mercoledì 19 giugno 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DI PAROLE, DI NUMERI, DI LIBRI E ANCHE UN PO' DI DAHL 



Perché, caro lettore, non si può rimettere una quercia dentro una ghianda.
Non si può rimettere un temporale dentro una nuvola.
Non si può rimettere un milkshake dentro la mucca.
Hai capito, insomma. Mira era uscita nel mondo, e non aveva intenzione di tornare a rintanarsi nella sua vecchia vita soffocante. Non poteva farlo. E non l’avrebbe fatto.”


E’ un libro sugli adulti distanti.
No, è un libro sul potere dei libri.
No, è un libro sulle domande (addirittura una è nel titolo!).
No, è un libro sui tassi (quelli animali, intendo).
A cosa servono le persone? di Sara Pennypacker è un po’ tutto di quelle quattro definizioni, e anche più, come lo sono i libri di spessore. E di spessore ne ha da vendere, viste le quasi 300 pagine che lo compongono e che filano via dritte come quando un tasso vede un prato da scavare.
E’ la storia di Mira Fiordispina che ha circa nove, dieci anni: lei non lo sa di preciso perché i suoi genitori non hanno ritenuto che la sua data di nascita così importante da doversene ricordare. D’altro canto, per sua madre: “Un bebè è un accessorio di moda che completa il look inconfondibile di una persona”.
La signora Fiordispina è la sindaca della ridente città di Strambore, mentre il signor Fiordispina ne è il tesoriere. Due sono le parole d’ordine dei malefici genitori: soldi e fama! Tutto il resto è niente, tant’è che, dopo che Mira è stata usata per mirabolanti foto mentre era in fasce, ora serve solo come sguattera e cuoca della perfida coppia. Inoltre è sottoposta a severe clausole tutte raccolte nel Manuale del dipendente, scritto di volta in volta dal padre, dove è chiaramente enunciato che è vietato a Mira andare a scuola semplicemente perché è vietato abbandonare il luogo di lavoro.
Ma Mira legge. E legge quello che ha, ossia la Gazzetta di Strambore che riporta la notizia che a breve aprirà una nuova scuola e quindi chiede di poter andare. Gli scudi dei genitori si alzano subito, il Manuale sancisce il divieto.
“Voglio stare con le persone!” azzarda Mira.
Persone?
“A cosa servono le persone?” grida suo padre.
Proprio non ne sanno niente di bambini, questi due allocchi: non sanno che alcune domande mettono in moto i bambini e poi tu non li vedi più. E così fa Mira che per rispondere a una domanda decide di oltrepassare la siepe del suo giardino. E dietro lì cosa si nasconde? Una biblioteca!
Si può dire inizi qui il libro. Con gli incontri di Mira: finalmente sta con le persone e piano impara a cosa servono. Prima incontra Harry Fiorini, ragazzo bibliotecario per procura. Poi incontra sua zia Pauline Fiorini, vera bibliotecaria con ginocchia conciate e grandi capacità pasticcere (Pauline ci offre una visione della vita basata sui biscotti, già questo dice tanto su a cosa servono le persone). Poi incontra il fantastico Osmund, che esce di casa solo con tuta protettiva contro i mille colpi di scena della vita. Poi fa amicizia con Fern, una bambina lettrice che si occupa di 7 fratellini e 2 bisnonni mentre i suoi sono al lavoro.
E infine Bob, il tasso, vero deus ex machina dell’intreccio e scontroso animale scavatore di buche.
Ora a me per sviscerare un po’ questo libro, mi vien voglia di dividerlo in parole. Tipo così:
DAHL [Roald]: anche nella quarta di copertina viene citato il famosissimo autore inglese in relazione al libro della SP. Ed è vero che di lui riconosciamo due aspetti fondamentali per la sua poetica: la meravigliosa cattiveria degli adulti, in particolar modo se genitori, e la caparbia e ostinata innocenza e bellezza della piccola protagonista. Ossia da una parte i monoliti adulti e dall’altra il movimento a crescere dei piccoli protagonisti.
NUMERI: Mira adora i numeri. Di fatto è lei che trova le quadre per il lavoro contabile del padre. I numeri sono la sua specialità e spesso i suoi ragionamenti sono perlopiù ragionamenti logici. I numeri sono la sua stanza di sicurezza, la consolano e la salvano. Incontrerà nel suo sentiero anche Osmund che invece usa i numeri come percentuali di probabilità di incidenti e malattie a dimostrazione del fatto che i numeri possono essere buoni o cattivi, dipende da chi e da come li si usa.
PAROLE: tutti i giorni Mira legge una rubrica dal titolo “Arricchisci il tuo vocabolario” sulla Gazzetta di Strambore, e ogni giorno impara una parola nuova e ogni giorno con esattezza la applica alla realtà che pian piano scopre allontanandosi sempre più da casa. Questa sull’esattezza delle parole e sulla scoperta della novità è un po’ il filo rosso del libro. Mira non solo non conosce il mondo ma non ne conosce nemmeno le parole. Come con i numeri anche con le parole Osmund è la sua nemesi perché conosce parole e mondo ma ne ha una fifa blu, a dimostrazione del fatto che saperle non ti porta dritto alla felicità.
A questo punto è doveroso passare anche alla nostra quarta parola.
LIBRI: sì, si può dire sia un libro sulla potenza dei libri, sulla loro fondata capacità di decifrare persone e mondi. Mira scoprendo i libri, comincia ad aver accesso alla moltitudine. E non solo narrativa è! Ma anche saggistica e teatrale (il teatro è un co-protagonista che spicca nella trama narrativa del libro). I libri sono anche un terreno su cui confrontarsi, come fa con Fern, altra appassionata lettrice: “Mira e Fern avevano letto molti degli stessi libri, perciò avevano l’impressione di essere cresciute insieme”.
Sara Pennypacker, autrice del già ottimo Pax e del suo prosieguo, continua a parlarci di giovani anime che cercano casa, che camminano e che crescono, che si interrogano e osservano il mondo e le persone senza pregiudizi. Così fa anche in A cosa servono le persone? alzando però, a mio parere, il tiro. Parlando anche della nostra società, della facilità con cui perdiamo la visione generale della vita. Mira invece è come il suo nome, arriva al punto, rovistando, come Bob, e crescendo.
Quanto a Matthew Cordell, fa in modo che le sue illustrazioni non siano mero apparato di rispecchiamento. Anzi… Opera una piccola azione sovversiva. A voi scoprirla. Fate come Mira, chiedetevi cosa succede.

