mercoledì 19 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' IMPERFETTO

L'anatra zoppa e la gallina cieca, Ulrich Hub, Jörg Mühle 
(trad. Bérénice Capatti) 
Rizzoli 2022 


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

"L'anatra osserva con interesse la gallina vagare senza meta tra i muri fino a inciampare nella gruccia. 'Molto piacere di conoscerti.' L'anatra aiuta gentilmente la gallina sbalordita a rimettersi in piedi. 'E' sempre bello incontrare qualcuno che è messo peggio di noi.' 'Sarebbe a dire?' chiede la gallina con voce sorprendentemente profonda. 'Io mi sento benissimo. Perché pensi che sia messa male?' 'Sei pur sempre cieca'. L'anatra sospira forte. 'Non posso immaginare sorte peggiore di non poter vedere.'"

Lo scambio di battute prosegue nella replica della gallina che sostiene che essere ciechi può avere dei vantaggi, come per esempio non aver modo di giudicare il suo aspetto, oppure non entrare nel panico perché la luce delle scale non funziona, oppure ancora quello di essere un'ottima ascoltatrice. 
E l'anatra, cui brillano gli occhi, a sua volta sussurra che per essere un'anatra zoppa, non è poi tanto male... 
Nel cortile abbandonato, dove non splende mai il sole e dove l'anatra zoppa vive, percorrendolo in lungo e in largo per fare un po' di moto (di volare non se ne parla: troppo pericoloso) arriva una gallina cieca che, al contrario della prudentissima anatra, ha un progetto magnifico, raggiungere quel luogo dove il suo desiderio segreto possa avverarsi. Dove sia, effettivamente lei non lo sa, ma questo è solo un dettaglio. 

A lei, per raggiungerlo servirebbe un cane da ciechi, ma anche un'anatra zoppa andrà bene lo stesso. Ammesso che l'anatra parta con lei, visto che non le riesce proprio di convincere la gallina che passeggiare assieme in un cortile abbandonato sarebbe comunque molto piacevole, e soprattutto molto più sicuro...
Questa è la storia del loro viaggio, vero o falso che sia. 
Un viaggio in cui si percorrono foreste buie e spoglie, le più oscure del mondo, si attraversano gole abissali su fiumi silenti, si balla fino allo sfinimento, si scalano montagne senza salite, ci si dimenticano varie cose, ma se ne ricordano altre, si mangiano arachidi in silenzio, si arrossisce e quasi si muore, ma soprattutto si smette di essere sole. 

Di Ulrich Hub penso ogni bene possibile e ho un ricordo vivido dell'incontro fatto insieme a Bologna durante i giorni della fiera, a discutere dei massimi sistemi e sul senso che possono avere le bugie, in compagnia di 60 ragazzini rapiti da quella sua bellissima storia corale. 
In Italia sono stati pubblicati quattro dei cinque libri che ha scritto: L'arca parte alle otto, Le volpi non mentono mai, L'ultima pecora e adesso L'anatra zoppa e la gallina cieca. Ne manca solo uno, Ein Känguru wie Du, che - lo temevo nel 2019 e lo temo ancora nel 2022 - non valicherà le Alpi, sebbene in Germania, Austria a Svizzera tedesca sia già film d'animazione. 
Tutti e quattro si tengono per alcuni caratteri comuni che ne rendono la lettura piacevolissima a qualsiasi latitudine e a qualsiasi altezza (e di questo si è già detto parecchio in passato). 
Intendo dire che leggerli, tutti, ad alta voce tra bambini e adulti non può che far piacere.

 
Anche in questo suo ultimo libro, che ha richiesto a Hub un anno e mezzo di lavoro, e a Jörg Muhle decine di fogli contenenti centinaia di bozzetti di galline con gli occhiali da sole e anatre con la gamba sifolina (bellissima soluzione quella trovata) in diversissime posizioni, si ride moltissimo. 
Ma come sempre dietro l'ironia che lo attraversa, si intravedono anche moltissime altre cose che hanno a che fare con l'umanità intera. Sotto le piume di quell'anatra zoppa e di quella gallina cieca ci siamo tutti noi, per un verso o per l'altro. 
A titolo di esempio, si guardi quell'anatra codarda che preferisce il proprio cortile buio e polveroso, la sua comfort zone, a qualsiasi altro luogo di cui ha contezza solo per sentito dire. Non se ne parla di partire senza una meta. 
Quanti di noi di fronte all'idea di intraprendere un viaggio, mai e poi mai lo farebbero da soli, mai e poi mai andrebbero alla ventura, senza aver già tutto pianificato... 
E si potrebbe allargare il cerchio e dire che molti di noi anche nel semplice atto di stare al mondo faticano a farlo in solitudine, solo contando sulle proprie forze. E' più facile fare il gregario di qualcuno più forte di noi. Le idee facciamole nascere nelle teste degli altri, a noi il compito più semplice di farle nostre. 
L'anatra è fifona e quindi molto prudente, ma nello stesso tempo si dimostra disponibile e generosa nei confronti della gallina e quindi decide, nonostante tutto, di assecondarne i desideri, in spregio al fatto che il camminare non le viene troppo facile. In un modo o nell'altro, cerca di farle piacere senza farsi troppo male... 
La gallina, dal canto suo, è l'esatto contrario dell'anatra: tanto è fifona la prima, tanto intraprendente è l'altra, tanto è ordinata la zoppa, tanto confusionaria è la cieca, tanto aggraziata è l'anatra, tanto sbrigativa e rude è la gallina. Tanto altruista si dimostra la prima, tanto egocentrica appare la seconda. In questo senso sono assolutamente perfette assieme, come direbbe Forrest Gump: sono come pane e burro. 


