lunedì 19 ottobre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

PAESAGGI PERDUTI


E’ di sicuro una bella notizia quella che ci vede sottolineare ancora come, complici le festività natalizie, la produzione editoriale non abbia dimenticato la divulgazione: in particolare mi sembra interessante come, in questo ambito particolare, sia ripreso l’interesse per la storia, anche se con un’attenzione circoscritta alla preistoria e alla storia antica.
Spesso riceviamo richieste di testi che spieghino con chiarezza l’origine del mondo, l’era dei dinosauri, la comparsa dell’Uomo. Fra le novità di questo finale d’anno si segnala per l’originalità e la raffinatezza ‘Paesaggi perduti della Terra’, di Aina Bestard, autrice e illustratrice, pubblicato da L’Ippocampo. Come nel precedente ‘Una nuova vita’, sono utilizzate diverse tecniche, dalle alette, che coprono e scoprono le immagini, alle pagine traslucide sovrapposte. Le immagini che così si compongono sono immagini ‘vive’, che si animano, nascondendo e svelando particolari. Possono riguardare le antiche creature marine, oppure i boschi, popolati da piante e alberi in gran parte scomparsi.
 
 
Ma veniamo al contenuto: la storia del mondo viene suddivisa in eoni, unità di misura geocronologica: si parte dall’Adeano, poi Archeano, Proterozoico e Fanerozoico, che è l’eone la cui ultima parte, il Cenozoico, vede la gloriosa comparsa dell’umanità.
Di questi tempi lontanissimi e difficili da immaginare, per quanto era differente l’ambiente terrestre, viene data una breve descrizione, cui seguono gli eventi fondamentali che caratterizzano i diversi periodi: la formazione della Luna, la comparsa delle prime forme viventi, delle piante, degli animali, con il susseguirsi di eventi traumatici, estinzioni, colonizzazioni.
 
 
L’inizio del libro prova a spiegare come sia stato possibile ricostruire le caratteristiche dei tempi più antichi attraverso i sedimenti fossili, e quindi come progressivamente siamo stati in grado di immaginare i paesaggi preistorici, dagli ambienti marini, i primi ad essere popolati, alle foreste. L’autrice spesso utilizza la doppia pagina proprio là dove si descrivono i paesaggi più lontani da quelli cui siamo abituati, dalla Luna gigantesca e incombente, alla pioggia di meteoriti. Sono queste immagini molto efficaci, perché rispondono a molte domande su quel ‘prima’ misterioso, che precede il tempo, più conosciuto, dei dinosauri. Così come sono interessanti le parti riguardanti le glaciazioni più antiche.
Quando invece è necessario dare conto di ambienti costituiti da una grande ricchezza di elementi, l’autrice preferisce ricorrere alle pagine traslucide sovrapposte, che consentono di intravedere altri dettagli di una certa stratificazione. E’ così per l’ambiente sottomarino, come per la descrizione delle foreste.
Testo e immagine si giocano a turno la preminenza: in alcune pagine basta l’immagine a dar conto di un testo molto breve, in altre il testo è più lungo e ben evidenziato e prevede dei focus facilmente individuabili dove si segnalano concetti importanti. In alto a destra, un disco ci segnala in quale momento di questa lunghissima e travagliata storia ci troviamo.
‘Paesaggi perduti’ è anche un omaggio dell’autrice alla storia dell’illustrazione paleontologica dei secoli scorsi, ne riproduce il tipico disegno a tratteggio, caratteristico delle incisioni d’epoca; e proprio seguendo quello spirito si concede delle ‘licenze poetiche’, degli arricchimenti delle immagini che non hanno un immediato riscontro scientifico. Ma il contenuto del libro è rigorosamente attendibile: nasce dalla collaborazione con il Museu de Ciències Naturals di Barcellona ed è stato anche rivisto, nella versione italiana, da Andrea Ferrando dell’Università di Genova.
 

Si tratta, quindi, di un libro molto particolare, di grande fascino per i lettori e le lettrici di tutte le età, a partire dai nove anni; è ricco di informazioni e di suggestioni, curato nella veste grafica, adatto ad una lettura condivisa che spazi dalla scienza alla storia, all’arte.
 
