venerdì 18 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


AI GIOVANI PINI

La foresta, Riccardo Bozzi, Violeta Lópiz, Valerio Vidali
Terre di Mezzo, 2018



ILLUSTRATI

"È una foresta enorme, antichissima e non ancora del tutto esplorata. All'inizio non è che un boschetto di giovani pini, generalmente privo di pericoli e piuttosto divertente da percorrere. Si dice che abbia un limite certo davanti a sé, e che sia sconfinata ai lati. Qui gli esploratori si avventurano con più gusto e curiosità."

Chi esplora il boschetto di giovani pini, di solito, ama attardarsi su formiche e farfalle e non si cura del tempo che passa. Ma più ci si addentra nel fitto più cresce la difficoltà che va di pari passo con la fascinazione. Ed è qui che di solito gli esploratori si accorgono di non essere soli. E di non essere unici: come gli animali, anche tra gli esploratori ci sono differenze evidenti. Ed è qui che nascono tra loro amicizie, alleanze e anche amori. Di sicuro in questa parte della foresta, forse perché davvero molto fitta e intricata, sentono la necessità di fermarsi e, per tenere a distanza le paure e le bestie feroci, ballando intorno a un unico fuoco, si raccontano storie. E in questo le attitudini degli esploratori sono diverse: chi scrive, chi disegna o incide sulle rocce. Ma non tutte le storie raccontate, scritte o disegnate saranno utili a chi verrà.


Una cosa è certa, anche di fronte al massimo intrico che il cuore della foresta presenta non si può retrocedere. Ma fortunatamente dopo l'intrico si allargano le radure, che sembrano fatte apposta per tirare il fiato per fare l'ultimo tratto di percorso. In salita.
Sembra impossibile e quasi ridicolo che dopo tanto cammino, il finale sia sempre lo stesso. Eppure dal precipizio nel quale immancabilmente tutti precipitano non si ha modo di vedere cosa ci sia al di là della foresta. Si ipotizza...un boschetto di giovani pini.

Si contano sulle dita di una mano i suoi libri pubblicati da case editrici per le giovani generazioni. Un linguaggio comune ne tiene assieme alcuni, un linguaggio di poche ma esatte parole che racconta per metafore.


Già Per mare aveva preso a prestito l'idea del viaggio per raccontare un percorso di crescita. Ora si attraversa una foresta, secondo tappe riconoscibili come quelle che l'umanità deve fare nel corso dell'esistenza. Ammesso e non concesso, che si arrivi alla vecchiaia e non si muoia ancora 'da giovani pini'... (ma questa sarebbe un'altra storia).
La metafora, figura retorica che più di altre porta in sé il senso dell'immagine, è costruzione narrativa elettiva per rivolgersi a chi abbia necessità o attitudine a leggere il mondo attraverso le figure. Per chi sia sufficientemente agile nell'attraversare piani diversi di un discorso, senza perdersi o confondersi. Ideale per chi dei simboli ha assoluto bisogno per orientarsi.
E non sono forse i più giovani quelli che 'giocano' grazie alle metafore, e che attraverso la metafora cercano di interpretare la realtà?
E non a caso, Bozzi ha eletto questo registro simbolico per parlare di alcune grandi questioni.
Se è vero quanto detto prima, cioè che la chiave metaforica, più di qualsiasi altra, è legata all'immagine e all'immaginazione, in questo libro essa si potenzia nei suoi aspetti figurativi, ovvero attraverso l'illustrazione.


I due linguaggi, quello testuale e quello visivo, in un percorso di scambio vicendevole, si potenziano l'uno con l'altro.
Ma d'altronde con i buoni libri illustrati non dovrebbe essere sempre così?
In questo caso la figura riempie con delicatezza tutti i numerosi 'non detti' del testo. Si insinua a svelare attraverso l'uso integrato di tre tecniche figurative: l'acquerello (o ecoline), la stampa a secco e la fustellatura delle pagine.
Ancora una volta, come era già stato notato in Per mare, a sostenere il testo entra in gioco una qualità decisamente alta dell'illustrazione, e in questo particolare caso, della sua grande potenzialità.
Con un testo così dichiaratamente simbolico il pericolo di cadere nel 'precipizio' della retorica, del luogo comune, della generalizzazione, dell'appiattimento e della banalizzazione è lì a un passo.


Fortunatamente, più di una volta, a tenere a distanza il frangente e a mantenere una rotta che rimanga in alto, ci pensano le pagine disegnate piene di tanto colore (verde e blu e nero) che crescendo, si infittisce e crea profondità nell'atto di avvolgere chi lo attraversa, e di tanto bianco che invece accentua il senso di superficie, quasi immobile. A ben vedere, però, anche quei visi, sebbene un po' stereotipati e irrigiditi dalla stampa a secco, sanno mutare anche loro, lentamente e impercettibilmente, fino a sparire o quasi. Per diventare qualche altra cosa: terra fertile, per i giovani pini che verranno.