Qui, come anche negli altri suoi libri, dietro la risata si nasconde la complessità delle nostre anime, mai di un solo colore, al contrario piene di sfumature. Così anche quella gallina che sembra così concentrata sul suo desiderio segreto, sa dimostrare anche comprensione e affetto e la sua proverbiale determinazione si scioglie come neve al sole, di fronte agli stratagemmi dell'apparentemente ingenua e devota anatra claudicante, che si rivela scaltra, a suo modo. 
La decisione di metterle a confronto genera un continuo gioco delle parti che trova esito nei dialoghi sempre molto serrati ed esilaranti. Impossibile non immaginarli 'messi in scena'. Come è capitato anche per gli altri tre titoli: i libri di Hub non andrebbero solo letti e riletti, ma anche recitati. 


In Germania, ma è presumibile anche altrove, sono diventati divertentissimi spettacoli di teatro, dove per esempio l'anatra zoppa, ossia l'attore che lo impersona, indossa ai piedi rispettivamente una pinna per il nuoto e un doposcì. 
Imperdibile e indimenticabile. 
Merito ulteriore, pensato e pubblicato per quella fascia di età sempre un po' negletta (forse perché di mezzo).

 Carla

lunedì 17 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CACCIA E LA NATURA


Evgenij Rudaševskij è un giornalista russo, con grande esperienza internazionale, che si è occupato e si occupa tuttora di conservazione ambientale e di diritti delle minoranze indigene. Le Edizioni San Paolo pubblicano ora un suo romanzo, ‘Il Corvo’, inserito nel 2017 nella selezione White Ravens.
Si tratta un un romanzo particolarmente interessante, che racconta, in modo anche molto diretto, dell’iniziazione di Dima, quattordicenne, alla caccia. Durante le vacanze invernali, parte con lo zio Nikolaj e con suoi due amici, Artemič e Vitja. Il ragazzo è pieno di aspettative, immagina avventure da poter condividere, al suo ritorno in classe, con gli amici; l’inizio di questa lunga vacanza della taiga è proprio così, gravido di promesse; con gli altri compagni di viaggio, Dima partecipa alla preparazione delle trappole, alla cura dei fucili, all’organizzazione della vita quotidiana nel capanno che fa da rifugio. Il mondo intorno è racchiuso nella neve, ogni rumore ovattato, le serate passano giocando a carte e raccontandosi aneddoti delle stagioni precedenti. Sono lì per la caccia allo zibellino, dalla pregiata pelliccia. I primi giorni passano nell’osservazione attenta delle mosse dei cacciatori, nella ripetizione quotidiana dei gesti che consente loro di catturare e uccidere le diverse prede. Pian piano, però, nella mente di Dima si fa strada una sorta di inquietudine come se inconsapevolmente percepisse che in tutto questo c’è qualcosa di sbagliato.
A questo punto, però, si inserisce un nuovo attore: un corvo che approfitta della carcassa di un cervo, le cui carni sono esposte a essiccare. Nonostante gli appostamenti, i tre cacciatori esperti sono gabbati da un misero uccello, che ogni volta riesce a sottrarre loro un lembo di carne. Fino a quando allo zio Nikolaji non viene in mette un trucco ancora più astuto dei precedenti.
Sono dunque due i fili narrativi che si intrecciano, in un racconto incalzante e avvincente: uno riguarda la crescita di Dima, la maturazione di un senso di alterità e di distanza da quegli adulti che all’inizio ammirava e aveva preso a modello, un sentimento all’inizio confuso e poi, via via, più chiaro di amore per la natura e soprattutto di rispetto per essa.
L’altro filo è rappresentato dal rapporto che proprio con la natura hanno i cacciatori: una sorta di spersonalizzazione di ogni elemento naturale al fine di poterlo sfruttare al meglio. In realtà, anche chi dice di amare la natura, lo fa spesso con un approccio egoistico e contraddittorio, confondendo i propri bisogni di gratificazione per generoso slancio a difesa di questo o quel animale. Nello stesso modo anche nel cuore dei cacciatori c’è il ricordo di questo o quel cane, o dell’uccellino caduto dal nido e salvato.
Percepire la natura come oggetto consente a tutti noi di sfruttarla e, paradossalmente, le prime vittime di questo sfruttamento siamo proprio noi, costretti a vivere in un ambiente alterato e minaccioso.
Come si può immaginare; Dima sarà costretto a una scelta, che spezzerà alcuni legami ma che gli aprirà un rapporto nuovo col mondo naturale.
Romanzo di formazione intenso, complesso, anche se consente una lettura in chiave puramente avventurosa, ‘Il Corvo’ riprende e riannoda fili di riflessioni che in questi ultimi anni si sono susseguite anche con un grande interesse nel pubblico dei non addetti ai lavori.
Mi permetto di riportare una delle citazioni che aprono il libro, tratta da ‘La casa estrema’ di Henry Benson:
‘..gli animali...non sono né fratelli né esseri inferiori: sono altre nazioni, intrappolate con noi nella rete della vita e del tempo, nostri compagni di prigionia nello splendore e nel travaglio del pianeta’.
Consiglio caldamente la lettura a ragazze e ragazzi maturi a partire dai tredici anni.

