martedì 8 maggio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'OMBRA E IL BAGLIORE

JANET LA STORTA, R. L. Stevenson, M. A.C. Quarello
SALTO, L. Tolstoj, M. Celija
Orecchio acerbo, 2012

ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 12 anni)


Pieno di ombre, di mistero, di nero profondo è il meraviglioso racconto di Stevenson. In una Scozia remota,un giovane reverendo, spronato da grande ardore religioso, decide di non dare retta alle voci che corrono nel paese sulla vecchia Janet e la assume come sua governante. Non si cura delle dicerie che la definiscono una strega, una posseduta dal diavolo. La povera Janet, attaccata a parole e percossa violentemente dalle comari del villaggio, giura e spergiura di non aver nulla da nascondere. Ma quel 17 agosto, giorno in cui neanche l'aria è più respirabile per quanto opprimente, tutto cambia. Per Janet e per il reverendo Soulis, l'apparizione di quell'uomo nero, un'ombra diabolica, scheletrica appollaiata sul muro del cimitero, significa la fine della pace. Con una travolgente sequenza di fatti prodigiosi di cui è difficile cancellare memoria, Janet va verso una fine definitiva mentre il reverendo, un po' come noi atterriti lettori, non trova più quiete per la sua anima. Il suo sguardo a la sua solitudine ce lo ricordano ogni giorno.


Tanto sono evocativamente pieni di ombre, di lati oscuri, di neri e di blu abissali i disegni che Quarello fa per questo cupo racconto di Stevenson, tanto solari e pieni di bagliori sono invece le illustrazioni di Maja Celija per il secondo titolo di cui scrivo.


Di Lev Tolstoj Orecchio acerbo pubblica un brevissimo racconto, quasi un apologo, dal titolo secco, una sola breve parola, come un colpo di fucile, come un ordine perentorio. Ed è proprio un ordine, urlato all'improvviso, la chiave di tutta la storia. Un ragazzino, il figlio del capitano della nave, è sul ponte quando una scimmia che è a bordo, per gioco lo provoca rubandogli il cappello di paglia. Il bambino non ci sta, ne va del suo onore perché tutti, scimmia per prima, si stanno prendendo gioco di lui. La scimmia è veloce ad arrampicarsi sul più alto pennone e il piccolo la insegue senza pensare alle pericolose conseguenze. Praticamente sospeso nel vuoto ad un'altezza che non lascia scampo, così lo vede suo padre.


Nessun indugio; imbraccia il fucile, lo punta sul ragazzo e urla: Salta o sparo! Il salto in acqua per evitare il colpo è ineludibile. Un salto che diventa, metaforicamente, il suo rito di passaggio dalla vita di ragazzo a una consapevolezza oramai adulta.
Asciutto, diretto, luminoso nel suo significato profondo, questo racconto prende ulteriore luce dalle tavole di Maja Celija che ne dà, come al solito, una sua personalissima lettura.
Dunque ombre e bagliori e non a caso per questo post, ho rubato un titolo di un racconto di Jack London che nel 2010 Orecchio acerbo pubblicò nella stessa collana, come libro illustrato dalle preziose e stupefacenti tavole di Fabian Negrin, per l'occasione particolarmente ispirato.
Sebbene per dimensioni, L'ombra e il bagliore uscì, come libro extravagans, all'interno della collana Lampi light, come contenuti calzava a pennello.
I Lampi Light sono racconti presi tra i grandi classici della letteratura e riproposti in una versione illustrata ad un pubblico di adolescenti o di adulti. Una grande sfida. Tutta racchiusa in due idee strepitose e, a mio giudizio, vincenti. Da un lato proporre (andandole a scovare tra le pieghe della grande letteratura) preziosi racconti che traghettino i più piccoli verso una loro propria maturità di lettori e i più grandi a riscoprire lati meno noti di autori che noti lo sono. Dall'altro -e qui la sfida raddoppia- di non voler abbandonare l'illustrazione di qualità a nessun costo perché la si considera un medium irrinunciabile per raccontare storie, grandi storie, anche per chi bambino non è più.

Carla

Noterella al margine. Un valore ulteriore questi libri lo trovano nelle due postfazioni di Goffredo Fofi, sempre lettore attento e sapiente della letteratura e quindi, in qualche misura, di tutta l'umanità.

sabato 5 maggio 2012


UN QUADERNO PIENO DI PROFUMI


Ho tra le mani un piccolo quaderno: ha la copertina di tela nera e le pagine a quadretti fittamente coperte di una scrittura minuta, appuntita e abbattuta verso destra.