Carla

Noterella al margine. Questo libro fa di tutto per essere notato. Frutto di un progetto complesso e ambizioso, è un oggetto molto particolare che però solleva una questione: in che mani metterlo? Non resta che affidarlo a brave insegnanti e vedere cosa succede. Oggi pomeriggio lo faccio. Ma nel frattempo elaboro ipotesi: i grandi, lo so già, lo apprezzano esteticamente per le soluzioni insolite e per il racconto, ovvero il tema trattato. Ai più piccoli, presumo, come spesso accade, il tema passerà sulle teste, e rimarranno solo la foresta e gli esploratori, che non è poco. Ma a loro più che ad altri capiterà di accarezzarlo per toccare con mano lo stupore dello loro sguardo rapito in quelle tavole, piene di foglie verdi e creature bianche.



 A coloro che sono in mezzo a un certo punto si svelerà il significato nascosto dalla metafora e, come per ogni scoperta, sarà un bel momento.

mercoledì 16 maggio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DELLA INUTILITÀ DELLA GUERRA


Di grande attualità, ma potremmo dire che la parodia dell’epica guerresca è purtroppo sempre attuale, uscito in concomitanza con la Fiera di Bologna, l’albo illustrato La battaglia delle rane e dei topi, scritto e illustrato da Daniele Catalli con la collaborazione, per il testo, di Claudio Malpede, è uno di quei libri che travalicano il recinto dei libri per bambini.
Racconta, riprendendo in larga parte la trama della Batracomiomachìa, attribuita a Omero, della battaglia fra le rane e i topi intorno a uno stagno, dove la vita potrebbe scorrere tranquilla. Rubabriciole, figlio del re dei topi Rodipane, si affaccia allo stagno dove regna Gonfiagote, re delle rane. Dopo una prima reazione diffidente, la rana invita il topo a salirgli in groppa, per potergli mostrare le meraviglie del suo regno. All’apparizione di una biscia d’acqua, Gonfiagote s’inabissa, lasciando annegare il povero Rubabriciole. La notizia giunge presto al re dei topi e il lutto lascia subito il passo al desiderio di vendetta e così il re raduna l’esercito, pronto a vendicare la morte del figlio. Giunto allo stagno, affronta Gonfiagote, che a sua volta chiama a raccolta il suo esercito.
Ora gli armati di una parte e dell’altra si affrontano selvaggiamente, infliggendosi reciprocamente numerose perdite. A fianco dei topi compare una lontra, poi a fianco delle rane un esercito di granchi muniti di potentissime chele. E’ una strage. Per porvi fine si affrontano i due re, che rimangono uccisi entrambi, lasciando un campo di battaglia coperto di cadaveri.


Questa la trama che si discosta un po’ dall’originale omerico, ma che ne conserva in pieno la forza dissacrante. Se il testo antico affrontava in termini grotteschi al retorica dell’epos della guerra, così come compariva nell’Iliade, qui ugualmente si usa il linguaggio, e non solo quello, per dissacrare le ragioni apparenti della guerra. La battaglia viene descritta minuziosamente, così come le armi, gli equipaggiamenti dei due eserciti, gli scontri feroci e i gesti eroici. Si parla del micromondo di animali che noi umani consideriamo infimi e così rivestendoli della retorica gladiatoria, si rende ridicola l’enfasi che solitamente accompagna le guerre, tutte le guerre. E gli scudi fatti di conchiglie, le lance fatte di aghi e tutto un armamentario che nella realtà è fatto di niente, ma nello stesso tempo, in quel microcosmo, è capace di distruggere vite.

 
Lo scoppio della guerra è pretestuoso, sarebbe stato possibile trovare un’altra soluzione, condividere un lutto nato dal caso. Ma la logica bellica prescinde dal buon senso e soprattutto dalla capacità di mettersi nei panni degli altri, di vedere le cose dal loro punto di vista. In realtà spesso le guerre hanno ragioni indicibili, coperte malamente da pretesti patriottici o da ragioni occasionali. Se l’inizio è del tutto arbitrario, la fine è certa ed è la distruzione di entrambi gli schieramenti; non c’è un esito positivo nelle guerre, l’unico possibile è non cominciarle affatto.
La descrizione della battaglia campale, come ho detto sopra, è minuziosa e ironica nel rendere l’assurdità della situazione. L’illustrazione segue questo percorso, mostrandoci grandi immagini a doppia pagina che descrivono con precisione le diverse fasi: ma ancor più, l’autore e illustratore, Daniele Catalli, interviene con il laser, ritagliando quinte teatrali che incorniciano l’azione, o che fanno intravedere la scena successiva. La gamma cromatica è ridotta e si sovrappone a un disegno dettagliato, accurato, preciso; spicca il rosso: il rosso delle foglie in copertina, il rosso dei papaveri, che adora il campo di battaglia, con un omaggio a un altro nemico della guerra, De André, il rosso del sangue; a questo si contrappone il verde dell’ambiente naturale, che verrà anch’esso stravolto dall’infuriare della battaglia. Ne restano intatti il grigio e il nero, simbolo della devastazione annunciata ed effettuata. 

 
Un libro affascinante, dunque, realizzato con grande cura, dal significato importante, che possiamo, anzi dovremmo proporre ai bambini e ai ragazzi che si perdono nei videogame guerreschi, tanto cruenti quanto irreali. Ma anche alle bambine e alle ragazze, che magari pensano che i guerrieri siano davvero eroi. Bello per tutti noi, che abbiamo bisogno di forza per sostenere la pace.