Eleonora

“Il Corvo”, E. Rudaševskij, trad. F. Mastruzzo, Edizioni San Paolo 2022



venerdì 14 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CAVALCARE LA FURIA

Il mondo è rosso, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2022 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"La furia è accecante, 
ma vedo chiaramente 
che ora uguale a prima 
non ci sarà più niente. 
E tuoni,
ed esplosioni, 
e fulmini, 
e saette, 
e fuochi, 
e turbinii, 
e raffiche, 
e vendette! 
Ruggisco, strillo, 
ringhio, scateno ogni mio 
istinto." 

Vede rosso, quella bambina che si oppone al vento e attraversa di corsa il mondo che quando non è sotto un cielo di nuvole incombenti, è scuro, è grigio color della lavagna o blu o nero come un mare tempestoso. 
Attraverso lo spazio, corre, vola, si impone, con le spalle sempre rivolte a sinistra, e a destra lo sguardo. Tranne in un caso. Spesso le mani e i pugni serrati in avanti, o sui fianchi, con le guance pallide e poi infuocate. Sotto gli spruzzi battenti, attraverso una tempesta di schizzi di un mare in tempesta, lei è lì che lo sfida:  non si spaventa, ha un gran coraggio: è potente e dimostra la sua forza.
 

Lentamente il cielo della notte si rischiara e la luna appare e altrettanto all'improvviso quel furore, quella rabbia, diventa una pantera da cavalcare: un animale su cui salire in groppa e attraversare la campagna all'alba di un un nuovo giorno. Lasciata indietro la furia cieca, ora resta un cielo chiaro e il coraggio di aver saputo attraversare il suo monsone e aver visto in sé l'energia per un altro giorno e un altro viaggio. 

Questione complicata: irta - come tutto ciò che riguarda il racconto a parole e immagini delle emozioni - di burroni in cui precipitare. 
Qui però succedono una serie di cose che danno la rassicurante sensazione di non cadere nel vuoto, ossia di avere per le mani un libro ben fatto. 
La prima cosa che succede è molto silenziosa e riguarda la composizione delle immagini: lo spazio che si prendono e i colori di cui si servono. 
La seconda che accade è quella connessa alle parole che, pur non essendo silenziose, parlano una lingua inaspettata. 
La terza cosa che succede è il ragionamento che le prime due suggeriscono, e incitano a intraprendere. Con ordine: la prima dipende e si qualifica in uno degli aspetti più eclatanti dell'arte di Britta Teckentrup, di cui si è parlato anche altrove. 
Mi riferisco alla sua capacità di costruire attraverso il colore e il tipo di segno (e quindi anche la tecnica) un preciso stimolo emotivo nell'osservatore. Prima ancora di raffigurare qualcosa: un luogo, un personaggio, un oggetto, Britta Teckentrup organizza attraverso i due codici suddetti - segno e colore - un contesto emotivo in cui invitare i propri lettori. 


Qui, molto più che altrove, forse guidata dall'argomento intorno a cui ruota la narrazione, la Teckentrup non si dà limite e parte con una doppia tavola al vivo, in cui il rosso e il grigio e il nero si mescolano creando più che un paesaggio (in realtà ogni sguardo sarà in grado di leggere il proprio attraverso una nebulosità dei colori sovrapposti) uno stato d'animo. Già nella pagina successiva, una tavola singola a sinistra, il rosso viene attraversato e abitato dalla bambina che si oppone alla tempesta che la investe. E' in primo piano. Lei, come spesso accade nelle illustrazioni di Teckentrup, è poco più che una silhouette, rigorosamente scura, in ombra. Ma con pochi segni si intuisce la potenza della scena: occhi serrati, bocca aperta, mani aperte... 
Contemporaneamente, in modo quasi inconsapevole per il lettore, si percepisce la forza impetuosa delle scene: lo spazio dell'illustrazione riconquista lento la successiva tavola, la coda del drago sconfina addirittura nel bianco dedicato al testo. 
Vengono utilizzate tutte le possibilità che la pagina le consente: immagini a doppia pagina senza parole, immagini a doppia pagina con il testo che corre sotto, pagine di solo testo, pagine di sole immagini, pagine che diventano campo di scontro tra testo e figure. Un continuo variare di ritmo di lettura e di sguardo e di colori, in un tripudio, una sorta di happening pittorico con evidenti riscontri a livello emozionale; qualcosa che raramente ha trovato spazio finora negli albi illustrati. 
Su tutto ciò si diffonde un testo che graficamente continua a giocare sul proprio impatto visivo. Combatte, si ingrandisce, rimpicciolisce, si smaterializza, ossia viene quasi raspato via dalla forza che lo circonda. 


