mercoledì 19 giugno 2019

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


I'll be you and you be me

Chi mi frequenta mi avrà sentito parlare più volte di una questione che con l'intesa ha a che fare: ovvero la mia personalissima teoria detta delle coppie felici. 
Chi sono? In estrema sintesi, si tratta di due persone che si incontrano e si intendono a meraviglia nel loro modo di raccontare. Le loro due voci, pur diversissime, che si esprimono rispettivamente nelle parole e nelle immagini, sono magicamente in perfetto accordo.
E a me pare di notare, e da qui deriva la teoria, che questa armonia che li tiene insieme si diffonda nel libro e ne potenzi inevitabilmente la qualità. 
In diverse occasioni ho imputato alla felicità della coppia uno dei fattori principali che determinano la bellezza di un albo illustrato, sostenendo che il valore aggiunto risiede per l'appunto in quel loro mettere in dialogo, in un dialogo mai disarmonico anche se talvolta dissonante, le diverse parti che lo compongono. Si tratta di accordo di voci, di sguardi, di segni, di parole.
Di convergenza.
Per definire meglio il concetto di unanimità di vedute (e della relazione da essa derivante) si può prendere a prestito il titolo di un libro della coppia felice per eccellenza Krauss/Sendak, I'll be you and you be me (HarperCollins, 1954).
La meraviglia, va detto, sta però anche altrove: nel constatare che non è solo il libro a guadagnarci, ma sono i singoli autori a potenziarsi a vicenda, semplicemente nell'entrare in contatto l'uno con l'altro. Come a dire che alla qualità personale contribuiscono sempre anche fattori esterni e nella fattispecie la vicinanza di una persona giusta: Guridi in tandem con Ingrid Chabbert dà il meglio di sé e Ingrid Chabbert con Guridi idem. Laddove non si verifica il magico connubio, nulla scatta.


Grande come il mare, uscito da poco per terre di Mezzo e Il giorno che sono diventato un passerotto, pubblicato alcuni anni fa da Coccole Books sono due storie che hanno un bel po' di intesa all'interno. 


E non solo perché sono entrambi libri della coppia felice in esame, ma perché raccontano due storie in cui i protagonisti, rispettivamente un bimbetto e la sua bisnonna e un bimbetto e la sua innamorata, si capiscono, si intendono nel profondo. Si accolgono e si prendono cura dell'altro. Tra loro c'è consonanza, armonia, affiatamento, comprensione.
Il primo, ambientato in un villaggio del deserto a due giorni di cammino dal mare, racconta di felicità raggiunta per un sogno realizzato e di piedi indolenziti. La bisnonna di Ali, un bambinetto dal gran testone, nella sua lunga vita a realizzato tutti i suoi desideri tranne quello di vedere il mare. Armato di un secchio vuoto e uno zaino pieno di datteri e acqua, il suo piccolo nipote parte alla ricerca. Il cammino è lungo.


Arrivato a destinazione, immagina di avere accanto la sua bisnonna, di tenerla per mano e di vedere la gioia nei suoi occhi che si perdono nel blu dell'acqua. La strada del ritorno è lunga quanto quella dell'andata e il gran caldo del deserto non aiuta chi porta il mare in un secchiello. Ma nonostante tutto, la tenerezza di un abbraccio è un buon traguardo da raggiungere.
Il secondo, ambientato in una scuola, racconta anch'esso di felicità raggiunta per un sogno realizzato e di una timidezza nascosta tra le piume. Innamorato di Candela, il bambino immagina di essere invisibile agli occhi di lei che, al contrario, sembrano guardare solo gli uccellini che tanto ama. Così lui prende la decisione di costruirsi una grande maschera da passerotto, anche se la sua vita si complica un bel po'. Fino al momento in cui due braccia tese gli tolgono il travestimento e lo abbracciano con tenerezza. Anche qui, traguardo raggiunto.
Dov'è che si percepisce maggiormente l'intesa tra Chabbert e Guridi dunque?
In primo luogo nell'idea di bambino che entrambi coltivano. Piccoli, ma sempre pieni di tanto ingegno: con gambette sottili e grandi teste. Piccoli, ma sempre abitati da emozioni grandi: pomelli rossi sulle guance e occhi attenti.


Piccoli, ma sempre con bei sogni in tasca: attraversano il deserto a piedi o volano goffi in cima a un albero.


In secondo luogo dal comune intento di avere del vuoto intorno alle loro narrazioni: da una parte un testo costruito sull'essenziale cui fa eco la grande pagina bianca in cui i personaggini fluttuano con quasi nulla intorno.
In terzo luogo il ricorrere a una immagine di forte valore simbolico: il simulacro di passerotto 'osservatore' e un secchio 'pieno' di una sola goccia. Entrambi centrali in quella bella composizione rarefatta.


