martedì 18 ottobre 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN PO' BRAVI E UN PO' NO
 
A VOLTE..., Emma Dodd
L'ippocampo Junior, 2011

ILLUSTRATO PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"A volte sei dolce, a volte sei dispettoso. Ma poco importa cosa dici o cosa fai ...a me piaci così!"


Mi ricordo sempre un libro scritto e illustrato da Dan Yaccarino che si intitolava Il maialino un po' bravo e un po' no (Mondadori, 2004) . Il titolo riassumeva il contenuto della storia e raccontava ai bambini una grande verità: nessuno al mondo (salvo rarissime eccezioni) è solo buono e nessuno al mondo (salvo rarissime eccezioni) è solo cattivo. E meno male che è così.
Nel piccolo libro scritto e illustrato da Emma Dodd si va oltre: non solo si dà per assodato che una sola persona può racchiudere in sé sentimenti tra loro discordanti, essere gentile ed essere dispettoso, essere coraggioso ed essere titubante, ma si racconta anche che gli altri, per questa ragione, non ti ameranno di meno. Loro ti amano perché sei tu.
E' un punto cardine della vita di ognuno quello di pretendere di essere amati per quello che si è.
Ed è bene saperlo ed esserne convinti il prima possibile.
Il libro è per piccolissimi con un testo ridotto all'essenziale, una sapiente quanto apprezzata inserzione di elementi argentati che di certo attireranno l'attenzione e il ditino indagatore e accarezzatore di chi sta guardando il libro. I protagonisti principali, nei quali subito occorre identificarsi da parte di chi legge, sono un piccolo elefante e la sua grande e accogliente mamma elefante.
Emma Dodd scrive e illustra libri per i più piccoli che ruotano sempre intorno a temi a loro congeniali: gli animali, la paura, ma soprattutto il tema dell'amore, declinato in modi ogni volta diversi. Nei suoi libri si esplora per esempio il desiderio di avere un cucciolo 'enorme' tutto per sé (Un cucciolo tutto per me!, Lapis 2008) fino ad arrivare a quest'ultimo utile vademecum dell'animo umano.


Carla

lunedì 17 ottobre 2011

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


LA DONNA DEL MARE 

WENN ICH GROSS BIN, WERDE ICH SEEHUND, Nikolaus Heidelbach
Beltz&Gelberg, 2011

ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)


Nelle isole del Nord Atlantico, le Fær Øer o le Shetland, potete scegliere liberamente, comunque in mezzo a quel mare gelido tra Scozia, Islanda e Norvegia, lì nasce il mito della donna foca. In quell'angolo del mondo, dove le case hanno il tetto fatto di erba verde, si racconta che in alcune notti dell'anno il popolo del mare, ed in particolare le foche, vengano a danzare sulla terraferma, dopo essersi liberate della propria pelliccia.
In una notte come questa, un uomo, vide queste fanciulle danzare e di una si innamorò all'istante. Le sottrasse la pelle che avrebbe dovuto riavvolgerla, impedendole così di poter tornare con le altre nel suo elemento naturale: il mare. La donna andò con l'uomo e con lui visse ed ebbe dei figli, ma quando, dopo tanto tempo, ritrovò nascosta la sua pelle di foca, la indossò nuovamente e, seguendo un richiamo interiore, riprese il mare, il suo destino originario, lasciando nella solitudine marito e figli che non la rividero più.
Una leggenda struggente con molti aspetti misteriosi, che mi ha sempre molto colpito, i cui echi si ritrovano in Ibsen, ne La donna del mare o in Andersen, nella Sirenetta.
La lessi per la prima volta in un libro bellissimo (naturalmente fuori edizione da anni: Storie di meraviglia, scelte da Berlie Doherty e tradotte da Roberto Piumini, Edizioni EL, 2000) che ho letteralmente spremuto fino all'ultima goccia nelle mie letture con i ragazzi. L'ho reincontrata anni dopo, in un libretto bellissimo ma di difficile reperimento, scritto da Roberto Denti, La moglie antilope la moglie foca, Africa '70 , 1996 (oggi fortunatamente ripubblicato con titolo e veste grafica diversi, L'antilope e la foca, Mondadori 2008). E adesso ne ho una versione straordinaria di Nikolaus Heidelbach.
E questo lo devo ad Eleonora che conosce molto bene i miei gusti in fatto di libri e sa quanto i suoi libri mi piacciano, mi colpiscano, mi turbino. Così, gironzolando nelle librerie parigine, vedendo questo libro nuovo nuovo di Heidelbach, me lo ha segnalato. Ad un suo primo e frettoloso sguardo sembrava una piccola storia di un bambino che ama il mare. Ma Heidelbach non scrive mai storie piccole. Non poteva essere. Dietro la quotidianità di un bambino gran nuotatore, si celava il mito della Selkie, la donna foca di Kalsoy.
Ecco: ancora una volta un grandissimo libro di Heidelbach.
Attraverso una storia fatta con cose di tutti i giorni: una mamma affettuosa e malinconica, un papà pescatore e un bambino con una grande passione per il mare, Heidelbach costruisce, con la sua consueto gusto per il mistero, un grande libro in cui si ragiona intorno al significato del destino che ogni uomo ha per sé, si ragiona sull'identità, sulla duplicità, si ragiona sulla malinconia ed il distacco. Chi lo conosce e lo apprezza, sa che Heidelbach è un raffinato indagatore dell'umanità. Riesce a rintracciarne i valori archetipici, riesce a coglierne e a sintetizzarne i più profondi e basilari caratteri, e lo fa sempre attraverso un'immagine, sebbene per certi versi misteriosa, altrettanto emblematica, 'cristallizzata', bloccata nel disegno di un istante che è al contempo unico, irripetibile ma anche universale.
A me pare chiaro, ma se a qualcuno ho confuso le idee, cerco di chiarirgliele con quest'immagine