Eleonora

La battaglia delle rane e dei topi”, D. Catalli, L’Ippocampo edizioni 2018


lunedì 14 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA MADELEINE DELL'ELEFANTE

La memoria dell'elefante. Il viaggio indimenticabile di Marcello
Sophie Strady, Jean-François Martin (trad. Rosa Vanina Pavone)
Il Castoro 2016


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Marcello è un vecchio, vecchissimo elefante. Ha la pelle grigia e rugosa come quella di tutti gli elefanti: è difficile indovinare la sua età. 'Ma che giorno è oggi?' si chiede stiracchiandosi tutto."

Con questo dubbio il vecchio Marcello fa colazione, poi una doccia, quindi cerca un abito adatto. Si veste, si mette al tavolo nella sua biblioteca e, dando un'occhiata fuori, sente un ticchettio sul vetro. È Ziggy, un colibrì che entra e volando veloce, lo invita ad andare in salone dove un mucchio di scatole e pacchetti ingombra il pavimento. Il pacco dalla forma più insolita contiene un elicone, lo strumento che in gioventù Marcello suonava nel suo gruppo musicale pop.
Rivedere e riprendere in mano quell'elicone solletica mille ricordi nella testa dell'elefante: il suo viaggio in Asia, attraverso il Pacifico fino in Vietnam a trovare un cugino geografo; quindi il suo rientro in Francia e il suo successivo impiego come giardiniere al Jardin du Luxembourg.
Quanti ricordi a Parigi in quel tempo: i cortei e il maggio di libertà. Era il 1968! E mentre Marcello è lì che ricorda, alle sue spalle dagli altri pacchi e pacchetti escono tutti i suoi amici, riunitisi per una festa a sorpresa. Che tanto a sorpresa forse non è....


Questo libro è grande. Per almeno cinque motivi. Anzi sei.
Il primo e il più evidente è che misura 36 cm di altezza e 29 cm di larghezza: d'altronde deve contenere un elefante e una intera enciclopedia...
Il secondo motivo è immediatamente derivante da quanto appena scritto. Questo libro, che a una lettura superficiale può sembrare un'esile racconto di un vecchio elefante in vena di ricordi, è in realtà una vera enciclopedia delle sua vita. Un catalogo selezionato per menti curiose di argomenti svariati che in qualche modo hanno attraversato la sua esistenza: dalla cucina, alla musica, dalla navigazione all'architettura, dalla moda alla botanica e all'ornitologia.


Il terzo motivo che ha a che fare con la grandezza, o forse sarebbe più corretto parlare di profondità, è la sua struttura narrativa. Esiste un filo della trama che è più grande degli altri e segue in senso strettamente narrativo il racconto dell'elefante Marcello. Intorno a questo se ne intrecciano diversi più sottili che non sono vere e proprie narrazioni, ma piccoli box che mettono a fuoco, in più grandi insiemi tematici (ma non sempre), piccole curiosità su argomenti diversi che, però con il racconto principale hanno una qualche connessione. Uno in particolare è sempre dedicato all'approfondimento delle abitudini dei pachidermi (quelli veri).
Ne risulta un tempo narrativo molto diversificato e oltremodo interessante. Si legge, pagina dopo pagina la storia di Marcello, la sua storia di adesso e anche il suo passato, e poi pagina per pagina invece ci si sofferma a leggere le abitudini del picchio, la storia del frac o delle caramelle salate. Che cosa abbiano a che fare picchio, caramelle salate e frac con l'elefante Marcello è già stato detto: sono tutti elementi che in qualche misura hanno attraversato a sua esistenza. Sono porzioni delle sue conoscenze, delle sue esperienze, sono ricordi di cose viste, apprese, sentite, toccate, assaggiate. Un po' come la madeleine dell'altro Marcel...


Se così è, magicamente entra nella testa del lettore un concetto da non sottovalutare: la memoria della propria vita conferisce spessore al nostro essere.
Una lettura così tanto stratificata e complessa la si fa, di solito, con un romanzone russo o francese, di nuovo l'altro Marcel, per le mani, ma con un albo illustrato l'esperienza ha davvero il carattere della novità.
Il quarto motivo di grandezza sta nell'alto valore dell'esperienza estetica di chi lo legge e lo sfoglia.


Sebbene sia un argomento molto aperto in ambito critico, l'educazione dello sguardo dei più piccoli nei confronti della bellezza a me pare fondamentale se non addirittura urgente. In termini puramente teorici non qui e non ora bisogna scriverne, tuttavia con questo libro in mano non si può fare a meno di notare quanto Jean-François Martin alleni lo sguardo dei suoi lettori a forme di arte altissima. E non lo fa solo inserendo importanti elementi del design - vere icone - come arredi della casa di Marcello, oppure costruendo skyline o scenari riconoscibili, ma anche nella composizione delle figure animali, forse l'elemento più suggestivo per un bambino, che diventano un meraviglioso gioco di incastri.