Delle questioni che i due libri sottendono non si parlerà qui. Lo hanno già fatto diffusamente e al momento giusto  grandi segugi migliori di me.

Carla

I. Chabbert, Guridi (trad. E. Armaroli), Grande come il mare
Terre di Mezzo 2019
I. Chabbert, Guridi (trad. M.P. Iannuzzi, G. Casella), 
Il giorno che sono diventato un passerotto, Coccole Books 2015


lunedì 17 giugno 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LANCIARE SEGNALI


‘Lettere dall’Universo’, romanzo di Erin Entrada Kelly premiato con la Newbery Medal nel 2018, presenta un sottotitolo italiano, immagino proposto dall’editore Rizzoli, leggermente fuorviante: ‘alcune amicizie sono scritte nelle stelle’ potrebbe far pensare a un romanzo sentimentale, una storia tutta incentrata sulle relazioni fra i diversi personaggi.
In parte è così, abbiamo quattro ragazzini: Victor, di origine filippina e con una nonna fantastica che lo ricopre di affetto e di storie tradizionali; Kaori Tanaka, coetanea di origini giapponesi, dedita, con l’aiuto della sorella più piccola, all’arte della divinazione e convinta, per ovvi motivi, che nel cosmo tutto è collegato; Valencia, ragazzina sorda, di cui è segretamente innamorato Virgil; e Chet, detto il Toro, bullo, in realtà fifone, della scuola, il motore che scatena gli eventi della storia.
Cosa hanno in comune questi ragazzi, tutti ragazzi e ragazze delle medie? La loro singolarità, l’essere diversi dalla media, o per le caratteristiche fisiche, Victor è mingherlino, Valencia è sorda, o per le loro scelte, le loro passioni.
Il fatto scatenante è opera di Chet che, incontrando Victor nel bosco che lo separa dalla casa di Kaori, dove è diretto, gli prende lo zainetto, in cui c’è anche Gulliver, il porcellino d’india, e lo butta in un pozzo. Cosa può fare Victor, se non calarsi nel pozzo, salvo poi non essere capace di trarsene fuori? Dunque uno dei protagonisti, il fragile, ma risoluto Victor è intrappolato con il suo porcellino in fondo a un pozzo. Per sua fortuna, Kaori è a sua volta una ragazza testarda e non si convince che il ritardo di Victor sia casuale. Da lei in quel momento c’è proprio Valencia ed entrambe non sanno che il cruccio di Victor, cui Kaori dovrebbe porre rimedio, è proprio Valencia. Così, dopo molte titubanze, le ragazze, con sorellina al seguito, si mettono in cammino nel bosco, dove incontrano anche Chet, morso da un serpente. Dopo diversi tentativi di cogliere segnali dal cosmo, che spieghino il mistero, Valencia ha un’intuizione che le fa ritrovare il pozzo fatale.
Nel frattempo, Victor tenta di vincere la paura cercando aiuto in un personaggio delle storie della nonna, Ruby, che gli spiega come mandare messaggi nell’universo, rivolti alla sua famiglia.
In questo universo fantastico in cui si mescolano legami concreti e fantasie popolari, tutto è collegato, tutto si tiene in un groviglio di relazioni che non lascia solo nessuno.
Questi pensieri danno la forza al ragazzino di resistere in fondo all’oscurità del pozzo e di uscirne fuori molto cambiato, come se avesse vissuto una vera e propria iniziazione.
Tornerà a casa in compagnia di un cane randagio, fino ad allora custodito da Valencia, e con il cuore grande di un eroe. Solo la nonna, fra gli adulti, comprende questo cambiamento e quelli che seguiranno.
‘Lettere dall’Universo’ è un romanzo d’avventura ben congegnato, con un perfetto meccanismo narrativo che riserva a ciascun personaggio il proprio ruolo; è anche un romanzo sulla crescita, sull’affrontare quelle prove che fanno lasciare, ma non del tutto, il mondo dell’infanzia. E’ soprattutto una delicata narrazione del mondo visto con gli occhi di chi è speciale, in uno dei tanti modi in cui lo si può essere. E’ anche un modo di raccontare la vita, l’universo delle relazioni umane, come un insieme interconnesso di relazioni, più o meno complesse. E se anche non si volesse pensare come Kaori, che ne l mondo non esistono coincidenze, è affascinante l’idea che i nostri pensieri possano viaggiare nel cosmo portando quelle emozioni e quei sentimenti che magari non sappiamo esprimere a parole.
‘Tutti riceviamo lettere (dall’universo) – ribatté Ruby – Però alcuni sono più bravi ad aprirle’
Lettura avvincente e delicata, per lettrici e lettori che non disdegnano la riflessione, oltre l’avventura. Consigliata dagli undici anni in poi.