Un bambino in braccio al suo papà: c'è la loro tristezza per essere rimasti soli, ma c'è anche in questo stesso abbraccio il Dolore e la Solitudine di tutta l'umanità.

E ora, però, vi metto alla prova:
E' un bambino di spalle che guarda il mare con una conchiglie e alghe tra mani e costume o una persona che è di fronte a una scelta e aspetta?


E' una roccia sulla spiaggia con due pesci abbandonati sulla sommità o è una bella metafora che racchiude l'intero racconto?


Evidente, no?

Carla 

dello stesso autore pubblicati in Italia:
Che cosa fanno le bambine?, Donzelli 2010
Che cosa fanno i bambini?, Donzelli 2011 
e per chi volesse approfondire l'argomento consiglio il catalogo sulla mostra a lui dedicata (a cura di Hamelin, Bologna) Quasi solo. Disegni per tutti. Nikolaus Heidelbach, Compositori 2011

giovedì 13 ottobre 2011

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


SI PUO' FARE

Non c’è regola senza eccezione, e quindi, mi sento autorizzata a deviare un po’ dal consueto schema dei libri a confronto. Anche in questo caso i libri sono due, ma non sono messi a confronto, hanno un filo conduttore comune (oltre che una medesima autrice), entrambi raccontano la LIBERTA' DEI BAMBINI.
L’autrice è Giusi Quarenghi e i libri sono quelli di cui abbiamo parlato, nello scorso maggio, in un incontro all’interno della manifestazione della Tribù dei lettori.
L’ultimo suo libro, pubblicato nella collana denominata Zerotre dell'editore Panini; (www.francopaniniragazzi.it), comincia così (ed è un vero manifesto intellettuale): 


"Non sempre si può – ma a volte si deve –


Fare ciò che salta in mente,


Non sempre si deve – ma a volte si può –


Fare non come dice la gente"



Ovvero, liberiamoci, noi adulti, e liberiamo i nostri bambini, dal controllo sempre e comunque, dalla regola fasulla che è facile da imporre ai più piccoli, e facile imparare ad aggirarla appena si acquisisce un po’ di furbizia.
Si può essere ammalati e questo, anche se provoca scompiglio in famiglia, è l’effetto di essere vivi; si può essere pigri e non voler subire tutta la miriade di attività di cui i bambini hanno la vita stipata.
Si possono inventare giochi dal niente, imparare ad apprezzare, quando si ha fame davvero, anche il sapore del semplice pane.
Dunque Si può è un caldo invito ai genitori a rispettare quella libertà un po’ anarchica e tanto imprevedibile e creativa, che è propria dei bambini; senza questa libertà, e senza conservarsela nel cuore anche da grandi, non si riesce ad immaginare il mondo diverso da come è. Ma nel libro c’è anche l’affermazione della necessità, per ogni bambino, di mettersi alla prova proprio infrangendo tutti quei 'si deve' che gratificano tanto i grandi. Non per negare l’importanza delle regole, ma per concepire l’educazione e la crescita come un delicato tira e molla in cui l’adulto controlla, da lontano, quei passi incerti verso l’affermazione di sé, misurati anche dall’infrazione, dalla sfida, dal mettersi coraggiosamente alla prova. 

