venerdì 20 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A RINGRAZIARE LA BUONA STELLA
 
L'ultima pecora, Ulrich Hub, Jörg Mühle (trad. Alessandra Valtieri)
Lapis 2019


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Come sotto la luce di un gigantesco riflettore, l'intero pascolo s'illumina a giorno. Ogni masso, ogni cardo e persino ogni singolo filo d'erba mangiucchiato sono distintamente visibili.
Le pecore, sveglie come grilli, fissano con gli occhi sgranati il cielo notturno.
C'è una nuova stella, lassù, che sparge la sua luce tutt'intorno come la più bella delle aurore mattutine. Brutto segno."

Le pecore da sempre hanno come interlocutori unici i loro pastori che le curano, le contano, le pettinano una volta alla settimana. I pastori però adesso non sono intorno al fuoco, come ogni notte. La brace del bivacco è fredda e di loro non c'è traccia. Ma una pecora ha visto tutto e racconta alle altre incredule che una figura fluttuante nell'aria annunciava loro una lieta novella. Cosa essa dicesse precisamente non lo ricorda. Forse parlava di... fasce. Ma di certo i pastori in questa circostanza sono stati rapiti. Notte, figura fluttuante, sparizione: è evidente, sentenzia un'altra del gregge, quella più visionaria: sono stati gli UFO.
Ufo o meno, le pecore si dispongono in formazione e partono in cerca dei pastori scomparsi.
Come in ogni viaggio avventuroso, si fanno incontri, belli e brutti, si prendono strade anche sbagliate, si sbatte contro i pericoli, si mangia qualcosina, ci si ferma ad aspettare chi va più piano, si litiga, si chiacchiera, ma soprattutto si fa squadra.
E questa è la storia di una 'squadra' di pecore. Sette, e tutte diverse, partono in cerca dei pastori e, strada facendo, diventano protagoniste di una storia molto più grande, molto più unica e irripetibile e che non è più solo la loro, ma di tanta altra umanità.

Ci sono giorni in cui non si può non ringraziare la buona stella che ha illuminato la strada della letteratura per l'infanzia. E già che uno è lì a dir grazie, può anche aggiungerne uno, di ringraziamento, a Hub che, tra le tante belle cose che fa, non dimentica mai di scrivere per bambini e bambine storie così.
L'arca parte alle otto (Rizzoli, 2009), Le volpi non mentono mai (Rizzoli, 2016) e ora L'ultima pecora (Lapis, 2019). Ein Känguru wie Du (2016) lo leggiamo in tedesco ma, visto il tema, è probabile che fatichi a scollinare da questa parte delle Alpi.
I caratteri comuni a tutte le sue storie sono essenzialmente cinque: l'humour, coralità, le grandi domande dell'umanità, gli animali. E la libertà di pensiero. 
Questi cinque elementi sono tra loro profondamente intersecantisi: Hub mette in scena, è un uomo di teatro, con la sua ironia (che talvolta diventa comicità) una vera e propria 'commedia umana', che con un tono sommesso si interroga su grandi questioni - di solito irresolubili - e viene interpretata magistralmente solo ed esclusivamente da animali.
Accade questo in tutti i suoi libri che immediatamente diventano indimenticabili per diversi motivi.


Il primo, sono meccanismi teatrali perfetti e possono essere letti ad alta voce dalla prima all'ultima parola nella smagliante traduzione, dimostrando un equilibrio interno tra narrazione e dialogo assolutamente perfetto.
Il secondo, sono contemporaneamente divertenti e commoventi (solo la Murail e Saroyan sanno essere altrettanto bravi nel dosaggio di lacrime e risa). E nel caso di Hub, l'utilizzo di un cast di soli animali rende tutto più semplice, immediato e contemporaneamente si allontana da ogni deriva didascalica o moraleggiante. Infatti dalla favola Hub prende solo a prestito alcune delle caratteristiche dei singoli protagonisti e le mette al servizio di una fiaba più grande, direi quasi di un mito. Quindi, le pecore si comportano e pensano sempre un po' da pecore, e così i pinguini e così le volpi e le tigri ecc.


Il terzo, sono storie universali che toccano e rimestano nel profondo di ciascuno di noi, senza limiti di età.
Il quarto. Grazie al suo innato e irrinunciabile umorismo (»Humor definiert meine Weltsicht« »Komik gibt es auch an den dunkelsten Orten, da braucht man sie ja am dringendsten.«), Hub sa raccontare come pochi altri l'umanità e le sue debolezze e fragilità di fronte alle grandi questioni.
Il quinto. Lo fa con un registro molto personale che è lontano dalla retorica intellettuale ex catedra, e invece vicino al parlare quotidiano, da angolo di strada. Lo fa con grande consapevolezza e, in questo senso, lo aiuta molto avere come interlocutori finali bambini e bambine. Il sesto. Lo fa, partendo da narrazioni condivise da sempre: il diluvio universale, la natività per fare due esempi. Lo fa, chiudendo varia umanità (sotto mentite spoglie) entro spazi 'teatrali': una sala d'aspetto di aeroporto, la pancia di un'arca, un gregge. E da qui nasce la coralità cui si è già accennato. Dentro questi 'contenitori adatti' stipa gruppi di personaggi tra loro molto differenti che però nella loro essenza e nel loro confronto reciproco si disvelano lentamente a chi legge, permettendogli di riconoscere parti di sé e parti di altra umanità. Va da sé che i piccoli si divertiranno di più per le mille idiosincrasie dei personaggi, qui pecore con l'apparecchio, pecore con il ciuffo di lato, pecore con il moccio, mentre i grandi, che dei libri di Hub dovrebbero fare uso quotidiano, potranno godersela per altro, non ultimo per il fatto che è stata solo una 'pia' illusione credere che nella mangiatoia ci potesse davvero essere una bambina...
Brutto segno.
Chi è in grado di concepire storie così non è forse una persona dal pensiero libero? Sì, lo è.