E qui è già entrata in campo la seconda cosa: il testo. Potente, almeno al pari dei colori che riverbera, insolito, pieno di soluzioni linguistiche ricercate: acceco, sfreccio, strappo, percuoto, sfregio, impazzo! Accurato, preciso nel suo pescare in una lingua alta, nel suo crescendo e nel suo essere, incredibile, in rima. Una rima che arriva in fondo: una partenza che solo dopo suona come un verso. 
Credo che, a giudicare da quando si vede nella versione originale in tedesco, la traduzione di Bandirali con onore sia stata capace di assecondare non solo 'la metrica', ma anche la medesima musica e impatto. La terza cosa è, a evidenza, la più spinosa: che senso dare a tutto questo flusso incontenibile, inarrestabile, straripante che è la rabbia, o per meglio dire la furia (in tedesco Wütend è ben di più di arrabbiato, ha a che fare con la furia: furioso, furente, con la bestialità: imbestialito...)? 
Fortunatamente non c'è una soluzione consolatoria (speriamo bene: tutto quel rosso e tutto quel nero tutte quelle furie e urla quanto influiranno sull'atto codardo e miope di riappoggiare il libro sullo scaffale?) tesa a limitare i danni del sentirsi furiosi, ma c'è una lettura possibile che è un po' quella che è la stessa Natura a suggerire (e non è un caso che Teckentrup affidi ai suoi disegni questa chiave interpretativa) - a parte la più facile e trita che dopo la tempesta, poi tornerà il sole - ce n'è un'altra più sottile che allude - quanto meno sul piano visuale - al mondo animale. 


Le bestie - dal barboncino all'orso polare - hanno nei loro codici di comportamento 'naturali' l'aggressività e non c'è nulla di sbagliato in questo. E allora la chiave è un po' questa: anche l'uomo (e i bambini ancora di più) -per quanto cerchi sempre di nasconderlo e soprattutto di reprimerlo- con la rabbia e l'aggressività deve fare necessariamente i conti. 
Attraversarla, cavalcarla ed essere capace di vederne il potenziale di energia che essa genera per utilizzarlo al fine di 'irrobustirsi' prima di affrontare una nuova sfida, a me pare cosa buona e giusta. Imparare a non nasconderla, ma al contrario essere bravi a usarla come vettore, usarla come energia per farsi portare verso qualcosa di meglio: la rabbia mi dà forza, la rabbia mi fa bene, la rabbia m'incoraggia, la rabbia mi sostiene... 

Carla

mercoledì 12 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RACCONTO DI UNA INFANZIA


La storia di un’infanzia felice, che viene poi travolta dalla tragedia dell’Olocausto, è al centro del libro illustrato ‘La storia di Bodri’, di Hédi Fried con le illustrazioni di Stina Wirsén.
Bodri è un cane, un bel cane gioioso e protettivo nei confronti della sua bambina, Hédi, che così ce lo racconta. La bambina e la sorella Lena vivono in Romania, sono allegre e spensierate; Hédi passa molto tempo con la sua vicina di casa, Marika, e col suo cane Banti. Sono un’allegra combriccola di bambine e cani, che scorrazzano nei prati del parco, si rincorrono, si confidano sotto lo sguardo attento e protettivo dei loro cani.


Fino al giorno in cui Hédi e Marika, perché non pregano nello stesso modo, vengono brutalmente separate. Hédi appartiene a una famiglia ebrea e, dopo che la Romania viene invasa dalle truppe naziste, è costretta a vivere separata dagli altri bambini.


Ma questo a Hitler, lontano migliaia di chilometri, non basta: vuole eliminare ogni ebreo sul suo cammino di conquista dell’Europa. Anche Hédi e la sua famiglia vengono rastrellati e portati ad Auschwitz. Il povero Bodri cerca di rincorrere il treno su cui è stata caricata Hédi, ma invano. Però in qualche modo continua a vegliare su lei: ogni giorno in cui la bambina riesce a ricordarlo, a ricordare le corse a perdifiato, gli abbracci, le torna un po’ di vita, un sottile filo di speranza. Pensa continuamente al suo cane, sperando che qualcuno se ne prenda cura.
Fino al giorno in cui viene liberata e, tornando a casa, lo ritrova. Lui, sì, riconosce Hédi e la sorellina, nonostante la magrezza, i vestiti logori, il dolore che trapela dalle loro parole.
Questa è una piccola storia, che con poche parole racconta le vicende di tanti: il brusco passaggio da una vita normale a una vita di segregazione, l’incredulità che potesse esistere qualcosa di peggiore ai divieti e alla solitudine imposta.
Qui, lo sguardo innocente della bambina e del suo cane descrivono l’assoluta gratuità e assurdità della violenza che il regime nazista ha elevato a sistema. Proprio nelle poche parole, nella estrema sintesi dei fatti emerge l’inconcepibile: da un giorno all’altro le regole del mondo civile possono andare in mille pezzi ed essere sostituite dal puro arbitrio. Noi, dall’alto della comprensione storica, sappiamo che tutto questo non è stato solo il progetto di un folle, ma anche una sistematica, razionale, burocratica macchina di morte, che funzionava già da tempo.
Lo sguardo della bambina e del suo cane tutto questo non lo possono comprendere e ci restituiscono l’esperienza del dolore, della separazione, del lutto, con grande sobrietà e delicatezza.