Eleonora


‘Paesaggi perduti della Terra’, A. Bestard, L’Ippocampo 2020

venerdì 16 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN TEMPO PER OGNI COSA

Joker, Susie Morgenstern, Giulio Castagnaro (trad. Flavio Sorrentino)
Biancoenero Edizioni 2020

 


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Il maestro tamburellò con le dita sul banco di Luca per fargli capire che doveva leggere che cosa c'era scritto sulle carte. Luca pensò di essere tornato al tempo della preistoria, quando si parlava con i gesti. Obbedì all'ordine silenzioso del maestro, ma mentre leggeva passò dal semplice stupore al più grande sbalordimento. 
Lesse a voce alta: 
JOLLY PER RIMANERE A LETTO 
JOLLY PER NON ANDARE A SCUOLA 
JOLLY PER ARRIVARE A SCUOLA IN RITARDO  
JOLLY PER PERDERE IL QUADERNO DEI COMPITI..."
Sul banco di ogni bambino e bambina di quella quinta elementare il nuovo maestro, Biagio Natale, vecchio, pieno di rughe e con la voce bassa e profonda, ha depositato un regalo, ovvero un mazzo di carte, o per meglio dire un mazzo di jolly. Sono carte che ciascuno di loro si può 'giocare' al momento del bisogno. Ma i regali non finiscono qui. Arrivano bei libri da leggere, parole rare da imparare, vocabolari da consultare, spazzolini e dentifrici. E anche la libertà di poter usare già i primi jolly, ovvero di saper essere consapevoli delle proprie scelte.
Questo maestro è strano parecchio, ma ai ragazzini piace assai perché il suo modo di fare scuola è diverso, pieno di stimoli e cose interessanti, mai fatte finora, per esempio andare in un ufficio postale a spedire una lettera o in stazione a comprare un biglietto del treno. 
Tanto piace a loro, tanto è inviso alla preside della scuola che di tanta apertura mentale si preoccupa, invece di compiacersene. 
Candida Peres, per come è fatta, detesta tutto ciò che esce dallo schema rigido delle sue regole che fanno sembrare la scuola che tiene in pugno una dura accademia militare, piuttosto che un posto da cui far uscire bambini e bambine felici.
Questa è la storia di un anno scolastico indimenticabile. L'anno in cui il maestro Biagio Natale trasformò quella classe in un posto dove il compito era quello di imparare a vivere al meglio la propria vita.

Se c'è una qualità che va riconosciuta a Susie Morgenstern è quella di essere una persona generosa della propria energia, delle proprie buone idee, spesso controcorrente.
Qui, in Joker (libro che già si era visto nei Criceti Salani nel 2002 con il titolo Un mazzo di Jolly, illustrato da Mireille D'Allancé, titolo che circolava ancora per Nord-Sud nel 2007), si nasconde dietro il vecchio maestro Biagio Natale cui affida il compito di essere un buon maestro con un progetto di educazione piuttosto originale e molto efficace.
Dall'alto della sua esperienza, è a un soffio dalla pensione che la preside non perde l'opportunità di accelerare per toglierselo dai piedi, Biagio Natale è come la Morgenstern prima di tutto generoso con la sua classe e, didatticamente parlando, con delle grandi idee e con uno sguardo sulla realtà quanto meno singolare, se non geniale.
Sono proprio queste che colpiscono l'immaginario di chi legge. Tanto i bambini e le bambine che un maestro così non lo hanno e invece vorrebbero e meriterebbero di averlo, quanto gli adulti co-lettori che patiscono nel vedere bambini e bambine 'bloccati' in una scuola non sempre all'altezza del compito.
Ed è per questo che Joker potrebbe rappresentare uno spunto di riflessione, o meglio ancora, un punto di partenza per ampliare la visuale di maestri e maestre che hanno voglia di mettersi in gioco, acchiappare idee nell'aria e trasformarle in esperienze educative, di crescita, per i bambini e bambine cui fanno scuola.
Insomma, un'altra carta da giocare per tutti costoro.
La generosità, sembra voler dire la Morgenstern, è l'unica chiave per vivere bene e per vivere appieno. Dopo un anno scolastico con Biagio Natale, che ama tanto fare regali - è lui stesso a dichiararlo nel primo giorno di scuola - la classe ha imparato che a non giocarsi i jolly, a tesaurizzarli per non si sa quando, per non si sa quale momento migliore, si perdono tante buone occasioni per fare cose, compresa quella di essere un po' anarchici per guardare la realtà da una prospettiva non convenzionale, non prestabilita.
Che può solo far bene.

Carla




mercoledì 14 ottobre 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ESTATE IN CUI TUTTO CAMBIA

 

E’ un’esperienza comune, quella delle vacanze estive passate, magari con amici e parenti, sempre nello stesso posto, sedimentando abitudini: chi va a cavallo, chi studia i pipistrelli, chi si prepara per una prova importante.