Carla


Noterella al margine. Il mio pensiero va a dritto a Danilo e ad Alessandra, alla loro Ultima pecora (elettrica) e alla loro libertà di pensiero.


mercoledì 18 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DER BLAUE BÄR

Un cane per Mimma, Mariann Máray (trad. Giulia Giorgini)
Kalandraka, 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Mimma adorava i cani. Desiderava averne uno di qualsiasi tipo: grande o piccolo, feroce o mansueto, silenzioso o rumoroso...
Un giorno, mentre tornava a casa, Mimma incontrò una grande palla di pelo.
'Vuoi essere il mio cane? Ti chiamerò Bruno' gli disse.
Come se avesse capito, l'animale saltò allegramente e la seguì."

Ed è subito amicizia vera: inseparabili, fanno molte cose assieme, come andare a pesca con il retino nel fiume, oppure mangiare - e non solo cibo per cani, ma anche mirtilli e miele - giocare e andare a spasso. Tuttavia, due sono le cose che rendono Bruno un cane speciale: una crescita piuttosto rapida e abbondante e il fatto che non ami camminare a quattro zampe. 


Questo spinge Mimma a portare Bruno dal veterinario. Pessima scelta, bambina cara. E tra le mura di quello studio, la scoperta per lei del tutto inaspettata: Bruno non è un cane, ma un orso e come tale, le intima il veterinario, va portato immediatamente allo zoo e lì rinchiuso.
Le lacrime della bambina a poco servono perché Bruno viene messo in una gabbia da uccellini che lo contiene appena e portato allo zoo della città. Mimma va a trovarlo quotidianamente, ma legge nei suoi occhi una inconsolabile tristezza. Per Mimma è tutto molto chiaro. Bruno non mangia perché sta soffrendo: non può più andare al fiume o a raccogliere i mirtilli, non può più giocare o correre come faceva prima con lei.

Mimma non si dà per sconfitta ed elabora un magnifico piano...

Arriva dall'Ungheria, Mariann Máray. Ed è una grande fortuna per noi che il suo libro abbia vinto un premio internazionale, la dodicesima edizione del Compostela per l'albo illustrato, che le ha definitivamente fatto varcare i confini dell'editoria del suo paese.
Pubblicato nelle 4 lingue spagnole, più il portoghese, l'inglese e l'italiano, il libro fin dalla sua copertina coloratissima si impone allo sguardo.
E non si dimentica.
In realtà Mariann Máray è tutt'altro che alle prime armi: pubblica i suoi libri coloratissimi in Ungheria e ha già esposto a Bratislava nel 2017, e a Bologna ed è appena arrivata seconda (durante l'edizione cinese della BCBF bolognese, ovvero la CCBF) con le sue illustrazioni originali, nell'ambito del CICLA. Laureatasi in Arti Applicate a Budapest, dove ha studiato anche lingua e letteratura italiana, a poco più di vent'anni decide che non è quella la sua strada e riprende un suo vecchio sogno di ragazzina (dichiara lei stessa di non aver disegnato più dai 13 ai 23 anni) e si iscrive alla Corvin Drawing School a Budapest e poi all'università di Arte e Design, il Mome. E da lì non si è più fermata.
Fortunatamente.
Adesso alterna la sua attività di illustratrice (e di insegnante di disegno con i piccoli) a quella di designer - con il suo marchio Pikku Dot: oggetti, mobili, stampe su cui disegna i suoi coloratissimi animali. Gli utenti finali sono sempre gli stessi: bambini e bambine.
Nel suo libro Un cane per Mimma sono almeno quattro le cose a renderlo speciale.


La prima e la più evidente: la libertà nell'uso del colore. Una vera goduria per gli occhi vedere le colline in copertina che, così colorate, si appoggiano su un nero potente che non sparisce, fortunatamente, all'interno del libro. L'uso così fortemente espressivo del colore richiama, non so se sono visionaria, la stessa libertà giocosa dimostrata da Kandinsky e Mark alla fondazione del gruppo Der Blaue Reiter, negli anni Dieci del Novecento. Durarono solo pochissimi anni e forse non furono nemmeno un movimento, ma di certo quegli artisti rivoluzionarono insieme ai Fauves francesi, la pittura europea.
Così la Máray colora gli alberi di rosso, rosa, blu, giallo, azzurro, dà un pelo blu all'orso (mi piace pensare che sia un omaggio ai cavalli e alle volpi blu e alle mucche gialle di Franz MarK) e nella città che fa da sfondo al passaggio del camioncino che trasporta Bruno allo zoo, colora le case e i marciapiedi, mutatis mutandis, con una tavolozza analoga a quella di Kandinsky per le case di Murnau.


La seconda cosa che lo rende speciale è il tipo di disegno, volutamente vicino all'arte naïf per essere quanto più leggibile e riconoscibile da un pubblico molto piccolo. E attenzione, non sembra proprio trattarsi di mancanza di capacità, visto il tipo di composizione nello spazio della doppia pagina, ma piuttosto di una scelta molto consapevole. 

