mercoledì 21 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA BUONA IDEA

Una buona ragione, Matteo Razzini, Beatrice Zampetti 
Zoolibri 2021 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"E' sempre la stessa storia: il solito pensiero non mi fa prender sonno. 'Sono stanco di svegliarmi così presto per andare a scuola. Non è giusto!' 'Che cosa hai detto?' chiede la mamma. 'Ho detto che domani non posso andare a scuola!' 'Dammi una buona ragione e potrai restare a letto' replica la mamma." 

E così parte la sfida. Ogni giorno lui ci prova. 
Prima la malattia contagiosa, quindi il rimpicciolimento (idea probabilmente ispirata alla triste vicenda di Triclinio o alla perniciosa restringite della signora Sporcelli), poi la pietrificazione e via andare per sette lunghe mattinate, il piccolo asino blu tenta in ogni modo strade diverse per convincere sua madre che per lui è proprio impossibile andare a scuola. 
Fino al momento in cui, all'ottava mattina un silenzio insolito lo circonda. 
Peccato, che nessuno venga a constatare quale è stato l'ultimo guaio che gli impedisce di vestirsi, lavarsi e poi uscire... per andare tutti a scuola o al lavoro, non fa differenza... 

Il 19 settembre anche le ultime due regioni hanno spedito i loro bambini a scuola: la Val d'Aosta e la Sicilia. Non c'è più scampo neanche per loro. 
Tutti devono alzarsi presto, devono lavarsi, vestirsi, fare colazione, prendere cartelle o zaini e mettersi in marcia.
 

Diciamo la verità: la fatica sta tutta nel riprendere il ritmo, perché la voglia di rivedersi con amici e compagni - almeno al principio dell'anno scolastico - ha tutto un suo fascino. 
Quando arriverà l'inverno e tutto sembrerà più faticoso, allora sì che molti bambini cominceranno la loro politica recalcitrante e quindi potranno prendere ispirazione dalle sette soluzioni dell'asino blu. 
Il tono scanzonato di questo breve e divertente piccolo repertorio di scuse, o meglio di buone ragioni, è nel DNA di Matteo Razzini. 
A lui piace non prendersi troppo sul serio, a lui piace esagerare e scrivere storie che abbiano una voce, una voce forte, dentro. 
Questo, come già altri suoi libri, dimostra di avere un suo potenziale nell'essere messo in scena. Costruito sulla ripetizione, quindi con uno schema narrativo semplice semplice che anche a piccolissimi diventa gradito, in qualche modo porta in sé una sorta di crescendo, viste le ragioni sempre più folli che l'asino blu mette in campo, è fatto di soli dialoghi. Un tentativo divertente da parte del piccolo, al quale come un boomerang torna indietro sempre la stessa risposta: NO! Sempre perentoria, a giudicare dalle due lettere, la N e la O, belle grandi e scandite e seguite dall'immancabile punto esclamativo. 


Quel No è lì su ogni pagina ed è a un passo dal diventare un ritornello. Quale bambino vorrà sottrarsi, una volta capito il meccanismo, dal ripetere il no in un coro estemporaneo? 
Ed ecco che da un libro uscito dalla testa di Matteo Razzini, si genera un canovaccio per uno spettacolo, una narrazione pubblica e condivisa. Questo è nel suo stile. 


C'è da credere che il limite delle 32 pagine e dei 7 giorni che sono il confine di questa storia, possa essere valicato con grande gusto durante le sue narrazioni orali. E c'è da credere che alle 7 buone ragioni, la sua vulcanica testolina ne aggiunga almeno altrettante, ad uso e consumo dei suoi spettatori. 
Così come la potenzialità orale, una sorta di fremente voce di sottofondo che attraversa e dà movimento al racconto, altrettanto sembra voler essere l'illustrazione di Beatrice Zampetti, che non si accontenta di mettere in scena i tre + uno protagonisti principali, ma li moltiplica - appena può - sulla pagina: lo stesso asino svogliato - specialista in bolle di moccio dal naso - compare enne volte nelle sue diverse posture, sempre più annoiate, per esempio ai piedi del suo letto: gambe su pancia all'aria, gambe giù pancia sotto, gambe in giù pancia in su braccia conserte, gambe larghe e braccia larghe sbadiglio scomposto.




Ma, come se non bastasse, laddove pensa di potersi ritagliare altro spazio senza per forza trovarsi vincolata dalla storia, ossia nei risguardi, mette in sequenza un'intera squadra di asini blu che fanno cose; non importa se grandi, piccoli, vecchi, nuovi. 

Carla

lunedì 19 settembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DALLA PARTE DELLE VITTIME