È la scrittura di mio padre, allievo sottufficiale a Firenze, dove acquistò il libricino il 19 dicembre 1935.
Classe 1910, aveva allora 25 anni e ancora non conosceva mia madre; l’incontro sarebbe avvenuto poco tempo dopo. Grande amore.
Poi la guerra: mio padre carabiniere viene mandato in Africa e mia madre nel 1940 lo raggiunge in Etiopia, ad Harar, sull’altipiano.
La prima data dopo quella dell’acquisto a Firenze è il 22 agosto 1940 ed è alla fine delle indicazioni su come confezionare con i ferri dei calzini. Seguono delle mutandine a triangolo e, in calce, l’annotazione “nella dolce attesa”. Mio padre scriveva sotto dettatura? Chissà?
Iniziano poi delle ricette, siamo al gennaio del 1941: Amaretti, Bocca di dama, Carne alla genovese, Bodino di ricotta, Focaccia, Buccellato. Le avrà ricopiate da un libro? Ma non sono scritte con il linguaggio dei libri di cucina.
Perché fino a un certo punto scrive sempre lui?
La scrittura di mia madre compare qualche pagina dopo, più rotonda e morbida: 21 marzo 1943, è tornata in Italia, dopo la circumnavigazione dell’Africa.
Non ho mai cucinato nessuna delle ricette del quaderno che ho sempre chiamato “di mia madre”, ma oggi avevo voglia di sentire sapori e odori che avevano provato anche loro, ormai così lontani.
Mi ha attratto il titolo di un dolce: Hararino. Chi le avrà dato questa ricetta? Era una ragazza di vent’anni vissuta sempre in un paese della Liguria e me la immagino, nell’altipiano etiopico, a mescolare gli ingredienti, a pestare le mandorle, a guardare il vetro del forno per controllare la cottura.

Comunque, direttamente da Harar, 21/1/41:


Hararino

Farina di riso, 125 gr
Zucchero, 120 gr
Burro, 100 gr
Mandorle dolci, 50 gr
Nocciole, gr 50
Uova, 4

Le nocciole sbucciatele con l’acqua calda come anche le mandorle. Asciugatele bene al sole o al fuoco. Poi, dopo averle pestate finissime con due cucchiaiate di zucchero, mescolatele alla farina di riso.
Lavorate bene le uova con il resto dello zucchero, indi versateci dentro la miscela di farine e sbattete bene con la frusta il composto. Per ultimo aggiungete il burro liquefatto e tornate a lavorarlo. Ponetelo in uno stampo liscio di forma rotonda e alquanto stretto in modo che venga alto quattro dita. Cuocetelo in forno moderato.

Io ho aggiunto anche mezzo cucchiaino di bicarbonato; ho usato uno stampo di 22cm di diametro. L’ho fatto cuocere per 35 min a 180°C.

Lulli

venerdì 4 maggio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA PECORA E IL PENSIERO SEMPLICE

IL VIAGGIO DI MISS TIMOTHY, Giovanna Zoboli, Valerio Vidali
Topipittori 2012

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)



" 'E se lei non è più lei  bisogna che lei ritrovi se stessa. Miss Timothy, la informo che domani partirà alla ricerca di sé.' Miss Timothy non aveva alcuna voglia di partire. Oltre al fatto che, in effetti, non era più lei e quindi era anche diventata pigra, i viaggi la scombussolavano. Ma niente la scombussolava quanto non ubbidire. E in particolare non ubbidire a Mr. George, che era il più bell'allevatore dello Yorkshire."

Eppure Miss Timothy deve partire perché non è più la stessa. Lo ha detto Mr. George e, per di più, si è messa a fare anche la brutta lana. Brutta lana, brutto segno. Così, messe in valigia quelle poche cose che una pecora in viaggio deve avere per forza con sé, la Timothy sale sull'autobus. Pieno di altre novantanove Miss Timothy come lei, le porterà in giro per il mondo, dall'isola greca a Parigi, passando per Berlino e Roma. In alcuni momenti del viaggio tutte solidali, per esempio nella scelta della cartolina da mandare a Mr. George, e in altri ferme a ribadire la propria individualità, per esempio nella scelta della cartolina da mandare a Mr. George, le cento Miss Timothy sono lì insieme che continuano a perdere e a ritrovare se stesse, per poi riperdersi di nuovo.
Così come lo è stata la partenza, anche il ritorno avviene un giorno, quasi per caso. E così giunge il momento di tornare a casa, di far vedere le foto a Mr. George e di scegliergli un souvenir adatto. Felice di essere di nuovo a casa (sebbene viaggiare l'avesse molto divertita), felice di una felicità fatta quasi di nulla, Miss Timothy non ha risolto il proprio problema, ma la lana ora la fa bella. Buona lana, buon segno. Certo è che se le si chiedesse chi lei sia ora, non saprebbe rispondere. Ma che importa?, dice lei, meglio dormirci su.