Eleonora

“Lettere dall’Universo. Alcune amicizie sono scritte nelle stelle”, E. Entrada Kelly, Rizzoli 2019


venerdì 14 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


TROMPE-L'OEIL

Ti aspettavo da tanto, Olivier Tallec (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"È da così tanto tempo che ne chiedo uno, che quando l'ho visto non potevo credere ai miei occhi, mi sono avvicinato e il mio cuore ha iniziato a battere forte forte.
Mi è sembrato talmente carino con i suoi occhioni lucidi.
Ora dobbiamo abituarci l'uno all'altro, è così che funziona con i nuovi amici."

E' Natale e sullo sfondo di un salotto giallo con poltrona rossa un bambino e un cane si incontrano. Quel cane è il regalo di Natale appena ricevuto da quel bambino che, con gli occhi sgranati, in pigiama lo guarda incredulo. Da qui si potrebbe dedurre che il cuore che batte forte forte sia quello del bambino. E forse lo è anche. I due che si sono appena incontrati devono fare conoscenza reciproca e così avviene. 


Giocano nel salotto, passeggiano insieme al parco e un guinzaglio li tiene uniti. Finita la vacanza, durante le giornate normali però le loro esistenze si separano: uno rimane a casa e l'altro fugge via. Ma poi torna il tempo libero per entrambi e lo passano di nuovo assieme al mare, o sul divano a guardare la tele o in un prato a tirarsi un bastone. Su come trascorrere la notte ci sono divergenze di vedute e anche a tavola hanno gusti diversi...
Il tempo passa così: questi due, anche se non si sono scelti, continuano a essere i migliori amici del mondo. 
Anche se sul divano adesso stanno un po' più stretti.

Tallec ama giocare sottile. E Tallec è da amare per questo.
Ti aspettavo da tanto è costruito su un grande equivoco di fondo, su una palpabile ambiguità, su un gioco non dichiarato. La voce narrante che pare ad evidenza quella del bambino, il quale ha appena ricevuto un cane per Natale (tutti i bambini ne dovrebbero ricevere uno prima o poi) lentamente rilascia nel lettore una sensazione di insicurezza e di disorientamento. 
Un po' come succede con l'eco che risponde dalla montagna, o quando al cinema sentiamo il rombo degli elicotteri dietro la testa, pur avendoli davanti agli occhi sullo schermo o quando vediamo un trompe-l'oeil su un quadro o in una architettura: i nostri sensi mandano segnali discordanti e il nostro cervello si confonde e si disorienta, e in quello stesso istante tempo accende tutti i recettori con l'intento di ristabilire chiarezza e orientamento.
Questo libro funziona così: accende l'attenzione, lavora sul piccolo dettaglio nel disegno e il doppio senso,l'ambiguità nel testo. 
E per un certo numero di pagine il dubbio resta. 


Si svela con maggiore chiarezza solo quando i due sono seduti sul divano.
Un lettore adulto e smaliziato, in verità, fin dalla copertina così ambivalente, si fa venire un dubbio su chi effettivamente aspetti chi. Un lettore bambino, che smaliziato non dovrebbe essere, abbocca e Tallec lo aspetta e lo invita sulla pagina a giocare con lui a una sorta di nascondino della verità, pur lasciando sempre un angolino di essa in vista, pronta a essere smascherata.
Proviamo a vedere quali sono alcuni di questi snodi dal punto di vista del disegno. Si tratta di piccoli dettagli che però sono per l'appunto rivelatori.
In primo luogo la copertina dove lo sguardo dei due protagonisti è perfettamente simmetrico nell'essere all'erta. Come a dire: attento che potresti fraintendere... E quella palla, testimone muta e forse oggetto del contendere.
La pagina dei passanti in città in cui non è ancora chiaro chi deve scegliere chi. E' il bambino che avrebbe voluto scegliersi il proprio cane o viceversa?
La scena dei bambini con i cani al guinzaglio è di nuovo ambigua (e lo è solo in un caso, ovvero quello dei due protagonisti) perché solo tra quei due non è chiaro chi porti chi, grazie a quell'impercettibile vezzo del guinzaglio pendulo.


E non è tutto. Il rapporto interno tra immagine e testo - quello che Sophie Van der Linden chiama correttamente 'gioco' ed è da intendersi come spazio vuoto tra due oggetti (la parola e l'immagine) che ne permetta il movimento autonomo e anche reciproco - è la chiave di buona riuscita di un albo illustrato. Tallec in Ti aspettavo da tanto di questo 'gioco', ovvero questo spazio vuoto di interpretazione, lo esalta e lo fa diventare spina dorsale dell'intera storia.
Lo stesso formato del libro 'alla tedesca' ovvero incernierato su un dorso orizzontale ma largo come un formato più consueto 'all'italiana' trova una sua giustificazione nell'esigenza di non tagliare mai l'illustrazione orizzontale e di tenerla rigorosamente separata dal testo, come a voler accentuare la distanza necessaria perché si crei un'eco del dialogo delle due parti, quella visuale e quella testuale.
Quando si dice saper dominare il mezzo...
 