‘I delitti di Whitechapel. Il mistero di Jack lo Squartatore’, scritto da Guido Sgardoli e Massimo Polidoro, da poco pubblicato da De Agostini, rivela un approccio originale alla storia, terrificante e affascinante insieme, di Jack lo Squartatore, l’assassino seriale che terrorizzò Londra nel lontano 1888.
L’originalità sta non tanto nel fondere insieme solide basi storiche con un’invenzione letteraria, strada già percorsa da altri; quanto nell’impostare la narrazione dal punto di vista delle vittime.
Anche la protagonista, Sybil Conway, è realmente esistita, anche se con un nome diverso; rappresenta il filo conduttore, attraverso le indagini che compie dopo l’omicidio della madre, che porta il lettore e la lettrice nel pieno della ricostruzione dei delitti efferati compiuti nell’East End di Londra. Pagina dopo pagina ci si avventura nei bassifondi della capitale inglese, si incontra la varia umanità che lì vive, o meglio tenta di vivere, fra lavori umili, bettole malfamate, delinquenti di tutte le risme e prostitute. Questa ricostruzione, accurata e dettagliata, che ha utilizzato, fra l’altro, le ricerche di Hallie Rubenhold, permette di capire due cose: l’ambiente in cui era possibile, per un criminale a caccia di vittime, incontrare persone che, vivendo ai margini della società, dormendo spesso all’aperto, erano facili prede; e, cosa non secondaria, l’ostilità e il disprezzo che circondavano le vittime, a torto o a ragione considerate prostitute e per ciò stesso in qualche modo considerate degne della terribile fine che le aspettava.
Nel romanzo di Sgardoli e Polidoro questo aspetto viene spesso sottolineato attraverso lo sguardo indignato della protagonista, Sybil, che conduce le sue ricerche proprio per comprendere la vita della madre, Catherine Eddowes, fra lavori precari, accattonaggio, alcol. Ridare dignità alle vittime è la sua missione, intrecciata a quella, ben più pericolosa, di individuare il colpevole di quelle uccisioni.
‘(Sybil) aveva scoperto che le donne, nel mondo degli uomini, erano considerate ancor meno di quanto pensava, e così i bambini, visti il più delle volte come forza lavoro. I poveri venivano bollati senza appello fannulloni, criminali o alcolizzati, a seconda della convenienza. Un mondo spietato e senza regole se non quelle che i ricchi e i potenti confezionavano a loro uso e consumo. Un mondo nel quale lo Squartatore si muoveva a proprio agio, con abilità, sfruttando a proprio vantaggio quelle regole o la mancanza di esse.’
Non si può far a meno di indignarsi, pensando al disprezzo, alla disumanizzazione che le vittime, già oltraggiate da una morte atroce, subivano da parte di una opinione pubblica perbenista.
Interessante e meritorio aver raccontato una storia così nota da un’angolazione originale, sapendo bene che il pregiudizio sulle vittime non è proprio solo dell’epoca vittoriana, ma vive tuttora nei pregiudizi che riguardano, ad esempio, i casi di violenza sulle donne. Quel ‘se l’è cercata’, che spesso viene detto a mezza bocca, raramente smentito.
‘I delitti di Whitechapel’ è quindi un accurato ritratto di un’epoca, la Londra vittoriana di fine Ottocento, con tutte le contraddizioni e le miserie morali e materiali che spesso ci sono state raccontate. Può essere proposto a ragazzi e ragazze di almeno tredici, quattordici anni che abbiano uno sguardo non banale sulla storia e sulla cronaca. Ma può senz’altro piacere anche al pubblico adulto, interessato a un nuovo punto di vista sul mistero intramontabile di Jack lo Squartatore.

Eleonora

“I delitti di Whitechapel. Il mistero di Jack lo Squartatore”, G. Sgardoli e M. Polidoro, De Agostini 2022




venerdì 16 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E VISSERO FELICI E RIDENTI 

La famiglia Porelli, André Bouchard (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 6 anni) 

"Presto sarà Natale! Come i fiori a primavera, da ogni parte spuntano i falsi Babbi Natale. E' risaputo, infatti che il vero Babbo Natale vive al Polo Nord, in un palazzo di ghiaccio. Se abitasse nel quartiere, si saprebbe! I falsi Babbi vanno a lavorare in città, dove per pochi soldi fingono di essere quello vero. Spesso stazionano nei grandi magazzini, dove attirano i bambini che ci si perdono assieme ai genitori. Il falso Babbo Natale si riconosce dalla faccia avvilita." 

Il Babbo Natale falso si riconosce anche dallo sguardo cupo e dalla sua incapacità di sorridere, men che meno di ridere. 

© André Bouchard

Esattamente come capita anche a tutti gli adulti del quartiere. Anche loro, come papà e mamma Porelli che passano il loro tempo a cercare di sfamare le 6 bocche di famiglia, hanno dimenticato come si fa a ridere. Fortunatamente ci sono i ragazzini. 
Carlo, con i suoi fratelli e la sorella Carolina, scorrazzano per il quartiere in assoluta libertà: non è un posto dove le macchine veloci sono solite sfrecciare. 
A dire la verità un adulto sorridente ci sarebbe, il signor Nicola, maestro della scuola del quartiere. 
Il Natale si avvicina a passi da gigante e, nonostante gli sforzi dei ragazzini, tutto sembra avvolto in un manto di cupezza, fino al momento in cui arriva un regalo ben fatto che riesce a spandere allegria diffusa, nonostante un testone si rifiuti di lavarsi le mani... E che Natale sia! 

Dedicato a Dickens, a Marx e a François Ruffin (ognuno indaghi per conto proprio) per far capire al lettore adulto quali direzioni la storia voglia prendere.

© André Bouchard

Verso Dickens per la malinconia diffusa e patente, verso Marx per la verità che si palesa a proposito della pancia piena e verso Ruffin per la sua stoffa di politico e di uomo di satira. 
Un quarto nome importante a cui questo libro poteva essere dedicato è quello di Ken Loach, per il contesto di sottoproletariato spinto. 
Come sempre accade nei libri di Bouchard è il punto di vista che fa la differenza: qui per raccontare il Natale tutto parte da un aspetto piuttosto laterale: il falso Babbo Natale. Sarà capitato anche a voi di vederli, mesti, all'entrata di un grande magazzino e di pensare - se siete di Roma, beninteso: poreeello! 
Per esperienza, credo si possa sottoscrivere ogni parola di quella descrizione che Bouchard ne fa. 
Dunque, porello, nel senso di poverello, il falso Babbo Natale e Porelli i membri della famiglia protagonista. 
Ma in questa storia c'è di più. 
Come già negli altri due titoli di Bouchard, che con grande merito Logos e Glifo stanno portando in Italia, anche in questo caso si mette in moto il consueto quanto divertente meccanismo ironico che nasce dallo scarto di ciò che si vede da ciò che si sente. 
Andare a fare la spesa al mercato, e poi al supermercato e fare merenda nel pomeriggio al parco sono rispettivamente illustrate con un ravanare tra le cassette di legno accumulate fuori da un mercato rionale, tra i cassonetti all'esterno di un magazzino di una grande catena di distribuzione e tra i cespugli di un giardinetto dove una ricca signora in pelliccia tira a dei piccioni pezzi del suo croissant. 