Io lo sapevo che questo libro mi sarebbe piaciuto. Me lo sentivo. Una storiellina, solo in apparenza piccola e lieve, dal fortissimo gusto anglosassone, so british, fin nel profondo: nell'ironia, nell'ambientazione, nel gusto non sense, nel ritmo tamburellante come una pioggerella insistente (così tanto britannica anch'essa). Se britannico è lo stile britannica è anche la protagonista, la nostra Miss Timothy che tanto richiama quelle pallide signore inglesi, un po' vacue, con gli occhi azzurrini e spenti e la voce belante, dalla facile infatuazione, dalle caviglie fragili, dalla pelle diafana, dai ricciolini grigiastri in testa e dal vestito perennemente di cattivo gusto e fuori moda.
Questa Miss Timothy, geniale nel suo pensiero semplice, è protagonista assoluta dell'intera vicenda perché capace di saltabeccare in tutta nonchalance dalla cose effimere a quelle fondamentali, dalla banalità alla filosofia, dal particolare all'assoluto. E sempre con un registro sottomesso, essa ci appare sobria e discreta, vero campione dell'understatement inglese.
Cercare se stessi e quindi ritrovarsi per poi riperdersi e quindi ritrovarsi ancora è in questo libro un gioco di stile per 'spaesare' il lettore, ma è anche una ironica presa di posizione rispetto al tema in sé.
A meno che Giovanna Zoboli, ormai 'posseduta' dal genio dell'humor inglese, non abbia voluto spiazzarci tutti, sostenendo che pensare fa male, fa fare la brutta lana...a me, piuttosto, pare di poter leggere fra le righe che capire chi si è lo si può fare solo quando essere se stessi significa saper essere anche altro. O no?



Carla

Noterella al margine. Vidali è assolutamente all'altezza della situazione. Autobus, gregge, galleria di ritratti, firme sulla cartolina, vetrina di pipe e cielo stellato sono tutte immagini che rimandano all'ordine, alla ripetitività, all'uguaglianza ma nello stesso tempo, attraverso delicati accenni, alludono alla volontà, alla ricerca e la tensione che ci dovrebbe essere in ognuno di noi verso l'essere unico.

giovedì 3 maggio 2012

FAMMI UNA DOMANDA!


IMMAGINI

Ci sono tanti modi per incoraggiare l’inesauribile curiosità dei bambini nei confronti del mondo. Fra i libri che tentano di raccontarlo, una categoria particolare è quella dei libri fotografici, spesso sottovalutati, come se fosse tutto sommato ininfluente sottoporre ai bambini belle immagini, selezionate con cura e commentate adeguatamente. Una foto vale l’altra? Ovviamente no, perché non si tratta solo di farsi un’idea di come è fatto un animale, o una casa; si tratta di condividere la magia che lo scatto d’autore ha fermato in un’immagine: il volo di un’aquila, o lo sguardo di un felino, o l’ombra di un albero secolare.
Una casa editrice che si è sempre spesa nel portare in Italia libri fotografici di qualità anche per i ragazzi è L’Ippocampo, di cui vi sottopongo le due uscite recenti nella collana dedicata a questa particolare tipologia di libri di divulgazione; i due libri sono curati da Beatrice Fontanel, che ha selezionato le immagini, tutte di fotografi specializzati, e curato le didascalie.  


Acquatica. Giardini sotto il mare, come chiaramente dichiara il titolo, raccoglie immagini dei fondali marini, ricchissimi di forme strabilianti e una gamma cromatica sorprendente: attinie, coralli, meduse, 


spugne, stelle marine e così continuando in un carosello di immagini sorprendenti. Per un lettore adulto è il classico libro che mette le ali ai piedi, si vorrebbe partire domani alla volta di questi mari lontani (ma si può andare anche molto vicino). Ai bambini trasmette sicuramente l’idea di un ambiente ricchissimo di vita, in forme assolutamente inconsuete, insomma non solo squali e balene, ma un’infinità di creature, che popolano i fondali marini, quasi un immenso giardino 

sommerso, pieno di animali



e piante straordinari.

 Clicca qui per sfogliare parzialmente il libro.


Bellissime, anche se più familiari, le immagini di Inverno. Come sopravvivere al grande freddo? 


Qui la Fontanel racconta, attraverso le immagini, come tipologia diverse di animali affrontano i rigori degli inverni, la penuria di cibo: prima gli uccelli, dalle nostrane cinciallegre alle parate nuziali del gallo cedrone o della gru;


poi i piccoli roditori, quelli in letargo 


e quelli che devono arrabattarsi per mangiare, e gli erbivori, dai cervi maestosi ai bisonti; infine i predatori, volpi, lupi, orsi; il finale è dedicato ai fantastici macachi del Giappone, che si godono un bel bagno caldo nelle acque termali, circondati dalla neve.
La primavera arriverà, ma non per tutti.