 
La terza cosa, forse la più sottile, è la chiave di lettura del racconto. Uno sguardo che si schiera, senza mai dichiararlo, dalla parte dei piccoli.
Relega tutti gli adulti e li 'chiude' nello studio del veterinario e dà loro l'arduo compito di interpretare la voce della realtà con il senso che di più essi frequentano: la razionalità (fa eccezione la guidatrice del camioncino che sembra la sorella gemella della Susanne, che scorrazza nei Wimmelbücher della Berner). Se è un orso, si comporterà da orso e come tale va trattato. Poco importa agli altri pazienti in sala d'aspetto o al veterinario che quell'orso sia 'mansueto e tranquillo': va messo dove la regola vuole che stiano gli orsi, quando sono fuori contesto. Al contrario, la vicenda così come l'ha concepita Mariann Máray potrebbe essere a tutti gli affetti un'idea uscita dalla mente di una bambina, Mimma appunto. Trovo un animale peloso che mi fa le feste, perché non può essere lui il cane che tanto vorrei?
Peraltro Bruno non è esattamente il primo animale da compagnia che abita nei libri illustrati e che non corrisponde in tutto e per tutto ai canoni che le convenzioni imporrebbero.


La quarta cosa, forse la più coraggiosa: il finale. Su cui, per ovvie ragioni, qui è d'obbligo tacere.

W. Kandinsky, Straße in Murnau mit Frauen, 1908

Carla


lunedì 16 dicembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SKELETON TREE


Scorrendo la quarta di copertina di questo romanzo, firmato da Iain Lawrence e pubblicato dalle Edizioni San Paolo, verrebbe da pensare: un altro! Da quando si sono nuovamente proposti romanzi d’avventura, ne sono usciti diversi che sembrano ricalcare uno schema comune: nel nostro caso, la trama richiama ‘Nelle terre selvagge’ di Paulsen, in entrambi i casi un incidente che isola il o i protagonisti dal resto del mondo, in entrambi i casi la natura selvaggia, in entrambi i casi il dover fare ricorso a tutte le proprie capacità per sopravvivere. Ma vedremo che le somiglianze finiscono qui.
Intanto la trama: c’è un io narrante, un ragazzino di tredici anni, che insieme a un altro di poco più grande, Frank, salpa per un viaggio in barca a vela insieme allo zio. Molto velocemente, il viaggio si trasforma in tragedia, c’è un naufragio, in cui lo zio muore, e i due ragazzi si ritrovano fortunosamente a riva, nella selvaggia costa dell’Alaska meridionale.
Qui comincia la loro avventura a due e si sviluppa su due piani: da un lato il loro quotidiano arrabattarsi per sopravvivere, grazie anche a quello che riescono a trovare; dall’altro il difficile rapporto fra loro, fatto di ostilità e diffidenza.
E’ una storia fatta di ‘presenze’: la presenza di un precedente naufrago, che ha lasciato misteriosamente la sua capanna; la presenza dei morti di una popolazione di cui non v’è traccia e le cui sepolture sugli alberi inquietano i sogni di Chris; la presenza di un grizzly, prima indifferente nei confronti degli umani, poi determinato a nutrirsene.
La natura selvaggia di questa parte del continente americano è una costante del racconto ed è evidente che Lawrence l’ha ben conosciuta, per l’accuratezza dei dettagli con cui viene descritta, così come è attenta l’osservazione delle interazioni che si creano fra le diverse specie: una di queste, quella fra corvi e lupi, diventa decisiva in un passaggio chiave del racconto. Nello stesso tempo sono chiari i riferimenti alle sepolture delle antiche popolazioni native.
Chris e Frank passano le settimane così, cacciando e pescando, curandosi come possono, accompagnati dal corvo Giovedì, che Chris ha adottato nonostante l’opposizione dell’altro ragazzo; leggono insieme lo stesso romanzo, lasciato dal misterioso abitatore della capanna, si aiutano l’un l’altro nonostante facciano fatica a sopportarsi. Chris, rimasto da poco orfano, si convince che il padre gli sia apparso in sogno per annunciargli l’imminente salvataggio, ma in apparenza le cose non stanno così.
Se dunque la trama in senso stretto ha molti rimandi ad altri romanzi che hanno trattato temi molto simili, ‘The Skeleton Tree’ si segnala per un intreccio non banale, per una bella ricostruzione dell’ambiente naturale, fatta di meraviglia e di timore. Non ci sono facili concessioni al sensazionalismo, ma una visione del mondo naturale che coniuga conoscenza e senso del mistero, quel sentirsi davvero piccoli quando si è lontani dal mondo della tecnologia. Si segnala anche per un finale per nulla scontato, che colpirà la fantasia dei lettori.
Lettura avventurosa per giovani lettrici e lettori a partire dai dodici anni.

Eleonora

“The Skeleton Tree”, I. Lawrence, Edizioni San Paolo 2019


venerdì 13 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ARTE 'NERO SU BIANCO'

Peter nella neve, Ezra Jack Keats (trad. Giulio Genovesi)
Terre di mezzo, 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (di 3 anni)

"Un mattino d'inverno Peter si svegliò e guardò fuori dalla finestra. Durante la notte aveva nevicato, la neve copriva ogni cosa, fin dove Peter riusciva a guardare.
Dopo aver fatto colazione, si mise la sua tutina e corse fuori. La neve era stata raccolta in grandi mucchi ai lati delle strade, per fare in modo che si potesse passare.
Crick crock crick crock...i piedi di Peter sprofondavano nella neve."