Senza contare ancora la figura di questo grande elefante 'umano', perfetto nel solco della tradizione di Babar, caratterizzato qui da un segno 'fuorifuoco' che rende diversa e originale la parte 'narrativa' rispetto alla pulizia e al nitore delle pagine 'informative'.
Ma la grande bellezza di queste ultime sta proprio in questo alternarsi equilibrato di testo, immagine ed elementi di raccordo grafico: veri e propri ricami in cui i vuoti e i pieni si compensano in una tessitura di cornici con motivi sempre diversi, che denunciano una competenza da grafico della carta stampata di grande calibro. 


In questo omaggio visuale alla memoria (di un elefante!) di un tempo passato si innesca una riflessione più grande sul senso del tempo e su quanto esso modelli la nostra esistenza. E qui forse si coglie la quinta grandezza, ovvero la chiave metaforica che permette a un tema del genere di essere capito da tutti: al contrario se fosse stato trattato in senso letterale, sarebbe risultato invalicabile per molti. Invece il grande e vecchio elefante, simbolo per eccellenza del concetto di memoria, diventa con naturalezza simbolo dello scorrere del tempo che modella il senso di una vita. La sua, come quella di tutti.
Tralascio volutamente la sesta grandezza che va riconosciuta agli ideatori di questa architettura mirabolante: Strady e Martin, i quali hanno saputo sfruttare al massimo del suo potenziale l'albo illustrato, inteso come linguaggio complesso che sa parlare a piccoli e grandi, anche attraverso grammatiche differenti. La tralascio perché chi legge queste righe è adulto abbastanza per potersela godere in autonomia.


Carla

Noterella al margine. A questo libro non ho pensato tutti i giorni, ma ci ho pensato spesso in questo ultimo anno. Ho come il sospetto che sia passato sotto silenzio, o quanto meno in sordina, un libro così bello e quindi penso che forse Strady e Martin non ce li meritiamo...e forse mai vedremo nel catalogo Il Castoro il secondo dal titolo: Souvenirs de Marcel au Grand Hôtel.

venerdì 11 maggio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


GUARDAROBA DI CARTA


 In Danimarca c’è un castello, a Egeskov, in cui è custodita, in una bacheca, una bambola di carta con i suoi raffinati quarantaquattro vestiti, usciti dalle abili mani di Hans Christian Andersen. Lo scrittore aveva chiamato questa bambola Augusta Snorifass e l’aveva donata, con tutto il suo inestimabile bagaglio, alla figlia di un amico.
Basterebbe questo spunto per portarci in un mondo diverso, dove realtà e fantasia si mescolano; ma a questa piccola magia si aggiunge la penna poetica di Chiara Carminati, che ne trae un delicato racconto, affiancata dall’illustratrice Clementina Mingozzi.


Le avventure di Augusta Snorifass, pubblicato nella collana Contemporanea della Mondadori, è dunque il racconto delle piccole avventure di questa bambola di carta, che vive nella soffitta del castello insieme ai suoi amici, Kasper, il soldatino di piombo con una gamba sola, e Callisto il corvo, dal piumaggio un po’ stravagante, qualche piuma rosa fra le penne nere.
Le avventure di questo gruppo di amici, cui se ne aggiungono nel corso del racconto anche altri, vengono divise nelle quattro stagioni, ciascuna con due episodi. Sono piccole storie, ambientate nel microcosmo abitato da creature reali e fantastiche, comprese le ombre, che in uno di questi racconti prendono vita e danno vita a un teatro. Qualche volta davvero avventurose, come quando il più grande dei figli del signor Radisson, un simpatico topolino, si avventura nel grande misterioso labirinto dove si aggira la Faina; oppure possono virare sul comico, come quando la bella Augusta, per aver respirato troppi vapori alcolici, mentre Kasper prepara il vin brulè, se ne va in giro per il castello ad attaccar briga con gli orsi impagliati e le armature che decorano le stanze.


Otto racconti brevi che si leggono in un fiato, come si conviene a una fiaba da leggere prima di addormentarsi, tutti avvolti in un’atmosfera di contenuto stupore per il curioso insieme di realtà e fantasia. Colpisce la delicatezza con cui si muove Chiara Carminati nel territorio delle fiabe più classiche, in cui tutto è possibile e ‘tutto è bene quel che finisce insieme’. E l’atmosfera fiabesca è assecondata dal linguaggio, come sempre attentamente poetico: nei dettagli, nelle sfumature, nelle sottolineature sta la maestria di una autrice che fa un uso attentissimo e calibrato della lingua, con gli aggettivi originali, i nomi dei colori, le notazioni , spesso ripetute, dei dettagli che fanno di Augusta Snorifass un personaggio a tutto tondo. Che dire delle descrizioni dei vestiti, resi nella loro impalpabile eleganza, così come la caratterizzazione dei personaggi che circondano la fortunata bambolina. Definirei necessaria la lettura di questo libro per insegnare a bambine e bambini, dai sei anni in poi, la bellezza della nostra lingua, la ricchezza delle sfumature, il piacere di leggere un testo così musicale. Un perfetto antidoto alla pochezza di tante storie seriali, che si accontentano di essere ‘facili’.


Le illustrazioni di Clementina Mingozzi seguono in perfetta sintonia il corso del racconto: carte ritagliate, collages, ci rendono la materialità di Augusta, la sua leggerezza, il mondo variopinto in cui si muove, lo straordinario guardaroba, che possiamo immaginare uscito dalle abili mani di un maestro della fiaba, come Andersen.