 Clicca qui per sfogliare parzialmente il libro.
 
Certo in questi libri non troviamo la trattazione sistematica e la spiegazione puntuale di tutto ciò che succede; troviamo una narrazione ‘puntiforme’, delle finestre sul mondo, che invogliano a guardare ancora, a farsi altre domande e, non da ultimo, insegnano ad apprezzare la bellezza, quella del mondo naturale, dei paesaggi, della moltitudine delle persone. La bellezza, e lo sguardo da cui nasce, possono essere un buon antidoto alla volgarità e alla banalità propinata ai bambini soprattutto dalla televisione, ma anche da molti ambienti urbani.


Eleonora

Acquatica. Giardini sotto il mare”, B. Fontanel, L’Ippocampo junior 2011
Inverno. Come sopravvivere al grande freddo?”, B. Fontanel, L’ippocampo junior 2011

domenica 29 aprile 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IN MORTE DI UN PAPA' - (COME POSSO DIRTI?)

IL TRENO, Silvia Santirosi, Chiara Carrer
Logos, 2012

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

Come posso dirti
che le persone che amiamo
muoiono, ci lasciano e vanno via?
Come posso dirti
che l'amore e la gioia fanno parte della vita
come il dolore e la tristezza?
Che esiste il rosso, il verde e il giallo,
ma anche il nero?
Come posso dirti tutto questo, bambina mia?




Come posso dirti? Sono due giorni che ci penso, a come si può dire. Penso alla mia piccola amica dalla lunga treccia che a otto anni, l'altro ieri, ha perso il suo papà.
Nel libro Il treno una bambina, che un po' le rassomiglia perché anche lei ha perso un genitore, ogni notte sogna un treno che la lascia a terra. Lei corre tirandosi dietro la sua pesante valigia, il treno è fermo, pare la stia aspettando, ma lei lo ha davanti ma non riesce a salire e il treno parte senza di lei. Tutte le notti la stessa delusione. 

Davanti a una finestra con un cielo stellato, la bambina racconta il sogno al suo papà (a lei è mancata la mamma) e gli indica anche una stella. Se chiude un occhio quella stella le sembra così vicina, ma non riesce a prenderla. Di nuovo irraggiungibile, come il treno.
Al padre nel libro, alla carissima mia amica riccia, il duro compito di dire ad una bambina che le persone che amiamo ci lasciano, muoiono, vanno via.
Il papà del libro racconta la storia di un cieco che ha sognato il bianco e va cercando di capire come è il colore bianco chiedendolo al suo vicino di casa. Il bianco è il colore del latte, il bianco è il colore della farina, il bianco è il colore della neve. Allora, pensa il cieco, il bianco è fresco come il latte, delicato come la farina, freddo e soffice come la neve. No, risponde il vicino, fresco è il latte e soffice è la neve. Sta qui il problema. Come posso descrivere qualcosa che non ha forma? Come posso vedere ciò che è invisibile? Eppure il cieco, tornando a casa, sorride perché ora sa di aver sognato il bianco.
Forse è proprio qui un tentativo di spiegare ad un bambino (ma anche a un grande, perché no?) l'improvviso passaggio dal corporeo all'incorporeo di un genitore. E' una stella che ci pare così vicina, che vediamo, ma che non ci è dato di toccare. E' un affetto che continua a esistere ma che non è fatto più di quotidiane e tangibili verifiche. E' un maglione abbondante che porta ancora la sua forma, in sua assenza, pur essendo vuoto. Ma se lo indossi, tu ci entri dentro e sei tu a dargli volume con il tuo esserci.


In un libro di poco più di quaranta pagine, la consolazione arriva prima, di quanto arrivi nella vita vera, e così la bambina, quella stessa notte sogna qualcosa di diverso: su quel treno finalmente riesce a salire.
Temo che alla mia amica dalla lunga treccia occorrerà più tempo, ma spero tanto che anche lei riesca a trovare consolazione e un giorno scopra una sua stella, irraggiungibile ma vicina, trovi in un cassetto un maglione che le faccia ritrovare slabbrature care e conosciute, riporti odori perduti. E dentro quel maglione intrufolarsi per dare forma e corpo a chi forma e corpo non ha più. Ma c'è.




Carla

Noterella al margine. Ora, nel silenzio, lascio parlare le toccanti immagini di Chiara Carrer.


venerdì 27 aprile 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TI AUGURO TEMPO


CAVALIERE SOUVENIR, Lucia Scuderi
Artebambini, 2012

ILLUSTRATO PER PICCOLI (dai 5 anni)
"POESIA INDIANA. NON TI AUGURO UN DONO QUALSIASI, TI AUGURO SOLTANTO QUELLO CHE I PIÙ NON HANNO. TI AUGURO TEMPO PER DIVERTIRTI E RIDERE; SE LO IMPIEGHERAI BENE POTRAI RICAVARNE QUALCOSA. TI AUGURO TEMPO PER IL TUO FARE PER IL TUO PENSARE, NON SOLO PER TE STESSO, MA ANCHE PER DONARLO AGLI ALTRI. TI AUGURO TEMPO, NON PER AFFRETTARTI E CORRERE, MA TEMPO PER ESSERE CONTENTO."