E’ quello che succede alla famiglia londinese descritta da Meg Rosoff nel suo ultimo romanzo, ‘Un attimo perfetto’, pubblicato da Rizzoli: ci sono i due genitori, quattro figli e una coppia di cugini trentenni del padre. Le lunghe vacanze nella strana casa al mare, dipinta di color pervinca, è fatta di abitudini, di rituali, di una tranquilla circolazione di affetti: Mal e Hope, i due trentenni, stanno per sposarsi e questo accende di nuovi impegni le giornate rilassate della vacanza; in più arriva la notizia che presto li raggiungeranno i rampolli di una facoltosa conoscente, madrina di Hope. E qui finisce la tranquillità. 
Kit e Hugo, i due fratelli, diversissimi fra loro, si insediano nella casa; Kit è un diciottenne bellissimo e viziato e intorno a lui si scateneranno passioni imprevedibili. Hugo, invece, è taciturno e solitario, animato da un’evidente avversione nei confronti del fratello. 
A raccontarci la storia è la protagonista, la sorella maggiore che assiste all’innamoramento di Mattie, la bellissima sorella sedicenne, per l’affascinante Kit. Tutto sembra normale, ma non lo è. Kit è un egocentrico e un manipolatore, si diverte a coinvolgere le persone nelle sue trame seduttive. Raggiunta Mattie, comincia a giocare con lei come un gatto col topo, mentre cerca di sedurre anche la protagonista. Gli si oppone solo il fratello, a modo suo, ben consapevole delle capacità distruttive di Kit, che esplodono nel colpo di scena finale, che cambierà la vita di tutti.
Questo romanzo della Rosoff ha non pochi punti di forza: la descrizione dell’ambiguità dei sentimenti, della confusione adolescenziale è rappresentata con estrema semplicità e naturalezza: il conflitto fra pulsioni irrefrenabili e consapevolezza di sé e dell’altro emerge chiarissimo nella protagonista, attratta da Kit, ma nello stesso tempo consapevole di essere una pedina nel gioco perverso del ragazzo. La seduzione è un gioco di sguardi, di inviti e di ritrosie, qui però privi di innocenza. La stessa ambivalenza sessuale, che nell’adolescenza rientra nella confusa ricerca dell’identità, è tratteggiata con sensibilità e intelligenza: la protagonista potrebbe benissimo essere un ragazzo: non ci sono descrizioni fisiche, né passaggi in cui questo sia chiaro, così come il finale svela come Kit sappia giocare con la seduzione a prescindere dall’oggetto del desiderio. 
Nello stesso tempo la descrizione dell’ambiente familiare, degli stessi personaggi, da Alex che condivide con il padre le sue ricerche sui pipistrelli o Tamsin che vive per andare a cavallo, o Mal che vuole diventare, oltre che il marito di Hope, anche un attore teatrale è un affettuoso ritratto di consuetudini e rapporti consolidati. Su tutti loro scorre uno sguardo indulgente, che avvolge di nostalgia il racconto di un’estate familiare, che ha tutta l’aria di essere l’ultima. 
E’ un romanzo di formazione, in cui al centro non ci sono solo le scoperte sessuali ed emotive legate alla passione: è la scoperta del lato oscuro delle persone, della perfidia, del gioco crudele con i sentimenti e le debolezze altrui. Si esplorano i sentimenti che si affacciano prepotenti nella mente adolescente: l’amicizia, l’amore e i legami familiari.
Romanzi come questi, privi di stucchevole sentimentalismo come di compiacimenti erotici, sono una vera boccata d’ossigeno per ragazze e ragazzi intossicati da pessima letteratura. Un modo gentile di introdurli alla grande confusione che è propria della vita vera, in cui crescere significa imparare a discernere e a fare scelte. 
Lettura matura per ragazze e ragazzi sopra i quattordici anni.

Eleonora

“Un attimo perfetto”, M. Rosoff, Rizzoli 2020



lunedì 12 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VIT
 
Il grande Nate e la falsa pista, Marjorie Weinman Sharmat,
Marc Simont, (trad. Laura Bernaschi) 
Il Barbagianni editore 2020
 

NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Io, il Grande Nate, sono un gran detective. Ho appena risolto un grosso caso.

Non sembrava neanche così grosso stamattina quando è iniziato.Io e il mio cane Fango ci stavamo allenando attorno all'isolato. Abbiamo superato Annie e il suo cane Zanna. Abbiamo superato Rosamond e i suoi gatti, abbiamo superato Finley e il suo amico Pip. Poi siamo corsi a casa.
Ho notato un pezzo di carta davanti alla porta."