Il racconto di Hédi Fried, trasferita in Svezia nell’immediato dopoguerra, è accompagnato dalle immagini, a inchiostro e acquerello, dell’illustratrice svedese Stina Wirsén. Tavola dopo tavola, vediamo scorrere la vita serena delle bambine ebree e del loro imponente cane marrone, per arrivare a quel grigio incombente del lager cui fortunosamente sono sopravvissute. Se il testo è scarno, le immagini forniscono il tessuto emotivo, le atmosfere serene del prima e l’angoscia del dopo.
Lontano dalle pubblicazioni legate alla Giornata della Memoria, questo libro, pubblicato da Einaudi Ragazzi, ricorda con delicatezza quello che non dovrebbe mai essere dimenticato, soprattutto nei tempi cupi che stiamo vivendo.
Lettura indicata, e caldamente consigliata, a bambine e bambini sensibili e attenti, a partire dagli otto anni.

Eleonora

“La storia di Bodri”, H. Fried, ill. di Stina Wirsén, Einaudi ragazzi 2022




 

lunedì 10 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MARY POPPINS E GLI ALTRI

Il Kappa della pioggia, Saori Murakami (trad. Roberta Tiberi) 
Kira Kira 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Nao aprì la porta e una strana creatura verde fece capolino. 'Salve, sono Kappa.' Per lo spavento Nao si nascose sotto il tavolo. In quel momento arrivò la mamma che si era preparata in tutta fretta. 'Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa.Vedrai che vi divertirete un mondo. Fai la brava.' disse, e uscì di corsa." 

Così comincia la fantastica giornata di Nao e del suo originalissimo tato, il signor Kappa. 
Verde, con un laghetto circondato di capelli sulla sommità della testa, una vera passione per la pioggia e una gentilezza e premura innata, lui - come tutti i kappa come lui - si prende cura di un piccolo per fargli trascorrere del tempo meraviglioso nella foresta piena di verde e piena di mille altri divertimenti, dove poter fare tutti un bel pic-nic per festeggiare assieme la giornata di pioggia. Basta avere qualcosa di buono nel cestino della merenda e un ombrello della misura adatta. 


E poi quando tutto si asciuga e il sole va giù non resta che salutare tutti gli altri amici e prendere la via di casa, ciascuno tenendo per mano il proprio kappa. 

Sono diverse le cose che colpiscono di questo libro molto verde. 
La prima è il kappa, una creatura tutta verde che ricorda un essere umano con braccia e gambe, ma con una testa molto particolare e un sorriso e uno sguardo rassicuranti. Entrambe utili per il suo mestiere di custode a tempo di bambini e bambine. Altra peculiarità interessante è la sua passione per l'acqua, ossia per la pioggia. 


E qui entra in gioco la seconda cosa che colpisce di questa storia: la naturalezza nell'uscita di scena di una mamma dalla giornata della protagonista: Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa. Vedrai che vi divertirete un mondo... e la conseguente disobbedienza da parte del Signor Kappa che, nonostante o per meglio dire proprio grazie alla pioggia, ha in progetto una bella passeggiata. 
Il signor Kappa, un po' come Mary Poppins, arriva nella vita delle persone per scompaginarne, almeno per un po', i ritmi e le abitudini. E lo fa, proprio come la tata della Travers, in assoluta autonomia e determinazione, infischiandosene dei grandi, con l'unico obiettivo di far trascorrere una esperienza unica e indimenticabile ai bambini che ha in affidamento. Come nelle storie della Travers, anche qui gli adulti sono accessori alla narrazione e tutto sommato accessori anche nel quotidiano dei propri figli, quanto meno capaci di allontanarsene senza patemi e quindi di uscire di scena per lasciare il campo ad altri. 
Il terzo elemento di interesse è proprio questo passaggio di consegne che preannuncia una esperienza del tutto nuova e indimenticabile. 


I kappa incarnano coloro che hanno il compito di traghettare, e qui questo avviene in senso quasi letterale, i bambini verso un altrove (sia esso il mondo sotterraneo sulle tracce del coniglio di Alice, o capovolto come il tè da zio Albert in Mary Poppins e via andare) e offrire loro qualcosa di assolutamente straordinario. E qui arriva la quarta bellezza del libro: la foresta, così verde e così fitta, in cui tutti i kappa si muovono in una sorta di mimesi continua e dove, invece, i bambini sono puntolini colorati, nei loro impermeabili e stivali coloratissimi. 
Questa foresta ha tutte le caratteristiche del luogo magico, pur non avendo nulla di misterioso o inquietante: è piena di sorprese che sono luoghi di gioco e di piacere. Ed è proprio il piacere ha dare il carattere a tutta l'esperienza, coinvolgendo tutti i sensi: dal rumore della pioggia, al sapore della merenda: Quando si mangia all'aperto è tutto più buono, vero? alla bellezza del luogo che cattura lo sguardo. Quest'ultimo, continuamente sollecitato a muoversi alla ricerca del dettaglio in un mare di verdi diversi. 