Nei risguardi di copertina di questo libro, fitta fitta, scritta in bianco su fondo rosso, tutta a stampatello, si legge una poesia indiana sul tempo. Su un tempo per trovare se stessi, per crescere, per stupirsi, per fidarsi e non soltanto per guardarlo nell'orologio. Tempo per la vita.
Eustachio, lui, non ha mai tempo, è occupato in mille affari. Corre sul suo cavallo e quando questo si ferma per brucare, lui non può indugiare, ma deve proseguire.
Si arrampica a piedi e in tutta fretta su un gigante che lo invita a fermarsi. Impossibile, occorre andare. Anche quando incontra su un albero una bella ragazza che gli fa girare la testa, deve continuare in tutta fretta il suo percorso. 


Precipita in un fiume, ma non c'è tempo per nuotare, bisogna andare e andare. Davanti a un drago che lo asciuga e gli propone un'avventura, Eustachio non coglie l'occasione ed è di nuovo in cammino. Ormai è davvero molto stanco e vorrebbe un po' sostare, ma no continua a camminare. Ma come al solito succede, sono dei bambini a chiarire la questione: Ma dove corri, dove vai e cosa diamine cerchi? E così Eustachio finalmente si ferma, si siede a raccontare di giganti, donne belle e draghi, ma i bambini, eccitati da tanta avventura, si azano di scatto e lo trascinano con loro verso un nuovo gioco...non c'è tempo da sprecare.


Libro su un tema a me caro che mi ha conquistato per questo e per il fatto che è illustrato da Lucia Scuderi, i disegni della quale di solito mi piacciono. È curioso da dire, ma la cosa più bella, dal punto di vista del contenuto del libro, sono i suoi risguardi che contengono una poesia indiana che, come un mantra, rievoca il senso che ognuno di noi dovrebbe dare al proprio tempo.
Velocità, tempo, pausa, ricordo.
L'ultima tappa è proprio il ricordo, cui allude il nome del Cavaliere Souvenir, alias Eustachio, il quale si ferma alla fine del suo viaggio, per ricordare, 'souvenir' di cose trascorse. Ed è proprio quello che succede: una precipitosa corsa verso non si sa che cosa, per poi fermarsi a guardare indietro ciò che si è lasciato indietro.
Il percorso che il cavaliere, simbolo della velocità, intraprende lo porta a 'toccare', solo 'toccare' una serie di personaggi che invece varrebbe la pena di conoscere meglio, meriterebbero altra attenzione, altro tempo.
Lucia Scuderi si riconferma nel suo modo di disegnare. La sua scrittura in versi avrebbe richiesto forse maggiore meditazione. Come Eustachio, anche lei ha corso troppo, ma come Eustachio, alla fine del libro, avrebbe dovuto sedersi un po' più a lungo, a guardarsi indietro prendendo per sé un poco più di tempo...


Carla

mercoledì 25 aprile 2012


ANELLI DI PANE MAGICI o TARALLI

Che io faccia il pane in casa è cosa nota per chi mi conosce. Che io faccia panini diversi, a tema, ogni giovedì per i bambini di Altrondo, che è un piccolo circolo di lettori ostinati alla libreria Ponte Ponente di Roma, magari lo è di meno. Ma tant'è. Da ottobre, ho fatto già ventitrè incontri con almeno 15 tipologie di pane diverse da offrire a fine lettura. Va da sé che il pane ha in sé il sapore della fiaba appena letta. Per farvi capire, treccine di pane con fogliette di prezzemolo tritato per Prezzemolina, panini con lo speck per I tre porcellini, panini alle mele con Biancaneve, panini dolci all'arancio per Le tre melarance, panini giganti per Il gigante egoista, panini con le alici per La sirenetta e così via andare. Lo potete intuire che ormai le idee scarseggiano, anche se in alcuni casi, ho stupito anche me stessa per il colpo di genio avuto. Uno di questi è stato fare i taralli, ovvero anellini di pane, in occasione della lettura della Bella e la Bestia in cui l'anello è un elemento chiave per l'intera vicenda.

Ecco qui la ricetta.