© André Bouchard

E ancora: il quartiere cui si allude e di cui si tessono le lodi per la sua scarsa pericolosità è una baraccopoli con auto senza pneumatici, casupole di ondulato di lamiera, roulotte e vecchi tubi 'abitabili'. Ma al di là di questa relazione forte che tiene insieme immagine e testo, raccontati nel loro ironico smentirsi a vicenda, La famiglia Porelli è piena di tante sottigliezze, molte delle quali sono anche linguistiche. A partire dal titolo che se hai la ventura di abitare a Roma o di frequentare il vernacolo locale, un cognome del genere diventa subito irresistibile. Trovate un romano e chiedetegli di tradurre Poverelli in romanesco e otterrete un poreeelli, detto con la dovuta intonazione commiserevole... 
Magari un milanese coglierà invece una curiosa assonanza/stridore tra Porelli e Pirelli... Chissà. 
Gioca dunque Bouchard con il lessico - e Regattin è bravo a stargli dietro e non perde un colpo - come attestano le materie studiate a scuola: dal fai-da-te all'aritmetica, dalla politica alla saldatura. Come attestano parole perfette come 'avvilito'.
Gioca Bouchard anche con il colore, dando agli adulti mesti che girano per il quartiere un unico colore: il nero su cui il brulicare dei bambini che schizzano di qua e di là spicca parecchio, insieme alle foglie di insalata che escono dalle tasche dei cappotti sdruciti. 
Gioca Bouchard con il colore anche quando lo usa come indicatore 'emotivo' di un crescente benessere, un po' come se fosse il corrispettivo visivo della pancia piena.
 
© André Bouchard

Gioca Bouchard con i dettagli del suo disegno così dettagliato: dal ritratto di una costosa quanto magica Le Creuset rossa, in grado di cucinare a comanda, a un improbabile albero di natale che si tiene su un foratino con due zeppe di legno. 
In conclusione, Natale o no, la sequenza dei libri di Bouchard che Logos sta pubblicando (ce ne sono 2 in arrivo), nell'ambito della Biblioteca della Ciopi in ottima compagnia con altri bei titoli, non possono che rendere felici e ridenti chi vorrà leggerli. 
A natale, ma non solo.

Carla

mercoledì 14 settembre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!

UNA ROSA È UNA ROSA

Ogni tanto è bello fare una passeggiate nel campo sterminato delle domande filosofiche. Fra i diversi libri usciti in questi anni, alcuni dei quali segnalati in questa rubrica, c’è ne è uno che da tempo pensavo di proporre, anche se il tema che tratta è davvero impegnativo: si tratta di ‘Questa non è una rosa. Manuale di filosofia, domande ed esercizi per bambini e adulti curiosi’ che i Ludosofici, alias Ilaria Rodella e Francesco Mapelli, propongono per i tipi del raffinato editore Corraini.
Come il precedente, i due autori prendono di petto quesiti fondamentali nella storia della filosofia: se avevano proposto nel volume precedente la domanda ‘chi sono io?’, ora affrontano il secolare tema del rapporto fra i nomi e le cose, che attraversa la storia della filosofia da Abelardo al novecentesco Circolo di Vienna.
Prima di introdurre il tema, ripropongono in termini diversi le definizioni di ‘filosofia’ per poi passare alla storia delle parole, ovvero all’etimologia, che spesso svela significati nascosti e rivelatori: ad esempio la parola robot deriva dal termine ceco robota che vuol dire lavoro forzato. Quindi gli automi, così amati da Asimov, nascono per essere nostri schiavi.
Ma veniamo al cuore della questione: perché diamo nomi alle cose? Per trasmetterci informazioni, per capirci, per distinguere e identificare gli oggetti. In realtà ogni popolazione attribuisce maggiore o minore rilevanza ad una classe di oggetti, specificandone analiticamente i nomi, come, per esempio fanno in una comunità nativa in Brasile, che utilizza 29 nomi diversi per indicare le formiche.
Ma la questione vera è se il nome è necessario perché la cosa corrispondente esista, ovvero ad essere dotato di realtà è il nome (e il concetto che lo sottende) o la cosa? Se noi non attribuiamo un nome ad un oggetto, questo esiste comunque? Ma se il nome attribuisce realtà alla cosa, allora anche i draghi esistono perché hanno un nome?


Naturalmente non tutti i filosofi hanno dato la stessa risposta al quesito riguardante il rapporto fra nomi ( e concetti) e le cose, fra il soggetto e il mondo reale; Democrito, per esempio, era convinto che i nomi fossero frutto della convenzione di una comunità che si accordava per chiamare cavallo proprio quell’animale lì.
Come vedete ci sarebbe da perdere la testa dietro ai rovelli che hanno impegnato moltissimi studiosi; i Ludosofici sono bravissimi a porre questioni così complesse nel modo più semplice possibile, ponendo al lettore e alla lettrice domande via via più intriganti e inserendo nel testo vero e proprio schede per scrivere le proprie riflessioni.
L’impostazione grafica, che agisce sull’impaginazione e sulla dimensione dei caratteri di stampa, e le illustrazioni di Noemi Vola rendono il libro visivamente vivace, ricco di ‘colpi di scena’, creando un vero e proprio percorso all’interno del pensiero filosofico.


Questo, come il precedente, è un ottimo testo per introdurre i giovani lettori e lettrici a un interessante percorso filosofico, da compiere, magari, insieme a genitori curiosi e disponibili. Per quanto possa essere usato anche prima, proprio per l’uso dell’astrazione che il testo comporta, consiglierei la lettura a partire dai dieci, undici anni.

Eleonora


“Questa non è una rosa”, I Ludosofici, ill. di Noemi Vola, Corraini 2019



lunedì 12 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DEL FARE SQUADRA : GLI STEADS E AMOS 
[II E ULTIMA PARTE] 

Amos Perbacco perde l'autobus, Erin E. Stead, Philip C. Stead 
(trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Amos mise il bollitore sul fornello, dimenticando però di accenderlo. Poi si sedette ad aspettare il suo tè mentre, quasi per caso, si addormentava sulla sedia della cucina. Bip-bip! Amos si svegliò di soprassalto. 'Oh, no!' disse, controllando l’ora, 'arriverò in ritardo al lavoro!' Indossò i suoi stivaletti e il suo cappello preferito e si precipitò fuori." 

