giovedì 12 settembre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL LIBRO MANCANTE, 
ovvero del perfetto imperfetto

ALLA RICERCA DEL PEZZO PERDUTO, Shel Silverstein
Orecchio acerbo 2013

ILLUSTRATI PER TUTTI




"Aveva perduto un pezzo.
E non era contento.
Così partì in cerca del suo pezzo perduto.
E rotolando rotolando
cantava una canzone:
'Oh vado in cerca del mio pezzo perduto
Alla ricerca del mio pezzo perduto.
Ullalà, via che si va,
Alla ricerca del pezzo perduto.'"

Un tondo quasi perfetto a cui manca uno spicchio. Una linea un po' tremolante che ne segna il profilo, un puntino per l'occhio e uno spicchio mancante che crea la sua grande bocca. Una grande bocca per cantare, per chiacchierare con i vermi, per sorridere quando è felice, per impensierirsi di fronte all'imprevisto, per discutere, per darsi coraggio.
Il tondo quasi perfetto è in cerca, dunque. Scala montagne, rotola giù, attraversa mari, giungle e paludi, si arroventa sotto il sole cocente, ma poi si rinfresca sotto la pioggia, si gela sotto la neve ma si scalda subito dopo al sole...gioca con i bacherozzi, annusa il profumo dei fiori, le farfalle si posano su di lui (che bello!) e così va, di avventura in avventura, cadendo nelle buche, sbattendo sui muretti e sempre cantando... 


A noi sembra felice, nel mondo.
Lui dice di sé, però, di non essere contento perché vuole qualcosa che ora non c'è. Uno spicchio, un pezzo mancante che combaci con lui e lo e renda un cerchio perfetto.
La ricerca e l'attesa parrebbe premiata perché sul suo cammino incontra vari triangoli che potrebbero fare al caso suo.
Sebbene il canto di gioia che innalza ogni volta ci faccia ben sperare, tutti, purtroppo per lui, non sono adatti, perfettamente' adatti: o troppo 'autonomi', o troppo piccoli, o troppo grandi, o troppo quadrati. 


Poi, d'incanto, sulla sua strada appare lo spicchio giusto, quello adatto.
Prudente, oramai, e senza più canti di gioia, il nostro tondo imperfetto -timidamente- fa il suo ultimo tentativo: lo spicchio combacia, combacia perfettamente. Ora, finalmente per lui, può dirsi un bel cerchio perfetto.


Ma un tondo, quando è completo, rotola velocemente e non ha più modo di annusare i fiori, gareggiare con i bacherozzi, fermarsi per ospitare le farfalle (che brutto!) e soprattutto non può più cantare.
È così che vanno le cose? Ma la soluzione è lì a portata di mano (o, meglio, di bocca). Ciò che aveva trovato delicatamente appoggia di nuovo a terra e sommessamente, ricominciando a rotolare, canta. Canta di nuovo, di nuovo felice.


Ci sono libri che ti fanno felice. Sono quei libri che, senza, è peggio.
Libri necessari. Libri che sono perfetti. Semplici e perfetti come un tondo.
Libri fatti di leggerezza. Calvino nella sua prima Lezione americana, nel definire il suo lavoro di scrittore diceva: "la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e del linguaggio.[...] Sono portato a considerare la leggerezza un valore, anziché un difetto."
Se Calvino, ai suoi attenti studenti americani, avesse citato, accanto a Ovidio, Lucrezio, Montale, Boccaccio, Leopardi, anche questo libro per bambini (?!), sono certa che loro non si sarebbero stupiti e avrebbero seguito ancor meglio il senso del suo discorso.
The missing piece di Silverstein è un libro scritto con quella leggerezza su cui un intellettuale come Calvino ha cercato di fondare la sua poetica.
Silverstein come Calvino cerca la dissoluzione del mondo complesso per arrivare a ciò che è infinitamente piccolo e leggero, direi primigenio, atomico.
Ed è per questo che mi pare di poter affermare con una certa sicurezza cheThe Missing piece è frutto di un così attento e profondo pensiero sul senso della vita che lascia senza fiato per chiarezza di significato. Un libro a cui è stato tolto ogni peso inutile ed esornativo: fatto di un unico segno lineare di matita, fatto di poche e semplici parole, è un manifesto di leggibilità. È sparita ogni traccia superflua per arrivare dritto al cuore e alla mente di chi legge. E il senso ultimo di questa piccola storia è lì ,come un diamante luminoso, tra le mani del lettore: l'elogio dell'imperfezione.

