venerdì 3 novembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO SI DICE, AVERE I NUMERI

I numeri felici, Susanna Mattiangeli, Marco Corona
Vanvere Edizioni 2017


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Tutti dicono accidenti, dieci anni.
E infatti non è una cosa che fai così, nei ritagli di tempo. Io per esempio ci ho messo 3652 giorni fitti fitti a compiere dieci anni, perciò sì, accidenti. Tremilaseicentocinquantadue giorni. Il due alla fine è per i due anni bisestili che ci sono in mezzo. Il 10 è un numero felice. Sul serio. Io queste cose le so, un po'.
Funziona così: tu prendi un numero, per esempio il 10, appunto; poi moltiplichi ogni cifra per se stessa e viene: 1x1=1 0x0=0.Dopo fai la somma di ogni risultato e se alla fine ti rimane 1, allora quel numero, per motivi suoi, è felice."

Tina è sull'orlo dell'estate e del suo decimo compleanno. Ha una madre che di professione è suggeritrice di risposte, che resterà in città con il suo fidanzato pasticciere; un padre lontano che fa il matematico, ma sta arrivando per portarsela via per un po' dalla città; un paio di amici cari con cui condivide ancora l'assolato parchino di zona e una manciata di punti fermi nel quartiere dove vive: il fotografo e il vecchio Giovanni, che silenzioso rimugina sulla sua imminente fuga. E adesso ha anche Felice, creatura grande e pelosa.
Da questo libro si viene a sapere che esistono infiniti numeri felici (il 7 è uno di loro: 7²=49 4²+9²=130 1²+3²+0²=10 1²+0²=1 e il gioco è di nuovo fatto). E si sa anche che Tina ha i suoi personali: il 7, appunto, il numero dei suoi pesci rossi, lo 0547 il numero 'di matricola' nell'ospedale dove è nata, il 99 sul berretto di Giovanni, 83 gli anni che ha Giovanni e 26 che è il numero delle persone intervistate per capire che fine ha fatto ora Giovanni con la sua testa spelacchiata.
La sua, di Tina, una vita piena di numeri, come quella di ognuno di noi, con la differenza sostanziale che nessuno di noi ci mette troppo la testa sopra. Lei invece sì. Non è un caso che suo padre sia un matematico: la testa di questa ragazzina pensa e immagina e ragiona h24 e i numeri sono il suo criterio ordinatore. Di ogni fatto, di ogni luogo o persona lei cataloga e memorizza l'essenza numerica. In questo che ha l'aria di essere contemporaneamente un libro, ma anche una sorta di taccuino personale (piccolo ed elegante in ogni dettaglio), tutto viene riportato con meticolosa precisione e ciò che ne deriva è un spassoso quanto eccentrico elenco di numeri importanti (felici o infelici) che non supera la doppia dozzina ma che racconta molto bene un tratto di vita di una ragazzina sveglia.

Susanna Mattiangeli non è una ragazzina, ma è sicuramente sveglia. Per questa ragione, ma anche per sensibilità e per un insopprimibile gusto per il pensiero divergente riesce a concepire spesso libri inaspettati. Lontani anni luce da ogni ombra di retorica, i suoi testi sanno essere ficcanti, e nello stesso tempo sfuggenti, sanno cogliere punti di vista originali, danno della realtà una lettura sempre aperta e piena di spunti di riflessione non convenzionali. 
Il registro che le calza a pennello è, a mio avviso, il catalogo, oggetto narrativo interessante per essere nel contempo 'cornice' e 'moltiplicatore' di elementi. Qui, I numeri felici, ne sono un ulteriore esempio, anche se una trama silenziosamente si tesse all'interno dell'elenco dei numeri importanti per Tina. 
L'indubitato talento di Susanna Mattiangeli nel saper raccontare il modo di pensare di una giovane mente credo abbia molto a che fare con l'insopprimibile bisogno dei più piccoli di 'ordinare' (di catalogare) la realtà. E allora ben venga il catalogo delle parti che costituiscono una maestra, il catalogo che racconta chi siano gli altri, o ancora il catalogo affettuoso che una madre stila nel descrivere ad altri gli elementi identitari della sua bambina Anna, persa tra i mandarini del mercato.
Ma qui c'è anche dell'altro.
Non so dire se dipenda da un mio voler a tutti costi vedere oltre, ma mi pare si possa cogliere in questo libro una sorta di carezza a posteriori nei confronti della categoria dei padri: uno strambo corto circuito di una bambina che con la sua voce dei dieci anni, da grande si concede un gesto di affetto, forse un ultimo saluto o un attestato di riconoscenza.
Davvero non so dire cosa me lo faccia dire, ma non riesco a non vederla che così. E non so dire neanche se, accanto alla bella idea di partenza di raccontare una porzione di infanzia attraverso alcune cifre, questa delicatezza nel saper dire molto più di quanto le parole stesse possano fare siano i due elementi che hanno mandato avanti questo piccolo libro tra i finalisti di molti ambiti premi.
Ma mi piace pensarlo.