Spero sia chiaro a chiunque che tutto questo contribuisce a dare sostanza e spessore alla storia raccontata da Tallec. 
Si potrebbe sintetizzarla così: tra cani e bambini la reciprocità di rapporto è circostanza evidente e, aggiungerei, naturale. E se malauguratamente non dovesse esserlo, dipenderà solo da un'invasione di campo da parte degli adulti. E spero sia altrettanto chiaro a chiunque che in questa bella storia di reciprocità e ambivalenza, Tallec i grandi non a caso li ha relegati ai bordi del campo.


Carla

mercoledì 12 giugno 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


AMORI SPERIMENTALI


Un gradito ritorno, quello di Rebecca Stead, con un nuovo romanzo, ‘L’amore sconosciuto’, pubblicato questa volta da Terre di Mezzo. Un gradito ritorno e una conferma del talento della scrittrice americana, premiata con la Newbery Medal per ‘Quando mi troverai’ e con il Guardian Prize con ‘Segreti e bugie’. Anche in questo caso racconta una storia di preadolescenti, di ragazze e ragazzi alle soglie di quella esplosione di vitalità e di contraddizioni, rappresentata dall’adolescenza.
In sintesi, la trama: ci sono tre storie che scorrono parallele il cui intreccio viene svelato solo alla fine. La prima, la più consistente, ha per protagonista una ragazzina, Bridge, alle prese con i problemi tipici di quell’età: l’amicizia, solidissima, con Emily e Tab, i dubbi su quel sentimento strano, misterioso e perturbante chiamato amore, che a volte si confonde con l’amicizia; e la seconda storia che ci viene raccontata riguarda proprio il migliore amico di Bridge, Sherm, che scrive lettere destinate a non essere spedite al nonno che ha pensato bene di abbandonare il tetto coniugale per cambiare vita. La terza storia è di un personaggio misterioso, una ragazza che scappa di casa, travolta dai sensi di colpa, e si rifugia nel locale del papà di Bridge.
Questi sono i personaggi principali, tutti disegnati con attenzione: i loro pensieri, i dubbi, gli errori inevitabili sono trattati come sempre con delicatezza. Bridge è sopravvissuta, da piccola, a un grave incidente stradale e si chiede costantemente se la sua vita abbia uno scopo particolare; Emily è innamorata e per il suo ragazzo commette il più ingenuo degli errori, gli manda una sua foto sexy, scatenando la vandea dei like di un’immagine condivisa da tanti.
Tab è quella più impegnata politicamente, segue con passione un corso di un’insegnate carismatica. Tutte e tre hanno sottoscritto un patto, non litigare mai.
Intorno alle vicende della foto compromettente si dipana il filone principale del racconto, che però non abbandona mai i personaggi minori, le storie parallele, che alla fine convergono in un’unica direzione, che consente alle tre protagoniste e ai loro amici di fare i conti realmente con l’amicizia, l’affetto fraterno, e l’oggetto misterioso che ossessiona soprattutto le ragazzine: l’amore, o quello che sembra tale e forse non è.
Anche in questo caso, come nei romanzi precedenti, la Stead dimostra grande abilità nella costruzione della trama, che, nonostante la molteplicità dei soggetti coinvolti, non perde mai ritmo e coerenza del racconto. C’è una indiscutibile capacità di mettersi nei panni di questi ragazzi e ragazze, rendendo credibili e importanti sentimenti, emozioni, riflessioni tipici di quell’età. Viene reso con affettuoso realismo la vita quotidiana, i sapori, i profumi di biscotti appena fatti, di pasti veloci preparati da genitori indaffarati. La vita vera, e quella rappresentata qui, è complicata, è difficile capire le ragioni degli altri, orientarsi nella giungla di silenzi, segreti, colpe apparentemente inconfessabili. L’unica differenza, fra questa rappresentazione e la realtà è che non sempre tutto trova una soluzione, nella realtà esistono i traumi, le sconfitte, silenzi che non vengono più superati.
L’immediatezza della scrittura della Stead fa di questo romanzo, nonostante la sua complessità, una lettura quasi obbligata per quelle ragazze, e quei ragazzi, che si interrogano sui sentimenti. A partire dai dodici anni.
Eleonora

“L’amore sconosciuto”, R. Stead, Terre di mezzo 2019

lunedì 10 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


'FAR ENTRARE UN PO' DI BELLEZZA' 
a Rosa M.