 Amos si era addormentato al tavolo di cucina perché la notte, dall'emozione, non aveva quasi chiuso occhio: con i suoi amici aveva in progetto di andare a fare una gita. L'esserci addormentato al tavolo di cucina fu la ragione che gli fece perdere l'autobus. Il numero cinque, quello che lo avrebbe portato diretto allo zoo dove lavora e dove i suoi amici lo stanno aspettando. Tutta la strada la fa arrancando, quanto gli permettono i suoi piedi e il bagaglio che porta con sé : un fascio di ombrelli. Nel correre dietro - invano - all'autobus perde anche il suo berretto e il suo portapranzo. Arrivato allo zoo, non gli resta che raccontare ai suoi amici animali quello che è successo e mentre lo fa uno di loro, la tartaruga, si allontana e prende l'uscita. Amos nel frattempo si appisola sulla panchina, esausto. I suoi amici fanno al suo posto tutti i lavori che avrebbe dovuto svolgere lui e in tal modo, oltre ad aver scoperto che le giornate riservano belle sorprese, forse c'è ancora tempo per salvare la gita... 

[continua dalla I parte] 
E' vero che Amos è un personaggio lento e pacifico però dimostra una volontà di ferro nel rispettare se stesso e il proprio ritmo. E in qualche modo riesce anche a dimostrarsi fedele, seppure con l'aiuto degli altri, nei confronti dei propri progetti. 
In questa sua lenta ma inesorabile attraversata della realtà che abita, la sua direzione è contraria a quella che ha il mondo e i suoi abitanti.
 

In questo senso, se riprendiamo il discorso di Philip circa il suo desiderio di scrivere storie controcorrente, non possiamo che averne conferma: "Con il tempo ho capito che Amos è esattamente il libro che ho sempre voluto fare perché è sovversivo anche se in un modo diverso. L'essere sovversivo si manifesta in quell'essere lento e silenzioso in un mondo che non considera queste qualità, un mondo veloce e pieno di frastuono. 
Amos è il personaggio meno cinico che io abbia immaginato e probabilmente anche di tutto quello che è stato scritto negli ultimi vent'anni. 
Lui è la rappresentazione di come vorrebbe che il mondo fosse e non di come è effettivamente. E capire questo ha segnato una bella svolta nella mia vita di scrittore. Io voglio fare libri in cui racconto come dovrebbe funzionare il mondo, ed è per questo che certi temi ricorrono nei nostri libri.
Dunque mi pare incontrovertibile che Amos, ed entrambe le storie che Philip ha scritto ed Erin ha illustrato,  abbiano un 'quid' che le rende diverse dalla stragrande maggioranza dei libri per bambini. Vediamo perché.
Sono entrambi libri costruiti, di fatto, sul silenzio dei personaggi. A parte Amos, gli altri agiscono, ma non parlano. Tutt'al più ragionano tra sé oppure sventolano un cartello che indica ciò che vogliono esprimere. Pochissime frasi pronunciate da Amos e poi tutto il resto è una voce narrante, capace anche spesso di fare un passo indietro e di tacere per lasciare parlare le matite di Erin. Lo stesso Philip ricorda come nel primo libro avesse messo una cura spasmodica nella scelta dei verbi, nelle concordanze sintattiche, costruendo frasi molto 'canoniche'. Era un po' la paura di sbagliare, ma soprattutto la certezza di non aver ancora trovato una propria voce. 
Se inusuale è questo pacato raccontare di un uomo pacato, altrettanto insolitamente pacato è il tipo di disegno e la palette di colori che usa Erin. 
Lei stessa, nei suoi tre anni di inattività creativa, aveva maturato l'idea che i suoi disegni - così pallidi, così delicati - non fossero adatti a un pubblico di bambini. Nulla è sgargiante in lei. 
Ed ecco che torna il lavoro di squadra: Philip conosce il tipo di segno di Erin e accorda la sua voce a quelle pallide matite. 
Inusuale è anche la tecnica che ha usato in entrambi i libri di Amos; oltre a essere piuttosto complessa nella fase di realizzazione, implica un lungo tempo di gestazione per arrivare a un risultato cromatico unico e inconfondibile, ma decisamente 'attenuato', un po' come se lei creasse le sue tavole con la 'sordina' per attutirne l'impatto visivo.

 
La tecnica che Erin ha adottato per i due libri di Amos implica un lento lavoro di incisione su tavolette di legno, di una loro stampa successiva sul foglio e quindi di un completamento del disegno a matita. 
Queste scelte figurative così insolite, almeno al principio, rendevano insicura Erin - condizione che al principio lei viveva quotidianamente - e anche Neal Porter che, pur riconoscendone l'altissima qualità, temeva un po' per la loro assoluta novità. Forse in cuor suo ha scelto di tirare dritto perché ha scommesso sul fatto che tanto talento, tanto studio, tanta dedizione avrebbero necessariamente portato dei frutti. 
E che frutti.
Fatto sta che quei tre, nel 2010, ci hanno creduto, si sono fidati e si sono aiutati reciprocamente, facendo squadra.
E, come spesso accade in questi casi, tutto è andato bene. 
Non parrebbe qui necessario dover sottolineare i parallelismi che si possono stabilire tra la storia editoriale di questi due libri e le due storie inventate che essi contengono... 

 
Ognuno lo può facilmente fare da sé.
Si direbbe, invece, più interessante sapere, la ragione di questa seconda 'nascita'. Chi ha preso la decisione, a distanza di dieci anni, dopo quel clamoroso successo, di pensare a una nuova storia di Amos Perbacco?  Nessuna idea furbetta a livello editoriale, proprio nessuna (non è nelle corse di Neal Porter al quale piace fare sempre libri diversi...).
Al contrario. Si è trattato, piuttosto, di un'urgenza sociale, nata tra le mura di casa Stead. 
Come allora, così oggi Philip e Erin continuano a pensare che il mondo debba andare in una direzione diversa da quella in cui effettivamente va, e in una intervista su Yarn riguardo questa questione entrambi hanno dichiarato: "In America stanno succedendo cose davvero imbarazzanti e questo ci ha fatto riflettere sul fatto fosse necessario tornare alle atmosfere di Amos, per poter descrivere un mondo opposto a quello che vedevamo fuori. Nel mondo di Amos tutti si comportano correttamente nei confronti degli altri, se qualcuno ha un problema si cerca di risolverlo tutti insieme. Si tratta di un mondo molto semplice, ma dentro il quale tutto succede nel modo in cui vorremmo che succedesse, in contrasto con il mondo reale. C’era anche una forte componente personale, noi avevamo bisogno di passare del tempo con Amos, eravamo noi in primis ad avere bisogno di questa pausa dal mondo reale.
Se da una parte, questo secondo libro ha creato in loro minori timori - in fondo, camminare su impronte già lasciate lungo un sentiero già percorso, ossia disegnare e scrivere con una traccia segnata, è più rassicurante - dall'altra il peso del grande successo riscosso nel 2010, sebbene Erin e Philip non siano più alle prime armi, oggi nel 2022 li spaventa ancora molto perché percepiscono, rispetto al passato,  una pressione molto più forte, che - per paradosso - proprio con quel passato ha a che fare. 
Una tensione che nasce dal confronto e dalle relative aspettative di tutti gli estimatori del primo Amos. 