Carla

mercoledì 1 novembre 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


GATTI E SCIMMIE, PER CAMBIARE


Rappresentano una tappa obbligata nella carriera dei giovani lettori e lettrici: sono i libri sugli animali e poiché godono di tanta popolarità, non c'è natale che non porti fra gli scaffali delle libreria un discreto numero di novità sull'argomento; capiterà spesso, in questo periodo, che ne parli. E dopo aver parlato del bellissimo, affascinante libro di Dieter Braun , ecco un altro autore da tenere d'occhio, Owen Davey, di cui vi ho già parlato.


Anche Davey si segnala per il raffinato tratto grafico con cui descrive e fa vivere gli animali delle sue illustrazioni, anche se usa una gamma cromatica più vasta. La caratteristica principale di questa sua produzione è rappresentata dal proporre volumi monografici dedicati a specifici animali. Nel volume precedente si parlava di squali, in queste due recentissime novità si parla di felini e di scimmie. Matti per i “Gatti” e Matti per le scimmie rappresentano un incontro ravvicinato con due famiglie animali molto interessanti. E molto interessante è l'approccio usato dall'autore.


Prendiamo ad esempio il libro riguardante i felidi, la famiglia di mammiferi carnivori che affascinano più o meno tutti i bambini e le bambine; quando si tratta di predatori, è frequente l'uso di immagini 'forti' per suscitare emozioni nell'osservatore. Un leone piace perché è forte e temibile, ci si identifica per sentirsi come lui, o meglio come pensiamo si debba sentire il re della foresta. L'immagine delle sue fauci spalancate suscita paura e ammirazione. Bene, in questo libro non c'è niente di tutto questo. Si parla con precisione dei diversi sottogruppi, delle singole specie, anche di quelle meno conosciute, le si mette a confronto per sottolineare i diversi percorsi evolutivi. Tutto raccontato con equilibro, per aiutare i bambini a conoscere animali di rara bellezza e di grande fragilità.


Lo stesso si può dire anche per l'altro testo, che parte proprio dalla distinzione fra primati, gruppo che ci accomuna, fra gli altri, a scimpanzé e gorilla, e scimmie, del vecchio e nuovo mondo. Tante le curiosità, le diverse caratteristiche fisiche e le sorprendenti capacità intellettuali riscontrati in diverse specie di scimmie: capacità di tramandarsi abitudini alimentari, di utilizzare strumenti, di comunicare con consimili e altre specie di scimmie.


I testi, sintetici ma per niente banali, sono all'interno delle grandi tavole che prendono tutta la pagina: il primo impatto è prettamente visivo e l'occhio scorre da un soggetto all'altro per poi fermarsi sulle didascalie e sulle descrizioni. Uno stile molto contenuto, quindi, che non vuole suscitare emozioni violente, paura o repulsione, ma meraviglia, curiosità, interesse per un mondo che rischia di sparirci sotto gli occhi. Non a caso le ultime pagine sono dedicate ai temi ambientali e si sottolinea l'uso di carta proveniente da foreste certificate.
Eleganza e capacità di sintesi delle immagini, testi validi e tali da soddisfare le curiosità di bambine e bambini a partire dagli otto anni, sono tutti elementi che rendono pregevole questa produzione della inglese Flying eye books, che ha prodotto, fra l'altro, Il professor Astrogatto e che annovera fra i suoi autori quel Dieter Braun di cui ho parlato poco tempo fa.


Parliamo dunque di una tendenza interessante che fa del rigore estetico e della precisione di contenuti la sua cifra e finora non ci ha delusi. Mi rendo conto che le fauci spalancate dello squalo o il disegno di un T.Rex intento a pasteggiare possano avere un impatto diverso rispetto alle raffinate immagini di Owen Davey, ma bisogna dare il tempo per assimilare stili illustrativi diversi. E abbiamo avuto diverse prove che proposte innovative possono coniugarsi anche al successo commerciale. E non è un male.
Eleonora

“Matti per i 'Gatti'”, O. Davey , White Star kids 2017
“Matti per le scimmie”, O. Davey, White Star kids 2017


lunedì 30 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO LA VESPA PERSE IL SUO VITINO

Minimalario, Pinto & Chinto (trad. Elena Rolla)
Kalandraka 2017


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"C'era un cervo che aveva perso un corno in un combattimento. Al suo posto mise un attaccapanni, fissato con il nastro adesivo. Tempo dopo, un boscaiolo trovò il corno nel bosco. Se lo portò a casa e lo usò come attaccapanni."