A questo punto il piccolo Peter fa grossomodo tutte le cose che i bambini (e spesso anche i cani) fanno con la neve nuova: ci gioca. Lascia le impronte in così e in cosà, facendo singoli passi oppure lunghe linee che ottiene trascinando i piedi per terra, ci disegna sopra con un bastoncino, la fa crollare dai rami bassi di un albero, ci costruisce un pupazzo di neve, lascia l'impronta di un angelo, ci scivola sopra in discesa e ne raccoglie una manciata, la stringe forte e poi la mette in tasca. Per dopo, a casa.
Il caldo di una casa fa bene a un bambino, ma non tanto alla neve. Peter non smette di pensare al bianco là fuori e, scoperto che quel tepore si è portato via il suo tesoro dalla tasca, teme e sogna che il giorno seguente il sole caldo la la possa cancellare del tutto.
Ma a New York quando nevica, nevica!

Finalmente, a poco meno di sessant'anni dalla sua prima edizione in USA, anche in Italia arriva Peter, il bambino nero nella tutina rossa sulla neve bianca. E in tal modo si aggiunge una ulteriore stella nel firmamento dei classici per l'infanzia che non vanno dimenticati.



Accanto ai nomi di Ruth Krauss, Crockett Johnson, Margaret Wise Brown, Arthur Geisel (in arte Dr. Seuss), Maurice Sendak, Shel Silverstein, William Steig si va ad aggiungere anche quello di Ezra Jack Keats.
Con la maggior parte di loro condivide gli stessi decenni di attività, la stessa provenienza, la stessa povertà di partenza. Figlio di emigrati polacchi, cresce a Brooklyn, quartiere povero che però, anche nel suo caso, si rivela zona fertile per chi voglia cogliere la propria opportunità. A trent'anni cambia il suo nome per uno che abbia un suono più americano e da Ezra Jacob Katz, diventa Ezra Jack Keats. Un talento naturale per il disegno, comincia come vetrinista anche se la sua passione sarà la pittura. Pittura che è sempre presente in molti dei suoi magnifici libri e che conferisce loro un carattere inconfondibile.
I suoi libri sono tutti attraversati da una grandissima audacia che si esprime nel disegno, ma soprattutto nell'uso spregiudicato, quasi violento, del colore. Keats, per i suoi tempi, è davvero un rivoluzionario: disegna la propria città, anche nel suo degrado, senza edulcorare mai la visione di muri scrostati, oggetti abbandonati, poster strappati. E nonostante tutto, riesce a infondergli sempre una grazia particolare, una bellezza inaspettata. 


Rivoluzionario, a suo modo, è stato anche The Snowy Day per il fatto di aver ritratto un bambino afroamericano come indiscusso protagonista. All'epoca l'America si spaccò in due; tra quelli che ne criticarono la scelta (alcuni si chiesero che cosa ne poteva sapere un ebreo bianco di bambini neri) e quelli che gridarono 'Era ora!'. La critica benpensante non apprezzò la scelta, ma a un anno dalla pubblicazione con la storica e benemerita casa editrice Viking, il libro fu premiato con la Caldecott Medal. E tutti si acquietarono. O quasi. Ancora nel 1965 si discuteva se la raffigurazione della madre fosse o no uno stereotipo per esempio della 'mammy' di Via col vento. E si parlò a lungo di tokenismo da parte di Keats. 



Ma Peter sopravvisse a tutto questo e anzi si moltiplicò in molti altri titoli che lo videro come protagonista, accanto a Willie il suo bassotto, a Amy di cui è innamorato e ad Archie, il suo miglior amico.
Queste polemiche da un lato lasciarono interdetto Keats, d'altro canto però il premio conferitogli segnò per lui la conferma che cercava delle proprie capacità, anche in veste di autore dei testi.
Nato dalla sua impellente urgenza di mettere finalmente un bambino di pelle scura sul foglio bianco (è storia risaputa che nel suo studio pendessero già da anni le immagini ritagliate da Life in cui un bambino afroamericano era stato fotografato nell'atto di chiedere l'elemosina), Keats - che della sua arte aveva contezza, ma molto meno della sua scrittura - convocò tutti i suoi migliori amici perché contribuissero a tirare giù un testo che meritasse tale nome.
E così Peter diventò un bambino vero che faceva cose vere sulla pagina. Questo lo rese subito molto amato dai bambini. Da tutti. Ma per quelli afroamericani rappresentò anche un'autentica presa d'atto che fece posare loro la matita rosa e prendere al suo posto quella marrone per disegnarsi.


In The Snowy Day Keats optò per il collage di carte anche molto diverse tra loro (una tela di Fiandra per le lenzuola di Peter, una carta per foderare i mobili diventa il vestito della madre), a grandi campiture di colore, accentuandone così gli aspetti di design, ma utilizzò anche altre tecniche oltre alla consueta pittura: per esempio sbruffò a inchiostro di china con uno spazzolino le due pagine notturne, ottenendone un effetto del tutto originale.
Nei titoli successivi l'arte pittorica prese ancora più spazio e la sperimentazione lasciò indietro il collage per un uso molto originale della guache.
La sua grande umanità, la sua audacia in campo espressivo, il suo talento artistico, il suo valore estetico, il suo dominio assoluto della pagina rendono il corpus dei suoi titoli (un centinaio tra quelli illustrati e quelli in cui è autore unico) una tappa imprescindibile per chi voglia ragionare sull'eccellenza nell'illustrazione dei libri per l'infanzia.