A penna c'era scritto la parola VIT. Vit? Che cosa poteva voler dire? Sul vocabolario non esiste e allora forse è solo un pezzo di una parola più lunga, come per esempio vitamina. Oppure poteva essere un pezzetto di una parola di un messaggio ancora più lungo. Con l'aiuto di Fango, Nate si mette in cerca, non prima di aver scritto anche lui un messaggio alla mamma, e non prima di aver fatto a pezzetti anche quello. Con un pancake in tasca i due si mettono in cerca e, strada facendo, incontrano amici e un altro importante frammento. i due pezzi di carta combaciano e la frase è completa e piena di senso, INVITO, VIENI A CASA MIA ALLE TRE. Manca solo un dettaglio: a casa di chi? L'intreccio si infittisce perché ora Nate e Fango hanno anche il tempo contato...
Ma il Grande Nate non si perde d'animo e prosegue la sua indagine. Tutti, lungo la strada, hanno completa fiducia nelle capacità del detective Nate. Tutti tranne uno, quel Finley lì che semina false piste. Sarà un caso?


Perizie calligrafiche, studi sui materiali, buona capacità di deduzione, perfetto tempismo e anche questo caso che si presentava complicato, perché corredato anche di falsa pista, si dipana e scioglie come gomitolo al sole.
Mai dubitare del grande detective che è grande perché risolve i casi, perché trova e scopre.
Il Grande Nate è tornato tra noi. Continua a a imperversare nell'isolato intorno a casa sua, continua a nutrire una passione per i pancakes, continua ad avere le amiche di sempre, ad aver un sano timore del cane Zanna e le solite perplessità nei confronti di Rosamond e della sua schiera di gatti neri. 
 
 
Se le ragazze subiscono il suo fascino, non altrettanto capita a Finley uno spilungone dagli occhi sottili che, per quanto Pip cerchi di convincerlo dell'imbattibilità del Grande Nate, decide di sfidarlo sul suo stesso terreno: l'indagine poliziesca.  
Il caso, sebbene si presenti di non semplicissima risoluzione, un po' più macchinoso dei primi due usciti a luglio, per di più complicato da false piste e vere invidie, continua comunque a essere alla portata dei suoi giovani lettori.
A parte questo, il piacere più grande sta nel ritrovarsi tra 'vecchi amici'. Riconoscere i personaggi, certe routine, come quella dei pancakes o dei bigliettini alla madre, che si modificano solo di poco per piccole varianti legate al diverso contesto. Piacevole è anche vedere come, accanto al gruppetto di base delle due amiche e dei loro animali, la piccola banda di quartiere si arricchisce di nuove entrate, anche se non propriamente simpatiche (ma ci vuole pur qualcuno che si immoli e faccia il 'lavoro sporco'). 
 

Altrettanto piacevole è constatare che l'ironia sottile dei primi due episodi è rimasta intatta. Il Grande Nate continua ad avere un'alta concezione di sé, ad essere attratto da Annie e impensierito da Rosamond, cosa che lo rende amabile e buffo. Amabile e buffo è anche il suo modo di ragionare a voce alta. Frasi brevi e lapidarie, che da un lato fanno sorridere e dall'altro permettono la lettura anche dei meno forti sul campo e, se lette ad alta voce, ne scandiscono il ritmo bello sincopato. 
"Grazie del grazie", "zanna di Zanna", sono due piccole perle.
 
 
Della grandezza della Marjorie Weinman Sharmat si è già detto altrove, peraltro.
E su tutto questo si diffonde ancora una volta il disegno di Marc Simont. Un gigante alle matite. Sul fatto che disegni di questo tipo siano una gioia per gli occhi mi pare dato incontrovertibile. Basterebbe solo guardare come ritrae i cani in movimento, come disegna espressioni e posture di animali, bimbetti e bimbette che discutono agli angoli della strada o sui gradini di casa.
 
Carla



venerdì 9 ottobre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

TUTTO IN UN DECIMO DI SECONDO

La filosofia, a quanto pare, riesce ad accendere fiammelle d’interesse, come mai nel passato. Si sono visti molti tentativi, non sempre riusciti, di avvicinare i più giovani a questa disciplina.

Ora ci prova Daniele Aristarco, ex insegnante, autore e divulgatore, formatore, con un libro il cui titolo è nei fatti un proclama pedagogico: ‘Corso di filosofia in tre secondi e un decimo’, pubblicato da Einaudi Ragazzi. 
Il decimo di secondo è il più importante di tutti, rappresenta il momento in cui si comprende intimamente ciò di cui si sta discutendo; è l’insight, ovvero l’intuizione così come l’ha descritta Köhler, o più filosoficamente, la meraviglia, lo stupore ben noti attraverso la citazione platonica dal Teeteto.L’assunto di Aristarco è che si può parlare di filosofia, o meglio fare filosofia, senza un corposo background, ma affrontando diverse tematiche col il metodo socratico della maieutica, il racconto, l’analisi di domande fondamentali che stanno ben piantate nella testa di ragazze e ragazzi.
 