Ma c'era anche un cavallo che specchiandosi nel mare e vedendo un cavalluccio marino notò, non privo di acume che, nell'acqua di mare ci si vede più piccoli che nell'acqua di fiume. Ma c'era anche un corvo vittima delle sue paure e un coccodrillo che sapeva per certo cosa non avrebbe voluto essere da grande e un passerotto che sapeva far bene le moltiplicazioni. E poi c'era un riccio che, essendo figlio unico, per giocare a pallone si appallottolava e giocava a palla da solo. Ma ci sono anche ottime pecore nere che, da anziane, possono diventare bianche, e cancellare con un colpo di spugna un passato scapestrato. Ci sono pure mosche nella minestra, vespe nei dolci e chiocciole lucciole e armadilli che vanno spesso dal medico. E poi c'è lui, un maiale davvero geniale che, invitato a un ballo in maschera, non avendo i soldi per comprarsi il vestito, con il fango si dipinge una riga marrone sulla schiena e va al ballo vestito da salvadanaio.



Sono centoquattordici storie per centoquattordici animali diversi (e grazie a Minimalario imparo che porcospino è sinonimo di istrice e non di riccio). Storiette, poco più corte di quelle di Malerba e poco più lunghe di quelle di Scialoja, che si sono date come limite invalcabile la dozzina di righe di testo.
Tutte puntano a un esito comune: una risata divertita.
In un regime di felice quanto estrema sintesi, che tanto pesca nella favola, i modi per ottenerla, questa risata, spaziano dall'ironia al nonsense, si servono di giochi di parole, fin dal titolo, ricorrono all'assurdo, al paradosso. Ed è questo, l'assurdo, ovvero il ribaltamento di ogni logica, il registro che mi pare più apprezzabile e quello più consonante con il modo di leggere il mondo da parte dei ragazzini. Penso che se non l'avesse scritta Carlos Lópes, in arte Chinto, la potrebbe aver pensata un ragazzino o una ragazzina di otto anni la storia della lucertola che, stanca di essere inseguita dai predatori, decide di non farsi ricrescere la coda. La coda però, in totale autonomia, decide di farsi ricrescere la lucertola. Per la gioia di un altro predatore, si può immaginare.
Accanto all'assurdo e al paradosso, si gioca con il buon senso esasperandolo fino a farlo diventare dabbenaggine, quindi comico. Penso a quel visone che davanti al cacciatore trema così tanto di paura che il cacciatore pensa che se trema così un visone deve avere molto freddo e quindi ne ricava che quello non è l'animale con la pelliccia adatta per scaldare un uomo. E lo risparmia.
La risata talvolta vira nell'amaro, come a ribadire il fatto che è meglio  non farsi mai cogliere impreparati.


Accanto ai testi così felici di Chinto, si dispone il segno inconfondibile del compagno di giochi di sempre, David Pintor, in arte Pinto. Collaudatissima coppia di vignettisti da più di vent'anni Pinto&Chinto si intendono alla perfezione e anche in questo Minimalario (ma anche prima in Racconti per bambini che si addormentano subito, Kalandraka 2013), dove il testo ha inevitabilmente il ruolo principale, David Pintor si insinua e costruisce musi espressivi, come quello del leone di copertina, ossessionato dalla calvizie, veste gli animali che girano spesso in giacca e cravatta o con un pullover a dolcevita e calzano spesso stivaletti, fino all'abito da sera del grillo che cantava bene. 


Per quei rari casi in cui il disegno dell'animale in questione nulla sposta ne esistono innumerevoli in cui il suo tratto leggero, sottile e quasi incerto, riesce a cogliere la sua essenza più profonda  e il suo essere in un contesto narrativo: penso per esempio al magnifico insetto stecco, o al baco da seta e al suo quasi impercettibile corpo stanco sotto le coltri, o all'indolente ramarro in t-shirt e sombrero o, ancora, all'asino pigro e sonnecchiante sull'amaca, con le espadrillas e la tazza di caffè sulla pancia. 