Eleonora

“Le avventure di Augusta Snorifass”, C. Carminati e C. Mingozzi, Mondadori 2018


mercoledì 9 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SCHEFFLER LIBERO! SCHEFFLER LIBERO!

Papà scoiattolo cade dall'albero, Axel Scheffler (trad. Marco Scaldini)
Emme Edizioni 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni)

"La tempesta arriva all'improvviso. Prima che papà scoiattolo possa aggrapparsi a qualcosa, una potente raffica di vento lo afferra... e lo trascina via. Il resto della famiglia assiste impotente alla scena. Per tutta la notte rimbombano i tuoni."


Il nido degli scoiattoli è tra i rami dell'albero di fronte alla casa di Antonio e Luisa. Loro sono molto contenti dell'arrivo della tempesta, perché non c'è niente di meglio da fare che rimanere rincantucciati sotto le coperte al caldo mentre fuori si scatena il temporale. A notte fonda, dopo aver goduto della pioggia battente sui vetri e e dei lampi che rischiarano la loro camera, i due si addormentano. Ma dall'altra parte del vetro che cosa succede? Papà scoiattolo, precipitato dal nido, è atterrato su un cestino pieno di rifiuti che si trova nel parco. E' semi svenuto quando i due bambini la mattina dopo lo trovano. Accertatisi che è ancora vivo, lo portano a casa per curarlo. Le premure dei bambini tuttavia non sono esattamente quello di cui ha bisogno lo scoiattolo: girare in carrozzina, o indossare i vestiti della bambola non è il massimo delle sue aspirazioni. 


Così mette su un muso seccato e poi disperato che i bambini non possono non notare. Nonostante il loro desiderio di accudirlo vita natural durante, i fratelli seguono il consiglio del padre e lo restituiscono alla sua vita di prima. Senza rimpianti...per lo scoiattolo.



Axel Sheffler, in solitario. Da gioirne. Non che i suoi bellissimi libri con Julia Donaldson siano criticabili, tutt'altro. Sono dei capolavori, spesso.
Ciò nonostante l'aria che si respira in questo libro del 1999 è differente, più rarefatta, più ossigenata. Manca quel quid lievemente inquinante che spesso gli adulti, forse inconsapevolmente, sentono il bisogno impellente di aggiungere perché stanno scrivendo per bambini e che ha il difetto di appesantire poco poco l'atmosfera, rendendola innaturale e lievemente glicemica.


Non c'è il meccanismo 'a orologeria' del Gruffalo, non c'è la gentilezza del Gigante più elegante della città, non c'è il gioco a ripetizione con Rita di Dov'è la mia mamma? e non c'è soprattutto il canonico lieto fine e le rime, che li affratellano tutti.
Sebbene di questo libro tutto suo lo stesso Scheffler abbia dichiarato di non esserne poi troppo convinto, in particolare riguardo al testo che non sente come materia sua, tuttavia in Papà scoiattolo cade dall'albero si muove con una disinvoltura diversa che ha il dono - incommensurabile - di dire le cose come stanno, senza troppi pudori e deroghe nei confronti della vera verità.
Questo è uno Scheffler che ha deciso di non fare l'occhietto ai suoi giovani lettori, ma di raccontargli la storia con una sana distanza emotiva che sfiora il cinismo. Questo è lo Scheffler, davvero strepitoso, che si ritrova nei Tolle Hefte e nelle successive edizioni di Jacoby. 


Per la precisione nei nr. 19 e 6, rispettivamente un testo dei primi del Novecento sugli scoiattoli come animali domestici, tradotto da Harry Rowohlt e il Verbiesterte Welt, corredato da 97 figure.
Proviamo a vedere in concreto in cosa è percepibile lo scarto. In primo luogo l'asciutta descrizione in sequenza dei fatti. Unica deroga all'ironia è il contesto sull'albero degli scoiattoli che ricorda parecchio uno scenario di vita quotidiana tra esseri umani piuttosto che tra piccoli roditori. A seguire, il dialogo tra i due ragazzini al parco che, per autenticità, potrebbe essere stato registrato di nascosto tra un fratello e una sorella in carne e ossa: "qualcuno ha gettato uno scoiattolo nella spazzatura!" "È morto?" Con cautela i due ragazzi stuzzicano lo scoiattolo con un bastoncino e l'animaletto si agita. "È vivo!" esulta Luisa. Depongono la bestiola su un cartoncino per hot-dog non troppo sporco e lo portano a casa." 
Il resto è immaginabile. In una rapida successione di bozzetti su due pagine consecutive, la sequenza di attività cui sottopongono lo scoiattolo è perfettamente nella norma per i due giovani allevatori: letto in scatola da scarpe, televisione al pomeriggio, merenda con Nutella, passata di phon, giro su tartaruga. Niente da fare, nello scarno testo, lo scoiattolo continua a fare lo scoiattolo e un po' si scoccia e un po' li detesta e nello stesso tempo i bambini, dal canto loro, continuano a fare i bambini e si interrogano.
A illuminarli in merito arriva un padre, in una doppia pagina disadorna, che si limita a dir loro le cose come stanno: lo scoiattolo va rimesso dov'era. Ancora una volta subentra l'inventiva un po' 'laterale' dei bambini e lo scoiattolo raggiunge il resto della sua famiglia in un modo insolito.
Colpo di coda finale: papà scoiattolo, come mai e poi mai Julia Donaldson avrebbe potuto scrivere in uno dei suoi libri con Scheffler, arrivato a destinazione manco li degna di uno sguardo per dir loro grazie.
Bum. Finisce così. Come sarebbe finito nella vita vera (non mi risulta che gli scoiattoli siano soliti girarsi per ringraziare).
Che bellezza! Nulla viene concesso in deroga per il fatto che si sta parlando a dei bambini sensibiloni e dalla lacrima facile, in cerca di armonie cosmiche.