Ingredienti:
500 gr di farina 0 (io ho usato una integrale bio ecc ecc.)
200 ml di vino bianco
125 ml di olio EVO
10 gr. di sale
10 gr. di semini (i miei preferiti sono quelli di finocchio, ma ai bambini quel giorno ho messo quelli di girasole tritati)

Mettete la farina settacciata in una ciotola e il sale nel vino perché si sciolga. Quindi versate i due liquidi, olio e vino nella farina e anche i semini e cominciate a lavorare finché non ottenete un impasto morbido, unticcio. Lavoratelo su una spianatoia per una decina di minuti e poi, a palletta, rimettetelo nella ciotola a riposare per mezz'ora almeno. Fate quindi dei tocchetti, più o meno di peso analogo (12/15 grammi è un buon peso), dell'impasto, arrotolateli a salsiccetta e chiudeteli con una bella ditata (o, per maggiore sicurezza, intrecciando l'impasto). A questo punto accendete il forno a 200° (non ventilato) e mettete sul fuoco un pentolone di acqua e quando bolle buttate dentro una dozzina di anellini per volta. Quando vengono a galla, tirateli su con una schiumarola e metteteli ad asciugare su un canovaccio steso. Vedrete che avranno assunto una consistenza gelatinosa: niente paura è regolare. Quando ne avrete cotti un tot, metteteli sulla leccarda del forno ricoperta di carta forno e cuoceteli per 25/30 minuti.
Dandoli ai bambini, ho detto loro di portarsene anche uno a casa e di metterlo sul comodino la sera per vedere se anche un anello di pane poteva funzionare magicamente come era accaduto con quello che la Bestia aveva dato a Bella, per riaverla con sé. Ma questa è un'altra storia...


Carla

Noterella al margine. Vorrei che notaste che bella collezione di ciotole greche possiedo. Lo devo alla generosità del professore e alla scarsa fantasia degli artigiani di Gortina, dove lui imperversa con le sue campagne di scavo. D'altronde, chi mi conosce bene sa che le ciotole sono un'altra mia enorme passione...

martedì 24 aprile 2012

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


CATTIVI RAGAZZI

So che mi odierete, perché questa volta vi parlerò di ragazzi ‘difficili’, adulti inadeguati, storie drammatiche, ma anche di messaggi di speranza.
"Ero cattivo. Lo sapevano tutti, a scuola si parlava solo di me. Anche nel mio quartiere": con questo incipit fulminante si condensa il senso del primo libro di cui vi parlo.
  

Ero cattivo, di Antonio Ferrara, aperto da una bellissima citazione di Danilo Dolci: ‘c’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo del mondo, aperto a ogni sviluppo, ma cercando d’esser franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato’. Questa citazione illumina lo svolgimento di questa storia, dura ma positiva, che parte dal buio di un baratro in cui il protagonista precipita, in parte per caso, in parte per la sua vocazione ad essere ‘cattivo’. Angelo, questo è il suo nome, ha dodici anni, dodici anni pieni di rabbia, contro la famiglia, contro il collegio, contro la scuola, dove avviene il suo ‘crimine’. Viene messo in una comunità con altri tre ragazzi, sotto la guida di padre Costantino; qui viene a contatto con altre storie difficili, di violenza e di smarrimento. Inizia un percorso di ricostruzione di se stesso, spiazzato dallo sguardo sorridente (forse anche troppo) di padre Costantino. Passi avanti, amicizie nuove e importanti, un sogno da realizzare; ma anche cadute, fughe e la realtà inaccettabile del rifiuto. Dunque una descrizione realistica di quello che può essere chiamato disagio giovanile, degrado morale dell’ambiente in cui alcuni ragazzi sono costretti a crescere; solitudine e rabbia, terreno di coltura di comportamenti ‘devianti’. Il lato opposto, quello dell’adulto che interviene nel tendere la mano ad un ragazzo il cui destino sembra segnato, è forse un po’ troppo didascalico, un po’ troppo perfetto, anche se colpito dalle sue sconfitte. Forse troppo l’ottimismo ostentato, forse troppo idealizzato come figura salvifica, anche se mi sembra giusto proporre al giovane lettore la speranza di un’occasione di riscatto anche per il personaggio così chiaramente connotato di Angelo. 
Ambientazione del tutto diversa per Non abito più qui di Gabi Kreslehner, scrittrice austriaca: abbiamo a che fare con una giovane adolescente Susanne, coinvolta e travolta dalla separazione dei genitori; prima di tutto il traumatico trasloco, che significa abbandonare l’amata casa e cambiare quartiere e scuola; e poi fidanzati e fidanzate dei genitori, per non parlare di fratelli aggiuntivi. 