Valentina

"A cosa servono le persone?S. Pennypacker, M. Cordell, trad. Paolo Maria Bonora 
Rizzoli 2024





lunedì 17 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA SEIN 

Oggi come stai? Kathrin Schärer (trad. Claudia Valentini) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Sono incuriosito." 
"Sono impaurito." 
"Sono felice." 
"Sono triste." 
"Sono nei guai." 

Ogni volta un'emozione, uno stato d'animo, attraversa gli animali che lo esprimono attraverso l'espressione di musoni e musetti e attraverso la loro postura del corpo. 
Un ermellino è impaziente e si sporge in avanti per capire perché la fila per comprare il gelato vada tanto a rilento... 
Un elefante è indeciso su che gusti scegliere per il proprio cono gelato fa sì che dietro di lui la coda di altri clienti spazientiti si allunghi...


Uno scoiattolo dal dentista si fa ancora più piccolo di quel che già è, perché tra poco tocca a lui finire sulla sedia reclinabile a bocca spalancata... 
Un giovane coniglio si sente escluso perché per lui apparentemente non c'è posto sullo slittino su cui gli altri tre stanno per lanciarsi in discesa, esultanti... 

Sembrerebbe uno dei tanti libri che negli anni l'editoria per l'infanzia ha pubblicato sulla questione della catalogazione delle emozioni. Ce ne sono davvero tanti, di qualità diversissima. 
Ricordo un antesignano, Emozioni di Mies Van Hout, del 2011, che Lemniscaat pubblicò, infrangendo uno dei tabù più resistenti dell'editoria per l'infanzia: il fondo nero in cui vari pesci sguazzavano, tristi, nervosi, annoiati o spensierati. 
Sembrerebbe, ma non è. 
Le cose che mi hanno fatto rizzare le orecchie sono due: il fatto che sia un libro di Kathrin Schärer e il fatto che il suo titolo originale, in tedesco, sia: Da sein. Was fülhst du? 
Partiamo da Kathrin Schärer. 
Purtroppo, pur essendo una grandissima illustratrice e autrice, che ha pubblicato libri magnifici, in Italia di titoli a sua firma ne circolano ben pochi. Eppure.
L'ho sempre considerata è una delle migliori nel disegnare - e rendere espressivi alla massima potenza - gli animali, con quelle sue matite che non si allontanano mai troppo dai grigi ai bruni. Accanto a questo grande talento, va riconosciuta anche la sua sottile ironia, che attraversa tutte le sue tavole. 
Spesso in coppia con i più grandi da Pauli a Hohler, passando per Schami, ma anche da sola ha concepito libri molto significativi.


Insomma, Kathrin Schärer ha moltissimo da dire e mai banalità. Almeno non fino ad adesso. 
Dal che se ne deduce che questo libro, oltre alla qualità evidente delle illustrazioni, non può essere uno dei tanti libri sulle emozioni, che lasciano il tempo che trovano... 
E così si passa alla questione del titolo che lei ha scelto: Da sein. In tedesco Da sein significa letteralmente essere lì, o in senso più lato il termine Da sein o Dasein (tuttoattaccato) vuole significare esserci, essere presente (strizzando l'occhio a Heidegger, solo per citare il più recente), ma anche più semplicemente l'esserci, nel senso di sperimentare la vita, essere al mondo. 
Tutto questo nel titolo italiano non è sopravvissuto. Ma resta il fatto che la Schärer, nel renderlo centrale, abbia voluto rivolgersi non solo ai bambini (Was fülhst du? ), ma anche ai grandi (Da sein) che questo libro prenderanno in mano per leggerlo ai più piccoli. 
E questa scelta si può facilmente presumere sia dettata, non solo da tale contingenza, ma soprattutto da una consapevolezza molto più profonda: le emozioni sono territorio che un grande e un piccolo condividono!
 

Quindi ancora una volta, come si diceva pochi giorni fa a proposito di Maria Parr, siamo di fronte a un libro che attraversa territori di comune appartenenza, regioni emotive che grandi e piccoli possono riconoscere e attraversare alla pari. 
Dunque, quel titolo enigmatico e filosofico e quel sottotitolo was fülhst du?, come ti senti? cosa provi? come stai? io lo intenderei più provocatoriamente rivolto a tutti e non solo ai più piccoli, per via degli angoli stondati, dei topini e degli scoiattoli in copertina... 
Per questa precisa ragione penso che sarebbe un bel divertimento e un cimento, nonché una bella prova di maturità educativa, se un grande e un piccolo - preventivamente coperto il testo - si confrontassero con le singole trenta immagini e ne potessero dare una loro personale interpretazione E non solo verbale, ma volendosela godere fino in fondo, anche espressiva. 
A parte un vario repertorio di facce messe a confronto, ne verrebbero fuori delle belle discussioni e chiacchiere insieme. E senza parere, si eserciterebbe la rara arte di imparare a leggere le immagini. E ne potrebbero scaturire interessanti sfumature interpretative. 


Ecco, sfumature interpretative che mi hanno vista perplessa, per esempio, nel leggere che gli occhioni spalancati, un sorrisetto fremente, le unghie che affondano un po' nel pelo, l'essere rannicchiato in corpo compatto e teso (addirittura straripante dalla pagina che lo dovrebbe contenere) e, a sigillare il tutto, la coda sulle zampe in quel pochino di tensione tenuta a freno, quello che nell'originale è gespannt appunto, si trasformi in un molto più placido: sono incuriosito, perdendo un po' il senso dell'impazienza che mi pare sia lì sotto gli occhi... 
Dico un'ovvietà, ma questo libro è costruito sul dialogo fitto fitto di due voci, immagine e testo, tanto più le si ascolta e le si 'legge' attentamente entrambe, tanto più il libro potrà brillare. 


Questione di feeling... 