Tuono, Ulf Stark, Marcus-Gunnar Petterson (trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2019
 
 NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"'Vero che i giganti fanno venire una fifa tremenda?' 'La cosa più tremenda dei giganti è che non esistono' disse mio padre.
E lui che ne sapeva? Non leggeva mai le fiabe. La mamma invece sì. Praticamente si occupava lei di tutto, tranne che dello studio dentistico.
Comprava da mangiare. Faceva le pulizie. Stava dietro a malattie e compleanni dei parenti, ci lavava i vestiti, preparava i dolcetti e ci consolava quando aravamo tristi.
Faceva tutto senza lamentarsi.
A due sole condizioni."

E le condizioni sono farle suonare il piano ogni sera per una ventina di minuti e farla andare da sola in bici un pomeriggio del fine settimana all'eremo.
L'eremo, una capanna nel bosco ereditata da uno zio scrittore fallito, è il posto dove lei va a ritrovare se stessa: nel silenzio ascolta i rumori d'intorno e non fa niente, se non godersi la solitudine e sognare tranquilla.
Ulf, che avrà otto anni, sa bene che un po' di solitudine è bellissima da assaporare, ma sa anche che troppa solitudine è sintomo di qualcosa che non va. E il gigante Tunesson, detto Tuono da lui e dal suo amico Bernt, è troppo solo. E questo omone con le camicie con i fiori, con le manone e il vocione, una bocca di denti d'oro, agli occhi dei due amici è fin troppo strano nella sua vita da eremita: ed è così che diventa un gigante che intimorisce e incuriosisce allo stesso momento.
Questa storia intitolata a un presunto gigante ruota intorno ad alcune belle sorprese che la vita riserva e ad alcuni errori che nella stessa vita si fanno, ma che poi si rimediano, seppur sacrificando un tesoro prezioso.

Quarto nella serie di uscite dedicate a Ulf Stark dentro Iperborea, Tuono porta in sé alcune gemme preziose.
A parte la riconferma che Ulf Stark, in uno con Laura Cangemi che lo traduce, ha una scrittura felice e puntellata di ironia e uno sguardo sull'infanzia di rara quanto lucida onestà di pensiero, fatto che ce la restituisce, l'infanzia, nella sua complessità, ma di questo si è già detto altrove. A parte questo, in Tuono a gemme si aggiungono gemme.
La più interessante risiede nella sua capacità di far raccontare i 'grandi' dai piccoli. Un padre dentista 'scettico', una madre che rivendica per sé la possibilità di avere spazio per la propria persona, un vicino di casa, quanto meno insolito. E ancora di più far vedere come la realtà possa essere interpretata in modo diverso, a seconda che si sia bambini o che si sia adulti. Parrebbe un'ovvietà, ma non lo è affatto.
In particolare se si tiene conto che è un adulto a scriverla.
Un esempio illuminante è il Bernt raccontato dal papà dentista e il Bernt raccontato dal piccolo Ulf.
La seconda, che almeno in parte dalla prima deriva, sta nei ragionamenti che questo bambino mette in essere su questioni ben più generali: per esempio la consapevolezza che ogni persona - grande o piccola che sia - abbia il diritto di dedicare del tempo e dello spazio a se stessa, alla cura della propria interiorità.
E penso alla sua sensibilità nel capire meglio di qualsiasi adulto il disagio della mamma.
O ancora le riflessioni e le conseguenti azioni che il suddetto bambino fa per coltivare la delicatissima pianta dell'amicizia. E a proposito di questo, di quanto sia facile fare o dire la cosa sbagliata e di quanto coraggio serva per correggere l'errore. Questa questione è uno dei nodi importanti del libro, intorno a cui tutto alla fine ruota.
La terza ha a che fare con la chimica. L'Ulf grande racconta attraverso la voce dell'Ulf piccolo una grande verità: l'armonia, e con lei la bellezza, è la risultante di una composizione delicata di elementi necessari che si combinano assieme secondo legami precisi. Se ne manca qualcuno, tutto va in pezzi


Mi riferisco per esempio al fatto che per suonare bene o per cucinare bene occorra sentirsi bene. Ma anche che nelle relazioni umane - come nella chimica - occorra trovare il giusto incastro, l'uno nell'altro, il giusto legame che tenga tutto connesso. E penso per esempio al perfetto equilibrio che chimicamente si è stabilito tra Ulf e Bernt, pur essendo il loro un rapporto di amicizia non esattamente simmetrico.
E se salta l'armonia, la bellezza, salta inevitabilmente anche il sogno. Libro necessario.

Carla

venerdì 7 giugno 2019

ECCEZION FATTA!