Se dovessi immaginare una categoria elettiva di animali per Pintor, però, direi gli insetti. Effimeri, sono perfetti per il suo segno sempre un po' più lungo del normale, affusolato: con elitre e antenne che alludono a stati d'animo precisi, come nel caso della lucciola spenta o del pidocchio in passeggiata con il bastone e il giornale in mano. Sono sottigliezze, dettagli minuti, che si colgono quasi inconsapevolmente ma che lasciano un segno nello sguardo. 
A parte il talento nel conferire ai suoi disegni una luce 'piena di luce', di David Pintor si deve apprezzare la capacità di essere un minimalista del disegno, un autore che sa cogliere -in quell'unica occasione che si concede- il senso del comico, dell' ironico, dell'assurdo, del paradossale ma necessariamente anche l'anima più profonda del personaggio. E lo fa attraverso impercettibili segni ed elementi: una sciarpa al vento è segno di sicurezza, tre sottili tentacoli di medusa sono l'espressione della sua irreparabile solitudine.


In un mondo sempre così sovrabbondante e ridondante, è rivoluzionario chi sa andare controcorrente. E i due amici galiziani ci vanno.

Carla

Noterella al margine. Due righe per dire che veste grafica, formato, impaginazione contribuiscono a renderlo un bel libro e che il racconto breve, anzi brevissimo, sarà una gioia per i lettori anche più pigri. 

venerdì 27 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UMANI, MA SOLO IN PARTE


Viene dalla Norvegia il romanzo proposto da Il Castoro, William Wenton e il Ladro di Luridium. Si tratta di un romanzo, scritto con grande mestiere da Bobbie Peers, di pura avventura, con un forte debito con la fantascienza 'storica' , ma con chiari riferimenti anche ad Harry Potter e al suo boccino d'oro.
Provo a raccontare in breve la trama: abbiamo come protagonista un ragazzino talentuoso, e il suo specifico talento consiste nel decifrare i codici più ardui; William, questo è il suo nome, si trova al centro di un complotto ordito da un oscuro personaggio. Costui è alla ricerca di un metallo particolare, un metallo pensante, detto luridium, comparso per la prima volta molti decenni prima, al tempo dei primi scavi per la metropolitana di Londra.
Il nonno del protagonista è coinvolto in questo complotto; ma il nonno è scomparso molti anni prima, quando William e suo padre sono stati vittime di un grave incidente. Da allora, la famiglia di questo ragazzino prodigio vive sotto falso nome, fino al momento in cui William è costretto a fuggire e a nascondersi nel centro di ricerca fondato dal nonno. Qui, è almeno momentaneamente al riparo dalle mira del potente, vecchissimo e cattivo Abraham. Questo centro è una sorta di parco dei divertimenti della robotica applicata e pullula di ibridi fra componenti cibernetiche e viventi. Ma qui, più che un futuro prossimo inquietante e credibile, troviamo una carrellata di piante carnivore meccaniche, di donne delle pulizie che si sdoppiano per diventare autisti, di porte parlanti e così via, dando via libera all'immaginario infantile sull'argomento. Nel continuo scambio di ruoli dei personaggi principali, si susseguono i colpi di scena fino al finale ambientato nelle gallerie della metropolitana londinese, nei cui meandri si nascondono oscuri segreti, porte misteriose che si aprono decifrando codici, vecchi carri armati e sommergibili della seconda guerra mondiale.
Impossibile dire di più della trama; importante sottolineare, però, quanto questo romanzo, dal ritmo serrato che precipita il lettore verso il finale, è un salutare libro di avventura, di azione ben congegnata, di giusti colpi di scena, che solo al pubblico adulto possono apparire un po' prevedibili.
Di libri così, pensati per essere letti d'un fiato, c'è grande richiesta ed un offerta, dall'altro lato, che si concentra sul fantasy o sulle storie 'a tema'. E invece farsi le ossa, metaforicamente, su testi come questo, funziona e funziona bene.
Trama e personaggi sono coerenti con un lettore ancora non smaliziato dai dieci anni in poi, che non credo coglierà i riferimenti all'immaginario fantascientifico del secolo scorso, ma coglierà facilmente quelli al personaggio più popolare nella letteratura dedicata ai ragazzi di questi ultimi anni, Harry Potter. Non stupisce il successo avuto all'estero, che speriamo si ripeta anche qui.