Carla

venerdì 14 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TOCCARE IL SOFFITTO CON UN DITO

Oscar e io (e tutti i nostri posti), Maria Parr, Åshild Irgens (trad. Alice Tonzig) 
Beisler 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"In casa abitano due bambini, Oscar e io. Condividiamo la stanza nel seminterrato. Nel letto a castello io dormo sopra e sono il capo. Oscar dorme sotto e crede di essere il vicecapo, ma in realtà sono io a decidere tutto. Decido quando dobbiamo spegnere la luce, e decido che Oscar si deve alzare per farlo. Decido se dobbiamo tenere socchiusa la porta o la finestra. E decido io quando parliamo e quando dormiamo. Vorrei essere io a decidere anche il momento in cui Oscar deve smettere di russare, perché quando attacca sembra un aspirapolvere rotto. Ma l’unico modo per farlo smettere è svegliarlo, e non è che allora ci sia tanto più silenzio, volendo essere gentili." 

I due sono a letto e come di consueto discutono. Oscar ha 5 anni e paura dei mostri, dei mostri nell'armadio. Sua sorella, che è di ben tre anni più grande, sa molto bene che i mostri non esistono e quindi lo prende in giro, ma di fatto lo tranquillizza e lui si riaddormenta. Tuttavia quell'anta dell'armadio non perfettamente chiusa genera in lei una piccola paura, che magari cresce: se i mostri non esistono, i ladri invece ci sono, eccome. 
Quindi, non resistendo, scende dal letto e va a controllare. Ma un rumore sospetto la mette ancora più in allarme, afferra al volo l'atlante e si nasconde nel buio tra attaccapanni e vestiti. Quando poi l'anta si apre all'improvviso, lei - ed è a questo punto terrore puro - scaglia l'atlante in testa a chi ha di fronte.  
Tutto precipita in un baleno: Oscar si sveglia urlando, il papà dal piano di sopra irrompe nella stanza, brandendo la miglior padella di casa, e quel che trova è sua figlia a occhi sgranati che è davanti all'armadio spalancato, sua moglie a terra che si tiene la fronte dolorante, colpita da un pesante atlante e il piccolo Oscar, bianco di paura. 
E poi? Mamma si sdraia accanto al piccolo di casa per consolarlo, qualcuno nel letto superiore questa volta farebbe volentieri a cambio con il fratello, il padre riporta in cucina la padella. 
E come va a finire? Che nella penombra della camera in quel lettino adesso sono in tre: uno dorme come se nulla fosse successo e le altre due chiacchierano con un fil di voce su cosa sia la paura... 

Credo di non sbagliare optando di mettere sotto la lente solo uno degli undici episodi che costituiscono il nuovo e atteso libro di Maria Parr. 
Non vorrei togliere a nessuno il gran gusto di leggerlo senza spifferi esterni, vocine che ti dicono qui succede questo, là succede quello... ma soprattutto lo faccio perché in questo, che apre il libro e si intitola L'armadio, ci sono già tutti gli ingredienti per capire che si tratta di un gran bel libro e punto. 
Nel sottotitolo c'è il filo rosso che tiene insieme i racconti: sono undici luoghi che costituiscono la mappa, ovvero i diversi scenari dell'infanzia di due bambini, fratello e sorella, con contorno di adulti. 
A essere più precisi, si potrebbe dire che è proprio lei, l'infanzia, a essere in questo libro un luogo prima ancora di essere un tempo. 
E come spesso accade, i suoi contorni, via via sempre più nitidi, si ricavano attraverso i fatti che si susseguono. Sono principalmente loro a raccontare, in un continuo gioco delle parti tra piccoli e grandi. 
Nessuna morale, nessun insegnamento. 
Ma andiamo con ordine: prima i bambini e poi gli adulti. 
Resto sempre basita quando riconosco, ovvero sento risuonare come suono conosciuto, le infanzie raccontate dai grandi ai bambini. 
La Parr non si smentisce neanche stavolta: come già nei precedenti suoi libri, cuce fatti, azioni, accadimenti con pensieri profondi, talvolta profondissimi, che tengono insieme le parti per dare spessore, profondità e senso alle cose. 
Pensieri che passano veloci, quelli dei suoi bambini, perché è così che pensano i ragazzini: vanno a fondo e poi scartano verso qualche altra cosa... Invece, i pensieri che hanno avuto modo di decantare, sono quelli dei suoi adulti. 
La domanda a questo punto si impone: perché solo alcuni adulti, tra cui la Parr, sanno raccontare i bambini meglio di altri? 
Forse perché vanno a pescare in quella regione emotiva che non li ha mai abbandonati, ossia raccontano di cose che un adulto e un bambino hanno in condivisione, pur essendo tra loro diversissimi? 
Per esempio qui, parlando di paure, è difficile che un grande creda ai mostri, ma la paura di un ladro che violi il nostro rifugio è roba che non ci abbandona mai... E Ida, la sorella "più matura" è lì a dircelo, chiaro e tondo. 
E come sono gli adulti di Maria Parr? 
Come a spesso accade nei libri del Nord, gli adulti sono gran belle persone, anche nei loro limiti: più volte ci si commuove, e altrettante si piange dalle risate. 
La loro bellezza risiede nella grande onestà di presentarsi per quello che si è, nel rispettarsi per quello che si è e nel volersi bene per quello che si è. 
Senza mai sottrarsi al loro ruolo di curatori di piccoli in crescita, qui vediamo genitori e zii che si muovono disinvolti tra una gamma molto varia di sentimenti. 
Soffrono, ridono, amano, sbagliano, vanno in profondità o galleggiano spensierati davanti a figli e nipoti con una integrità, lealtà, una trasparenza interiore, una consapevolezza di sé così profonda che è davvero difficile non notarla e non apprezzarla. 
Faccio anche qui un esempio: madre e figlia chiacchierano sottovoce, prima di separarsi e prendere ognuna - alla pari - la strada verso il proprio sonno. La cosa che è appena accaduta, ossia la paura di un mostro che è diventata la paura di un ladro, nasconde dentro di sé una grande verità che quella "matura" bambina esplicita con estrema chiarezza: "quando smettiamo di avere paura di qualcosa, il cervello scova qualcos'altro di cui avere paura, qualcosa di più pericoloso, e così più diventiamo grandi, peggio è". 
Incontrovertibile, ma il modo per andare oltre lo sa solo chi ci è passato attraverso. E non è un caso che ci sia lì una figlia che sulla questione in qualche modo interroga una madre. E così accade che la "grande" racconti alla "piccola". 
E come lo fa? 
Senza giri di parole, va dritta verso quello che è: nessuna ipocrisia, ma piuttosto affetto, rispetto e tanta vita vera... 
E cosa le dice? 
Questo: «Quando diventiamo grandi, dobbiamo spesso prenderci cura di qualcuno. E allora va meglio.» «Ah, sì?» «Sì. Se ci si deve prendere cura di qualcuno più piccolo di noi, qualcuno che è più spaventato, non rimane così tanto spazio per le nostre paure. Per questo quando ero piccola volevo un fratellino o una sorellina», ha aggiunto. E poi ha raccontato che zio Øyvind, suo fratello maggiore, la sera doveva sempre accompagnarla su per le scale della mansarda, perché lei credeva che dietro la carta da parati abitasse un fantasma che quando era buio veniva fuori attraverso una fessura. Io mi sono messa a ridere.«Ma adesso devo prendermi cura di te e Oscar, così ho il coraggio di salire le scale da sola. Senza problemi.» 
Ecco. 
Moltiplicate tanta bellezza per enne volte e otterrete questo libro magnifico! 