E' un po' come dire che quei due si sentono chiamati a giudizio, e sentono di avere una precisa responsabilità di non deludere tutti coloro che hanno amato Amos Perbacco con il raffreddore. 
E, attenzione, non siamo stati proprio due o tre... 

Carla

Noterella al margine. A settembre di Erin e Philip Stead si parlerà a Cagliari durante una giornata di formazione propedeutica all'incontro/intervista con i magnifici Steads durante il Festival Tuttestorie, a Cagliari dal 5 all'8 di ottobre.

venerdì 9 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DEL FARE SQUADRA : GLI STEADS E AMOS [I PARTE] 

Amos Perbacco perde l'autobus, Erin E. Stead, Philip C. Stead 
(trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Amos mise il bollitore sul fornello, dimenticando però di accenderlo. Poi si sedette ad aspettare il suo tè mentre, quasi per caso, si addormentava sulla sedia della cucina. Bip-bip! Amos si svegliò di soprassalto. 'Oh, no!' disse, controllando l’ora, 'arriverò in ritardo al lavoro!' Indossò i suoi stivaletti e il suo cappello preferito e si precipitò fuori.

Amos si era addormentato al tavolo di cucina perché la notte, dall'emozione, non aveva quasi chiuso occhio: con i suoi amici aveva in progetto di andare a fare una gita. L'essersi addormentato al tavolo di cucina fu la ragione che gli fece perdere l'autobus. Il numero cinque, quello che lo avrebbe portato diretto allo zoo dove lavora e dove i suoi amici lo stanno aspettando. Tutta la strada la fa arrancando, quanto gli permettono i suoi piedi e il bagaglio che porta con sé: un fascio di ombrelli. Nel correre dietro - invano - all'autobus perde anche il suo berretto e il suo portapranzo. Arrivato allo zoo, non gli resta che raccontare ai suoi amici animali quello che è successo e, mentre lo fa, uno di loro, la tartaruga, si allontana e prende l'uscita. Amos nel frattempo si appisola sulla panchina, esausto. I suoi amici fanno al suo posto tutti i lavori che avrebbe dovuto svolgere lui e in tal modo, oltre ad aver scoperto che le giornate riservano belle sorprese, forse c'è ancora tempo per salvare la gita... 

Mai come nel caso degli Steads, il nome di un autore (ovvero due) appare sempre, ma proprio sempre, legato al titolo di un altro suo/loro libro. Nel 99% dei casi in cui vengono citati i loro nomi, Philip ed Erin Stead, segue: "gli autori del Raffreddore di Amos Perbacco", in originale the authors of A Sick Day for Amos McGee


La storia che segna il loro esordio - in coppia - ha del meraviglioso e il tipo di rapporto che li vede insieme da più di dieci anni su molti libri si riassume nella dedica 'circolare' che compare ne Il Raffreddore di Amos Perbacco, nel 2010, e che si ripete identica a distanza di dieci anni in Amos Perbacco perde l'autobus
Brevemente: entrambi del Michigan, si conoscono al college. Studiano insieme, lui salta le lezioni per parlare con lei, ma lei è troppo timida per rispondere. Lui rimane estremamente colpito dai suoi disegni: 'avevo questo senso di urgenza di conoscerla, perché se una persona disegna così bene, deve valere la pena conoscerla'. Lei introversa all'inverosimile, lui determinato a diventare un illustratore di libri per bambini. Si sposano. E si spostano entrambi a NY in cerca di fortuna: lui ha il suo primo contratto con Neal Porter per un albo illustrato (Creamed Tuna Fish and Peas and Toast), lei lavora in una libreria per bambini, la Books of Wonder. Siamo nel 2007. 
Da un loro comune amico, George O'Connor, Neal scopre che la moglie di Philip disegna molto bene e chiede a Philip di mostrargli 'le sue cose'. Philip è titubante, perché Erin, in una crisi che dura da tre anni, non prende in mano una matita se non per fare piccoli disegni. Uno di questi, un vecchio che gioca a scacchi con un elefante, è sul tavolo di cucina da giorni, in attesa di essere regalato a un amico che glielo ha commissionato. Philip lo prende a sua insaputa, lo scansiona e lo manda a Neal. A Neal piace e li convoca entrambi. Ora Philip ha il compito più arduo, convincere Erin che ce la può fare, e per aiutarla nella decisione in soli 4 giorni scrive il testo di Amos Perbacco. A lei piace, è scritto per lei, e accetta di vedere Neal. A cena, quei tre decidono che c'è abbastanza materia per fare un libro. 
E nel 2010 esce Il Raffreddore di Amos Perbacco. Ha un successo tale che va esaurito già in prevendita. Lo premia il NYT e l'anno successivo arriva la Caldecott. 
BUM! Erin Stead vince la Caldecott al suo primo libro pubblicato. 