La sensazione che avvolge l'intera storia ha molto a che fare con il piacere: il primo è quello interno, ossia quello che provano i piccoli protagonisti condotti dai loro rispettivi signori Kappa. 
Ma esiste anche un piacere esterno alla narrazione, un piacere che è contemporaneamente una esperienza estetica ed emotiva. Che è quello che prova il lettore nel leggere le parole e nel bearsi nelle figure. 
E questa è la quinta meraviglia che accade. Un piacere che passa per una innegabile naturalezza dell'azione, e nel contempo per una grande attenzione nel creare un contesto che sia il più confortevole possibile per i lettori. 


Ma... con un continuo spostamento graduale verso qualcosa di diverso. 
Davanti a un bel quadro è esattamente questo che dovrebbe accadere: qualcosa cambia in noi. 
In sostanza, nel libro accade questo, a mio modo di vedere: si alternano a rapidi spostamenti di condizione che hanno il compito di 'destabilizzare' - la mamma che esce, camminare sotto la pioggia, l'arrivo nella foresta - altri momenti di assoluta tranquillità, le scarpe di mamma indossate per andare ad aprire, dettagli di una cucina familiare, la preparazione di un cibo prediletto, la bottega degli ombrelli, il parco giochi... 


Quindi si vive un'esperienza che ci porta verso un altrove, un'altra parte, e lo fa a piccoli passi, tenendoci per mano, senza grandi strappi o traumi. 
Non dovrebbe essere questo l'obiettivo di un buon libro per bambini? Partire per un luogo sconosciuto, visitarlo e, se possibile, tornare indietro in sicurezza, ma un po' diversi. 
E qui accade. 

Carla



venerdì 7 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

QUANTA TRISTEZZA E QUANTA GIOIA



Certe storie possono essere scritte solo, o quasi, in America: un romanzo on the road, un padre e una figlia su uno scuolabus riadattato a casa su ruote, in giro fra uno Stato e l’altro, fuggendo un dolore per entrambi insostenibile.
Questa è la storia di Coyote Sunrise e di suo padre Rodeo, scritta da Dan Gemeinhart con il titolo ‘L’imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise’, che Edt Giralangolo pubblica con la traduzione di Aurelia Martelli.
A prima vista sembrano una coppia stravagante, un hippy dal look piuttosto trascurato e una dodicenne molto indipendente, che viaggiano su un bus chiamato Yager; in realtà sono due persone attraversate da un grande dolore, in seguito al quale hanno cambiato vita e cambiato nome, lasciandosi alle spalle una cittadina, Poplin’Springs, in cui sono sepolti, anche materialmente, i loro ricordi. Ad interrompere il viaggio senza meta arriva una telefonata della nonna che comunica a Coyote che stanno per abbattere gli alberi di un parco vicino alla loro vecchia casa; ai piedi di uno di questi alberi è sepolta una scatola dei ricordi, che la ragazzina aveva messo lì insieme alla mamma e alle due sorelle, morte poi in un incidente automobilistico.
Per Coyote tornare a casa e recuperare quella scatola diventa una necessità assoluta, ma per farlo deve ingannare il padre che mai e poi mai sarebbe disposto a tornare a casa.
La ragazzina è intraprendente e sa come persuadere il genitore a seguire i suoi desideri e comincia facendogli accettare la presenza di un gattino, Ivan, a bordo. S’inventa di avere un desiderio irrefrenabile per un certo panino, come si fa in una cittadina vicina a Poplin’Springs e così si mettono in cammino, incontrando lungo la strada altre persone in cerca di una svolta nella loro vita: Lester, indeciso se tornare dalla fidanzata o seguire la sua passione per la musica e la sua band, Salvador e la madre Esperanza, in fuga da un marito e padre violento e in cerca di una lavoro; Val, cacciata di casa e la capra Gladys. Uno dopo l’altro salgono sul bus, dopo aver risposto a tre domande sulle preferenze in fatto di libri, di luoghi e di panini. Ognuno porta il proprio bagaglio di tristezza e di dolore, ognuno è in grado di trasmettere all’altro tutta la gioia che c’è nel conquistarsi vita e speranza, un pezzetto alla volta.
Gemeinhart riesce a raccontare questa storia on the road con leggerezza, ironia, facendo scoprire un po’ per volta al lettore e alla lettrice il segreto che guida la vita di Coyote e Rodeo, il passato drammatico che li porta a fuggire. I rimandi sono molteplici, nella letteratura anche recente e nella filmografia. Il rapporto padre figlia è l’asse intorno a cui ruota tutta la narrazione: l’affetto, il dolore, la paura di soffrire ancora, il proteggersi a vicenda, vivendo la vita attimo per attimo. Cpyote ha però bisogno di riconnettersi alla sua vita passata e per aiutarla in questa ricerca, Rodeo rinuncia alla sua fuga.
L’intreccio alterna momenti di serena quotidianità di questa strana e pur vitale comunità ad altri in cui le avversità rischiano di mettere tutto in discussione. La gioia, di essere vivi e in buona compagnia, e la tristezza, di cui è pieno il mondo, si intrecciano strettamente, così come è naturale che sia.
Con leggerezza, dunque, si arriva all’epilogo e il lettore e la lettrice, di almeno undici anni, si ritroveranno con qualche consapevolezza in più sulla complessità della vita, ma anche con un moderato, sorridente ottimismo.