Il libro, molto agile e con una scrittura discorsiva, prevede nove lezioni, e una decima di congedo, in cui si affrontano questioni davvero molto impegnative, dall’etica all’estetica, dall’ontologia alla politica, che girano attorno a domande come ‘chi sono io’, ‘a che serve l’arte’, ‘perché si muore’ e così discettando. Le risposte sono articolate in due momenti: una, da ‘tre secondi e un decimo’, è essenzialmente una citazione efficace di un autore; l’altra è più articolata e può servirsi di parti narrative e altre esplicative.Mi è sembrato particolarmente interessante il percorso dedicato all’identità, concetto all’apparenza assai chiaro, e chiaro è nella propaganda politica, in realtà sfuggente e problematico come pochi. All’interno dell’esposizione di questo affascinante problema c’è anche un accenno ai principi della logica aristotelica, qui applicati per mostrarne i limiti, ma sarebbe stato bello se si fosse aperta anche quella porta: come pensiamo e cosa conosciamo, tematiche che mi appassionano dalla più tenera età. Molto interessante anche l’esposizione delle ferite ‘narcisistiche’ subite dalla nostra cultura a partire dalla rivoluzione copernicana: non essere, appunto al centro dell’Universo, non essere il frutto di un disegno divino che ci mette all’apice della scala naturae, così come ha dimostrato l’evoluzionismo darwiniano, non conoscere nemmeno tutto di noi stessi, con la scoperta dell’inconscio da parte di Freud. Ne abbiamo parlato spesso e abbiamo mostrato come questa incertezza, questo riposizionamento dell’uomo nel cosmo sia ben lungi dall’essere terminato.Dunque viviamo in un tempo in cui le domande, anche estreme, non solo non sono scandalose, ma sono necessarie per costruire una visione del mondo differente da quella che ha gerarchizzato il cosmo per porre al centro l’uomo, inteso proprio come homo sapiens, maschio e adulto.Un altro grande merito è dato dall’importanza che rivestono le etimologie; la storia, l’evoluzione di una parola sono parte integrante del dibattito filosofico che le riguarda: l’esempio perfetto scelto dall’autore quando parla d’identità parte dalla parola ‘persona’, che in latino indica la maschera teatrale e da cui deriva il termine ‘personaggio’.Leggendo il libro si possono facilmente immaginare le interessanti situazioni che si possono creare in una classe, o in un gruppo di ragazzi e ragazze; ma devo dire che lo vedo più come uno strumento in mano a un adulto, in qualunque contesto operi, che come lettura autonoma da parte dei ragazzi, se non come lettura condivisa, in cui l’adulto svolga il ruolo di ‘mediatore linguistico’.
 
 
I testi sono accompagnati dalle immagini nitide e preziose di Giancarlo Ascari e Pia Valentinis, immagini che in qualche caso sono davvero illuminanti.Bella sperimentazione, cui immagino seguiranno le presenze in classe dell’autore. Le tematiche richiedono un discreto sviluppo logico e consiglierei la lettura a partire dai dodici anni.
 

 
Eleonora

“Corso di filosofia in tre secondi e un decimo”, D. Aristarco, immagini di G. Ascari e P. Valentinis, Einaudi Ragazzi 2020




 

mercoledì 7 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FIANCO A FIANCO

 
Lupo e Orsa, Daniel Salmieri (trad. Loredana Baldinucci)
Il Castoro, 2020
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

 
"Era una notte senza vento e fiocchi di neve lucenti scendevano fra gli alberi nella foresta. Orsa era uscita per una passeggiata quando vide spuntare qualcosa nel bianco scintillante. 
Nello stesso momento, Lupo era uscito per una passeggiata, quando vide spuntare qualcosa nel bianco scintillante."
 
 
Dopo pochi passi sono uno di fronte all'altra e si riconoscono, l'uno come lupo e l'altra come orsa. Parte un dialogo tra loro. Nessuno dei due si è perso, entrambi sono lì per la stessa ragione: fare una passeggiata nella neve. L'orsa per per gustare il silenzio del bosco quando nevica e il lupo per sentire il freddo sotto le zampe e la neve fresca che sotto il suo peso scricchiola.
 