 
L’esempio è dato meravigliosamente dall’episodio, raccontato ne Io sono il cielo che nevica azzurro (www.topipittori.it) , del vestito amatissimo dalla scrittrice bambina e messo proditoriamente, vestito delizioso, a mezze maniche con il nastro azzurro cielo, adatto per la primavera, in un giorno in cui incautamente cade la neve. 
Sfidare il gelo, lo sguardo stupito dei compaesani (per fortuna la mamma non c’è) è dire 'lo posso fare, ne sono capace', rischiando anche una punizione, oltre al freddo patito. 
Tentare è rischiare, affrontare il giudizio del mondo, e anche quando si perde, ci si rafforza nella consapevolezza della propria volontà.
Il libro, che è il divertito racconto della propria infanzia, descrive un mondo diverso da quello dei bambini di oggi e su molte cose mi sono ritrovata, anche se sono cresciuta a Roma, e non in un paese di montagna, negli anni Cinquanta. Non avrei mai potuto tentare di addestrare delle galline ad eseguire un complicato numero da circo, ma anche io sono cresciuta con i giochi fatti di invenzioni, con infinite letture ad alta voce, con i racconti della guerra ancora vividi, tragedia e commedia mescolate insieme.
Allora, per certi versi, le regole si basavano su certezze apparentemente più solide, ma c’erano per i bambini più spazi di autonomia (ho cominciato ad andare a scuola da sola a otto anni, prendendo l’autobus), più tempi vuoti, lasciati all’invenzione e alla sana noia.
Il sospetto è che l’incertezza dell’approccio educativo (tanti divieti/nessun divieto), che spesso produce bambine vestite da veline o bambini dediti alla prepotenza, nasconda una grande paura, di essere inadeguati rispetto alle grandi domande che vengono dai bambini. Questi due libri sono uno specchio eccellente in cui i genitori possono provare a riconoscere che bambini sono stati che adulti vogliono essere.

Eleonora

Si può”, G. Quarenghi e A. Sanna, Franco Cosimo Panini 2011
Io sono il cielo che nevica azzurro”, G.Quarenghi, Topipittori 2010

FAMMI UNA DOMANDA!


MA LE BAMBINE SONO CURIOSE?

Il titolo è provocatorio e serve ad introdurre un nuovo filone di interventi che riguarderà i libri di divulgazione dedicati ai ragazzi, con un’attenzione particolare a quelle che si chiamano differenze di genere.
Intanto, perché parlarne?
Spesso diamo per scontate molte cose: che in fondo, quando si tratta di descrivere dinosauri o antichi romani, un libro vale l’altro; che ci sono argomenti che interessano i bambini (gli animali, i dinosauri, il cielo e le stelle, il corpo umano, gli esperimenti, la storia, le battaglie…), altri di competenza femminile (cuccioli, possibilmente domestici, arte e lavoretti).
Pensate che queste liste siano arbitrarie e siano il frutto delle mie fissazioni? Vi assicuro, non è così; nella genealogia femminile si deve essere interrotto qualcosa, perché oggi mamme e nonne spesso descrivono una realtà femminile quasi ottocentesca (ricordate Calpurnia?), mentre le bambine, quelle che incontro con le varie classi che visitano la libreria, non mostrano affatto questi pregiudizi; anzi, esprimono curiosità ed interessi i più disparati tanto quanto i fratelli o compagni di classe. Mi piace chiamare i bambini, parafrasando indegnamente Freud, i 'curiosi polimorfi', cioè meravigliose creature con pochi preconcetti e una serie infinita di domande.
Queste domande sono preziose, anche se non tutte matureranno in interessi definiti e duraturi, anche se saranno solo una palestra di ragionamento, sono l’humus su cui crescono e si sviluppano delle predisposizioni, un approccio curioso verso il mondo, un’attitudine a farsi domande via via più complesse e a non accettare la prima risposta che viene.
Perché mai dovremmo contribuire a preconfezionare per le bambine (o i bambini) di oggi un futuro di conformismo e di accettazione di modelli sui parametri dominanti (vedi televisioni commerciali)?
Ecco perché non smetterò di proporre dinosauri e feroci predatori, esperimenti a iosa, cieli stellati da esplorare, imperatori e divinità di tutti i paesi.
I libri di divulgazione non sempre sono capolavori, come lo sono stati Libro delle terre immaginate o Le grandi battaglie; per coltivare la libertà delle domande infantili ci vogliono buoni libri, libri che sappiano incuriosire, anche attraverso la veste grafica, e che diano risposte 'oneste', ovvero aggiornate, comprensibili e, magari, non definitive.
Per inaugurare questa nuova sezione del nostro blog, ho scelto un libro fresco di stampa: Entrate nel quadro! Piccoli enigmi dei capolavori di Alain Korkos, edizioni L’Ippocampo. (www.ippocampoedizioni.it)