A CHE PUNTO SIAMO


A quasi quattro anni dal rapporto Pisa, redatto per l’Ocse, che delineava un quadro non esaltante per quanto riguarda la lettura in Italia, mi sembra interessante condividere le mie riflessioni sull’ultimo rapporto Aie  sullo stato del mercato editoriale.
Anche quest’anno, i primi mesi sono stati impietosi e indicano una flessione, non enorme, ma significativa, proprio perché il mercato editoriale italiano già di suo non è dei più floridi. Si comprano meno libri, in qualsiasi canale di vendita, si tratti di libri cartacei o e-book. Perde sensibilmente anche il settore ‘ragazzi’, finora traino incontrastato in anni sostanzialmente privi di bestsellers. Perdono vendite sostanzialmente la Grande Distribuzione e le librerie indipendenti, mentre acquistano uno spicchio di mercato in più le vendite online e le librerie di catena, che hanno in comune vastità di catalogo e soprattutto una politica di sconti aggressiva.


L’elaborazione dell’Aie si sofferma molto sulle modalità di scelta dei libri acquistati: consigli di amici e parenti sono la prima voce, ma è molto cresciuta la percentuale di persone che si documentano in rete, mentre crolla il ruolo delle pubblicazioni specializzate, delle recensioni sui giornali o, addirittura, in televisione. Particolarmente significativo il dato che il 51% di chi acquista online prima si documenta sui blog per poi effettuare l’acquisto sui link che in essi si trovano.
Significa che sostanzialmente si cercano nella rete le informazioni che orientano l’acquisto e la cosa non è un granché tranquillizzante perché in rete non si trova facilmente molta informazione indipendente.
Gli indici di lettura sembrano, ed è un dato grezzo che non distingue categorie all’interno dell’insieme dei lettori, stabili, con una leggera flessione nei lettori di e-book.
Cosa significano questi dati così raggruppati? Una prima constatazione, anche banale, che il nostro mercato del libro è sostanzialmente in una fase stagnante; che uno dei canali di vendita è in netta flessione; che a soffrire maggiormente della concorrenza della vendita online sono le librerie indipendenti.
Senza nulla togliere alla professionalità di chi lavora nelle librerie di catena, la difficoltà delle librerie indipendenti, unita al fatto che ci si rivolge a siti sponsorizzati per orientare le proprie scelte, implica una maggiore difficoltà a trovare riflessioni più approfondite, suggerimenti meno orientati al lato commerciale. Ci sono siti, o canali you tube, che possono fare la fortuna di un libro, così come ci sono ‘libri’, provenienti proprio dal mondo degli ‘influencer’, che vendono milioni di copie senza nemmeno passare dalle librerie.

Nello stesso tempo, trovo che le diverse iniziative, premi, concorsi, laboratori di lettura, circoli e altre iniziative, comincino ad avere una maggiore estensione e capillarità. Mi riferisco, ovviamente, soprattutto al mondo dell’editoria per ragazzi, dove è sicuramente maggiore l’attenzione alla costruzione del soggetto ‘lettore’.


Qui diventa centrale il ruolo della scuola che, come risultava già evidente nella pubblicazione di Save the Children Italia, ‘Atlante dell’infanzia a rischio’, le realtà sono drammaticamente differenti: da scuole estremamente attive nei progetti di promozione della lettura, ad altre che si devono confrontare con tematiche più basilari. Anche nel microcosmo di un municipio romano, diventa difficile avere una mappatura precisa della quantità e qualità delle biblioteche scolastiche, con differenze evidenti fra una scuola e l’altra. Trovare risorse economiche ed umane per raggiungere ovunque uno standard accettabile, che significa che tutti i bambini e le bambine abbiano a disposizione realmente una certa quantità di libri, che in ogni scuola si adottino progetti di promozione della lettura, che le librerie e le biblioteche si coordinino a questo scopo: tutto questo mi sembra un importante obbiettivo ‘politico’ e soprattutto penso sia cruciale che nell’agenda politica entri questo obbiettivo, superare le differenze fra regione e regione, quartiere e quartiere nella qualità dei servizi culturali offerti ai più giovani.
Per tutti e tutte noi che lavoriamo in questo settore è una grande responsabilità e un impegno prioritario rimettere le cose sulle proprie gambe, facendo la nostra parte, per piccola che sia, per dare a tutti e tutte l’accesso alla cultura.

Eleonora




mercoledì 5 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA POETICA DELLA SALOPETTE

La fattoria di Pina, Lucy Cousins
Terre di Mezzo, 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"Pina e i suoi amici vanno alla fattoria.
Ciao pecore! Ciao maiali!
Pina guida il trattore nei campi.
Guarda lo spaventapasseri!"

Pina con Lillo e Piopio aprono il cancelletto del recinto della fattoria. 


Hanno molto da fare: prendersi cura degli animali, pulirli, sfamarli e poi coltivare la terra e quindi fare il raccolto nell'orto. A fine giornata, quando il sole va giù, vorrebbero, forse, mettere tutti a dormire.
Quando la fattoria sembra ormai volgere al silenzio, qualcosa di inatteso sta per succedere. L'interno della stalla si anima: gatti, cavalli, pulcini, gufi, ragni, conigli, un maialino, due pipistrelli e un panda (di peluche) hanno tutti gli occhi sgranati perché - chi l'ha detto che è ora di andare a dormire? - ora ci si diverte davvero. Che il gioco abbia inizio!