Carla

mercoledì 12 giugno 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

LA GRAVITAZIONE È COME AMORE 


Stardust è un libro importante e ambizioso, perché si muove su un terreno molto battuto recentemente e pretende di farlo con una forma e un linguaggio tutt’altro che comune. 
Si potrebbe sintetizzare l’argomento affermando che Stardust parla di cambiamento climatico. 
Ma come tutte le sintesi, anche questa rischierebbe di essere limitativa, banalizzante e in parte fuorviante. 
Perché il tema invece è complesso e perché il libro rifugge dal tentativo di ridurlo a poche frasi ad effetto. 
Trattandosi di un libro illustrato che possiede una parte informativa, ma una ben più ampia narrativa e in versi, l’autrice avrebbe potuto procedere soltanto sul sentiero dell’aggancio empatico: le sue immagini molto forti lo avrebbero permesso e lei ne sarebbe venuta fuori sicuramente molto bene. 
E invece sceglie di parlare al lettore in modo differente, di chiamarlo direttamente in causa, di rivolgersi a lui e alla sua storia. 
Partiamo dal prologo che vi invito caldamente a non saltare, ma a leggere con attenzione. 
Qui Hannah racconta di se stessa: è il suo compleanno e un suo amico le chiede quale sia la cosa che le fa più paura. Ritorna allora al suo passato, alla sua infanzia e cerca di ripercorrere quelle che erano i suoi timori di allora. Non la paura della morte, bensì dell’età adulta, perché questa avrebbe segnato un abbandono, un distacco da cose e persone. La paura di cambiare, di svegliarsi e scoprire di essere qualcosa di diverso, di non riconoscersi più. 
Da una dimensione così intima e personale il discorso si sposta improvvisamente sul nostro pianeta: e se anche la Terra si svegliasse e si accorgesse di essere diversa, irrimediabilmente diversa? 
Da una vocazione per il ricordo, da un’ossessione per qualcosa che non riusciamo più a trattenere (il tempo, esattamente quell’istante presente, quell’essere giovane ora come non lo sarò più) il libro parte e si dipana in tre parti, tre lettere: la prima rivolta alla Terra, la seconda al lettore, la terza al bambino del futuro non ancora nato. 
Ancora il tempo, il passato lontanissimo, il presente tormentato, sfuggente, interrogato, il futuro sperato, immaginato. 


Alla Terra l’autrice si rivolge come farebbe con suo nonno, una persona amata e di cui capisce che deve prendersi cura. Ma come si può curare senza conoscere? L’Arnesen racconta di un lungo lavoro di ricerca condotto proprio sulla storia del nostro pianeta e di questo lungo studio riporta alcuni dati: dall’esplosione iniziale alle prime forme di vita, alle varie ere geologiche, fino ad arrivare alla nostra, diversa e unica, perché la prima in assoluto in cui una specie (quella umana) sia riuscita a predominare sulle altre. 
La lettera accorata alla Terra si sviluppa in un continuo cambiamento di prospettiva, da uno sguardo lontanissimo che abbraccia una storia antica e remota, ad uno che si fa vicinissimo, al cospetto del lettore, relativo al suo quotidiano e alla dimensione umana. È come se si riuscisse ad essere nello spazio e a guardare alla nostra casa come si farebbe affettuosamente con una persona cara, per poi precipitare repentinamente verso il basso, verso la nostra e personale porzione microscopica di spazio e tempo. Un viaggio vertiginoso che Hannah Arnesen ci consente di compiere attraverso i suoi incredibili acquerelli, tavole che descrivono e raccontano di vite lontane e scomparse, ma che, stranamente, non suscitano mai nostalgia o malinconia. Non c’è mai in questo libro il ripiegamento sul rammarico, ma una richiesta mossa al lettore a rimanere sempre vigile, a non cedere al sentimentalismo. 
Cosa siamo noi? Siamo fatti della stessa acqua che da milioni di anni circola sul pianeta, quella stessa che proviene a sua volta dall’Universo, siamo fatti esattamente della stessa materia delle stelle, siamo nati dalla frammentazione e parcellizzazione di corpi celesti. Da questa consapevolezza si muove in nostro sguardo sul presente. 


La seconda lettera è rivolta al lettore. Il tono cambia, l’autrice ci interpella in modo perentorio e non allusivo. Non più un abbraccio affettuoso, ma una chiamata in causa, un interrogativo serrato. 
“Perché è così difficile guardare in faccia la realtà?” 
Questa seconda parte del libro ha dei toni (anche cromatici) decisamente differenti dalla prima. Il viaggio nel presente è una discesa verso gli inferi, verso il nero profondo: non più colori danzanti sulla pagina, non più spazi ampi e ariosi, ma luoghi angusti, oggetti piccoli e vicini. 
Non più versi di amore, ma domande esplicite. 
Il presente in questo capitolo è quello delle scelte che compiamo abitualmente, a partire dalle nostre più insospettabili consuetudini. Ma anche in questo caso Arnesen non si limita ad un’esposizione didascalica, ma ogni parte del suo discorso si aggancia al suo vissuto, alle sue amicizie, al dialogo intrapreso con i ragazzi più o meno giovani. Fino all’elaborazione della domanda cruciale, quella che sposta il pensiero in avanti: “Dove c’è speranza?” 