Al suo discorso di ringraziamento dichiara: "Philip ha sempre saputo che avrei dovuto fare libri. Io no. Pensavo di essere troppo seria, i miei disegni troppo piccoli e silenziosi per stare su uno scaffale. Questa era una carriera che ammiravo e rispettavo profondamente, ma che sentivo di non meritare. E forse non ce la facevo. È difficile fare libri. Dovrebbe essere difficile farne di buoni. Tutto deve stare insieme così strettamente: le parole e le immagini ...
"Penso che il motivo per cui non ero preparata è perché disegnare per me è davvero difficile. Non che non mi piaccia farlo, ma ci vuole tanto coraggio che non sempre ho... Prima di decidere ostinatamente di smettere di disegnare, ho lavorato in una libreria per bambini, frequentavo la sezione dei libri illustrati della mia biblioteca, insomma ho studiato sempre, anche quando mi formavo per diventare una pittrice, libri ed editoria per ragazzi. Però... Il fine settimana in cui mi sono trasferita a New York, io e Phil abbiamo camminato lungo la 18th Street e siamo entrati in Books of Wonder. Con una mossa insolitamente propositiva, ho chiesto un lavoro a uno staff che sarebbe poi diventato un riferimento per la mia carriera. Tutti questi amici lavorano ancora nell'ambito dell'editoria per bambini e molti di loro sono pubblicati da Roaring Brook Press (Neal Porter), incluso George, che per primo disse a Neal che ero un artista, indipendentemente dal fatto che lo pensassi o meno. Nick Bruel, Jason Chin, Julie Fogliano, George O'Connor e altri sono tutti amici diversi, stimolanti, divertenti e premurosi. Mi hanno fatto sedere con una pila di libri illustrati e mi hanno insegnato a venderli. Discutere e leggere con questi colleghi è stata la migliore educazione che abbia mai avuto. Tutti loro hanno incoraggiato me e Philip e ci hanno aiutato lungo la strada.


Ed ecco che la squadra si è formata. 
Le storie che Phil ha scritto per Erin, in particolare la prima, sono congegnate in modo che a lei venga naturale illustrarle, ossia sebbene in Amos sia nata prima la storia e poi le illustrazioni, è pur vero che la storia è stata scritta con in testa il tipo di disegno di Erin. Questo fa sempre emergere una grande armonia di fondo tra illustrazione e testo, che poi è una delle chiavi di volta della buona qualità di un albo illustrato. 
L'unico suggerimento che arriva da Neal Porter e dalla sua sconfinata esperienza a Philip ancora un po' alle prime armi nella scrittura, consiste in un consiglio: aggiungere una frase per far capire che tipo sia Amos. E Philip scrive queste parole: "Poi si rivolgeva alla zuccheriera dicendo: 'Un cucchiaino per i miei fiocchi d'avena, per favore, e due per il mio tè"
D'altronde anche un editor se conosce il suo mestiere, fa lavoro di squadra con i suoi autori... 
Tornando alla piccola squadra di base, i due Steads, e in particolare al loro lavoro per Amos Perbacco è ancora Erin che racconta: "Philip ha scritto la storia di Amos McGee appositamente per me. Quando mi è stata mostrata la prima bozza su un bloc notes, non ci sono stati dubbi. Mi ha fatto molto piacere incontrare quei personaggi. Li ho sentiti subito come amici che conoscevo da molto tempo. Ma ogni personaggio sembrava anche un'estensione di me"
Si guardi il pinguino, per esempio. 


Continua Erin: "Nessuno mi conosce meglio di Phil. Quindi, quando scrive una storia appositamente per me, sono in grado di disegnare in modo naturale. Sono molto fortunata. Ci conosciamo da quando avevamo 16 anni e ancora oggi lavoriamo su due diverse scrivanie in uno studio comune. Phil è il mio miglior critico e niente lascia lo studio senza la sua approvazione. Una volta impostata una storia per me, mi permette di entrare nel processo di scrittura e cambierà un testo in base a ciò che sto disegnando. Amo lavorare ai libri in squadra"
E a ben vedere, il discorso si potrebbe allargare anche per i due libri illustrati sui testi di Judie Fogliano. Ma questa è un'altra storia. 
Se Erin riconosce parte di sé nei personaggi di Amos Perbacco, Philip, che è stato naturalmente assimilato ad Amos stesso, è certo di non corrispondergli poi tanto. Non ha quella calma e quella inconfondibile flemma di Amos.
 

Pur tuttavia, ragionando, a posteriori, su questo vecchietto lento e pacifico, Philip ha capito che esso incarna il suo ideale di personaggio, ossia qualcuno che abbia ha la forza interiore di andare controcorrente, di procedere con ostinazione in direzione diversa da quella che ha preso il mondo. In qualche modo di essere sovversivo. 
Amos - apparentemente - era differente dalle sue passioni letterarie. Philip è sempre stato attirato da libri insoliti (per intenderci considera il capolavoro di Sendak, In the night kitchen)  lievemente urticanti: il suo autore di culto è Edward Gorey. 
Pensa che ogni buona storia debba contenere al suo interno un qualche piccolo conflitto, qualcosa che crei attrito. E all'inizio della sua carriera pensava di scrivere storie così e poi è arrivato Amos: la pace fatta personaggio. 
Eppure...

[continua]

Carla

Noterella al margine. A settembre di Erin e Philip Stead si parlerà a Cagliari durante una giornata di formazione propedeutica all'incontro/intervista con i magnifici Steads durante il Festival Tuttestorie, a Cagliari dal 5 all'8 di ottobre.

mercoledì 7 settembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA TEMPESTA PERFETTA