Carla

Noterella al margine: a voi godervi il testo inglese a fronte e la geniale e 'quasi perfetta' traduzione di Abeni. 


mercoledì 11 settembre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL RICAMO DELLA FAVOLA
 
Topo di campagna e topo di città, Kathrin Schärer
Il castoro 2013


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Oh, che meraviglia!, disse il topo di città a bocca aperta. Il tuo mondo è bello ma è così diverso!
Da voi il sole spunta dal terreno, da noi invece nasce dall'alto dei grattacieli.
Vieni con me, ti farò vedere il mio mondo."

La favola è ben conosciuta: un topetto di città va a trovare un topetto di campagna. Quest'ultimo offre i propri prodotti locali, semplici e genuini, formaggio e fagioli, al cugino cittadino dal palato raffinato. La visita però viene subito ricambiata proprio in nome del fatto che in città si mangia molto meglio. Ma le leccornie sono a caro prezzo perché per arrivarci occorre sventare un gran pericolo:cani feroci. E la morale della favola è presto detto: meglio mangiar poco ma in tranquillità piuttosto che mangiare da re con il cuore in gola...

Questa è la griglia -scarna come in tutte le favole- intorno a cui Kathrin Schärer 'ricama' la propria versione dei fatti. Per esempio voi sapevate che il topo di città prese il treno per arrivare in campagna? E sapevate che le cose che non lo convincevano della campagna furono le cacche delle mucche, la puzza dei maiali, il caratteraccio del gallo? Al contrario della favola, il cibo genuino e semplice lo apprezzò. E lo sapevate che in città lo scorrere veloce su rotelle o ruote, tra tacchi e carrelli della spesa fu la cosa che più disorientò il topo di campagna?
Anche la morale della favola è ben diversa: "il tuo mondo è bello, ma adesso devo tornare a casa...Noi siamo nati in due mondi lontani. Entrambi sono belli, ma sono così diversi! Il tuo per te il mio per me! E alla fine i due si abbracciarono."


Condivisibile nella sostanza anche se mi piace pensare che i mondi non sono di nessuno ma 'territori' percorribili e abitabili da tutti, a seconda delle esigenze, delle attitudini di ciascuno, e del momento.
Per questa ragione ora posso definirmi un topo di città ma non garantisco che diventerò alla fine dei miei giorni un topo di campagna...
In questa prospettiva l'incontro interiore dei due topetti dai gusti così diversi che si esplica in quel tenersi per mano sotto le stelle e all'alba sancisce che siamo tutti 'uguali' sotto il cielo.


La Schärer a me piace. E quando esce o come in questo caso ri-esce un suo libro: evviva.
Ribadisco ciò che ho già detto a proposito dei suoi disegni: spiritosi ed espressivi.
Il fatto che il libro sia stato ripubblicato dal Castoro nella collana 'Anch'io so leggere!' in stampatello maiuscolo mi pare un riconoscimento e una seconda possibilità per questo libro che in una classe può essere utilizzato non solo come 'palestra' di lettori in erba ma anche come trampolino per poter ragionare sul tema del libro.

Carla

lunedì 9 settembre 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


FIUME LENTO


Il Po è il fiume, un mondo a parte che attraversa la Pianura Padana; soprattutto terre basse, terre verdi e fertili, tempi lunghi dell’acqua che scorre in un fiume imponente. Alessandro Sanna, in Fiume lento, ora pubblicato da Rizzoli, lo racconta per immagini senza testo, dividendole secondo le stagioni, alternando, come giustamente avviene, le nebbie impenetrabili dell’inverno


 e il gelo al calore soffocante dell’estate, fatto di grilli e di zanzare. Ricorda la gente di fiume, legata al dio Po che tutto dona e tutto toglie, come nelle grandi alluvioni; descrive la gente, gli animali di quelle terre come erano una volta, con i tabarri neri che sembrano corvi svolazzanti. Evoca i personaggi fuori dal comune che questi lidi un po’ selvaggi hanno abitato, come Ligabue, il pittore di animali feroci. A me, che queste terre ho frequentato, questi sapienti acquerelli evocano atmosfere, mi ricordano le distese dei campi ricoperti di brina, 


o la fioritura dei pioppi, tipici alberi frangivento, che in primavera ricopre tutto di una lanugine che sembra neve; il profumo dei tigli, che sa di estate. Le ‘strisce’ dell’illustrato raccontano pagina per pagina frammenti di vita: la corsa disperata a portare i sacchi di sabbia sull’argine per contenere la piena; le golene inondate, le sponde avvolte nella nebbia e, se è possibile dipingerlo, il silenzio dell’inverno. E poi le feste in riva al fiume, con la bella stagione, la nascita di un vitellino, intorno al quale tutti si radunano. Ma quello che più di tutto emoziona è il delta, là dove muore il fiume e nasce il mare, un luogo sospeso di silenzi e di grida d’uccelli.
Lo racconta benissimo Paolo Rumiz nel reportage del suo viaggio lungo il fiume, Morimondo, uscito l’anno scorso su Repubblica e ora portato in libreria da Feltrinelli: 'Uscire da uno spazio chiuso e vedere l'immenso orizzonte. Assistere al mistero di una linea che diventa spazio...avvertire lo sperdimento di un delta senza confini. Ascoltare le voci dei naufragati che chiamano dal profondo fin nelle brume del delta. Sentire che una cosa rinasce nel momento in cui muore. Sono cose che cambiano la vita.' 