Eleonora

“William Wenton e il Ladro di Luridium”, B. Peers, Il Castoro 2017



martedì 24 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUESTIONS, SPECIAL PROVINCE OF CHILDREN

La nave cervo, Dashka Slater, The Fan brothers 
(trad. Masolino D'Amico)
Gallucci 2017


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Il giorno in cui arrivò la nave con le corna Marcus cominciò a interrogarsi sul vasto mondo. Aveva tante domande. Perché certe canzoni ti fanno felice e altre ti mettono tristezza? Perché gli alberi non parlano mai? Fino a dove arriva il sole quando sprofonda in mare? Ma le altre volpi tacevano, quando faceva queste domande. 'Che c'entra con lo spezzatino di pollo?' rispondevano piuttosto."


La nave cervo attracca e da essa scendono tre cervi, smarriti per mare. Sono in cerca di un equipaggio migliore, "temo che come marinai i cervi non valgano un gran che" spiegò Lydia. Marcus si offre e con lui anche uno stormo di piccioni capitanato da Victor. È un po' nelle cose che volpi e piccioni non siano poi tanto meglio dei cervi al timone, tuttavia la tempesta in un modo o nell'altro viene superata, ma il risultato finale è uno stormo di piccioni che, non tollerando la fatica, gioca a dama tutto il tempo, tre cervi con il mal di mare e una volpe che continua, nonostante tutto ad aver fame, a farsi domande e per questo a guardarsi intorno. Complice un libro di ricette e qualche carta nautica, l'equipaggio si rinfranca e la navigazione prosegue. Pirati, labirinti di scogli aguzzi, nulla ferma la nave cervo diretta all'Isola degli alberi succulenti. Sbarcati, i cervi brucano, i piccioni raccontano i gabbiani e Marcus cerca altre volpi con le risposte alle sue domande sempre crescenti. Niente volpi. Niente risposte dunque? Non sarà che le domande sono la naturale spinta che fa muovere il mondo e che quindi va bene così?
Parrebbe di sì, visto che la nave cervo è di nuovo pronta a riprendere il mare.


La curiosità come motore dell'umanità.
Non è esattamente la scoperta dell'acqua calda ma è sempre e comunque un bene creare occasioni per far ragionamenti con i più piccoli su questa questione.
La nave cervo è un'occasione 'succulenta'.
Essere curiosi, ed esserlo sempre, farsi domande e farsele sempre, è cosa buona e giusta? Sì, lo è. E non credo di doverlo argomentare qui, almeno in termini teorici.
Mi basta solo sottolineare due 'cosette' che vado sostenendo da parecchio.
La prima. Uno dei criteri oggettivi per capire la qualità di un libro è valutarne la sua capacità di sollevare questioni, di porre domande. Di solito tale capacità si sposa con la complessità di pensiero che lo ha generato.
E quindi ben vengano i libri con tante domande.
La seconda. Un libro che pone domande credo sia preferibile non offra altrettante risposte, ma si concentri piuttosto sul percorso per arrivare a una eventuale soluzione.
In estrema sintesi credo sia più interessante e corretto sotto il profilo 'pedagogico' un libro che lasci spazio alle risposte individuali che possono essere ennesime, quanti sono i suoi lettori e le sue lettrici. Per questa ragione privilegerei, e in passato l'ho fatto, libri che sostengano che il cercare talvolta sia più stimolante del trovare che il chiedersi sia più eccitante del rispondersi.
E quindi ben vengano i libri con poche risposte.
Alle due cosette ne aggiungerei una terza, tutt'altro che periferica.
Un ulteriore criterio obiettivo che applico per valutare la qualità di un libro è verificarne la potenza della narrazione, testuale o visiva che sia. Quando la storia si dimostra così forte in sé, direi autoportante, tanto da sostenere al suo interno questioni importanti su cui riflettere, una volta chiuso il libro, allora so di avere per le mani un buon libro.
A me pare che la nave cervo risponda ai tre criteri.


La stessa Dashka Slater in poche righe sintetizza quanto per lei sia importante la curiosità. Per professione e per attitudine, scrive, anche da adulta non ha mai perduto il suo senso per la ricerca, per la scoperta. Sa lei e sappiamo noi per certo che l'infanzia fa della curiosità la necessaria e imprescindibile mappa per scoprire sé e il mondo (Questions, of course, are the special province of children), ma sa anche che gli adulti che continuano ad avere uno sguardo curioso nei confronti della vita sono molto meno numerosi. Come se, crescendo, diventasse più importante la risposta piuttosto che la domanda. È un fatto che la discussione si ferma con le risposte, ma nasce e fa strada con le domande. La deduzione è a un passo.
Tornerei sul terzo criterio: la qualità della narrazione perché in questo libro ce n'è davvero molta e alta.
La storia della Slater, nata da una immagine apparsale in testa un mattino (pressappoco analoga alla copertina del libro), ha generato questa storia insolita e quella copertina così piena di mistero continua a lavorare bene perché accende curiosità in chi la vede. Così, senza accorgersene, si finisce nelle mani dei fratelli Fan, due strepitosi illustratori che dominano per equilibrio e ritmo, per sapienza tecnica, per cura e ricercatezza di ogni dettaglio, per capacità di essere al contempo immaginifici e realistici, per sottilissima ironia, per sensibilità di registro. 