È tornata. La Pina è finalmente tornata. La gioia nasce dalla semplice constatazione che la Pina (un po' come Stanlio e Ollio, i Mumin, come Winnie the Puh, Pippi o Mary Poppins) è necessaria per crescere. Non si può diventare grandi per bene senza averli conosciuti, tutti costoro, senza averli attraversati, e senza averci passato almeno un po' di tempo assieme. E alludo a quel tempo che ognuno di noi trascorre senza consapevolezza ma che poi, è sperabile, non si dimentica: l'infanzia.


La Pina è lì insieme a una moltitudine di altri personaggi che hanno contribuito a costruire l'immaginario di ognuno.
Racconta Lucy Cousins che la Pina è la risultante di una sua lunga ricerca iconografica per trovare un animale che potesse diventare personaggio. Personaggio versatile per creare una infinita varietà di libri per bambini piccoli piccoli.
Fogli riempiti di molti altri animali, elefanti, giraffe, fino ad arrivare a questa topetta che ha saputo imporsi e prevalere su tutti gli altri.
La Pina, è chiaro a tutti, è volitiva, indipendente e molto curiosa di tutto ciò che la circonda. Dovrebbe avere circa due anni e mezzo, al massimo tre - è la Cousins a supporlo - e fa cose piuttosto consuete, ma non disdegna l'avventura che spesso condivide con i suoi amici di cui si prende cura, perché lei in un certo qual modo è sempre quella che tiene le fila di tutto.
È gentile e nello stesso tempo non ama troppo smancerie o leziosità. Per esempio nel vestire: indossa salopette o magliette e pantaloni e solo per le grandi occasioni, matrimoni e compleanni, sfodera un vestitino. Come tutti ha un abbigliamento preferito in cui si sente perfettamente a suo agio: la maglietta rossa e i calzoni a righe verdi. Le righe, comunque, le piacciono parecchio, e anche le salopette passioni che condivido entrambe e che testimoniano una scelta di campo. Non ha fiocchi, non ha lustrini, non ha coroncine e neanche cuori sulle magliette. Vorrà pur dir qualcosa...
È sempre molto appropriata: stivali quando c'è da lavorare, e scarpe da ginnastica quando c'è da correre, sciarpa quando fa freddo.
Lucy Cousins la disegna con quella riga nera di contorno sempre molto evidente, veloce e volutamente imprecisa, quel naso 'importante' usa principalmente colori brillanti e puri, unica eccezione è il rosa Pina con cui colora orecchie, muso, coda, mani e baffetti. 
Il resto del corpo ricorda il tipico candore britannico.
Quali sono le ragioni per amarla? Esattamente quelle fino a questo momento elencate più una: è un personaggio di grande inventiva; è piena di interessi; non è leziosa (al contrario di Giulio coniglio) ; quel che dice fa, in altre parole è affidabile, non è saccente (al contrario della Pimpa), ma sa essere istruttiva, non è ironica ma sa far subito squadra. Attraversa la realtà, sempre sorridente. 
Ed è bella!

L. Cousins, Maisy Big, Maisy Small, Walker 2007

La Pina è compagna ideale di letture con bambine e bambini, all'incirca suoi coetanei. Ed è per questo che Terre di Mezzo ha stondato il cartonato quadrato, piccolo e quindi più maneggevole anche per giovanissime mani.
Come nella maggioranza dei libri di Pina, almeno nella loro edizione originale, l'interazione del lettore è richiesta, anzi necessaria. Si tratta di pop-up che si costruiscono con linguette che si tirano, personaggi che si muovono. In questo caso specifico si ottiene l'interno della stalla in cui far agire i personaggi con una semplice apertura di tre fustelle a fine libro. Probabilmente la scelta di un prezzo contenuto ha fatto sì che si è dovuto sacrificare qualcosa del pop up originale che prevedeva oltre trenta fustellati. 


Non sempre si può avere tutto.
Solo su una scelta si potrebbe dissentire, ovvero la doppia lingua.
Il testo originale in inglese è rimasto sulla pagina anche se non in neretto come quello in italiano, comprese le onomatopee. 


E così la pagina si riempie un po' troppo. Sebbene l'intento dichiarato in quarta di copertina 'scopri le prime parole in inglese' sia in linea di principio lodevole, all'atto pratico sembra non esserlo davvero. E soprattutto a scapito di una buona leggibilità dell'immagine.