Sentiti i ringraziamenti a Terre di Mezzo.

mercoledì 11 dicembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FUTURO POSSIBILE


Una coppia di gran classe, Neal Shusterman con il figlio Jarrod, affronta la non facile impresa di costruire un romanzo distopico dal profilo evidentemente realistico. Un futuro prossimo, un futuro percepito come possibile. In ‘Dry’, pubblicato da Il Castoro con il marchio Hot Spot, i due autori immaginano nel nostro presente, quindi non un astratto scenario futuribile, una situazione estrema nella California del sud.
Arriva il giorno dell’Ultima Goccia’, quando dai rubinetti della contea non esce più acqua. E non per qualche ora. A raccontare i drammatici eventi che ne seguono sono i diversi personaggi, tutti adolescenti: Alyssa con il fratellino Garrett, Kelton, il cui padre si prepara da tempo, ma inutilmente, alle catastrofi, la stravagante Jacqui e poi via via altri personaggi.
Se le prime ore dall’Ultima Goccia sono ancora guidate da scelte razionali e comportamenti civili, col passare delle ore tutto precipita in una guerra di tutti contro tutti, alla ricerca delle ultime scorte di acqua rimaste.
Quando finiscono anche quelle, la cittadina in cui è ambientato il romanzo si popola di disperati disposti a tutto: chi cerca di fuggire, chi ruba e saccheggia, chi aspetta civilmente che arrivino i soccorsi.
I nostri ragazzi, dopo l’assalto subito nella casa del padre di Kelton, cercano di raggiungere il rifugio che il padre ha costruito vicino a un lago. E’ una fuga disperata, piena di insidie, di incontri pericolosi e di accese rivalità all’interno del gruppo. Quando, dopo numerosi colpi di scena, sono sul punto di arrivare all’agognato lago, si trovano circondati da un pauroso incendio. Tutto sembra perduto, ma, ancora una volta, un finale quasi lieto fa riunire tutti i personaggi o quasi.
Neal Shusterman e il figlio, di professione sceneggiatore, hanno un grande mestiere e imbastiscono una storia che tiene il ritmo, in un crescendo di situazioni drammatiche e di colpi di scena. Si vede anche troppo bene come la struttura narrativa sia stata pensata anche per la realizzazione cinematografica, che in qualche modo influenza i tempi, le caratterizzazioni, il ritmo.
Non è necessariamente un male, anche se, trattandosi di linguaggi diversi, ne viene fuori qualche forzatura, come il finale in cui tutti si ritrovano.
D’altra parte, in questo romanzo risiede un grande pregio, quello di mettere davanti al naso di lettrici e lettori adolescenti uno scenario improbabile, ma possibile: la scarsità d’acqua, gli incendi estesissimi, che hanno realmente devastato la California, rappresentano uno dei tanti aspetti delle situazioni estreme che alimentano l’immaginario, soprattutto cinematografico, ma anche le cronache dei giornali. Quindi nonviene raccontata un’invasione di zombie, ma lo stravolgimento delle regole sociali e dei rapporti umani in un momento di grave crisi.
E’ un filone ben presente nella narrativa, qui realizzato con grande mestiere: il continuo cambiamento di prospettiva, per cui in ogni capitolo i diversi personaggi raccontano un pezzo di storia, permette alla lettrice e al lettore di cogliere le dinamiche di gruppo, i non detti, gli obbiettivi anche inconfessabili di ciascuno.
E’ una lettura avvincente, che lega il lettore alla pagina, costretto a inseguire le vane speranze e i patetici tentativi dei vari personaggi.
Consiglierei la lettura a ragazze e ragazzi, dai quattordici anni in poi, amanti delle serie televisive (di qualità), del buon cinema d’azione, che hanno voglia di immergersi per qualche ora in un incubo futuribile.

Eleonora

“Dry”, N. e J. Shusterman, Il Castoro 2019


lunedì 9 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COLORADO

Desperado, Ole Könnecke (trad. Chiara Belliti)
Beisler 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Ogni giorno Roy va all'asilo in sella al suo fido destriero Desperado.
Mamma e papà restano alla fattoria, hanno molto da fare laggiù.
Roy va volentieri all'asilo.
Ci sono tanti bambini con cui giocare, si fa merenda con i biscotti e il succo di frutta e poi la maestra è molto, molto simpatica. Si chiama Heidi."

Quando fa buio, Roy torna a casa con Desperado. Spesso canta una canzone per annunciare il suo arrivo. Il tran tran di Roy e Desperado viene rotto da un fatto inaspettato: la scuola è sottosopra, i bambini terrorizzati e soprattutto la maestra Heidi non c'è. È stata rapita da un feroce bandito che vuole sposarla a tutti i costi, nonostante lei assolutamente non sia d'accordo. 



Per Roy e Desperado non c'è altro da fare che mettersi sulle tracce di Barbanera e dei suoi scagnozzi. Attraversa il deserto (ha una borraccia con sé) e si arrampica sulle montagne. Scopre il nascondiglio in cui Heidi e prigioniera e, nascosto dietro una roccia, sente chiaramente l'ultimatum del bandito: due minuti di tempo per decidere se rimanere sua prigioniera o capitolare e sposarlo...
È Desperado che ha la soluzione. La maestra fugge con Roy, mentre il cavallo - con un abile stratagemma - si prende la rivincita, mettendo in fuga i banditi atterriti.
Scampato il pericolo, si torna indietro. Roy canta, Heidi lo accompagna alla chitarra e Desperado accenna un passo di danza. I bambini all'asilo sono felici di riabbracciare la loro maestra.
Per un coraggioso cowboy e per uno scaltro e fido destriero anche questo alla fine è tran tran.

Fino all'ultimo rigo resta un dubbio senza soluzione: ma Roy è un bambino che gioca a fare il cowboy o un cowboy che gioca a fare il bambino? L'unica cosa certa è che il suo cavallo Desperado ha delle buone idee che, aggiunte all'intraprendenza del piccoletto, fanno la differenza.