Fare della strada assieme, acuire i sensi e godere del freddo. Una annusatina ai tronchi, uno sguardo verso i fiocchi che scendono, e sul loro percorso il volo di una civetta -bianca delle nevi. Fermatasi su un ramo, li osserva e loro guardano lei, passandole sotto. L'arrivo alla radura ghiacciata, in primavera un lago pieno di pesci. Attraverso lo strato di ghiaccio si può ancora vedere il loro sonno nell'acqua.
Ora di tornare per entrambi: l'uno a inseguire i caribù con il suo branco, l'altra a dormire nella grotta con la sua famiglia.
Le loro strade si allontanano nuovamente e con il passare del tempo anche la neve lascia il posto al verde tenero della primavera.
Con il disgelo Orsa esce dalla sua tana per una passeggiata...e anche Lupo e tutto può ricominciare.

Uno dei caratteri che un autore può imprimere alla propria opera è il ritmo. E con esso il timbro, ovvero il tono della voce che vuol dare alle parole.

Qui entrambi, ritmo e timbro, sono in accordo, come è naturale che sia in un buon libro. Ed entrambi dimostrano pacatezza di incedere, velatura di sguardo in tutto questo gran bianco diffuso. E tanto mondo comune da esperire.
 

Un dialogo corto, pacato e fatto di poche parole che sembrano quasi ripetersi e tornare su se stesse per due volte.
Una sorta di eco, in qualche modo anche interiore, tanto per Lupo quanto per Orsa in quel loro incedere fianco a fianco si delinea una loro vicinanza di spirito, oltre che di corpo e pelo.
Sono amici e non occorre parlare molto quando ci si intende a tal punto.
Nel cielo offuscato dalla neve che scende, sono due forme, quasi due archetipi, due generi diversi, due anime differenti con intenti affini: una passeggiata di esplorazione nel freddo e nella neve che tutto copre.
Testimoni mute di questa passeggiata quasi silenziosa tra due creature tanto diverse ma anche tanto uguali, nel loro cammino condiviso, sono la civetta e la neve. Il volo dell'una e la caduta lenta dell'altra hanno entrambe il compito di testimoniare e distendersi su un momento di assoluta pace.
 
 
Sono due le cose che rendono speciale questa opera prima (in qualità di autore) di Daniel Salmieri: da un lato una calma e una serenità diffuse e profonde e dall'altro una esperienza dei sensi molto vivace e tangibile.
Un oggetto da mettere davanti agli occhi dei bambini per far intendere loro cosa significhi essere in armonia con il mondo. Altrimenti detta, questa armonia, la capacità che ognuno ha con la propria identità di convivere in pace da chi è altro da sé. Qui il giovane lupo e la giovane orsa sono due entità ben diverse eppure sanno essere anche così affini nell'atto di esplorare ciò che hanno intorno. La grande bellezza sta nel fatto che sanno farlo scegliendo con gioia di essere insieme.
In questo senso, il disegno di Daniel Salmieri porta lo sguardo a percepire in modo quasi inconsapevole la compenetrazione di corpi e intenti: la copertina parla molto chiaro. Ma nella copertina la fusione è già avvenuta, mentre è nelle prime due o tre pagine che il disegno segna le tappe di un percorso di avvicinamento inequivocabile.
Per poi disgiungersi nuovamente e quindi riconquistare la propria identità totale e - sul finale - di nuovo ripartire per un altro incontro. Non è forse questo l'unico sistema che ci è dato per conoscere noi stessi e gli altri?
Una storia che ci avvolge e si avvolge.
 

Piena di cambi di prospettiva: bella bella.
 
Carla

 

lunedì 5 ottobre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

CHE MOSTRO E’ QUESTO?!