Perché del tempo fa parte un passato, un presente e quindi anche un futuro, e perché sprofondando si matura il desiderio di risalire, di ritrovare la luce. 
La terza parte del libro è una lettera a un bambino non ancora nato, il messaggio di speranza che gli consegneremo non è quello superficiale del “andrà tutto bene”, ma quello di un impegno e di una forza che intende adoperarsi perché le cose davvero procedano diversamente. 
“La speranza richiede l’azione; l’azione è impossibile senza la speranza”. 
Questo libro si inserisce coraggiosamente in un ambito editoriale dal quale nell’ultimo periodo sono arrivate le novità più interessanti. La divulgazione scientifica per ragazzi sta conoscendo una nuova vita, dal momento in cui ha abbandonato la forma espositiva tradizionale, quella che voleva i libri informativi per bambini e ragazzi progettati allo stesso modo di quelli per adulti, ma in una forma “semplificata”. Rispetto a questo settore in fermento, Stardust può essere considerato un testo divulgativo. 
Ma la sua unicità risiede proprio nel fatto che non si esaurisce in un contesto riconoscibile e facilmente identificabile. Questo potrebbe essere per alcuni versi un limite (soprattutto se ragioniamo in termini di mercato), ma costituire insieme anche la sua forza, perché Stardust semplicemente si propone di parlare a tutti i lettori che accettino di lasciarsi stupire e di aprirsi a una esperienza di lettura inedita. 

Teodosia 

"Stardust. Polvere di stelle",  H. Arnesen, trad. L Cangemi, Orecchio Acerbo 2024 

lunedì 10 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"SHOW, DON'T TELL!"

Il lupo
, Saša Stanišić, Regina Kehn (trad. Claudia Valentini) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Visto che è di nuovo saltato fuori Jörg, avrai già capito che qui si parla anche di lui. Diamo un'occhiata alla stanza e già che rifletto su di lui mentre aspetto la sua risposta alla mia domanda se preferisce sopra o sotto nel letto a castello, ne approfitto per raccontare ancora un po' di Jörg. Le cose stanno così: nessuno vuole avere a che fare con lui. Passa tutte le ricreazioni da solo con il suo panino. Nessuno si dà appuntamento con lui dopo la scuola. E quando ci sono lavori di gruppo da fare, gli insegnanti lo mettono sempre con ragazzi di cui sanno per certo che lo lasceranno in pace. 
Jörg è il classico tipo che conoscono tutti. Uno che è diverso, e per favore non fraintendermi! Ovviamente siamo tutti diversi e bla bla bla..." 

Dopo lo sfogo avuto con gli educatori e davanti a tutti - IO ODIO LA NATURA - in cui dichiara chiaro e tondo che lui è lì non per sua scelta ma perché è stato obbligato, va da sé che intorno a lui, in quel campo estivo nel bosco, gli altri partecipanti felici di essere lì, lo lasciano da solo. 
L'unico altro solo "storico" è per l'appunto Jörg. Casetta di legno da condividere con il bersaglio per eccellenza: quel ragazzino che tutti evitano e che catalizza le peggiori cattiverie di tre bulletti, anche loro in questa famigerata settimana nei boschi. 
Giorno dopo giorno, le attività fervono e, mentre Jörg nei boschi sembra trovare una propria dimensione ideale, lui fatica. Si autoesclude da ogni attività di gruppo, incrocia il meno possibile i suoi educatori e impara a tener loro testa. Incrocia però anche la simpatia del burbero cuoco, l'unico a prenderne le parti. Riesce ad avvicinarsi a una sua compagna, tra una goffata e l'altra, ma soprattutto lentamente entra in sintonia con quello Jörg che, a vederlo da vicino, ha un suo fascino. 
Tra farfalle vere e cervi immaginati, tra zanzare frequenti e rari momenti di pace, tra prove di coraggio mancate e fughe riuscite, il tempo scorre. E tutto assume contorni più definiti per poter distinguere eventuali percorsi da fare... 

Il topos di partenza lo si può considerare un classico della letteratura per ragazzi: partenza per campo estivo, controvoglia. Si potrebbero citare esempi illustrissimi e si potrebbe costruire una ricca e bibliografia sull'argomento, sapendo che anche il punto di arrivo rientra in qualche modo nel medesimo canone. 
Ma, se si vuole dare retta a una delle tante frasi lapidarie che costellano questo buon racconto di Stanišić, il cimento non sta nel raggiungimento del traguardo, ma nel percorso da fare per arrivarci, in sostanza, si può riassumere così:"la meta è il cammino". 
Quindi ho pensato che potesse essere quello il terreno in cui andare a cercare il senso ultimo di questa storia. 
A parte la sottile ironia che lo attraversa, nella voce del protagonista sempre pronto a definire come precisi e stereotipati i contorni di certi personaggi, salvo poi doverne ammettere complessità ben diverse, mi sembra divertente il ripetuto passaggio dal piano di realtà e quello dell' immaginazione che attraversa la storia: gli dà il titolo e offre divertenti spunti alla bravissima Regina Kehn che, tra cervi e lupi, racconta la sua versione dei fatti.
Accanto a questo entrare e uscire dalle due dimensioni, è appunto l'ironia l'altro importante registro. Con ironia, sarcasmo alle volte, è stato messo a fuoco l'intero panorama degli adulti che abitano in questa storia: gli educatori. Loro sono, per ruolo, il bersaglio dell'io narrante, dettato ad evidenza dal quel suo essere lì, giocoforza, vittima degli adulti. Due parole su di loro. 


Il più "rotondo" di tutti è il cuoco. A lui il compito di essere l'anello di congiunzione tra due mondi che secondo l'io narrante, faticano tanto a intendersi. Lui, con la sua forte dose di empatia che lo rende capace di creare subito buone sintonie nei confronti dei piccoli, con gesti silenziosi, con richiami secchi: "Witschi", incarna "la zia mitica" (cfr. La porta segreta, p. 38). Pur non venendo mai meno a se stesso e al suo ruolo nella comunità, è in grado di ascoltare e quindi di dare spazio a chiunque. 
E anche di prendere le distanze dei grandi, quando serve, e a criticarne le scelte, se non altro in campo musicale... 
Più monolitico è il resto della truppa di educatori. Seppure con le loro singole declinazioni, descritti con una sottile e costante ironia che ne mette in ridicolo le idiosincrasie personali, dimostrano una certa capacità di voler gestire e/o non voler gestire le singole situazioni.
 