Non pare ci sia nulla che sia meno che convincente nelle tavole di questo libro.
E poi c'è lui: un'assoluta eccellenza dello scrivere e del tradurre. Masolino D'Amico, ancora una volta contribuisce in modo notevole alla qualità di un'opera. 


La sensibilità nella scelta del titolo e del nome Marcus per la volpe che in originale era Marco, oppure il suo spaziare nelle pieghe di un vocabolario ampio, pieno e vivace - succulenti gli alberi, ardua la traversata, gli scogli aguzzi, il mangiare vegetariano, le nuvole che si assottigliano, le corna che si ammainano, le volpi che fanno fiasco e quel verbo alla fine: un congiuntivo imperfetto in forma perifrastica attiva...chapeau!

Carla

lunedì 23 ottobre 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


LA GEOMETRICA PERFEZIONE


Quando ho visto per la prima volta Il mondo degli Animali Selvatici nell'emisfero boreale, ho pensato subito di avere di fronte un libro di divulgazione diverso dagli altri, non tanto per l'impostazione, che ripercorre moduli già noti, ma per lo stile illustrativo dell'autore, Dieter Braun.
Solitamente le illustrazioni, che rappresentano il cuore dei repertori zoologici, sono di due tipologie: o sono fotografiche, e su queste ritornerò presto, o sono caratterizzate da un disegno estremamente dettagliato e realistico, come d'altra parte vuole la tradizione del disegno naturalistico; con le debite rilevanti eccezioni. D'altra parte, è bene ricordare che le illustrazioni non hanno solamente, soprattutto nei libri per bambini e ragazzi, un ruolo esplicativo, ma anche emozionale e, ovviamente, estetico. 


Pensiamo all'abbondanza di pose tenere dei cuccioli nei libri per i più piccoli, o, al contrario, alla rassegna di zanne e artigli in quelli per i più grandi. La rappresentazione della realtà non è mai neutra e quello che si decide di mostrare e il modo in cui lo si fa può fare la differenza.
Dieter Braun, nelle sue illustrazioni, non è mai tentato dal naturalismo estremo o dallo stile 'antichizzato', che rimanda ai bestiari e agli erbari del Settecento; mantiene uno stile squisitamente grafico, che descrive l'essenza dell'immagine animale con un sovrapporsi di geometrie, di semicerchi e angoli acuti che incredibilmente riproducono con assoluta fedeltà l'idea che abbiamo di quella creatura. Di estrema eleganza formale, le sue immagini, sia che rappresentino l'animale fermo, cristallizzato in un fermo-immagine, sia che ne voglia cogliere un accenno di movimento, sono come rarefatte, con uno sfondo neutro e pochi elementi di contorno. 


In questo volume, come recita il titolo, vengono rappresentati gli animali dell'emisfero boreale, il nostro, con grande abbondanza di tonalità calde, dal marrone all'ocra al grigio, con le dovute eccezioni: sono rappresentati anche gli animali marini, con il loro blu, e quelli polari, dove è d'obbligo giocare al bianco-su-bianco, con effetti sorprendenti.
Di tutti gli animali viene indicato il nome comune e quello scientifico; quelli più significativi sono accompagnati da una breve scheda che ne illustra le principali caratteristiche. A chi può essere regalato un libro così concepito e realizzato? Non deve ingannare la brevità dei testi, per apprezzarlo davvero ci vogliono occhi allenati a riconoscere la bellezza, l'eleganza, l'equilibrio delle immagini. Ma questo non vuol dire che sia un libro per pochi; può, al contrario, essere un libro dall'uso molteplice, in cui la curiosità di partenza, che accomuna bambine e bambini di tutte le età, può estendersi anche al lato estetico, diventare fonte d'ispirazione e di stimolo.