 
Sembra, a un primo sguardo, un normale libro sui mostri, di quelli che in questo periodo appaiono in libreria in attesa di Halloween. 
‘I mostri. Le avventure della scienza’, di Carlyn Beccia, pubblicato da Sonda, non lo è; è un geniale libro di divulgazione che proprio da lì, dall’attrazione provata da bambini e bambine nei confronti di mostruosità di tutti i tipi, parte per raccontare con il giusto livello di approfondimento diversi aspetti della scienza; il tutto raccontato con senso dell’umorismo, che alleggerisce le spiegazioni più complesse. 
Dunque, si parte dal cuore di tutta la faccenda, la paura: la giovane autrice ne spiega la fisiologia e la funzione evolutiva, come primordiale strumento di sopravvivenza in caso di pericolo. Chiarito questo punto, inizia una carrellata di mostri famosi, cui viene dedicato un capitolo per ciascuno. L’esposizione delle caratteristiche di ciascun mostro diventa lo spunto per parlare non solo della storia di quella creatura fantastica, ma anche e soprattutto per affrontare temi scientifici attinenti alle gesta della creatura di cui si sta parlando.
Si comincia con Frankenstein, per parlare, così, di elettricità e di esperimenti per far tornare in vita, con essa, vari animali, con risultati a dir poco deludenti. Di esperimenti crudeli è tappezzata la storia della scienza, che sull’altare della conoscenza ha spesso immolato numerosissime cavie, come nell’ingegneria genetica, di cui si dovrebbe parlare molto di più. 
Il conte Dracula, invece, rappresenta l’occasione di parlare di una fitta galleria di creature fantastiche che l’hanno preceduto e, alla fine, per capire come stanno davvero le cose, si parla di circolazione sanguigna e di animali che sono dei veri vampiri.  
 
 
E, così, di seguito, la nostra Carlyn ci parla di zombie, e di quello che realmente succede ad un cadavere, di King Kong, del Kraken, di Big Foot e del più grande di tutti, Godzilla. 
Le curiosità su queste creature fantastiche sono moltissime; le storie che li raccontano spesso affondano le radici in fenomeni reali, osservazioni compiute, cui si è attribuito un senso diverso e che col tempo sono diventate leggenda. Spesso il confine fra questa produzione immaginifica e la scienza non è così netto come sembrerebbe. Conoscere come sono nate queste leggende aiuta sicuramente a relativizzare, a guardare con occhio critico, e meno impaurito, a queste creature.
Smontare i mostri nelle loro singole componenti, reale, fantastica, letteraria, li rende maneggiabili anche dai più paurosi; nello stesso tempo ciascuno di questi personaggi diventa lo spunto per parlare di lupi e di predatori, di polpi e della loro intelligenza, di orsi, di dinosauri e di leggi della fisica, che rendono implausibili, per non dire impossibili, le prestazioni attribuite a questa o quella creatura. Le assunzioni implicite in questo approccio sono due: si può parlare seriamente di tutto, anche di quello che sembra assurdo; ma questa analisi è razionale e cerca di separare i dati di fatto dalle impressioni e dalle leggende. 
 
 
Serpeggia molto illuminismo in questo libro, ed è un gran bene in un mondo che tende a credere a chi ripete tante volte una bugia fino a farla diventare vera. Il lume della ragione aiuta a scostare il velo della superstizione, a distinguere fra leggenda e ricerca scientifica, senza per questo perdere il sorriso e la consapevolezza che sappiamo meno di quanto vorremmo.
Il libro di Carlyn Beccia  è un libro corposo, con un linguaggio rigoroso e divertente nello stesso tempo. Le immagini , della stessa autrice, sono in perfetta sintonia con l’ironia del testo. E come ogni buon libro di divulgazione, finisce con pagine di bibliografia, il glossario e i riferimenti del caso. Davvero un libro ben fatto, originale e con un’idea di partenza a dir poco geniale.
Per lettrici e lettori avidi di conoscenza, a partire dai dieci anni.

Eleonora

“I mostri. Le avventure della scienza”, C. Beccia, Sonda edizioni 2020



 

venerdì 2 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA TERRA È NOSTRA MADRE
 
L'ultimo dei Comanche, Nathalie Bernard 
(trad. Claudia Romagnuolo) 
La nuova frontiera, 2020
    
 
NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"Una colonna di uomini è appena comparsa sulla cresta della montagna.
Se ne stanno fermi e non riusciamo a capire quanto siano numerosi. Un brivido mi corre lungo la schiena ma non mi muovo, non riesco a distogliere lo sguardo dal gruppo di uomini a cavallo che inizia a scendere di volata il pendio... Non hanno trombe né giubbe blu, indossano cappelli flosci e si precipitano a testa bassa verso il nostro accampamento."   