L. Cousins, Maisy Big, Maisy Small, Walker 2007
Non sempre si deve avere tutto.

Carla

lunedì 3 giugno 2019

FUORI DAL GUSCIO ( libri giovani che cresceranno)


AL DI LA’ DEL MARE


Lauren Wolk, dopo il successo raggiunto con ‘L’anno in cui imparai a raccontare storie’, ritorna negli scaffali delle librerie con un nuovo romanzo, pubblicato anche in questo caso da Salani, dal titolo ‘Al di là del mare’. E’ un dono di questa autrice riuscire a costruire un racconto dal perfetto meccanismo narrativo, che risulti coinvolgente per il giovane lettore, nello stesso tempo affrontando tematiche di grande portata.
Come nel caso precedente, grande attenzione viene data alla ricostruzione d’ambiente, allo sfondo storico in cui si svolgono i fatti. In questo caso siamo in America, nelle isole Elizabeth, al largo del Massachusetts, fra l’isola di Cuttyhunk e l’isolotto di Penikese, in cui era stato costruito un lebbrosario; su questo dato storico e sul presunto naufragio di una nave pirata, del mitico Capitan Kidd, si svolge l’azione di questo intenso romanzo.
La protagonista è Crow, che ci parla in prima persona: è una ragazzina fortunata e sfortunata nello stesso tempo, essendo stata lasciata in balia delle onde appena nata; ma è stata anche raccolta dal rude Osh, un naufrago volontario che ha rotto la sua solitudine per accogliere e crescere quella bambina, uno straordinario dono del cielo. Noi conosciamo Crow dodicenne, quando è inevitabile farsi domande, soprattutto se il resto del paese in cui vive evita di toccarla. E’ forse arrivata dal lebbrosario? E’ figlia di uno di loro? Con l’aiuto di Maggie, la donna, anche lei sola, che ha contribuito a crescerla e a darle un’istruzione, Crow inizia una sua personale ricerca delle proprie radici, visitando prima l’isola maledetta, in cui però incappa in un bandito in cerca di tesori, poi scrivendo lettere a chi aveva lavorato nel lebbrosario. E dunque l’avventura della ricerca del tesoro, in cui la famiglia ‘di fatto’ di Crow si trova coinvolta suo malgrado, si intreccia con una ricerca ben più impegnativa, quella della propria storia.
Per Osh, padre non biologico, ma padre a tutti gli effetti, aiutarla in questa impresa è doloroso, difficile, perché ogni passaggio sembra allontanare la ragazzina, attratta da un passato che non può restituirle altro che ricordi non suoi. Eppure è un passato necessario, che in qualche modo può consentirle di mettere radici.
Non posso raccontare di più della trama, che ha un suo senso anche nella suspense e nella scoperta progressiva della verità. Vorrei però sottolineare alcuni aspetti importanti di questo romanzo: in primo luogo la riflessione sul ‘passato’. Per Osh il passato è un bagaglio ingombrante, di cui non vuole quasi avere ricordo; per Crow, al contrario, il passato è un tassello mancante, un pezzo della sua storia che si perde nell’indistinto. E dunque per lei è una necessità ineludibile ricostruire i passaggi, individuare le persone, dare un senso al sua arrivo nell’isolotto di Osh. Questo tema si collega all’altro, altrettanto interessante, dei legami di sangue, o presunti tali, confrontati con le relazioni reali, con l’esserci affettivamente, svolgendo un ruolo, al di là delle relazioni di parentela. Tematiche, come si vede, che hanno a che fare con l’identità, quella essenziale richiesta di individuazione così presente nelle teste degli adolescenti. Anche in questo romanzo l’azione, raccontata in alcuni tratti a ritmo serrato, si accompagna a una grande capacità di ricostruzione delle atmosfere familiari attraverso gli oggetti di vita quotidiana, gli animali che condividono la vita dei protagonisti, i diversi personaggi secondari. Esemplari i momenti in cui viene descritto il gatto di casa, con le sue abitudini e il suo linguaggio. Infine la questione storica, il destino delle persone ammalate di lebbra, mandate il più lontano possibile insieme ai pochi temerari disposti a curarle. Ne emerge un ritratto vivissimo di un modo di pensare, di pratiche durissime applicate ai malati, del dolore e della solitudine di chi da quei ghetti non usciva più. Dopo Annabelle, la coraggiosa protagonista del romanzo precedente, anche Crow delinea una personalità femminile raccontata con finezza psicologica, descritta nel groviglio di sentimenti che la lega al presente, certo e rassicurante, e nello stesso tempo a un passato dai contorni imprecisi; è una ragazzina determinata, coraggiosa e, nello stesso tempo solidale con quel mondo di paria da cui forse proviene. Seguiamo passo passo le sue scoperte, la sua maturazione interiore, viviamo le sue scoperte e le sue delusioni. Consiglio caldamente la lettura di questo bel romanzo, adatto a lettrici e lettori di almeno tredici anni.

Eleonora

“ Al di là del mare”, L. Wolk, Salani 2019