moretti)
Electakids 2019

ILLUSTRATI

"Che buon profumo al numero 10 di via dei Giardini: odori deliziosi, che sanno di festa! Nella sua cucina Pilar frulla i pomodori in una grande pentola.
Nell'appartamento a fianco il Signor Ping fa rosolare in una padella dei broccoli. Huan, suo nipote, li chiama 'gli alberelli'.
Al pianterreno Maria schiaccia gli avocado con una forchetta."


Piano terra, mezzanino, primo piano, secondo piano e mansarda. Sul retro, ampio giardino privato: au 10, Rue des Jardins. Al 10 di via dei Giardini abitano nei 15 appartamenti ben più di quindici persone e tutte, o quasi, sono intente a preparare qualcosa da mangiare. Dal Salmorejo di Pilar alla zuppa di fagioli neri della Señora Flores, dagli spaghetti al pomodoro della Signora Lella al Baba Ganoush di Ibrahim, dai cookies di Jeremy che sta all'attico fino al Guacamole del pianterreno preparato anche con l'aiuto di Maria.
All'opera non ci sono solo i grandi, ma una squadra di valenti aiutanti, chiamati a svolgere mansioni altrettanto importanti, ma più adatte a mani piccole.
E chi non è impegnato a polpettare, schiacciare e mescolare è comunque lì ad assaggiare, a osservare. Tutti e tutte però, sebbene siano impegnati in attività differenti, hanno in comune un sorriso, magari anche solo accennato, al pensiero di ciò che li attende.

Un libro grande e pieno di cibo, facce e colori. 


Un palazzo è il contenitore ideale per raccontare tante storie contemporaneamente.
Per forma architettonica, per luogo di nascita del libro, per dimestichezza con il melting pot, mi pare evidente che la storia non sia roba di casa nostra, ma sia invece ambientata Oltralpe, in Francia.
Non è esattamente un dettaglio folkloristico il fatto che tutte queste persone abbiano fisionomie, culture, tradizioni alimentari, religioni, lingue tra loro diverse e che, tuttavia, si sentano serenamente parte di una piccola comunità, come può essere quel condominio a Rue des Jardins.
Un po' più consueto è il fatto che essi abbiano deciso di comune accordo di mettere insieme i loro saperi in fatto di cucina: intorno a un tavolo, spesso si diventa amici o quanto meno si fa conoscenza...
Gli abitanti di quel palazzo, è piuttosto chiaro, infatti si conoscono tra loro ed è evidente che hanno una gran voglia di mettere in comune pezzetti della loro storia, della loro cultura, delle loro tradizioni. Su una grande tavolata. Non sembra proprio che questa sia la prima volta che mangiano assieme.
Meno scontata è la circostanza che il muro di cinta che chiude lo sguardo sul giardino, sia valicato da ammiccamenti di persone di passaggio, che in questo mood di festa vengono invitati a entrare da chi è già dentro: prendete una sedia e procuratevi un piatto, questa è una festa per tutti.
Tutto questo apre diverse questioni più generali che possono trovare esito in belle chiacchierate da 'intavolare' con i bambini e le bambine, chiedendo loro di mettere in comune il proprio vissuto su questa questione. Anche se non è esattamente una novità che il cibo sia stato, ovunque ma anche in Italia, uno dei primi vettori di conoscenza e inclusione all'interno di comunità già consolidate di persone di altri paesi. Già vent'anni fa nelle mense scolastiche ai ravioli nel menu settimanale si alternava il cuscus, con risultati anche piuttosto sorprendenti di bambini che sostenevano il non plus ultra del gusto nel mangiare uno strato di cuscus e uno strato di ravioli, uno strato di cuscus a uno di ravioli.


Più interessante è il discorso sul valore sociale che ha la condivisione del cibo e su cui poggia (con la consueta freschezza che contraddistingue la più recente produzione di Felicita Sala) questo libro, il primo in solitario datato 2018 in Francia, di ricette dai quattro angoli del globo. 
Un filo rosso le tiene insieme: la loro facilità nella realizzazione. Pur non essendo espressamente cibi pensati per bambini, per accessibilità, sono facilmente cucinabili anche da piccole mani. 