Uno dei migliori talenti che vanno ascritti a Könnecke è quello di saper raccontare l'infanzia, senza superfetazioni e senza pericolose distorsioni di visuale.
Quando mette in scena bambini come Anton (il nostro Camillo), lo fa con una lucidità e una onestà intellettuale piuttosto spiccata. Quel che ne risulta è di solito il racconto di bambini e bambine così maledettamente autentici da essere nel contempo unici e universali. Per chiarire meglio: il lettore adulto riconoscerà nei piccoli protagonisti di Könnecke forse pezzi della propria infanzia vissuta, di sicuro pezzi di infanzia visti in giro e, sperabilmente, pezzi di infanzia che corrispondono alla propria idea di infanzia.
Che cosa riconosce invece il lettore bambino? Trova pezzi di sé, nella totale inconsapevolezza di appartenere all'infanzia. Come dire, il lettore piccolo non sente nessuna voce adulta che gliela sta raccontando. E questo può essere riconosciuto come un valore in sé.
Quali sono dunque le lenti di cui Könnecke fa uso per riuscire a mantenere a fuoco così bene un bambino?



La prima: il prendere per vero. Tenendo a distanza ogni bamboleggiamento o strizzatina d'occhio, racconta come vero quello che per un bambino vero è vero. Quando un bambino gioca a fare il cowboy a un adulto non dovrebbe sfuggire il fatto che quel bambino è a tutti gli effetti un cowboy (per il tempo che lui decide di esserlo, non un minuto di più).


La seconda: il delirio di potenza. Con una grande obiettività e sospendendo ogni tipo di giudizio, testimonia della capacità che hanno specialmente i bambini di non volersi dare limiti di capacità (e non vederli nemmeno nei propri destrieri). Tanto più si è piccoli, tanto più non si dà confine alle proprie e altrui possibilità. È con il giudizio degli altri che la sfera delle potenzialità e dei requisiti delle persone si ridimensiona. La frase 'non lo so fare' (e di conseguenza non sono in grado di farlo) è un limite che si conquista con il crescere. I bambini di Könnecke non conoscono l'eventualità di non riuscire nell'impresa. L'impossibilità non esiste, ancora.


La terza: il residuale mondo dei grandi. La terza prospettiva di visuale che usa Könnecke potrebbe essere un binocolo al contrario, ovvero una rispettosa distanza dal soggetto in osservazione. Conseguenza inevitabile che ne deriva è quella di volersi 'tenere fuori', in qualità di adulto. Nelle sue storie gli adulti sono assenti o tutt'al più ai margini.
In questo specifico caso, la maestra è strumentale all'azione, i genitori altrettanto e possono serenamente essere tenuti all'oscuro dell'impresa eroica appena compiuta. I banditi, per l'appunto, sono i nemici. Spetterà agli adulti che leggono decidere se Roy taccia, nel suo ritorno a casa, perché per lui in fondo è routine, oppure perché tanto sa che non gli crederebbero, oppure perché la complicità la cerca nei suoi coetanei (perché dei grandi non ci si può fidare)...
Inevitabilmente tutto questo ha un corrispettivo nella costruzione del racconto visivo. Linea chiara da fumettista. Pochi colori, a parte un meraviglioso cielo stellato, di cui uno 'guida' (qui il rosso), come di norma con Könnecke, un cambio di passo (che ha un suo preciso riscontro nella trama) in cui diventa preponderante la sabbia del deserto che crea un effetto 'seppia' da film western, guarda caso, per tutto il tempo dell'azione in solitario. Toh, un cappello! di Jon Klassen insegna molto in proposito riguardo al sole che tramonta nel deserto messicano.
Saper usare il colore non è da tutti. Sapientemente utilizzato, il colore può dire un mucchio di cose. E diventa 'guida' silenziosa di molto altro su cui le parole volutamente tacciono.

 Carla

venerdì 6 dicembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RAGAZZO E I PIRANHA


David Almond ci ha abituati, il più delle volte, a romanzi dall’intenso contenuto drammatico, che hanno lasciato un segno inconfondibile nella letteratura per ragazzi: penso a ‘Skellig’ o a ‘Il Grande gioco’.
In ‘Il ragazzo che nuotava con i piranha’, pubblicato ora da Salani, ci mostra un registro narrativo del tutto diverso: la storia tragicomica del piccolo Stan, romanzo per una fascia d’età ben diversa da quella dei romanzi sopra citati, si muove velocemente utilizzando un registro umoristico, grottesco, che mi ha fatto pensare a David Walliams, l’autore di ‘Nonna gangster’ per intenderci, altro scrittore britannico di grande successo.
In breve, la trama: il protagonista è Stanley, detto Stan, un ragazzino non proprio fortunato, orfano dei genitori e adottato dagli zii. Potrebbe andar bene se allo zio non venisse in mente, dopo la chiusura del cantiere navale in cui lavorava, di trasformare la propria casa in un’efficiente fabbrica di sardine. Al posto dei mobili di casa una serie di macchine, del tutto adattate alla fabbricazione di pesce in scatola.
I soldi fioccano, ma tutto il tempo è dedicato al lavoro, tanto che solo per il compleanno è concesso un giorno di riposo; in questa occasione Stan va alle giostre e questo segna il suo destino: fondamentale è l’incontro con il signor Dostoyevsky, che gestisce un banco con la pesca di papere di plastica, gioco il cui premio consiste in una bustina piena d’acqua più o meno pulita, in cui nuota un pesciolino rosso. Il ragazzino sente di avere una grande affinità con i pesciolini rossi e se li porta tutti a casa.
Qui viene accolto dallo zio, preoccupato per le incursioni di uno strampalato gruppetto di ispettori; per cavarsi dai guai, lo zio pensa bene di cucinarsi i pesciolini in padella, pensando di creare una grande, innovativa ricetta di pesce in scatola. E’ la goccia che fa traboccare il mare delle delusioni di Stan, che, quindi, scappa insieme agli artisti del Luna Park.
In particolare è proprio il signor Dostoyevsky a prenderlo sotto l’ala anche quando, per l’incontro fortuito con Pancho Pirelli, la sua vita cambia radicalmente e il piccolo Stan diventa una nuova attrazione del Luna Park. Pancho Pirelli, infatti, è l’artista che nuota con i piranha e che ha individuato in Stan un suo erede.
Inutile dire che c’è una prova da affrontare, che ricompaiono sia gli zii sia la banda di lestofanti che li perseguitano, così come una selva di personaggi minori.
La storia di Almond, come accennavo prima, ha un piglio tragicomico, un linguaggio fiorito, che indugia sugli accenti di ciascun personaggio, sugli errori di grammatica, creando, credo, non poche difficoltà a Giuseppe Iacobaci, che l’ha tradotto. Nell’essere così divertente, però, non perde occasione per delineare immagini poetiche e riflessioni su quella grande paura che tutti noi abbiamo nell’affrontare le nostre paure.
E’ dunque, un libro scorrevole, scoppiettante, pieno di invenzioni linguistiche, arricchito dalle illustrazioni, anch’esse ironiche, di Oliver Jeffers, pensato per lettrici e lettori intorno ai dieci anni.