Tutto molto vicino alle comunissime esperienze di molti ragazzi di oggi, spesso lasciati soli ad affrontare cambiamenti di vita subiti in seguito ai cambiamenti di vita dei genitori. Non è che, in questo libro, gli adulti facciano una gran figura, concentrati come sono sui propri smarrimenti, inadeguati a svolgere il proprio mestiere di genitori. E devo dire che è una fotografia piuttosto fedele della realtà. In questo caso è l’amicizia e il consolidarsi di un amore a consentire alla giovane protagonista di costruirsi una propria via di fuga (letterale) da una situazione che sembra immodificabile. Forse alcuni genitori potrebbero trovare irritante vedere descritta, con occhi di adolescente, la difficoltà degli adulti a trovare il giusto metro, a pensare le proprie scelte tenendo conto del pensiero dei figli, che non ragionano affatto da adulti e che non intendono minimamente mettersi nei panni dei propri genitori.
Il rapporto fra una madre e la figlia è al centro dell’ultimo romanzo di Giusi Quarenghi, Niente mi basta: questa è una storia davvero difficile, perché raccontando, anche qui, il doloroso percorso di crescita di una ragazzina, affronta uno dei temi più delicati: il rapporto con il corpo, con il cibo e quel nodo così oscuro che la domanda inespressa, il desiderio impossibile di essere perfetta così come implicitamente richiesto da uno o entrambi i genitori. 

Il romanzo è un viaggio dentro un dolore sordo, difficile da dire in altro modo che non sia il tormento del corpo: mangiare, abbuffarsi fino alla nausea e vomitare; mangiare e vomitare continuamente, ma di nascosto, continuando a vedersi inesorabilmente imperfetta, costretta al confronto con un modello irraggiungibile. Un gioco crudele, inesorabile, di ferite reciproche, punizioni e autopunizioni, che fa del corpo una palestra di autocontrollo e uno strumento di ricatto. L’unica possibilità di salvezza e di riappropriazione di sé, è la lontananza, è l’amicizia, gli oracoli di una vecchia solo apparentemente svanita, un cane talmente fedele che può aspettarti anche per tutta la vita.
Lo ripeto, questo è un libro difficile, ma tremendamente vero: vero il dolore che racconta, vera la distanza che talvolta si crea fra madre e figlia, o forse una vicinanza eccessiva. Ci scommetto, le mamme che frequentano la libreria difficilmente compreranno questo libro, le figlie non so…

Eleonora

Una nota: Questo post lo dedico ad una maestra che per tanti anni ha insegnato in una scuola di ‘frontiera’, a San Basilio. Aveva deciso di chiedere il trasferimento, stanca di un lavoro da prima linea. Poi però ci ha ripensato ed è ancora lì, perché, così mi ha detto, non se la sentiva di abbandonare i suoi bambini ‘difficili’. E’ di persone così, di adulti così, che questi bambini, questi ragazzi hanno bisogno.

Ero cattivo”, A. Ferrara, San Paolo edizioni 2012
Non abito più qui”, G. Kreslehner, San Paolo edizioni 2012
Niente mi basta.”, G. Quarenghi, Salani 2012

lunedì 23 aprile 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL PESCE CONSAPEVOLE

IL MARE, Marianne Dubuc
LO Officina Libraria, 2012

ILLUSTRATO PER PICCOLI (dai 4 anni)

Un pesce rosso nuota nella sua boccia di vetro. 


Un gatto bianco e nero dai grandi occhi tondi e dal naso pendulo è in arrivo. Questi sono i due protagonisti la cui conoscenza avviene in una camera vuota con la finestra aperta. La zampa nell'acqua e un sorrisetto che si stampa sul muso del gatto fanno presumere il peggio per il pesce. Invece qui ha inizio un lungo percorso, a metà tra una fuga e un viaggio, puntellato di cose interessanti, la prima delle quali vede le pinnette del pesce allungarsi a tal punto da diventare ali. Ali che lo conducono fuori dalla boccia, fuori dalla finestra, sui tetti, tra i panni di un bucato, in un bosco pieno di uccelli, sulla luna, in una grotta. Dietro di lui, l'infaticabile gatto, che non si capisce se lo stia inseguendo o se, insieme o grazie al pesce, stia conoscendo il mondo. Il viaggio si conclude con una separazione: il pesce finalmente si tuffa nel mare, il gatto se ne guarda bene. A lui non resta che godersi dal molo un bel tramonto...