Il libro descrive un divertente percorso nella storia dell’arte, proponendo man mano delle domande curiose: Cosa fanno i puttini nella Madonna Sistina di Raffaello? Oppure quanti sono veramente i pesci rossi dipinti da Matisse nel 1911? Perché nel quadro di Hopper Nottambuli non c’è la porta? Sicuramente la domanda suscita curiosità e sfida il bambino sul terreno delle risposte più o meno fantastiche (e questo rende sicuramente il libro accattivante); ma c’è di più, suggerisce un approccio con l’opera d’arte fondato sulla curiosità irriverente, che guarda davvero quello che il quadro rappresenta. Sono così descritti 62 capolavori della pittura, con spiegazioni efficaci e la risposta al quesito che contraddistingue ciascuna riproduzione. Ovviamente è un testo indicato per bambini a partire dagli 8 anni, anche se sfogliare un bel libro d’arte è sempre un bel passatempo.
Questo tipo di impostazione mi sembra più stimolante di quello di un analogo libro dedicato alla storia dell’arte per bambini: La mia prima storia dell’arte di Beatrice Fontanel, edito da Sonda (www.sonda.it). 

In entrambi i casi le riproduzioni sono eccellenti, l’impaginazione efficace, ma manca quella spinta ulteriore data dalla domanda provocatoria. E’, diciamo così, più un libro da consultazione, che consente di farsi un’idea sull’arte dalle veneri preistoriche all’arte povera.
Credo non sia un caso che tutti e due questi testi siano francesi, rispettivamente delle Edition Palette (tradotto da Sonda) e delle Editions de La Martiniere (tradotto da L’Ippocampo junior): nella generale trascuratezza che riserviamo al nostro immenso patrimonio artistico, dedichiamo ben poche energie (con importanti eccezioni) alla divulgazione dell’arte e all’educazione alla bellezza.
Ma qui si apre un altro grande argomento: perché i libri per bambini dovrebbero essere anche belli da vedere, da sfogliare, impaginati con cura, suggestivi oltreché informativi?
Eleonora

La mia prima storia dell’arte”, B. Fontanel, Sonda 2011
Entrate nel quadro!”, A. Korkos, L’Ippocampo junior 2011

mercoledì 12 ottobre 2011

BRICIOLE DI ARCHEOLOGIA



Ho passato cinque giorni a Rovereto (Trento) dove da ventidue anni, nella prima settimana di ottobre, si svolge la Rassegna internazionale del cinema archeologico. Sono stata molte volte a Rovereto per presentare miei lavori ma quest’anno sono passata dall’altra parte della barricata: ho fatto parte della giuria. Eravamo in cinque giurati, tre italiani, un francese e una croata.
I film in concorso erano ventotto e ognuno di noi ha potuto vederli prima della rassegna grazie al servizio di web tv curato dal Museo civico.
Guardavo i film a Roma, un po’ stanca perché la durata media è di 45 minuti, e vedere filmati nello schermo del computer è faticoso, tanto più quando gli argomenti trattati sono piuttosto complessi anche se si tratta di lavori per un pubblico di appassionati e non di specialisti.
Poi l’attenzione è ritornata. E’ arrivato il momento di vedere un film che non ha alcun confronto con gli altri. Un vero film, girato, illuminato, montato senza nessun riferimento televisivo: Koul Farah della regista iraniana Mahvash Sheikholeslami.
E’ la storia di un uomo che ha consacrato la sua vita alla salvaguardia di un sito archeologico elamita (da cui prende il titolo il film) che si trova nei monti Zagros. Il suo ritratto è costruito attraverso gli sguardi, i silenzi, i piccoli gesti del quotidiano. Ed è il racconto della sua missione, quella di custodire il monumento che è più importante degli affetti familiari e della sua stessa vita.
Mentre guardavo Koul Farah ho immediatamente capito che era quella l’opera da premiare e così è stato.
Presto sarà possibile vederlo gratuitamente su Sperimentarea.tv (http://www.sperimentarea.tv/). Vi farò sapere, non potete perderlo.
A Rovereto ho anche un’amica cara, Nives, una grande cuoca che un po’ di anni fa mi diede la ricetta di un dolce trentino, la torta di fregolotti. E’ un dolce molto corposo, adatto forse a momenti più freddi quando le sue briciole (fregolotti) possono essere sgranocchiate con un bicchiere di vino dolce. Comunque l’inverno è in arrivo, è meglio che non ci trovi impreparati e la ricetta ve la giro, come di solito con una modifica (questa volta in omaggio all’Iran, il paese di origine di Mahvash Sheikholeslami e dei pistacchi).