Eleonora

“Il ragazzo che nuotava con i piranha”, D. Almond, con le illustrazioni di O. Jeffers, Salani 2019





mercoledì 4 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DELLA SOGNANZA

La bambina di ghiaccio e altre fiabe,
Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia (trad. Elisa Copetti)
Camelozampa, 2019



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Un tempo, quando la gente credeva ancora alle fiabe ed elfi e fate percorrevano la terra, si narrava la storia di una maschera di legno. La leggenda viveva assai comodamente nelle chiacchiere di nani, maghe e draghi, perché era molto semplice. Infatti diceva così..."

Un re possedeva una maschera di legno, a dire il vero piuttosto brutta, che tuttavia lo rendeva ogni giorno più ricco. Come spesso accade, la ricchezza si sposa molto volentieri con l'avidità e così quel re, oltre essere diventato disgustosamente ricco, era anche diventato a tal punto avido che la sorellanza delle fate decise di punirlo, sottraendogli ricchezze e maschera. Quest'ultima, viste le sue doti, fu cercata da tutti ma a trovarla fu uno che dei suoi poteri magici nulla sapeva: il principe Giorno la vide che galleggiava lungo un fiume verde. Il giovane principe, incuriosito dalla forma di quell'oggetto, lo prese e lo conservò nel suo castello. Quando suo padre si ammalò gravemente, il principe in sogno seppe che proprio quella testa di legno era l'unico rimedio utile per guarirlo. Niente di più facile, andarla a prendere nella sua stanza, a patto che il fato non abbia deciso una sorte diversa per quella brutta testa di legno.

Questa è una delle tredici fiabe, forse la più 'fiaba' di tutte, che compongono questo piccolo libro Camelozampa che dimostra fin da subito di contenere più di una manciata di elementi inconsueti.
E dove c'è rarità e particolarità è buona norma dimostrarsi interessati.


Tra i molteplici elementi di originalità due spiccano più degli altri e, a ben vedere, sono anche in buona armonia e dialogo fra loro: sembrerebbe che la lingua parlata e quella disegnata condividano lo stesso timbro di voce.
Esso si caratterizza per un'ampiezza 'vocale' che al suo interno è in grado, è capace, di contenere l'antico e il contemporaneo senza alcuna contraddizione, senza alcuna stonatura. 
Sempre con più di una sfumatura di ironia.


Mila Pavićević è poco più che trentenne e questo ha un'eco forte nella costruzione delle sue fiabe, con le quali ha vinto già nel 2009 un prestigioso premio. Sia che si occupi di danza e coreografia a Berlino, sia che insegni, o abbia semplicemente studiato, letteratura comparata a Zagabria poco cambia riguardo alla suo modo di trattare il canone classico. Il primo dato di fatto è che lo conosce profondamente. A tal punto da potersi permettere ogni poche righe digressioni continue per poi rientrarvi in modalità di assoluto rispetto.
In tal modo ai sovrani e all'aristocrazia si sostituiscono gli statisti e le fate sono femministe o dark. Nello stesso modo gioca con una nomenclatura allusiva, Giorno, Oscura, Bianco, Nocti, Veglia e attinge a un immaginario che valica i confini già ampi di quello delle fiabe: senza tema inserisce cavallette e cerberi e clown. Per ogni fiaba costruisce, forse sulla scia delle città calviniane, universi a sé stanti, toponomastiche e usanze tutte nuove.