In Italia, questo Scheffler qui è introvabile. Giudicato evidentemente troppo sincero, lo si lascia indietro rispetto allo Scheffler accoppiato con la Donaldson. Eppure se si va a vedere di che cosa è capace il suo immaginario laddove lo si lasci lavorare in totale autonomia, ed Armin Abmeier lo ha fatto sempre con i suoi autori, si troveranno piccoli gioielli preziosi. Ammettiamo pure che lui dia il meglio di sé come illustratore su testi di altri, perché però accanirsi a non pubblicare, ad eccezone di Tellegen, i libri in cui si libera dal 'vincolo' Donaldson?
Per mantenere la forma e la forza del proprio estro, più che ogni tanto ci si deve sgranchire il cervello, facendo una corsetta all'aria fresca, in tutta libertà.
Editori, concedetegliela più spesso: se la merita lui e se la meriterebbero anche i suoi lettori.

Carla


Norerella al margine. A proposito di meritarsi qualcosa, alcune sciatterie da imputare al grande editore che non pensa che i piccoli lettori necessitino della dovuta cura nell'impaginazione...sono piccoli, d'altronde, non lo noteranno di certo.

lunedì 7 maggio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL DIAVOLO IN CORPO


Trovo particolarmente difficile trovare la giusta chiave interpretativa per raccontare l’ultimo romanzo di Gabriele Clima, La stanza del lupo, pubblicato dalle edizioni San Paolo.
E’ un romanzo intenso, anche violento, se ci si vuole attenere alla storia in senso stretto. Ma è una fotografia iperrealistica di un determinato aspetto dell’adolescenza: la rabbia. Non la passeggera arrabbiatura, ma una forza prorompente che trascina il soggetto in una situazione apparentemente senza uscita.
Dunque, la trama: iIl protagonista, Nico, un sedicenne con una famiglia abbastanza normale, ha due solidi punti di riferimento affettivo, ovvero Claudia, la sua ragazza, e Leo, l’unico amico che lo capisce veramente, forse anche troppo.
Il romanzo, scritto con uno stile asciutto privo di qualsiasi compiacimento retorico, ci mostra Nico in famiglia: lui che disegna sulla parete l’universo che ha dentro e che non riesce a esprimere, e il padre, che chiama l’imbianchino ogni settimana per far ricoprire i disegni; la ripetizione di questa situazione ben rappresenta l’impossibilità di parlarsi, ancor meglio, l’impossibilità di parlare la stessa lingua in un momento di massima confusione per il ragazzo, travolto dalle sue stesse emozioni.
Capiamo dall’inizio che in questo rapporto, così come nella figura materna, vista come presenza marginale e sofferente, si annida qualcosa di profondo, di difficile.
Poi compare il lupo del titolo: non un lupo come biologicamente possiamo descriverlo, ma proprio il Lupo Nero delle fiabe; una presenza oscura e inquietante, espressione della cieca violenza e della bestialità. Quando compare il lupo, che tenta di aggredire di volta in volta Nico, o sua madre, ecco scattare una reazione violenta, distruttiva, che colpisce cose e persone.
Dunque una metafora chiarissima che allude a qualcosa che si annida nella mente adolescente e che spinge, come nel caso di Leo, a sfidare continuamente la morte, a sfidare le regole, o a perdere il controllo. La dimensione tragica dell’adolescenza, che come genitori non vorremmo mai vedere affiorare nei nostri figli e figlie.
Non posso dire di più sull’evoluzione della trama, mentre vorrei soffermarmi un attimo su questo nodo oscuro che costituisce il centro narrativo. Clima descrive con aspro realismo le dinamiche inter-familiari che si accompagnano all’adolescenza dei figli: le reciproche sordità, le solitudini intrecciate, la faticosa e dolorosa presa di coscienza di sé come unica via per rinascere, proprio nel senso di nascere a nuova vita, lasciandosi alle spalle l’infanzia, e avviandosi a quella che prima o poi sarà la vita adulta. L’autore ci spiega alla fine del libro di avere attinto alla sua vita personale, come figlio e come padre, sicuramente enfatizzando e drammatizzando la sofferenza del protagonista, che costituisce a tutti gli effetti un ritratto vivissimo di adolescente.
L’adolescenza è un’età pericolosa, in cui si gioca con la morte, in cui ci mette in discussione e in cui si cercano tracce dell’identità futura. Penso si possa dire che in questo romanzo affiori un ritratto parziale, poiché mette in luce un aspetto particolare e rilevante di questa età così travagliata. Non lo considero un limite, semplicemente un punto di vista molto orientato in una direzione. Potremmo parlare a lungo delle diverse forme che può assumere il disagio giovanile.
La rabbia, la violenza incontrollabile, l’uscire fuori da sé rappresentano un aspetto difficile, destabilizzante in chi attraversa questi momenti e in chi gli è intorno.
Clima ci racconta tutto questo con grande onestà intellettuale e con grande sincerità, con uno stile essenziale, quasi in presa diretta nelle vite di una famiglia ‘quasi’ normale.
La lettura è coinvolgente, ma soprattutto impegnativa, la consiglio a ragazzi e ragazze dai quattordici anni in poi.