L’epidemia del coronavirus è stata una tempesta perfetta, una tempesta sanitaria, in primo luogo, ma anche sociale. Nei libri per ragazzi se ne parla poco, anche se sappiamo per certo che questi anni incerti lasceranno il segno. Un romanzo che parla proprio della prima fase, la primavera del 2020, e lo fa dal punto di vista dei più giovani è ‘Ti aspetterò alla fine del mondo’, scritto da Francesco Fadigati per le Edizioni San Paolo.
La storia riguarda un ragazzo, Nic, un giovane liceale, chiuso in casa e costretto ad una finta presenza scolastica garantita dalla Dad, il cui unico sfogo sono un sacco da box e la musica rock.
Non ha un bel rapporto con la scuola e nemmeno con il fratello minore. I genitori sono separati e il lockdown complica tutte le cose, chiudendo le persone in casa e impedendo ai ragazzi e alle ragazze qualsiasi tipo di socialità.
Ci si mette anche l’insegnante d’italiano, che impone un lavoro di gruppo, del tutto virtuale, sui primi due libri dell’Eneide. Nic non l’avrebbe preso in considerazione se del gruppo non facesse parte Chiara, la ragazza di cui è segretamente innamorato. Purtroppo, non ha studiato affatto, ma un incontro casuale risolve la situazione: nei suoi vagabondaggi clandestini (non si potrebbe andare in giro), incontra un ex insegnante, Filippo Grandi, che di buon grado l’aiuta a comprendere il senso dei versi di Virgilio.
La vita in quei giorni non molto lontani, ma che vorremmo dimenticare, è complicata e dolorosa: uno zio di Nic contrae il virus e viene ricoverato in ospedale; anche la mamma si ammala, meno gravemente; così Nic e il fratello si trasferiscono dalla zia Nives. I giorni di quarantena servono ai due fratelli per scoprire la zia e il misterioso cugino Carlo, che in realtà, grazie al suo impianto stereo e alla collezione di ‘lp’ conquista, da lontano, il cuore di Nic.
Ovviamente anche il rapporto con Chiara si complica, ma grazie ad un romanzo, scritto tempo prima da Filippo Grandi e proposto in lettura alla classe, molti nodi si sciolgono e il dolore, qualunque sia la sua forma, può essere affrontato.
Molte, forse troppe, le tematiche messe in campo in questa storia; due di queste spiccano in modo particolare: una, più diretta, riguarda meritoriamente la pandemia vista con gli occhi dei ragazzi: lo straniamento, la lontananza, la difficoltà, che è stata di tutti, ad affrontare le paure e le incertezze di questi anni del tutto lontane dall’esperienza comune. La seconda riguarda il lutto e la sua indicibilità, ma anche la possibilità di affrontarlo e superarlo grazie alla vicinanza delle persone più care.
Mi sembra importante che si cominci a ragionare sugli effetti perversi che la situazione straordinaria che abbiamo vissuto ha provocato nelle vite di bambine e bambini , ragazze e ragazzi, cui sono stati sottratti due anni di vita ‘normale’.
La lettura è quindi consigliata a ragazzi e ragazze che vogliano specchiarsi in questo ritratto generazionale così inconsueto, a partire dai tredici anni.

Eleonora

“Ti aspetterò alla fine del mondo”, F. Fadigati, Edizioni San Paolo 2021



lunedì 5 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI PUÒ SOLO MIGLIORARE... 

La più bella nuotata della mia vita, Anne Becker (trad. Claudia Valentini) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"La gallina ha lanciato un acutissimo coccodè e si è messa a correre per tutto il giardino agitando le ali. E in quel momento ho visto Flo per la prima volta. A voler essere precisi non l'ho vista proprio tutta, anzi, ho scorto a malapena un piede e le unghie smaltate, una gamba ricoperta da almeno un migliaio di lentiggini e... be'... il sedere. Il resto era impigliato nella siepe." 

Jan ha appena traslocato con la sua famiglia: padre, madre, fratellino piccolo e sorella maggiore. 
Non è affatto contento. Diciamo che a tredici anni i cambiamenti - tutti - scombussolano sempre un po'. A Jan, un vero talento nel nuoto, ragazzino dislessico 'non dichiarato', lo aspettano una nuova scuola, dei nuovi compagni, una nuova piscina in cui allenarsi, un nuovo allenatore, nuovi amici (e nuovi rivali), una nuova casa e dei nuovi vicini. E Flo (che secondo il fratellino potrebbe essere il diminutivo di Flotta, Floscia, Flora) è proprio la sua nuova vicina di casa: coetanea, senza peli sulla lingua, ma con una grande testa di capelli rossi, una madre molto assente, un padre che fa quel che può, e - come animali da compagnia - due galline, di cui una spesso fuggiasca. 
Inseguire la suddetta gallina, placcarla e quindi tenerla in braccio non sono cose che a Jan riescono bene - almeno all'inizio, e l'effetto che ne sortisce è un volo sull'erba a pelle di leone. Per uno che vorrebbe non essere notato o, ancora di più, non essere bollato come imbranato, è proprio un bell'esordio, non c'è che dire. 
Ma da qui, si può solo migliorare... 
Se leggere e acchiappare galline non sono cose che a Jan riescano naturali, al contrario tuffarsi nel lago dal pontile gli viene molto bene. Talmente bene che nel diario di Flo (un quaderno pieno solo di grafici, ma lei è un drago in matematica), oltre ad annotare le cose che non vanno proprio come lei vorrebbe, Jan, i suoi ricci e i suoi tuffi sembrano essere il lato positivo delle sue giornate. 
Questo è tenero il racconto di un pezzetto della loro vita in comune, della loro fine dell'estate, dei loro primi giorni di scuola, dei loro primi no, dei loro primi sì, delle loro prime prove di innamoramento. 
Tra galline, amici leali, lavagnette illeggibili, bulletti, corse in bici e bagni notturni. 