Ingredienti:
250 gr zucchero
380 gr farina
250 gr burro
70 gr mandorle sbucciate
70 gr pistacchi
la scorza grattugiata di un limone
1 bicchierino grappa
2 tuorli

Gettate per qualche secondo le mandorle in acqua bollente, quindi togliete la pellicina che le ricopre e fatele tostare in forno caldo per 15 minuti.
Pestatele nel mortaio insieme ai pistacchi (questa è la variante, nella ricetta di Nives ci sono solo le mandorle) in maniera che i pezzi rimangano abbastanza grossi.
Montate il burro fino a farlo diventare una crema, aggiungete lo zucchero e continuate a montare con le fruste elettriche.
Aggiungete un tuorlo alla volta, la scorza di limone, la grappa, mandorle e pistacchi e infine la farina setacciata.
Avrete un composto piuttosto solido che distribuirete a mucchietti nella teglia ricoperta di carta da forno.
Deve cuocere nel forno a 180° C per quaranta minuti.
La caratteristica è che una volta raffreddato non si può tagliare ma se ne staccano a mano dei pezzi.
Lulli

martedì 11 ottobre 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VOLER VOLARE

LEZIONI DI VOLO, Pirkko Vainio
Clavis, 2011

ILLUSTRATO PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Possedere le ali non vuol dire sapere volare...almeno non per il momento"


Un pulcino di un qualche trampoliere, viste le lunghe zampette sottili che lo sostengono, è alle prese con i suoi primi tentativi di spiccare il volo. Decollare e poi volare è' un momento fondamentale nell'esistenza di un volatile e merita concentrazione e riflessione. E se è vero ciò che recita la quarta di copertina, ovvero che vivere è un po' come volare. Non è automatico: bisogna imparare a farlo, il senso di questo libretto appare subito chiaro.
Ventidue le massime che fanno di questo librino una sorta di vademecum del giovane pronto al decollo.
Ventidue aforismi, verità dette in poche parole o, se preferite, concentrati di filosofia, che mettono a fuoco quelle due o tre cose che è sempre bene tenere a mente mentre si vive.

Nonostante la tenerezza del contesto: un batuffolo di piume appoggiato su due esili quanto lunghe zampe, il libro non è da piccoli. Si rivolge a tutti quei 'pulcini' che, a partire dai 12 o 13 anni, fanno le loro prove di volo, ovvero si confrontano per la prima volta con il mondo in prima persona. Ed è per questo che l'autrice finlandese, Pirkko Vainio suggerisce nella ventesima pillola filosofica che  
Chiedere aiuto ad altri a volte non serve: è meglio contare solo sulle nostre capacità. 

 
Due sono i grandi meriti che vanno riconosciuti a colei che questo libro lo ha pensato, scritto e illustrato. Il primo: Un'ironia poetica, sottile e raffinata che ad ogni pagina si stabilisce tra il contenuto del testo e l'illustrazione che lo affianca. Il secondo: non negare da parte di chi scrive il proprio ruolo di adulto, ovvero di educatore affettuoso, ma nello stesso tempo 'sanamente' distante, secondo una concezione della relazione genitori-figli o adulti-bambini tutta nordeuropea.
Cerco di spiegarmi meglio: la voce interna di questo libro è quella di un adulto che guarda con un giusto equilibrio tra i coinvolgimenti e i distacchi emotivi, i primi passi in autonomia di chi sta per spiccare il volo. Per questa ragione il titolo originale Voor wie wil vliegen, qualcosa che potrebbe essere tradotto più o meno con Per chi vuole volare, mi pare sia stato tradotto con un assertivo Lezioni di volo, come a voler sottolineare che un adulto consapevolmente e responsabilmente può dirti come si fa, ma nulla di più. Per volare bisogna essere soli. 
 

Nota a margine: questo libro è già alla sua terza edizione in Italia. Si potrebbe dedurre che sempre più genitori pensino, in sintonia con questo libro, che i figli abbiano proprie ali per volare e debbano usarle? Speriamo.

Carla

venerdì 7 ottobre 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PICCOLI ESPLORATORI

Non dimenticherò mai una breve poesia di Molesini che dice così:

Ma come fare
con la paura del buio - la fine
di un gioco - la notte che viene
tutta nera come in un secchiello

è come un baco
che lento lento piano piano
ti cammina su per il braccio.
E, con un brivido,
pensi: "Ora che faccio?"

(Andrea Molesini, Tarme d'estate, Mondadori 1999)

Questo, per introdurvi ad un bel libro pubblicato da Kalandraka (www.kalandraka.it) che ancora una volta si conferma editrice brava, attenta e innovativa.
Un libro in cui - al posto del baco - compare un altrettanto pericoloso ragno:


IO E IL RAGNO, Fran Alonso, Manuel G. Vicente
Kalandraka 2011

ILLUSTRATO PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"Un bel giorno d'improvviso, un ragno grasso e brutto...
saltò giù dal cielo e atterrò sul mio corpo."