Su questa capacità delle immagini di cogliere l'essenza dell'animale rappresentato tornerò anche a proposito della fotografia, presente nelle uscite di questo finale di stagione. Quale sia il mezzo illustrativo che possa rendere meglio il carattere di un soggetto, all'interno di testi dall'evidente scopo divulgativo, è un interessante oggetto di riflessione, se e quanto si comunichi, insieme all'informazione, anche una percezione psicologica, etica, che modifica l'atteggiamento di chi guarda nei confronti dell'oggetto. Quello che viene raccontato non è mai neutro, una fredda esposizione di dati, è anche un'idea del mondo, della sua bellezza, della sua fragilità.

Eleonora

“Il mondo degli Animali Selvatici nell'emisfero boreale”, D. Braun, White Star kids 2017

venerdì 20 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO TORNANO LE BALENE
 
La balena della tempesta in inverno, Benji Davies 
(trad. Anselmo Roveda)
Giralangolo EDT, 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Ma Nico non aveva dimenticato la sua amica.
Ogni tanto credeva di intravedere, in lontananza tra le onde,
la coda della balena.
Ma era sempre qualcos'altro."

La situazione non è cambiata molto. A parte che sta sopraggiungendo l'inverno: neve e ghiaccio fanno la loro comparsa, Nico continua a vivere con il suo papà che fa il pescatore. Continua ad avere sei gatti. Continua a soffrire di solitudine a cui ora si aggiunge la malinconia per la partenza della sua amica balena, che, riconquistata la libertà grazie a Nico e a suo padre, si è inabissata quella notte. E mai più tornata.
A Nico la sua compagnia avrebbe fatto molto piacere. Quel piccolino non smette di sperare che lei ricompaia all'orizzonte, soprattutto adesso che suo padre lo ha lasciato nuovamente con la sola compagnia dei suoi sei gatti per fare un'ultima battuta di pesca prima che i ghiacci sigillino le acque del mare.


Quel giorno nevica tanto, nevica troppo. Questo va giù il sole Nico, alla finestra in attesa del padre, non lo vede tornare e si preoccupa. Lo va a cercare, ma tutto quel bianco intorno lo disorienta e il bambino si perde. In lontananza, una sagoma grigia riaccende nel bambino la speranza di trovare il suo papà. Quella sagoma è effettivamente il peschereccio del padre, ma a bordo non c'è nessuno. Dov'è il papà di Nico?

Le balene grigie migrano in grandi gruppi al sud ogni anno per poi tornare nelle acque fredde del nord a ogni primavera. Questo occorre saperlo per gustarsi appieno questa seconda parte del racconto che vede nuovamente Nico alle prese con la sua solitudine. Lo avevamo lasciato bambino nel suo illudersi di tenere una balena in casa all'insaputa del suo papà e lo ritroviamo che combatte contro la paura che al padre sia capitato qualcosa di brutto. Sembra cresciuto, e ora il senso di responsabilità gli pesa sulle spalle.


Continua a essere un bambino che ispira nei lettori un forte senso di tenerezza per la situazione in cui si trova. E dall'altra parte anche il padre continua imperterrito a cercare di fare il mestiere del pescatore per portare a casa quanto serve. I gatti continuano a fare i gatti: testimoni silenziosi. La grande novità sta nel ritorno inaspettato della balena, quella cucciola che si spiaggiò dopo la tempesta, ora si riaffaccia, accompagnata dall'intero branco. E salva la situazione. Quasi come a voler saldare un debito di riconoscenza.
I secondi libri sono sempre sotto attenta osservazione, in particolare da coloro che hanno molto amato i primi. Chi li legge è inevitabilmente in cerca di conferme o smentite.
Infatti non tutto, in questa seconda puntata, mi pare riconfermato.
Si ritrova la cura per il contesto, il villaggio sul mare, i sei gatti disseminati per la casa, la casa stessa e il pugno di personaggi che la popolano.
Si ritrova la capacità di dare spessore a un diffuso senso di solitudine di questo bambino.
Si ritrova un disegno felice con prospettive movimentate: il mare da sott'acqua, per esempio.


Si ritrova la luminosità di un inverno pieno di neve e il buio della banchisa di una notte di perlustrazione.
Si ritrova una certa coerenza con l'autentico comportamento di quegli animali tra estate e inverno. Fatto di cui molto compiacersi.
E cosa invece non trovo più?
Mi pare manchino le cose non dette, ovvero quei silenzi della narrazione che possono essere integrati dall'illustrazione in una relazione di 'muto scambio' tra parole e immagini. In questa seconda avventura invernale del piccolo Nico le parole dicono molto, a volte troppo e in tal modo diventano rassicuranti didascalie di ciò che lo sguardo può cogliere. 