Così come l'esordio di Jan nel suo nuovo mondo è segnato da una prevedibile insicurezza, altrettanto dimostra l'esordio di Anne Becker nella scrittura di un romanzo, che, almeno nelle prime pagine stenta a decollare. Ma come accade anche a Jan, che piano piano riesce a trovare in sé una propria sicurezza, una propria coerenza, altrettanto accade alla Becker che, con lo scorrere della narrazione, smette di appoggiarsi a una scrittura in cui tutto viene detto e apre invece una serie di varchi in cui il lettore possa entrare e ambientarsi nella storia. 
I suoi personaggi smettono di essere troppo 'canonici' e prevedibili e cominciano a muoversi con disinvoltura, assumendo così sempre maggiore spessore.
I suoi studi, la sua formazione e la sua professione sono la solida base su cui felicemente l'intero romanzo appoggia: in sostanza quando lei costruisce gli aspetti della dislessia di Jan sa molto bene di cosa racconta, visto che si occupa di didattica per allievi con bisogni speciali e visto che è li l'autrice di un libro che si intitola: Schreiben und Lesen kann jedes Kind: wenn man seinem Lerntyp berücksichtigt! E non credo di andare lontano se penso che dietro la simpatica e 'accogliente' nuova psicoterapeuta di Jan, la dottoressa Papendick con i suoi trucchetti, si nasconda il suo ideale di psicoterapeuta con un approccio alla dislessia che nella sua carriera ha probabilmente lei stessa elaborato, sperimentato e condiviso. Tutti dovrebbero poter contare su una Papendick accanto. 
Detto questo, sono due i principali meriti di questo romanzo di esordio. 
Il primo: essere riuscito a raccontare quanto sia facile poter nascondere, o sottovalutare o mal gestire un disturbo come la dislessia che, peraltro è molto più diffuso di quanto si possa pensare. 
E con questo non mi riferisco solo a chi la dislessia la vive in prima persona, ma anche a tutti quegli adulti con i quali i dislessici hanno a che fare quotidianamente che, per motivi anche tra loro molto diversi, stentano a coglierla e a volerne prendere atto. 
Quindi non si tratta solo del disagio di chi questa condizione la vive sulla propria pelle, come è il caso di Jan, che è abilissimo nel mantenere il segreto - peraltro è poi altrettanto bravo e pieno di coraggio e forza nel dichiararlo expressis verbis davanti alla sua classe, che ammutolisce; ma si tratta anche di quelle persone adulte che la condividono, come per esempio la sua insegnante di tedesco o la madre stessa, che in più di un caso sembra non saper essere all'altezza della situazione. 
Il secondo: l'autenticità, qui davvero poco didascalica, di alcune situazioni e relazioni interpersonali che sono spesso il motore, la forza propulsiva, che fa andare avanti la storia: quei famosi varchi cui si alludeva all'inizio. Sto pensando al rapporto che lega Jan alla sorella oppure al padre, che sa essere sempre affettuoso e comprensivo nei suoi confronti o alla madre, con le sue insicurezze. 
O ancora alla bella amicizia tra Jan e Fabi, vicino e discreto, sempre. 
E, naturalmente, penso anche alla burrascosa e spesso altalenante complicità e intesa che matura tra una maga della matematica e uno che a dorso non lo batte nessuno. 

Carla

venerdì 2 settembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FRA MUSICA E VIDEO GIOCHI


Il romanzo di Daniele Nicastro ‘Vengo io da te’, pubblicato da Einaudi Ragazzi, in primo luogo è un viaggio nei linguaggi degli adolescenti, direi un viaggio necessario. Leggendolo, ho avuto la misura precisa della distanza rispetto ai riferimenti culturali dei più giovani, conosciuti solo in parte. Parliamo innanzi tutto di musica e del mondo dei gamer, l’universo dei video giochi che costituiscono spesso una realtà parallela alla vita reale.
In breve, la trama: Giada e Nico, i due protagonisti, sono due adolescenti che si incontrano in un laboratorio multimediale, a scuola: devono lavorare al tema di Enea e Didone, rielaborandolo secondo i linguaggi a loro più congeniali; Giada è una brava ragazza, molto determinata e dalla lingua troppo lunga; Nico è un ragazzo timido e introverso. A unirli è la musica ‘indie’, che costituisce il filo conduttore della loro versione dell’amore di Enea e Didone. Comunicano fra loro intensamente attraverso i versi delle canzoni che ogni giorno si scambiano, riuscendo così a parlare di sé, dei propri stati d’animo, senza che, in realtà, sappiano granché della vita l’uno dell’altro.
Giada in realtà ha una storia sentimentale con un altro ragazzo, del tutto diverso da Nico; è una storia che si sta spegnendo, ma questa ambiguità determina l’allontanamento di Nico, che scompare da scuola e dalla vita di Giada. Lei, che è una ragazza determinata, tenta in tutti i modi di riprendere i contatti, ma la scuola finisce e tutto sembra restare congelato in questo limbo. Giada non si arrende e alla ripresa della scuola, con la sua amica del cuore Kikka, cerca di riallacciare il rapporto con Nico sull’unico terreno in cui lui ancora si manifesta: un gioco online, Death or Defence, in cui i giocatori si affrontano in battaglie estenuanti. Per rintracciare Nico, Giada mette insieme una squadra di amici, mentre, nello stesso tempo, riesce a trovare la sua casa e a mettersi in contatto con la madre.
Dunque, una storia d’amore, o meglio una storia che gira intorno a quel groviglio di sentimenti che spesso si affaccia confusamente nella mente e nel corpo degli adolescenti, con tutta la grande difficoltà di riconoscere i sentimenti e di dargli un nome. Ma, oltre questo, ‘Vengo io da te’ è un ritratto generazionale, che cerca di usare i riferimenti propri dei ragazzi di oggi, usando il loro linguaggio, le loro playlist, la loro socialità, i loro drammi, la difficoltà degli adulti di comprenderli.
Il personaggio di Nico incarna la fragilità più estrema, quel fenomeno indicato col termine giapponese hikikomori, ovvero il ritiro da qualsiasi forma di socialità esclusa quella virtuale.
Si tratta di quei ragazzi e ragazze che vivono quasi esclusivamente nella loro camera, riducendo al minimo i contatti con la famiglia, rinunciando alla scuola. Non è un fenomeno frequentissimo, ma nemmeno inconsistente, così come sono tanti, troppi, i ragazzi e le ragazze che hanno rinunciato a far sentire la propria voce.
Se negli anni ‘70 e a seguire ‘i giovani’ costituivano un elemento di traino del cambiamento sociale e culturale, oggi prevale lo scetticismo, la solitudine e la percezione di reciproca incomprensione.
Importante, quindi, costruire storie che provino a parlare la lingua dei più giovani, che si calino nel loro mondo dove, a fianco delle eterne questioni di cuore, di amicizie che vanno e che vengono, si inseriscono gusti e costumi a prima vista ‘alieni’. Agli occhi di schiere di genitori e insegnanti attoniti.
Consiglio la lettura a ragazze ragazzi, a partire dai tredici anni, che si sentano incompresi e, perché no?, anche ai rispettivi genitori, per cercare un linguaggio comune.

Eleonora

“Vengo io da te”, D. Nicastro, Einaudi Ragazzi 2022