Continua a ronzarmi nella testa una frase detta dagli educatori e che Benisha riporta a Jörg con tono sconfitto, dopo aver assistito a uno degli atti di protervia che il ragazzino subisce: "I nostri conflitti dobbiamo cercare di risolverceli da soli. Prima di rivolgerci a loro." Non so, ma a me è sembrata sottoscrivibile. 
E mi sa che anche Jörg, il vero grande Maestro della storia, ne ha fatto tesoro. E questo, in qualche modo, confermerebbe che la chiave è davvero il "cammino", ovvero quale percorso si sceglie di fare per arrivare a ottenere un po' di pace e un posto dove stare nel mondo. In questo senso, seguire le tracce di Jörg, i piccoli gesti che lui compie per tutto il tempo, può essere davvero illuminante. 
Un capitolo centrale, il decimo, è nodale. Quello che accade in quelle poche pagine, a mio parere, è la chiave dell'intero libro. I personaggi, che semplicemente, al pari di noi lettori, stanno a guardare ciò che Jörg fa, capiscono da che parte si potrebbe andare. 
Sperando che nessuno abbia dimenticato una delle chiavi di una buona storia, Show, don't tell, qui può con facilità constatare che i bla bla bla sono a zero, mentre i fatti sono il senso. 


Bello, così. 
 
Carla

venerdì 7 giugno 2024

ECCEZION FATTA!

LEZIONE AMERICANA


Facciamo due conti a spanne: un centinaio di pagine che di media sono costituite da blocchi da 25 righe (escluse le note), l'una per l'altra. Quindi il totale delle righe, sempre a spanne, dovrebbe essere intorno alle 2500 righe. Di queste 2500 righe, ancora una volta a occhio e croce, ne dovrei aver sottolineate a matita circa 250. Sapendo che tutto il racconto del campeggio e di Riley con il suo melone è intonso senza neanche un segnetto a matita, perché conosco la storia, quasi come se fossi stata in quel campo estivo, per aver ascoltato e riascoltato la Ted talk (why a good book is a secret door...) mille mila volte. Ugualmente intonse - perché a me già note - sono le parti circa la sua mamma, la sua libreria piena di libri di seconda mano, e tutto il discorso sulla fortuna di essere stato figlio di una madre single che comprava per lui nel 1985 libri usati risalenti agli anni d'oro della letteratura per bambini, quelli di Wise Brown e co. per intenderci. 
Da tutto questo se ne deduce che tutta la parte teorica che con grande sapienza e leggerezza Barnett cuce intorno a fatti molto reali, quali per esempio la sua infanzia, ossia la radice del suo essere oggi lo scrittore che è, io l'ho trovata di estremo valore e, immodestamente, molto corrispondente a quelli che sono i miei pensieri sui libri scritti per i bambini. 
Chi ha avuto la ventura di ascoltarmi mentre discetto sulla questione, non stenterà a credermi, visto che di Barnett mi considero una discepola, oserei dire un'apostola (se non è troppa la presunzione) e infatti non c'è occasione in cui io non lo citi o citi i suoi libri. 
Le 10 verità (+1) che a mio parere sono da condividere e quindi diffondere sono le seguenti: 
1) i bambini sono persone. 
1 bis) I bambini in qualità di persone sono senzienti e ragionanti al pari di un adulto. 
2) i bambini sono altro dagli adulti e funzionano diversamente. Di solito, migliori perché più nuovi... I bambini sono perspicaci, flessibili e hanno la mente aperta. Devono esserlo per forza: l'infanzia è una lunga serie di esperimenti. I bambini si impegnano con coraggio per capire ciò che è nuovo. "I bambini sfrecciano oltrepassando con facilità il confine che separa la realtà dalla finzione ... Un ostacolo che potrebbe disarcionare un bibliotecario, è niente per un bambino" (E.B. White). I bambini sono incompleti e orgogliosi di esserlo.
3) i bambini, pur dipendendo in larghissima parte dagli adulti, hanno delle loro aree di autonomia. 
Una di queste è l'immaginazione. 
4) come adulti occorre riflettere sul potere esercitato nelle vite dei ragazzini, compresa quella 'letteraria' e quella sulla loro immaginazione. 
5) come adulti occorre ragionare sul fatto che la letteratura per l'infanzia è di fatto gestita dai grandi e che solo in fondo alla filiera ci sono i bambini... 
6) e ne consegue che le riflessioni sui libri - sia quando si scrivono, sia quando si propongono ai bambini - devono tenere in giusto conto quanto detto fin qui. Devono essere profonde, attente, rispettose e oneste se si vuole arrivare alla qualità. 
7) la letteratura per l'infanzia dovrebbe contenere belle storie, essere variegata e autentica, audace, eccentrica, polifonica, non convenzionale. Deve essere curata e interessante e dovrebbe tenersi lontana dall'essere utile a qualcosa, tenersi lontana dal 'didascalismo', ossia dall'insegnare, dallo spiegare, dal risolvere e trovare risposte. Deve fornire una strada verso il senso delle cose, chiamando dentro il lettore perché trovi la sua lettura, piuttosto che imporre una morale unica e preconfezionata. 
8) La letteratura per l'infanzia, come anche quella per i grandi, è spesso brutta. E può esserlo in modi anche molto diversi. 
9) sulla scia del punto 1 bis, adulti e bambini, in quanto esseri umani, condividono la stessa sfera emotiva. Per questo il bravo scrittore per l'infanzia, che questa cosa la sa, nel raccontare i bambini racconta anche una parte di sé e dell'umanità. Racconta il difficile compito di capire cosa significhi essere una persona in questo mondo. Leggete Sydney Smith, per esempio. O  Jon Klassen. O  Ulf Stark o a Kitty Crowther e via andare.
10) se ne deduce che i buoni libri per bambini nascono nella zona di intersezione tra la sfera di interesse di un bambino e quella di un adulto. In quella parte in cui si sovrappongono, lì c'è la buona letteratura per l'infanzia (che spesso e volentieri è buona letteratura punto). Lì grandi e piccoli sono sempre alla pari, ma mai uguali.