Eleonora

“L’imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise”, D. Geimenhart, trad. A. Martelli, Edt Giralangolo 2022



mercoledì 5 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I BAMBINI DI JEFFERS

Come tornare a Casa, Oliver Jeffers 
Zoolibri 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"C’era una volta un bimbo, che, un giorno, mentre riponeva le sue cose nel sottoscala, trovò un aeroplano. Non ricordava di averlo lasciato là dentro, ma lo tirò fuori per farci un giretto. L’aereo si staccò da terra e salì su nel cielo... in alto in alto sempre più in alto." 

Poi l'aereo costringe il bambino a fare un atterraggio di fortuna su una falce di luna: serbatoio a secco. Intorno, il buio assoluto. Piano piano anche la luce della sua torcia finisce: pile scariche. 
A poca distanza da lui anche qualcun altro è in difficoltà con la sua astronave: motore fuori uso. Anche per lui atterraggio di fortuna sulla stessa falce di luna. 
Dopo un primo momento di smarrimento e terrore reciproco, i due, il bambino e Marziano, si vedono e sono molto contenti di non essere più soli. 
I danni vanno riparati per poter tornare a casa. Ma servono utensili: vanno presi nel sottoscala, giù a casa. 
Calatosi sulla Terra con l'apposito paracadute, il bambino, dopo una bella nuotata, arriva a destino, ma è sopraffatto dalla stanchezza e la poltrona di casa davanti alla tv è molto invitante... 
Accidenti, non può distrarsi: Marziano è lassù che lo aspetta, o quasi. La corda per farlo risalire tarda a calare e il bambino riesce ad acchiapparla e a farsi issare, solo dopo essere arrivato sul monte più alto. Non resta che riparare il motore dell'astronave, e mettere benza nell'aeroplano.
Il gioco è fatto: entrambi possono finalmente lasciare la Luna e tornare a casa. 
Però, peccato perdersi per sempre. Ci sarà modo di tenersi in contatto? 

Ci sono albi illustrati che hanno una loro perfezione, una loro meravigliosa rotondità. 
Si percepisce, leggendoli e tenendoli in mano, qualcosa di simile a una lucentezza che illumina e riscalda e, colpendoci, ci sposta di un pochino. 


Per raggiungerla, questa perfezione credo occorrano alcune doti particolari. 
Bisogna, innanzi tutto, avere una buona idea - quasi un'ovvietà: in qualsiasi processo creativo è necessaria. Qualcosa che meriti di essere raccontato. 
Poi bisogna saper modellare bene la materia, ossia darle una forma e con questa un senso. 
Poi ancora, essere capaci di eliminare tutto il superfluo, imperfezioni, impurità, inutilità. 
E in ultimo occorre essere capaci di renderla luminosa e calda, aggiungendo cioè un quid che la renda 'insolita' e ci colpisca. 
Forse questo quid risiede nella capacità di sapersi tuffare tra realtà e immaginazione con grande scioltezza. Alternare un allunaggio di un bambino con gli attrezzi conservati nel sottoscala e una lista ben compilata; una corda per risalire con la benza per ripartire. Un bambino con un extraterrestre: tutto questo, come se niente fosse. E non credo che sia un caso che spesso cominciano con c'era una volta...
Spero sia chiaro a tutti, senza doverlo dire, quali siano le categorie umane che sono abituate a tuffarsi così... 


Spesso Oliver Jeffers ha dimostrato di essere capace di farlo. Per questo credo lo si possa considerare uno dei più illuminati narratori di infanzia che il panorama dell'editoria contemporanea offre. 
Capace di cogliere sempre quella che, usando le parole di Steig, è la forza e la debolezza di un bambino in un mondo di grandi. 
E di saperlo fare con quella scioltezza che non è affatto scontata. 
Concepito e pubblicato nel 2007, a soli due anni dall'ineguagliabile Lost and Found (Chi trova un pinguino..., Zoolibri, 2010; 2014) anche in questo Come tornare a Casa alcuni caratteri chiave sono lì a illuminarlo e a renderlo perfetto (per inciso, una comparsata del pinguino ci rassicura sul fatto che siano ancora insieme). 
Non una parola sprecata, non un segno superfluo. Vari bei tuffi. 