Il libro si inserisce in questa sempre più diffusa ricerca di ibridazione tra generi, ovvero tra libri di stampo più divulgativo e libri di finzione, gli albi, che fondendo i loro due linguaggi più peculiari danno origine a questo interessante risultato.
Dal punto di vista più strettamente narrativo, è bello vedere all'opera vecchi, giovani, donne sole, uomini soli, mamme e figlie, sorelle, ragazzetti, nonni e nipoti che - sorridendo - cucinano per qualcun altro. È bello vederli nelle loro case che sono, al pari degli ingredienti che manipolano, espressione di mondi e culture molto diversi fra loro. 
Dal punto di vista più legato all'informazione, è bello vedere gli ingredienti disposti sulla pagina di destra che contiene le poche righe della ricetta, con la consueta visione un po' distorta e un po' cubista. 
È bello vedere i dettagli con cui Felicita Sala puntella le grandi tavole di sinistra che fanno da scenario all'atto del cucinare. E su tutto è bello vedere l'armonia nell'uso dei colori e l'equilibrio compositivo nello specchio della doppia pagina.


Insomma, un bel libro da maneggiare.

Carla

venerdì 10 maggio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


QUANDO IL LUPO E’ DOMESTICA


Nel gioco dei ribaltamenti dei significati delle fiabe, il lupo ha spesso un ruolo importante: da Lupo Cattivo diventa Lupo Buono, Lupo Tonto, Lupo Spaventato da Cappuccetti Rossi terribili.
Quindi nessuno stupore particolare nel trovare un albo che ancora una volta percorre questa strada, ma lo fa con assoluta originalità e un senso dell’umorismo raro.
Si tratta di “Quei dannati sette capretti”, di Sebastian Meschenmoser, pubblicato da Orecchio Acerbo.
Qui il Lupo non è affatto buono e, come tradizione vuole, è ben intenzionato a mangiarsi i sette capretti; a questo fine, si traveste accuratamente da Mamma Capra, mentre lei è fuori a fare compere. 


Bussa alla porta con le peggiori intenzioni, che però naufragano immediatamente nel caos della casa dei capretti. E il Lupo non resiste, non pensa di avere alcuna possibilità di trovare i capretti in quel disordine, in quella sporcizia; quindi si arma di appositi strumenti e spazza, lava, rassetta, mette in ordine tutto il piano terra della graziosa villetta. Ma i pestiferi capretti si sono forse nascosti nel piano superiore? Anche lì c’è da spaventarsi per i disordine insormontabile che regna in ogni angolo. Dunque, di nuovo, il nostro Lupo dismette le vesti di spietato cacciatore e indossa quello di ‘domestica’, affrontando con coraggio e determinazione il campo di battaglia cosparso di panni sporchi, giocattoli sparsi, letti da rifare.


Al ritorno di un’imponente Mamma Capra, il nostro Lupo è ormai, suo malgrado, un servizievole strumento di pulizia.
Questo albo di Meschenmoser è un gradito ritorno: ne avevamo già apprezzato l’ironia e l’essenzialità del tratto in ‘Lo scoiattolo e la luna’.
Anche in questo caso l’ironia e il gusto del surreale è la cifra distintiva del racconto, che si esalta nel dettaglio con cui vengono descritti i personaggi. Anche qui le due contro copertine sono l’incipit e la fine della storia. Anche qui il protagonista è un personaggio impagabile, un nevrotico ossessivo compulsivo che non può esimersi dal pulire e mettere in ordine quello che ha di fronte. Questo Lupo, pur nella sua intenzionale cattiveria, non può che intenerire il lettore e la lettrice, schiavo come è della sua ossessione: mentre riordina, pulisce, lustra e prepara una casa accogliente per quegli stessi capretti che vorrebbe mangiarsi, è ancora convinto di perseguire il suo proposito da carnivoro, mentre in realtà si sta assoggettando alle necessità di quella famiglia disordinatissima.


Parlavo prima di dettagli perché le espressioni del Lupo sono descritte avendo bene in mente la tipologia umana cui il carattere è ispirato: perfetta la descrizione, rigorosamente senza parole, della preparazione del travestimento, che dovrebbe trasformare il Lupo in Mamma Capra. Esilaranti le espressioni che raccontano la metamorfosi del Lupo, in azione contro lo sporco: concentrato, efficiente, irritato da tanto offensivo disordine, mentre i piccoli capretti se la ridono, nascondendosi sotto il suo naso.


Come sempre il disegno dell’autore, le cui qualità grafiche sono ben note, è perfetto, anche nelle affollatissime tavole a doppia pagina in cui si manifesta l’apoteosi del disordine della casa dei capretti; questa volta però è accompagnato da un uso del colore diverso, con una gamma cromatica di colori vivaci, squillanti, che rendono queste tavole ancora più divertenti. Fra l’altro, è una bella sfida individuare i capretti sotto i tavoli o dentro i cassetti: come si sa, i capretti si annidano nei dettagli!
Lettura divertente, molto divertente, per grandi e piccoli, a partire dai cinque anni.

Eleonora

“Quei dannati sette capretti”, S. Meschenmoser, Orecchio Acerbo 2019