Se questa circostanza si verificasse con 100 bambini sono certa che 99 fuggirebbero urlando, dandosi convulsi schiaffi su ogni angolino di pelle, tirandosi i capelli, scuotendo la testa, per liberarsi del terribile ragno di cui sono inermi prede...ma il centesimo bambino, quello del libro, lui no. Anzi, allunga un braccio e tende un  accogliente dito verso il ragnetto in planata libera.
E' evidente: siamo di fronte all'incontro di due animi curiosi, un ragno in esplorazione e un bimbetto nudo e riccioluto.
Il ragno, con accuratezza e determinazione, percorre passeggiando ogni recondito angoletto della superficie del bambino, dalle caviglie alla curva del collo. Ed il bambino, da parte sua, osserva e nota con attenzione che ogni parte del suo corpo esplorata rassomiglia ad un frutto diverso. E qui comincia il gioco: alluci tondi come kiwi, natiche vellutate come pesche, petto tenero come un fico. Un gioco che chiama dentro l'adulto lettore ad esplorare con il ragno, il corpo del proprio bambino. In questo, il libro si rivela irresistibile: impensabile leggerlo senza verificare di persona, se la schiena è davvero liscia come la buccia di un'anguria o le caviglie sono rugose come la buccia di un mandarino. Il libro, un eccellente quanto raro esempio di libro fotografico per i piccolissimi, è al contempo un buon catalogo di anatomia e un ottimo repertorio di frutti, e inoltre suggerisce al piccolo lettore nuove riflessioni di natura tattile sul mondo circostante.


E', in questo senso, un libro proprio intelligente, perché invece di chiudersi su se stesso, va a suggerire diversi, molteplici, inaspettati ulteriori percorsi di lettura.
Mi resta solo un impercettibile dubbio: perché il riccioluto bambino che si fa esplorare dal ragno, dalla metà del libro si alterna ad un'altrettanto riccioluta bambina?
Deve essere anche qui una questione legata alle quote rosa...

carla

giovedì 6 ottobre 2011

I PANINI DI POLLICINO


Altrondo, la tana dei piccoli lettori è un circolo piccolo di lettori piccoli, ma molto 'voraci', in tutti i sensi.
La storia: avrete intuito che mi occupo di fomento della lettura tra le giovani leve e quindi da anni 'fondiamo' con gisella in giro per la città piccoli circoli di lettori.
L'anno passato, in una piccola ma fornita libreria  per bambini e ragazzi di Roma, la libreria Ponte Ponente (www.ponteponente.it) tutti i giovedì sono andata a leggere storie a bimbetti di 3 o 4 anni, ascoltatori attenti che mi hanno dato grandi soddisfazioni. Visto che il percorso ronzava intorno alle lettere dell'alfabeto e agli animali, ogni volta a fine lettura offrivo loro biscotti da me prodotti che avessero la forma della lettera in questione. La L di leone, con storie sui leoni e biscotti a forma di elle. 
Semplice, ma efficace.
Quest'anno si ripete l'esperienza ma con un percorso di lettura diverso: ronziamo intorno alla fiaba. Ovviamente non mi potevo presentare solo con i libri da leggere. Quindi ho deciso di partire da Pollicino e dal suo pane... ed eccoci qua: panini dolci per tutti.

Per la pasta di pane avete due possibilità:
1) se siete fortunati possessori di pasta madre ( o pasta acida) come me e come lulli e come gisella e come paola, o come maria luisa o elena o come...dovete preparare come di consueto l'impasto la sera prima ('o levou in genovese, in italiano il levato) e quindi la mattina, dopo aver tolto la pasta madre per la panificazione successiva, utilizzare 500 gr di pasta di pane.
2) se siete sfortunati e non possedete la pasta madre mettete 400 gr di farina di grano tenero 0 (potete anche mischiarla con un po' di manitoba - 1/3 manitoba 2/3 farina 0 - che potenzia la lievitazione) sulla spianatoia a fontana, sbriciolate al centro 10 gr di lievito di birra fresco e aggiungete lentamente 200 gr di acqua tiepida (non calda, mi raccomando, perché è un killer per la lievitazione). Ottenuto un impasto morbido, cominciate a lavorarlo tendendolo, stirandolo in lungo e in largo e rigirandolo in modo da renderlo areato ed elastico. A questo punto, raccogliete l'impasto a palletta e mettetelo in una ciotola, coperta con un canovaccio, in angolo al calduccio e fate riposare per un'ora. Quindi riprendetela, la palletta, e rilavoratela aggiungendo un altro pochino di acqua tiepida e due briciole ulteriori di lievito.

in verità ci sarebbe anche un' ipotesi 3) che non voglio nemmeno considerare: andare dal panettiere e comprare 500 gr di pasta di pane. Se decidete per questa, abbandonate immediatemante questo blog!! Vergogna!!!!

A questo punto la ricetta si unifica, ovvero avrete in entrambi i casi ottenuto 500 gr circa di pasta di pane da condire e trasformare in 12 panini dolci.