Chi non dovesse essere d'accordo con queste 10 + 1 verità, farebbe meglio, beninteso questo è solo un consiglio, a tenersi alla larga dall'infanzia: non è roba per lui e non se la merita! 
Gran finale su La porta segreta che diventa una letterina a Mac Barnett. 
Per farlo, devo tornare su due parole chiave di questo libro, che lo caratterizzano. 
La leggerezza e la sapienza. Insieme. 

Caro Mac Barnett, 
credo che la rarità e il pregio di questo libro stia in due cose che di rado viaggiano insieme: la sapienza e la leggerezza, quella calviniana, nel raccontarla. 
Nella mia vita non ho incontrato moltissime persone che fossero semplici e leggère e nello stesso momento anche molto complesse, ovvero che sapessero regalare in giro, mettere a disposizione di chiunque, la profondità e la bellezza dei propri ragionamenti. Senza peso, si badi.
Persone che abbiano saputo farlo, come se fosse la cosa più naturale possibile. 
Persone che abbiano avuto l'ardire di rivolgersi a tutti e non solo a un ristretto gruppo di iniziati. 
Persone che abbiano saputo raccontare la complessità del mondo, mostrandola nelle cose di tutti i giorni. Io, se me lo permetti, ti metterei tra costoro. 
Non so se spinta dalla farfalla di Carson Ellis, ma ho avuto davvero la sensazione, mentre leggevo/ sottolineavo/imparavo/ragionavo/assentivo/sorridevo, di svolazzare di fiore in fiore, godendomi l'aria fresca che spiffera dalla Porta segreta che, a tutta evidenza, tu lasci sempre un po' aperta perché qualcuno sbirci al di là e poi entri... 

Fabian Negrin,
da Jack London, L'ombra e il bagliore, Orecchio acerbo 2010

Quindi, riassumerei così: grazie. 
Con leggerezza.

Carla 

La porta segreta, Mac Barnett (trad. Sara Ragusa) Terre di Mezzo 2024

mercoledì 5 giugno 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

GUARIRE È UN PO’ SPARIRE 

Uno degli aspetti più interessanti della letteratura per l’infanzia è il fatto che essa sia rivolta a interlocutori diversi. Affacciati alle pagine non ci sono soltanto il grande e il bambino, ma anche: nel grande il bambino che è stato, e nel piccolo, l’adulto che diverrà. 
Di conseguenza, è possibile intravedere non solo una visione d’infanzia, ma anche una di adultità. In casi fortunati, istanze e interrogativi trasversalmente potenti. Pur narrando lo stesso accadimento, - una caduta, un’escoriazione, sangue, conseguenze varie - Io e Pepper e La ferita mostrano come sia possibile stabilire diversi gradi di coinvolgimento. 


La storia di Io e Pepper è presto detta: una bambina cade e si sbuccia il ginocchio. Al sangue fa seguito il cerotto, al cerotto una orrenda crosta. Alla crosta, l’attesa. 
"Quando si staccherà?" domanda la bambina.
"Tra qualche giorno" risponde la mamma. 
 La bambina affronta il misterioso tempo della guarigione stabilendo una relazione con l’entità che le è cresciuta addosso e che sembra non avere intenzione di staccarsi. Con un atteggiamento da perfetta filosofa, esplicitato da posture ribaltate e sbilenche, indaga la propria condizione: da un nome alla crosta (Pepper) la interroga, ci conversa con crescente confidenza. 

 

La caduta, la ferita e la guarigione sono gli accadimenti che vengono utilizzati per rendere tangibile lo sbigottimento della perdita di identità che ogni cambiamento comporta, andando a sfiorare per estrema estensione anche il tema del lutto. Tuttavia è nello scorrere del tempo che avviene la misurazione di questa sconcertante esperienza: nella ripetizione dei giorni e dei gesti, nei margini che rimpiccioliscono, nel riassorbimento che lascia spazio alla pelle nuova. Questo è il racconto della preoccupazione anche angosciosa che provocano le cose che cambiano, con tutto quel cascame di domande che non possono essere evase per sola forza di volontà, quasi a riecheggiare le raccomandazioni di Rilke al giovane poeta: “Lei è così giovane, così fresco di ogni inizio (…) vorrei pregarla di aver pazienza per quel che di irrisolto vi è nel suo cuore, e di cercare di aver care le domande stesse…” 
Serve tempo, dunque. Ma intanto? 
Un bel mattino Pepper scompare. Ma contrariamente a quanto la protagonista aveva sperato, non basta che la crosta caschi perché tutto torni come prima, perché nulla torna mai esattamente come prima. 
L’assenza della crosta diviene una nuova dimensione della ferita, una nuova apertura che necessita a sua volta di altro tempo e altra attesa per schiudersi in altra esperienza, ancora e ancora. Così è la vita. 
La bambina ritrova la crosta caduta tra le lenzuola, la deposita tra i papaveri, e rimane ad osservare quello che è rimasto: una cicatrice bianca, un segno per ricordare quello che è stato. 


La bellezza di questo albo, oltre che nelle illustrazioni illuminate, sta tutta nell’altezza delle domande e nella raffinatezza che Alemagna ha di rimanere costantemente disponibile a più livelli di lettura, con una cura che esprime sì l’idea di infanzia dell’autrice, ma anche una precisa idea di adulto che già era stata delineata in Cos’è un bambino? 
Ricordate? Certi bambini decidono che non cresceranno mai e si faranno portatori sani, nel mondo dei grandi, di quell’atteggiamento stuporoso e interrogante che è proprio dell’infanzia e che nella poetica di Alemagna diventa una modalità di relazione con l’esistenza. 



 Con La ferita siamo in un altro mondo. 



Tutto accade durante la pausa in cortile: il protagonista cade e si fa male. Dalla sua posizione supina con gli occhi affondati nel cielo ecco che succede una meraviglia: tutti accorrono: “Sono venuti quelli di prima, sono venuti quelli di seconda, sono venuti alcuni della materna e anche Niklas di quarta. Sono venuti quelli del coro, è venuta Anna alta di terza…”, anche un piccione arriva per l’occasione. 