Eleonora

La stanza del lupo”, G. Clima, Edizioni San Paolo 2018


venerdì 4 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CAVALCARE LA TIGRE

La tigre di Anatolio, Guia Risari, Giulia Rossi
Beisler Editore 2018



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Fin da piccolo Anatolio era appassionato di tigri. La prima parola che disse fu 'tigre'. Disegnava sempre grandi felini striati e, a volte, rispondeva con un ruggito. Pensava alle tigri da mattina a sera. Quanto alla sua, non era un animale immaginario, ma reale. Pesava duecentocinquanta chili ed era lunga tre metri. Aveva baffi come corde e una coda irrequieta che frustava l'aria."



Anatolio, essendo esperto, era anche abile nella gestione del felino. Le aveva insegnato come ci si comporta al parco, niente cani, bambini e vecchietti da sgranocchiare. Le aveva insegnato a sorridere e a scodinzolare per rassicurare i passanti. Insieme facevano una bella vita: si raccontavano a vicenda storie, si facevano effusioni affettuose, leccatine e grattatine. Anatolio era abile anche nel saper mantenere un buon livello di igiene personale della tigre, perché il suo lato selvatico non risultasse sgradito agli altri.
A parte il giovedì che era giorno di bagno, il resto del tempo lo passavano, inseparabili, esplorando il mondo. Una città può rassomigliare a una giungla, a saper guardare...

Bambini e tigri. Non è la prima volta che si incontrano sulle pagine di un libro per l'infanzia. Capostipite Mowgli fino al piccolo Babaji (L'ippocampo 2008) e l'ineguagliato principe tigre (Babalibri, 2005). In tutti questi esempi, tuttavia, le tigri sono a casa loro. Qui, nel racconto di Guia Risari, la tigre invece è un'eccezione, un fuori programma, in una città qualsiasi, lontana da scenari asiatici.
C'è da chiedersi, potrebbe essere amica o parente di una tigre che compare all'ora del tè? Potrebbe. Non a caso con quella di Judith Kerr (Mondadori 2016) che suona il campanello, depreda il frigo e beve tranquilla il tè con la bambina a sua madre, questa di Anatolio condivide più di una analogia. La prima: spunta dal nulla e da un momento all'altro diventa assolutamente normale per chi la vede (con una sola eccezione per il dobermann) che lei sia lì. Come quella della Kerr, la tigre di Anatolio non teme lo sguardo degli adulti. Come quella della Kerr è una tigre al cento per cento, con usi e costumi propri della specie. Ed è proprio su questo che, come la Kerr, anche Guia Risari sembra voler giocare: ovvero innestare un elemento totalmente alieno e assurdo in un contesto che appaia il più quotidiano e consueto possibile. 


Così nasce la risata.
Secondo passo, si potrebbe dire, necessario: mettere l'assurdo nelle mani di un bambino e stare a vedere che cosa succede. Anatolio, come già è capitato ad Anna nei confronti dei gorilla (Anthony Browne, Gorilla, Orecchio acerbo 2017), ama a dismisura le tigri e non pensa ad altro. Questo è il pretesto narrativo per materializzarne una sul suo tappeto e per mettere quel bambino nella felice posizione di poterla avere come animale da compagnia. In assoluta nonchalance.
Se si legge il solo testo, in maiuscolo per andare incontro alle prime esperienze di lettura autonoma da parte di bambinetti e bambinette di tra i 5 e i 7 anni, si aprono svariati scenari possibili perché ovviamente è costruito su un buon numero di gap, altrimenti detti 'non detti'. Il primo ed esemplificativo si riassume in meno di una riga: Quanto alla sua, non era un animale immaginario, ma reale. Non una parola in più viene spesa al proposito. E chi legge non può fare altro che adeguarsi e far partire la propria immaginazione. 



Immediatamente dopo, come ad attestare il registro intrapreso, l'assurdo, della tigre vengono elencate le caratteristiche fisiche e di comportamento che sono assolutamente ancorate alla realtà: baffoni, codona, peso cospicuo e certa ferocia. Naturalmente tutto quello che segue assume il tono esilarante dell'improbabile. E l'alternanza tra realtà e assurdo prosegue. Stando al testo, apparentemente fino alla fine (ma allora che ci fa il gatto di casa a riportare tutto alla normalità?)
Ebbene un libro che ha tutte queste potenzialità narrative, date da un silenzio programmatico che si è imposto di non voler spiegare troppo, si asciuga nel suo aspetto illustrativo. In simmetrica controtendenza, nei disegni tutto appare molto descritto, rigido, normalizzato, e a un passo dallo stereotipo. 