Questo è il preciso momento che nella vita di questo giovane Comanche, Kwana, il Profumato, e del fratello minore, Pecos, segna un punto di non ritorno. Il suo accampamento sta per essere distrutto e bruciato, suo padre, il capo Nokoni sta per essere ucciso, e sua madre, una donna bianca Comanche da quando era bambina, sta per essere rapita dai ranger. Per le tribù indiane, sono quasi più pericolosi dei soldati dell'esercito regolare. L'ultima parola che la madre urla ai due ragazzi, prima di essere portata via insieme alla figlia che tiene in collo, è Scappate! Loro fuggono, sui loro cavalli attraversano sentieri di una regione che conoscono meglio di chiunque altro. Si lasciano dietro tutto: l'infanzia, la pace, la comunità e vanno verso l'ignoto. L'obiettivo è quello di non stare più soli, ovvero di raggiungere altri Comanche nell'accampamento invernale. Le capacità di Kwana, d'altronde è il figlio di Capo Peta Nocona, il capo dei Nokoni, gli Erranti in lingua Comanche, sono indiscusse e lui e suo fratello raggiungono il resto della tribù. Ma l'accoglienza non è come loro la immaginavano. Questa è la storia di un giovane Comanche, tredici primavere, che cavalcando attraverso un territorio che fino all'arrivo dei Bianchi era sconfinato, diventerà un uomo, un guerriero, un capo, un padre. La sua vita sarà la sua lotta per salvare la sua cultura e il suo popolo contro l'inarrestabile strapotere dei coloni americani.È la storia epica di un eroe a cavallo, ma è anche la storia dei nativi americani e della loro triste fine.

Sono queste le due tracce interessanti da seguire: in una direzione si delinea il destino di un popolo, mentre nell'altra assistiamo alla costruzione di un uomo. Quindi un po' romanzo di formazione e un po' testimonianza, visto che la storia che racconta Nathalie Bernard è basata su un fatto e su personaggi davvero esistiti. Quanah Parker (è il suo ultimo nome), nato Comanche con il nome di Kwana, il giovane protagonista è figlio di un capo Comanche e di una donna bianca, Cynthia Ann Parker, che all'età di nove anni era stata rapita dagli nativi, diventata poi parte della tribù dei Nokoni e una delle mogli dello stesso capo Peta Nocona.La storia di questa donna indiana, ma dalla pelle chiara e dagli occhi grigi, è sempre stata oggetto di racconti e film. La sua storia personale dai contorni leggendari, che la vede passare dal mondo dei coloni a quello dei Comanche per poi ritornare, nuovamente rapita dai ranger, a quello d'origine ha sempre destato interesse e curiosità. La Bernard però la lascia sullo sfondo, anche se il suo sguardo, il suo spirito e il grande vuoto che lascia nel cuore dei due figli maschi, occupano spesso le pagine del romanzo. E' sempre lei che, in qualche modo, anche se ormai sparita da anni, spinge suo figlio a compiere l'ultima e struggente 'esplorazione' nei territori dei coloni bianchi, a conoscere la sua famiglia bianca, prima di tornare alla propria famiglia pellerossa. Quanah non la dimentica mai e fino all'ultimo ne segue le tracce. Forse in cerca di un senso ultimo da dare alla propria esistenza. Scrivere ancora su di lei non era ciò che Nathalie Bernard voleva fare, ma occuparsi invece di quel ragazzo, Kwana appunto, che le è a fianco in una delle foto di repertorio che la ritraggono, le suscita curiosità e interesse. Usa tutto quello che di lui si sa per costruire un solido telaio intorno a cui la trama di questo romanzo di formazione prende forma e colore.Tra i punti fermi c'è ovviamente la Storia quella con la maiuscola, quella che riguarda ciò che di terribile accadde nella seconda metà dell'Ottocento nelle grandi pianure americane. Questa è storia nota. Tuttavia non è mai una occasione persa andarla a raccontare ancora e ancora. Visto come sono andate poi le cose.La forza del racconto sta proprio in questa continua osmosi tra le avventure e disavventure personali di un giovane capo tribù e quelle collettive di un popolo allo stremo. Pagina dopo pagina si passa dalla bellezza e la potenza di un territorio, evocate sapientemente, alla durezza degli scempi e dei saccheggi perpetrati dai coloni, raccontati anch'essi con uguale partecipazione. In tutta questa forza solo un elemento appare disarmonico e chissà che non dipenda semplicemente dalla traduzione. Il timbro, che più di una volta la scrittura assume, ricorre con troppa disinvoltura a un lessico colloquiale, anche un po' stereotipato, e facendolo non sempre rispetta e tiene conto del contesto e della 'voce indiana' che racconta. Suonano stonate, in bocca a un Comanche, parole come 'menadito', o locuzioni come 'in men che non si dica' o 'in barba a ogni pronostico'. E dubito che mai un Comanche, anche se intimorito dalla loro mole, abbia potuto pensare o chiamare i bisonti 'mostri'. I mostri, sono cose da 'visi pallidi'!

Carla


Noterella al margine: copertina che rende merito alle grandi pianure, ai colori di quella terra e al senso ultimo di ogni buona storia dedicata ai nativi americani. Va bene, è Tom Haugomat. Non potrebbe essere diversamente.