Per renderli dolci, io ho aggiunto, dietro suggerimento di lulli, la mia maestra di pane e guida spirituale in cucina:
tra 50 e 60 gr di zucchero
un cucchiaino di sale
50 gr di burro a tocchetti
tra 25 e 50 gr di uvetta
un goccio di latte per amalgamare

ma lulli nella sua ricetta aggiungeva anche:
60 gr ribes nero o rosso
mezzo cucchiaino di noce moscata
25 gr di scorzette di arancia candite
io non li ho messi perché erano diretti a  bambini che non so quanto amino canditi e noce moscata.

ho diviso l'impasto in due e quindi rispettivamente di nuovo in sei e sulla spianatoia infarinata ho lavorato a pallina i 12 pezzetti ottenuti. Li ho messi in bell'ordine sulla placca del forno ricoperta di carta forno e li ho lasciati lievitare per almeno 2 ore, fino a che le palline non si sono gonfiate a dovere. Quindi li ho spennellati con l'uovo per 'laccarli' e quindi li ho infornati a 200° per 15/20 minuti.
Qui li vedete pronti al decollo per il lungo viaggio che mi fa attraversare la città con qualsiasi tempo, da nord a sud, ogni giovedì, per incontrare quei cari bambini in quella cara libreria...

per i più pignoli: nella teglia se ne contano in verità 14, perché due fanno parte dell'infornata di prova fatta ieri...i restanti dieci di ieri non sono più tra noi, ma in pance a me care!
carla


martedì 4 ottobre 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E ROSA DISSE NO!

L'AUTOBUS DI ROSA
Fabrizio Silei, Maurizio A.C. Quarello
Orecchio Acerbo, 2011

ILLUSTRATO PER MEDI (dagli 8 anni)

"Allora non c'erano classi di bambini di tutti i colori come la tua. I neri avevano la loro scuola, i loro locali, i loro bagni pubblici, la loro vita. La nostra vita scorreva accanto a quella dei bianchi. Ci tolleravano perché avevano bisogno del nostro lavoro, ma con noi non volevano avere nulla a che fare."


Suona tristemente attuale, vero? Eppure così comincia il racconto di un fatto che accadde più di cinquant'anni fa su un normale autobus della città di Montgomery, in Alabama.
Un vecchio nonno, entrato con il suo nipotino in un museo di Detroit e sedutosi con lui su quell'autobus giallo per Cleveland Av, racconta una storia piccola, con la s minuscola che però in un soffio diventò gigantesca, con la S maiuscola. La storia è quella di Rosa Parks, la piccola donna nera che il 1 dicembre del 1955 decise di non cedere il suo posto sull'autobus, che la riportava a casa dopo il lavoro, a un bianco, al quale quel posto spettava per legge.
Potrei dire: il resto è storia nota. Ma forse non è esattamente così. Il racconto del nonno al piccolo Ben, infatti, mi pare contenga un'urgenza che va ben al di là del racconto in sé. L'urgenza di dire ai piccoli di non dimenticare, l'urgenza di 'passare' loro il testimone e di insegnargli a 'fare tesoro' degli errori del passato. L'urgenza di farli crescere nel coraggio delle proprie azioni, nella consapevolezza dei valori della giustizia e dell'uguaglianza.
Quel primo dicembre il nonno di Ben si alzò e cedette il suo posto a un bianco, Rosa Parks, no. Lei non si alzò da quel seggiolino perché era stanca di quella situazione e profondamente convinta che sarebbe stata un'ingiustizia nei confronti dell'umanità cedere quel posto. E così era, e lei lo dimostrò. Un piccolo gesto della quotidianità diventò Storia. E come tale dobbiamo continuare a raccontarla e a utilizzarla come esempio formativo nei confronti delle nuove generazioni.
Se da un lato dobbiamo convenire con il nonno di Ben che da quel primo dicembre nulla fu più come prima, dall'altro ci sembra di doverlo smentire anche solo se guardiamo un po' di fatterelli della quotidianità di casa nostra (e qui lascio a ciascuno la libertà di ripescare nella propria memoria episodi di razzismo e segregazione autoctona). E questo libro tiene alta la guardia. Se questo è uno dei suoi principali valori, non è però il solo.
Sulla storia di Rosa Parks, sono stati scritti bei libri per ragazzi (alludo per esempio a quello di Paola Capriolo, No!, EL 2010), ma questo scritto da Fabrizio Silei e illustrato da Maurizio Quarello è una felice sintesi per prospettiva di lettura e per immagini di un fatto storico ben più articolato e complesso.
Silei, sempre così sensibile alle storie che raccontano la Storia, ne dà una lettura molto angolata, una lettura molto 'umana', vista dalla prospettiva di un uomo che la Storia se la è vista scorrere accanto, ma che oggi, pur vivendo con il rimorso di non aver capito, di non aver osato, ne coglie l'importanza e la mette in luce agli occhi di chi verrà dopo di lui. E in ciò, mi pare, anche il vecchio nonno trova un suo riscatto.
Le pastose tavole di Quarello ne danno una lettura ancora ulteriore. Quarello mi ha abituato allo stupore, alla sottile ironia (voi non entrereste a chiedere un prestito  nell'agenzia d'angolo la cui insegna recita MAC Quarello's??) , ma in queste tavole c'è ben di più. Mi pare ci sia un suo personale omaggio all'arte e al cinema americani, ma più in generale all'immaginario di quel paese che con lui condividiamo. Lo troviamo nella citazione di Hopper (e l'ironia sta nell'aver citato nella citazione: confrontate l'insegna luminosa),lo troviamo nell'uso di un b/n cinematografico per il racconto dei ricordi del nonno, contrapposto al colore delle tavole che riguardano il giorno d'oggi. Lo troviamo nella tavola con i due avventori al banco di un bar, o nel facchino carico di valigie lungo i binari, o ancora di più nell'agguato degli uomini del KKK che tanto ricordano le terribili scene di Mississipi Burning.
 