Libro senza parole che lascia, come spesso accade in questo tipo di libri, molti diversi percorsi interpretativi. Sa da un lato pare evidente che il pesce sia in fuga dagli artigli del gatto che vorrebbe mangiarlo, dall'altro, visto il rocambolesco giro che li porta addirittura sulla luna, il loro inseguirsi assume i connotati di un vero e proprio viaggio avventuroso. Se il pesce è in fuga, il gatto andandogli dietro scopre con rinnovato stupore un sacco di belle cose: passeggiare sui tetti o tra i fili del bucato, andar a caccia di pesci e ritrovarsi con piume di un uccello sul naso, camminare sulle stelle e da queste farsi portare sulla luna, fare l'autostop a una stella cometa per raggiungere di nuovo la terra. Lo sguardo sempre un po' stupefatto del gatto mi fa leggere la storia più come un'avventura e come una presa d'atto che girando tante cose strane ti possano capitare. La fuga verso la libertà da parte del pesce per il suo inseguitore diventa quindi esperienza formativa. E resta da chiedersi se il pesce ne sia in qualche misura consapevole.
Marianne Dubuc, questa giovane autrice canadese, conferma ancora una volta di avere buone idee e una matita molto felice. Ci aveva fatto divertire con il suo Il carnevale degli animali (La Margherita, 2011), in cui gli improbabili travestimenti degli animali erano fulminanti e coloratissimi. Qui invece il libro è rigorosamente in bianco e nero, ad accezione di pesce e uccelli nel bosco, che spiccano per un bel rosso acceso. Tutto rigorosamente disegnato e colorato a pastello, come potrebbe fare un bambino in un giorno di pioggia, il libro ha il suo appeal nella semplicità, nell'ingenuità e e nella freschezza del tratto, davvero molto vicino e assimilabile a quello di un talentuoso bambino disegnatore, ma anche nelle sempre diverse soluzioni che la Dubuc escogita per dare profondità alla pagine, e penso a quella con il bosco, a quelle con il cielo stellato o quella con la grotta.



Carla 

Noterella al margine. Ma guarda che bella società che hanno messo su gatto e pesce! Senza l'uno l'altro si sarebbe dovuto accontentare di una boccia di vetro dove girare in tondo per tutta la vita. E senza l'altro, l'uno sarebbe ingrassato a croccantini e il suo mondo sarebbe stato il divano...

sabato 21 aprile 2012

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


Fra le novità de Il Castoro, assuefatto ai grandi numeri del Diario di una schiappa, ho scelto due illustrati molto diversi fra loro: Ti mangio dello scozzese John Fardell, è un classico illustrato, con una storia dal ritmo frenetico, che richiama alla lontana il Fortunatamente di Charlip: due bambini fanno una gita nel bosco e non avrebbero mai dovuto farlo, perché un Inghiottone dei boschi ecco che si mangia in un boccone il fratellino più piccolo; ma la sorellina Sara parte all’inseguimento del cattivo Inghiottone; ora un nuovo colpo di scena, l’Inghiottone è a sua volta un bocconcino prelibato per uno Gnammete Alato, brutto cattivo e ancor più grande del primo mostro; la sorellina non si da per vinta e costruisce una sorta di pedalò per raggiungere il nido dello Gnammete; ma ecco che l’Acchiappone marino balza fuori dall’acqua e si pappa l’uccellaccio. Come si può capire la storia continua così con un crescendo di situazioni assurde e di invenzioni linguistiche, fino all’eroico intervento che di mostro in mostro, di pancia in pancia libererà i due bambini dagli stomaci capienti dei vari mostri. Non svelerò il finale, salvo dirvi che tutto è legato ad una rana singhiozzina… Un illustrato divertente e scanzonato, dal ritmo di una comica del cinema muto, da leggere ad alta voce e da mimare, fatto per ridere a crepapelle senza troppi pensieri.


L’altro illustrato, Io..Jane, è di Patrick McDonnell, autore americano dei fumetti Mutts, amico degli animali e si vede, perché ha scelto di raccontare in un libro illustrato, la vita di Jane Goodall, ovvero colei che ha studiato sul campo, ovvero in Africa, il comportamento dei nostri parenti più prossimi, scimpanzé e bonobo. 


I suoi studi, degli anni Sessanta, hanno rivoluzionato il modo di guardare a questi animali quasi umani (ma io lo direi anche dei miei cani). Come raccontare questo ai bambini? 


Descrivendo la sua infanzia, le sue avventure con la scimmietta di pezza chiamata Jubilee, le sue incursioni nel pollaio della nonna, per studiare le galline. E poi il primo viaggio in Africa e da lì una straordinaria carriera come scienziata, impegnata, con la sua fondazione, a proteggere l’ambiente naturale in cui gli scimpanzé vivono; una bella storia, un grande sogno realizzato con ostinazione, un’avventura durata una vita, fatta, ancora una volta, di ragione e sentimento, di studi sul campo e di un grande amore per la natura e per quel tipo di animali, cui non vorremmo assomigliare tanto. Il libro che racconta questa vita straordinaria è, in fondo, una bella favola, raccontata con leggerezza, adatta soprattutto a quei bambini che hanno l’abitudine di parlare ai loro animali, anche di pezza.

Eleonora

Ti mangio!”, J. Fardell, Il Castoro 2012
Età di lettura consigliata, dai cinque anni

Io…Jane”, P. McDonnell, Il Castoro 2012
Età di lettura consigliata, dai sette anni.