Dov'è il quid che fa del linguaggio dell'albo un qualcosa di unico?
Se ripenso a quella pagina di La balena della tempesta in cui Nico, messa la balena su un carretto giocattolo, cerca a fatica di trascinarla verso di sé e il testo che accompagna questa scena si limita a dire "'Devo fare presto!' pensò", o ancora la pagina in cui la balena emerge di un soffio dalla vasca da bagno a cui è appoggiato di schiena Nico nell'atto di chiacchierare con lei con biscotti e tazzona di cioccolata a fianco e il testo recita: "Nico fece di tutto per far sentire la balena a casa. Le raccontò della vita sull'isola. La balena era un'ottima ascoltatrice."
Ecco, di pagine così ho avvertito la nostalgia.

Carla

mercoledì 18 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LE PAROLE DELL'INFANZIA

Kuijer è ormai un autore noto, eppure riesce a sorprendere sempre. L'editore Camelozampa, con grande intelligenza, ha recuperato la prima serie scritta dall'autore olandese, vincitore dell'Astrid Lindgren Memorial Award nel 2012, protagonista un'altra splendida bambina, Madelief.
Il primo titolo di questa serie è Madelief. Lanciare le bambole. E' un testo del 1975 e, nonostante gli anni e il gusto 'retrò', ha tutta la freschezza, la sensibilità e l'intelligenza che l'autore inietta nelle sue storie, come quelle, già note al pubblico italiano, di Polleke, scritte in realtà alla fine degli anni Novanta.
Leggere questo testo, stampato meritoriamente con un font per la lettura facilitata, è davvero respirare a pieni polmoni in una storia che non ha, per fortuna, scopi educativi, ma racconta con immediatezza la vita quotidiana di una bambina, all'inizio delle elementari, e dei suoi amici, la piccola Roos e Jan-Willem. Madelief è figlia di una mamma single, molto impegnata nel lavoro; passa molti pomeriggi insieme ai suoi amici, inventandosi giochi, scorribande, grandi imprese. Dal carattere forte, qualche volta anche prepotente, è sempre pronta a difendere i suoi amici dai bulletti del quartiere.


Quello che secondo me è straordinario e che rappresenta bene quello che si dice essere una scrittura ad 'altezza bambino', è la descrizione del mondo infantile, le domande radicali ed imprevedibili di fronte al mondo circostante e le risposte, che i bambini si danno, strampalate eppur dotate di una logica ferrea. Esattamente come pensano i bambini, non ancora piegati al buonsenso e alla necessità di verosimiglianza. Esilarante il capitolo che racconta il dialogo fra la bambina e la mamma sul tema di quel che vuol dire 'essere una signora', che non ha nulla a che vedere con quello che comunemente si potrebbe argomentare. Oppure il capitolo che descrive la prima volta in cui Jan-Willem va a fare la spesa da solo. In poche parole, il mondo bambino, con tutte la sua buffa inesperienza e ingenuità, raccontato con delicata ironia e profonda comprensione, dando dignità e voce ai piccoli.
E' proprio un'idea di infanzia che emerge da questa storia, nemmeno troppo breve e adatta sicuramente a partire dai sette anni: un'infanzia libera dai condizionamenti e dalle paure. Nessun cattivo vero si aggira in queste storie, solo adulti manchevoli, stanchi, incattiviti dalla solitudine, ma il più delle volte partecipi della vita dei figli. Mentre le bambine e i bambini sono portatori, come dovrebbe essere, di una libertà un po' anarchica, irriverente, non piegata alle mode e al dover essere.
Grazie alla efficace traduzione di Valentina Freschi, che ha curato anche quella della serie di Polleke, e alle immagini, originali per l'edizione italiana, di Marta Baroni, abbiamo un libro dalla facile fruibilità, con una scrittura scorrevole e piana, con capitoli brevi e frasi corte, alla portata dei primi lettori. Questo ritmo così veloce è come se ci restituisse tante istantanee, tanti scorci di vita, raccontata con efficace semplicità. Mi sento di consigliare caldamente questo libro, come regalo sotto l'albero o come lettura a scuola.


La scrittura di Kuijer ci propone l'immagine di un mondo più sereno e fiducioso, aperto al futuro e rispettoso del mondo dell'infanzia. Mi piacerebbe chiedergli se vede il mondo in questo modo ancora oggi.

Eleonora

“Madelief. Lanciare le bambole”, G. Kuijer, Camelozampa 2017