Tutti questi continui riverberi letterari e queste invenzioni/incursioni nel contemporaneo non possono che giovare a chi le legge, queste fiabe. Sono frequenti campanellini che tintinnano nelle teste degli adulti lettori un po' accorti e in quelle di bambini e bambine che hanno voglia di farsi sorprendere e di sorridere per la delicata ironia.
Fiabe così funzionano da antidoto nei confronti di quelle altre pericolose derive che invece si dirigono verso stereotipi da film di cassetta.
Mettere a fianco di racconti del genere il repertorio figurativo di Daniela Iride Murgia, e ancor di più l'immaginario che lo alimenta, è stata proprio una bella idea (bel salto di qualità, se si guarda la prima edizione della casa editrice croata datata 2006). Perché anche lei, come si accennava all'inizio, nelle sue 'incisioni' stabilisce lo stesso rapporto con il canone e la contemporaneità e quindi anche lei si diverte ad attraversare il tempo, come se nulla fosse.
Come accade quasi sempre nel soffermarsi a guardare le sue complesse 'architetture' visive, o le sue intricate botaniche, ci si perde, ovvero lo sguardo è soggetto a un continuo canto di sirene che ti porta altrove, che ti solletica la memoria di cose già viste, che da un lato ti confonde, ma dall'altro ti rassicura nel suo essere 'classico', ovvero conosciuto e condiviso (magari anche solo inconsapevolmente). 


E tutto questo esercizio di sguardo che senso ha per gli occhi di bambini? Che ne sanno loro dell'equilibrio tra le parti di un corpo umano, o della facciata a vela con il suo campanile romanico o della dama da café chantant? La risposta è molto semplice: tutto questo contribuisce a educarli (o per i 'più ideologici' ad abituarli) al bello.
Non è poco.

Carla

lunedì 2 dicembre 2019

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DOMANDE FILOSOFICHE


E’ una strana fioritura, quella di questo finale d’anno: fra i libri di divulgazione escono proposte davvero notevoli, oppure estensioni infinite di generi rivelatisi di successo. E’ questo il caso del format generato da ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’, che, piaccia o no, hanno inaugurato non solo un filone che appare inesauribile, quello delle biografie di donne celebri, scienziate, uomini importanti, ma anche cani e gatti che hanno fatto la storia. Hanno anche influenzato uno schema narrativo che affianca biografie sintetiche a ritratti realizzati da artisti e illustratrici. A questo filone appartiene anche, ma con una grande differenza, ‘Perché? 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi’. La grande differenza sta nel peso dell’introduzione firmata da Umberto Galimberti, che affronta il tema generale, la motivazione di fondo che giustifica l’esistenza di questo libro, scritto a quattro mani da Irene Merlini e Maria Luisa Petruccelli, mentre le illustrazioni sono anche qui di diversi illustratori e illustratrici. L’editore, Feltrinelli, punta decisamente sulla fama di Galimberti per promuovere il libro, in realtà piuttosto difficile. E’ infatti un susseguirsi di biografie ragionate di grandi filosofi, occidentali e non, seguite da una domanda che dovrebbe riassumere e semplificare il pensiero del filosofo, rendendo il giovane lettore e lettrice partecipi del suo pensiero. Quindi, in sostanza, una sequenza di schede che affrontano tematiche estremamente complesse, seguendo un ordine cronologico. Come possa un ragazzo o una ragazza, che si immagina siano digiuni degli argomenti trattati, orientarsi nel mare magnum del pensiero filosofico è un mistero. Tuttavia, l’introduzione di Galimberti andrebbe letta perché, con la profondità di argomenti di cui l’autore è capace, ci ricorda l’importanza delle domande dei bambini: è nella natura umana voler sapere, come ci dice Aristotele, e nei bambini la domanda è un importante mezzo di esplorazione, cui dovrebbe corrispondere l’attenzione degli adulti. Nello stesso tempo, è importante l’attitudine, squisitamente filosofica, di esaminare quello che si sa con spirito critico, aprendosi al confronto con opinioni diverse. L’esercizio della filosofia è dunque propedeutico alla costruzione di individui capaci di formarsi opinioni proprie e di confrontarle positivamente con quelle altrui.


Una risposta diversa a questa esigenza di trasmettere in forma semplice concetti complessi è rappresentata da ‘Le avventure della filosofia. Racconti e domande per menti audaci’, di Brendan O’Donoghue, con un’introduzione di Leonardo Caffo, mentre le illustrazioni sono di Paula McGloin.
L’impostazione qui è originale: intanto l’esposizione è raggruppata per temi e questo mi sembra consentire una maggiore chiarezza, piuttosto che in un’esposizione strettamente  cronologica. Ciascun capitolo è introdotto da un racconto, cui segue un’esposizione della tematica che si può desumere dalla parte narrativa; infine ci sono i riferimenti ai filosofi che quell’argomento hanno trattato. Al termine del volume, le brevi biografie dei filosofi trattati.
Ne deriva un percorso affascinante, che prova ad imitare la maieutica socratica, il far sorgere domande nel lettore e nella lettrice.
Se si parte affrontando il tema della meraviglia, e mi sembra un buon inizio, si affrontano poi tematiche di grande attualità: il mito di Pandora, per esempio,  è utilizzato per spiegare la problematicità dell’intelligenza artificiale.
Mentre nel libro pubblicato da Feltrinelli c’è una presenza consistente di donne filosofe, che acquistato una visibilità meritata, nel libro pubblicato da Sonda c’è una visione, molto interessante, meno incentrata sul pensiero occidentale.
In entrambi i casi è necessaria la mediazione adulta: nel primo caso, scegliendo gli autori che possono aiutare ad affrontare un argomento, nel secondo per aiutare a cogliere gli aspetti teorici nascosti dentro l’avventura di una rana o di un topolino generoso. E i giovani lettori e lettrici, oltre ad avere una forte motivazione, devono avere almeno undici anni o aver comunque sviluppato una certa propensione al pensiero speculativo.

Eleonora

“Perché 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi”, I. Merlini e M.L. Petruccelli con l’introduzione di U. Galimberti, Feltrinelli 2019
“Avventure della filosofia”, B. O’Donoghue, illustrazioni di P. McGloin, introduzione di L. Caffo, Sonda 2019