Il sangue che prorompe dalla ferita non è tanto, tuttavia sembra moltiplicarsi e punteggiare all’infinito le pagine altrimenti grigie di una normale giornata di scuola: quello squarcio, proprio sul suo ginocchio sembra avere il potere di dar senso a tutte le attività della giornata e dei giorni a venire. Oggetto di una tale popolarità, il protagonista si ritrova ben presto a fare i conti con un dilemma di spaventosa cogenza: che ne sarà di lui quando la ferita guarirà? Quando il sangue si asciugherà e ognuno tornerà alle proprie occupazioni? 
L’albo mantiene per tutto il suo corso un linguaggio intonato all’età a cui è rivolto, affidando il racconto della guarigione a quella eccitazione minuta che correda la prima esperienza di ogni cosa, che non è faccenda privata, ma un vissuto di comunità. Vengono mostrati gli ambienti scolastici, le attività tipiche di una classe elementare, i cerotti, i disegni, i colori che finiscono, le imbranataggini degli insegnanti. 
Tuttavia, sotto queste mentite spoglie AdBåge scoperchia il malconfessato desiderio (o bisogno) di voler essere al centro dell’attenzione; un sentimento agrodolce che viene denudato delicatamente e che sembra essere anche un banco di prova offerto al lettore adulto, quasi a volerlo sfidare. 
Se in Io e Pepper il nodo era lasciare andare l’esperienza, in La ferita si tratta piuttosto di rinunciare alla condizione di visibilità che la ferita, con il suo marchio di eccezionalità, dischiude, e richiede ai grandi di sostare sul sottile confine del pudore. 
Adbåge mostra una visione d’infanzia reale, quotidiana, forse anche un po’ sgraziata ma non per questo meno piena, libera e indipendente, e ha la grinta di non risparmiare agli adulti l’occasione di una riflessione coraggiosa. Se infatti può essere semplice riconoscere come infantile il piacere di avere tutte le attenzioni su di sé, quanto è più impegnativo riconoscere come proprio quello strisciante piacere di distinguersi attraverso il racconto dei propri malanni? Quanto coraggio ci vuole per lasciar risuonare quegli interrogativi che scaturiscono attorno al languore di essere visti in quanto feriti? Soprattutto cosa significa esattamente accettare di guarire, se farlo significa anche un po’ sparire? 



Giorgia

"Io e Pepper", Beatrice Alemagna, Topipittori 2023 
"Che cos’è un bambino?", Beatrice Alemagna, Topipittori 2008 
"La ferita", Emma AdBåge (trad. S. K. Milton Knowles), Camelozampa 2024 
“Lettere ad un giovane poeta”, Rainer Maria Rilke (trad. Silvia Albesano), Il Saggiatore 2021 

lunedì 3 giugno 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN AMICO SPECIALE


Lenny è un ragazzino tutto sommato normale, se non fosse che è decisamente sovrappeso; frequenta la prima media ed è, inesorabilmente, oggetto dell’attenzione dei bulli, presenza inevitabile in ogni scuola. Pensa di non avere alcuna dote, anche se sa cantare molto bene; soprattutto è oppresso da un indicibile senso di colpa nei confronti del fratello Frankie, ritenendosi responsabile della sua situazione. Il romanzo di cui è protagonista è firmato da Brian Conaghan, apprezzato autore scozzese, e tradotto da Benedetta Reale per i tipi di Edt Giralangolo, con il titolo ‘Sotto un cielo di cartone’.
La prevedibile strategia di sopravvivenza di Lenny consiste nello stare alla larga il più possibile dalla scuola, dove, nella migliore delle ipotesi, è lo zimbello dei compagni di classe, con l’unica eccezione dell’amica Trisha Woods. Lenny è convinto che a casa, suo padre, camionista, e sua madre non se ne accorgano nemmeno, concentrati come sono a preoccuparsi per ‘il nostro Frankie’.
Nel corso di una di queste mattinate sconclusionate, un po’ a scuola e un po’ no, il ragazzino incontra Bruce, un senzatetto dalla casa di cartone, che vive accampato sulle sponde di un torrente, nel parco vicino alla scuola.
Da un’iniziale diffidenza, fra i due nasce una cauta amicizia, ciascuno con i propri segreti, ma con una istintiva solidarietà reciproca. Con l’aiuto di questo ‘svitato’ dal berretto di lana rosso, Lenny riuscirà a compiere il viaggio indispensabile che fino a quel momento sarebbe stato impossibile: andare da Frankie, nel nord della Scozia. Un viaggio necessario, ma non per questo meno doloroso.
Di questo romanzo, sulla cui trama non voglio dire di più, sono apprezzabili diversi aspetti. Fra tutti, mi ha colpito in modo particolare la capacità dell’autore di svelare il segreto di Lenny un po’ per volta, attraverso i flash dei suoi ricordi o le sue riflessioni sulla vicenda che ha creato la difficile situazione in famiglia. Il protagonista ci racconta in prima persona il suo quotidiano, la fatica di vivere in un mondo in cui non si è accettati, le improbabili strategie di sopravvivenza a scuola, dove forse l’unica acquisizione positiva è la scrittura di haiku.
Un frammento alla volta affiora il ricordo dell’episodio che ha portato Frankie così lontano e Lenny non può che sentirsene responsabile, così come è convinto che anche i genitori condividano questo suo giudizio.
Il viaggio è di per sé metafora di un percorso dentro se stessi alla ricerca della verità. E dunque, dopo una prodigiosa performance musicale per le vie di Glasgow, ecco la strana coppia partire per il nord della Scozia.
I personaggi descritti da Conaghan sono realistici, intensi, soprattutto i due personaggi principali, Lenny e Bruce: siamo con loro sotto una pioggia gelida a mangiare fish and chips e a interrogarci su un domani pieno di incognite. Bella la descrizione di questa amicizia improbabile fra due persone, lontanissime per età, ma vicine nell’avere entrambi dei conti in sospeso con il passato. Apprezzabile anche l’approccio dell’autore, che affronta con delicatezza e ironia situazioni drammatiche, spesso solo accennate.
L’unica pecca, se così si può dire, è un finale in cui si vuole risolvere tutto, ma proprio tutto, quando forse lasciare le situazioni più indeterminate sarebbe stato più plausibile.
Consiglio caldamente la lettura a ragazzi e ragazze di almeno dodici anni, che non temano la lunghezza del romanzo, ma ne sappiano apprezzarne le sfumature.

Eleonora

“Sotto un cielo di cartone”, B. Conaghan, Edt Giralangolo 2024