Più felici e liberi sono gli sfondi architettonici di città, e arborei di parchi e 'giungla'. Innegabile l'equilibrio compositivo delle pagine, con alcune soluzioni divertenti. Tuttavia, Anatolio e la sua tigre sembrano, al contrario, bamboleggiare davanti al lettore, come se si sentissero osservati e si irrigidissero, perdendo di spontaneità e di piacevolezza per chi guarda. E anche, purtroppo, del necessario stupore.


Ancora un po' di strada deve essere fatta...


Carla

mercoledì 2 maggio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DALLA PARTE DEI VINTI


Torna, attesissimo, Paul Dowswell con un nuovo avvincente romanzo storico, ambientato, questa volta, nella Berlino occupata nel maggio del ‘45 dall’Armata Rossa.
Protagonisti, un gruppo di ragazzini, miracolosamente scampati ai bombardamenti che hanno praticamente raso al suolo la città. Ci sono due fratelli, Otto e Ulrich, quest’ultimo ancora sedotto dalla fantasia di un ritorno del Reich; Helene, coetanea di Otto e amica di famiglia, e due gemelli, quattordicenni, di poco più piccoli degli altri.
La loro vita quotidiana è scandita dalla ricerca del cibo, ovvero dal frugare fra le rovine della città per trovare qualcosa da barattare. Si imbattono, a un certo punto, in una bambina rimasta sola, che si aggiunge alla sparuta compagnia.
Sopravvivere non è facile, l’occupazione sovietica è durissima, e, nello stesso tempo, fra le macerie si aggirano bande di criminali disposti a tutto.
I gemelli, Klaus ed Erich, si divertono a cercare mine e granate inesplose, Ulrich cerca le tracce della resistenza nazista, i cosiddetti Lupi Mannari e s’imbatte in un ex ufficiale delle SS, che lo utilizza per svolgere i suoi loschi traffici. Questo legame, che alimenta nel giovane Ulrich fantasie di improbabili rivincite belliche, è il centro narrativo della seconda parte del romanzo, in cui sulla descrizione della città distrutta e della vita grama dei berlinesi prende il sopravvento l’azione: Otto, inseguito da una banda di ragazzini, si nasconde in un tubo di areazione e viene morso da un ratto. La sua ferita si infetta ed è necessario procurarsi la rarissima penicillina. Per ottenerla Ulrich decide, con la complicità, ambigua, di un medico, di rubare dei preziosi disegni custoditi dal gerarca nazista, provocandone la rabbiosa reazione. Da qui, un susseguirsi di colpi di scena, di ribaltamenti di fortune che lasceranno una scia di lutti, ma anche di rinnovata speranza.
I figli del Lupo. Berlino 1945: sopravvivere non è un gioco, pubblicato come i precedenti romanzi di Dowswell, da Feltrinelli, è un grande romanzo corale, che, come in L’ultima alba di guerra,  nel presentarci con il massimo realismo accettabile da un pubblico di lettrici e lettori giovani le conseguenze della guerra, ci tiene incollati alle pagine con la sua innegabile capacità di coniugare azione e descrizione, romanzo storico e avventura. Ancora una volta, si sente l’accorata partecipazione dell’autore alle vicende di chi poco ha voluto e deciso, ma è costretto a subire prima le conseguenze di una guerra spietata e poi l’occupazione da parte delle forze alleate. Un mondo che si sgretola davanti agli occhi dei più giovani, lasciando macerie fisiche e psicologiche. Il contrasto fra i due fratelli, uno proiettato verso il futuro, l’altro ancora legato all’ideologia nazista, con la consapevolezza che ne può avere un ragazzino, ben rende lo smarrimento e la confusione che si sono determinati dopo la sconfitta sui campi di battaglia. Un popolo annientato, che si è progressivamente rivelato a se stesso come l’artefice di una delle più brutali e inumane tragedie del Novecento.
Notevole anche la chiosa finale, che esprime la nostra stessa ambivalenza nei confronti dell’esercito sovietico, la cui resistenza al nemico nazista ha consentito agli alleati di vincere la guerra, ma, nello stesso tempo, ha imposto tutta la durezza e la crudeltà di un’occupazione che lasciava ben poche speranze ai civili inermi.
E qui sta uno degli aspetti più interessanti di questo romanzo: i buoni non sono solo buoni, i cattivi, almeno alcuni fra questi, in questo caso chi ha sostenuto con entusiasmo un regime folle e nefasto, non sono solo cattivi. E questa ambiguità, che è nelle cose, è nella natura umana, attraversa i personaggi, rendendoli credibili e dolenti nell’incertezza e nelle poche decisive speranze.
I ‘sommersi’ e i ‘salvati’ di questa storia ci restano impressi nella memoria nel loro rappresentare quella parte di umanità che subisce la guerra, con tutto il portato di disumanità che tutte le guerre comportano; le violenze, i tradimenti, gli espedienti per vivere, gli atti di anonimo eroismo.
Bella lettura, intensa e coinvolgente, direi necessaria per diventare grandi, per ragazzi e ragazze a partire dai tredici anni.

Eleonora

“I figli del Lupo. Berlino 1945: sopravvivere non è un gioco”, 
P. Dowswell, Feltrinelli Up 2018