Che dire, un altro bellissimo libro che Orecchio Acerbo mette sugli scaffali delle librerie. 
Voi non dite No: compratelo!

Carla

venerdì 30 settembre 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


TRAIN DE VIE - UN TRENO PER VIVERE


LA RICERCA DELLA TERRA FELICE, Uri Orlev
Salani, 2011

NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)

" La mamma prese una bella cucchiaiata di chicchi dal vasetto e li masticò. Poi dalla bocca li riversò in una tazza di latta. Ne prese un'altra e di nuovo masticò il grano e lo passò nella tazza. Aspettavamo impazienti di vedere cosa sarebbe successo.
Quando la tazza fu piena, la mamma prese a imboccarci. Ci spiegò che gli uccelli nutrono i loro piccoli in questo modo." (p. 26)


In questo breve brano e racchiusa la sintesi di questo bel libro di Uri Orlev. 
Si tratta del racconto asciutto di quella che fu per molti l'enorme fatica del vivere in periodo di guerra e della forza di volontà estrema di una madre per salvare i propri piccoli. Il racconto prende spunto da una vicenda realmente vissuta da un bambino e dalla sua famiglia,a partire dal 1940 fino al 1947. La storia di una famiglia, quella di Eliusha, ebrea russo-polacca, in fuga verso il Kazakistan e da qui, dopo un lungo e pericoloso viaggio attraverso l'Europa in guerra, verso la successiva e definitiva destinazione: Israele.
Dopo la separazione dal padre, arruolatosi nell'esercito sovietico, i quattro ragazzini e la madre, si inventano - giorno dopo giorno - modi diversi per poter sopravvivere. Eliusha impara a raccogliere lo sterco di vacca da utilizzare come combustibile da riscaldamento, impara a pescare nel ghiaccio, impara a catturare i piccoli di cuculo e a cucinarli in brodo. Grazie allo spirito di sacrificio e all'abnegazione di sua madre, ma anche grazie al coraggio di questo bambino e alla sua intraprendenza, commista a una buona dose di incoscienza, la famiglia riesce a rimanere unita e a sopravvivere alle mille avversità della guerra e ad arrivare a raggiungere finalmente la serenità tanto sognata.
La storia ha sostanzialmente due scenari di fondo: da un lato, il Kazakistan che si identifica nella periodo di lotta più dura per la sopravvivenza, e dall'altro Israele e il kibbutz, ovvero il raggiungimento di una certa serenità, in prospettiva del ricongiungimento finale della famiglia (ad eccezione del padre, morto in guerra, più o meno a metà della narrazione).
Molteplici sono i motivi per cui questo libro può essere consigliato a giovani lettori.
In primo luogo perché racconta senza sconti, e senza retorica, con grande onestà e crudezza cosa può significare vivere in periodo di guerra (e Orlev non è nuovo a questo genere di racconti), in secondo luogo ci racconta con altrettanta asciuttezza come in guerra, i rapporti umani si modificano e, per necessità, anche ai piccoli viene chiesto di essere adulti. Tuttavia, la bellezza del libro risiede anche,e forse di più, nel lucido racconto di come era la vita contadina in una regione remota dell'Unione Sovietica negli anni Quaranta del secolo scorso e di come era organizzato il sistema sociale all'interno dei nascenti kibbutz, in terra di Israele.Tanto in un caso, quanto nell'altro sembra emergere una società solidale, costruita sui valori di una comunità in cui ogni singolo non stenta a riconoscersi, anzi è fiero di farne parte, contribuendo giorno per giorno all'accrescimento del bene comune. Valori che oggi sembrano piuttosto lontani da quelli che ispirano la nostra opulenta società occidentale.
Carla