I bambini di Jeffers. Funziona come un marchio di fabbrica l'aspetto di quel bambino, quello stesso 'suo' bambino dal gran testone e dalle gambe a stecchino, caratteri che non a caso eredita anche lo sperduto Marziano. Entrambi sono minuscoli, ma nello stesso momento giganti nella loro determinazione. 
I bambini di Jeffers sono capaci di grandi imprese - rigorosamente a cavallo della loro immaginazione illimitata e della loro altrettanto sconfinata fiducia in se stessi (doti che ogni bambino dovrebbe avere in dosi massicce per sopravvivere su questo pianeta pieno di adulti). 
I bambini di Jeffers sono piccoli, ma leali, collaborativi, infaticabili e distratti il giusto. 
I bambini di Jeffers vanno al nocciolo della questione, prendendo sempre la strada più dritta - per usare l'espressione di un grande pediatra, loro sono economici. Qui, per arrivare agli attrezzi occorre andare e venire dalla Luna, e lui è economico e ci va per la strada più corta. Dimostra di essere economico anche nella lista promemoria che scrive prima di partire verso il sottoscala. Leggere per credere. 
I bambini di Jeffers sono piccoli. In Chi trova un pinguino... urlava, minuscolo, dalla banchina del porto a una nave enorme e sorda, qui sulla Luna nel buio dello spazio ha una torcetta che, per di più, lo abbandona. 
I bambini di Jeffers non si perdono d'animo. In Chi trova un pinguino... lo abbiamo visto costruirsi una barca da zero e remare, remare remare; qui lo vediamo buttarsi a capofitto dalla Luna sulla Terra e a nuoto attraversare il mare... E, come se non bastasse, tornare anche indietro, inerpicandosi su per il monte.


I bambini di Jeffers, soprattutto, non vogliono pensare come gli adulti. A spanne, quanto lontani siamo dalla finitudine dei grandi e quanto siamo vicini all'onnipotenza dei piccoli?

Carla

lunedì 3 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


GLI SQUALI PENSANO FORTE


Uno spunto interessante guida il romanzo di Lisa Lundmark ‘Jenny lo squalo’, pubblicato in Italia l’anno scorso per i tipi de La Nuova Frontiera. Tutto ruota intorno a Jenny, bambina di seconda elementare, appena un po’ diversa rispetto ai suoi coetanei.
Non le piace mettersi in mostra, partecipare attivamente alle attività della classe: le piace stare all’ultimo banco e seguire la lezione in silenzio; divora con avidità i libri della biblioteca scolastica, soprattutto quelli sul mare e sugli squali. Gli squali infatti, sono animali forti e solitari.
Per questo Jenny si sente uno squalo; ma non è affatto un’asociale: ha un’amica, Amina, che vive due piani sopra di lei e nella cui casa passa molto tempo. Insieme a lei va a trovare il nonno, rattristato dalla recente morte della moglie. C’è un colloquio con il maestro che si avvicina pericolosamente; Jenny teme di dover affrontare il solito discorso, che lei non parla, è chiusa in se stessa e via discorrendo. La bambina non riesce a comprendere il motivo per cui sia necessario dimostrare continuamente quello che si sa.
A differenza di tanti altri bambini, che cercano di adeguarsi alle richieste di performance poste dagli adulti, Jenny è sicura del fatto suo, non intende cedere, vuole solo far capire alla mamma e al maestro che non è necessario essere ‘polipi’, sempre attivi e in continuo movimento; si può vivere da squali: come le suggerisce il suo amico squalo che nuota nell’acquario della città, ‘gli squali sanno fare così tante cose. Siamo bravi a parlare silenziosamente. Mica tutti sono capaci. E siamo bravi a cavarcela da soli. Pensiamo pensieri forti. Osiamo fare tutto, non abbiamo paura’.
La visita con la classe all’acquario dà l’occasione alla taciturna bambina per dimostrare il suo valore, cosa di cui però nessuno dubitava.
Il punto centrale che l’autrice vuole mettere in evidenza non è tanto che gli adulti non riconoscano le doti dei bambini timidi, quanto che si pongano l’obbiettivo di cambiarli, pensando di aiutarli ad affermarsi nel mondo. Allargando il discorso, questa storia, raccontata con ironia e delicatezza, critica profondamente la tendenza all’omologazione, alla categorizzazione dei comportamenti infantili partendo da un ideale performante che rappresenta una gabbia per tantissimi di loro. L’aspetto interessante è proprio questo: siamo parlando di situazioni comuni, di differenze caratteriali tutt’altro che problematiche e, nonostante questo, la pressione genitoriale, o della scuola, spinge verso prestazioni, purtroppo il termine è adeguato, competitive. Le differenze, l’essere più chiusi o più agitati della media dei bambini e delle bambine, finiscono per essere un problema. Non c’è ascolto, non c’è empatia e, con le migliori intenzioni, si finisce per sottoporre questi bambini ad una pressione dolorosa.
Non tutti devono essere estroversi, non tutti devono per forza avere la parlantina facile; accettare le specificità di ogni singolo bambino, figlio o figlia, è un esercizio di rara difficoltà, che non sempre i genitori svolgono.
Nonostante un finale forse un po’ troppo prevedibile, e un intento didascalico un po’ troppo sottolineato, il libro riesce sicuramente nell’intento di rappresentare una situazione in cui tanti bambini e bambine possono identificarsi. Può essere anche una sollecitazione nei confronti degli adulti perché aprano gli occhi sulle proprie contraddizioni.
Suggerirei una lettura collettiva in classe, direi a partire dalla terza elementare, per poter parlare serenamente delle tante diversità che vivono in una comunità.

Eleonora

“Jenny lo squalo”, L. Lundmark, La Nuova Frontiera 2021