 
Questo è il mondo ignorato di un grande fiume trascurato, sfruttato oltre ogni limite, ma tuttora affascinante e capace di generare un popolo, quella ‘gente di fiume’ che altrove non c’è. Rumiz per navigarlo ha disegnato una mappa lunga tre metri, scoprendo che nessuna mappa è precisa; settecento chilometri di natura in parte ancora 'inesplorata'. Nello stesso tempo un territorio piagato dalle attività criminali. Un fiume che nasconde segreti, che ha visto la ferocia della guerra e la ferocia del dopoguerra, raccontate anche in alcuni romanzi di Valerio Varesi. Incredibile a dirsi, un luogo che consideriamo banale e che non conosciamo affatto.


Eleonora

“Fiume lento. Un viaggio lungo il Po”, A. Sanna, Rizzoli 2013
“Morimondo”, P. Rumiz, Feltrinelli 2013

sabato 7 settembre 2013


KOULOURAKIA, BISCOTTI GRECI ALL'ARANCIO

 
Terza, e forse, ultima puntata di ricette dalla Grecia.
Questa volta si tratta di biscotti, per l'esattezza ciambelline intrecciate, poco dolci e dal sapore delicato di arancio. Ottime a colazione o come spuntino da tenere in tasca, attenzione però ungono un po'.



ingredienti
330 gr di farina
1 arancia piccola non trattata
60 cl di olio
65 gr. di zucchero
1 uova
1 cucchiaino scarso di lievito
una punta di cucchiaino di bicarbonato
un pizzico di sale

Spremete l'arancia e mescolatene il succo con il bicarbonato.
A parte, unite la farina con il lievito.
In una zuppiera che possa contenere tutti gli ingredienti, sbattete l'olio con lo zucchero e quando quest'ultimo si è completamente sciolto aggiungete l'uovo (prima di farlo sbattetelo un po' per unire bianco e rosso e tenetene da parte un po' – ne basta poco - che servirà a spennellare i biscotti prima di infornarli), il succo d'arancia, il sale e una parte della farina. Quando il composto inizia ad essere solido toglietelo dalla zuppiera e continuate a lavorarlo a mano aggiungendo progressivamente il resto della farina fino ad ottenere una pasta liscia e uniforme.
I biscotti possono essere fatti nella forma che preferite, ma se volete essere fedeli alla tradizione realizzate dei cerchietti intrecciati. Il modo più semplice per farli è partire da biscioline di circa 6/8 mm di spessore lunghe almeno una trentina ci cm, che avvolgerete su se stesse fino a congiungerne le due teste.


Posizionate i biscotti su una teglia, imburrata o coperta di carta da forno, e spennellateli con l'uovo che avete tenuta da parte. Potete metterli anche abbastanza vicini dato che cuocendo aumentano poco di volume.
Cuocere a 180° per una ventina di minuti o almeno fino a che saranno dorati.


Le mie sono durate in ottime condizioni per una settimana conservandole in un sacchetto di carta. Forse, in assenza di appassionati estimatori come mia figlia, durano anche di più.

Gabriella




venerdì 6 settembre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LEZIONE DI VITA

Lezione di pesca, Heinrich Böll, Émile Bravo (adattamento Bernard Friot)
Baopublishing 2013


FUMETTO PER MEDI (dai 6 anni)

"In un porto della costa occidentale, un uomo vestito poveramente sonnecchia, sdraiato nella sua barca da pesca. Un turista elegante fotografa quella scena idilliaca: clic! E poi ancora: clic! E poiché non c'è mai due senza tre: clic!
Quel rumore secco, quasi ostile, sveglia il pescatore addormentato..."


Situazione: pescatore irritato e turista in imbarazzo che tenta attraverso la conversazione di cancellare dal volto del suo interlocutore quella smorfia di stizza. Comincia così un dialogo goffo tra questo turista un po' seccante e questo pescatore piuttosto silenzioso. Argomento: la pesca, ovviamente. Buon tempo, esordisce il turista, quindi si prevede buona pesca...ma il pescatore scuote la testa in senso di diniego. Tra uno scuotimento di testa e l'altro il turista scalpita per poter capire le misteriose ragioni che trattengono il pescatore in porto. Facile: il pescatore è già uscito in mare aperto e ha avuto una buona pesca, talmente buona che gli può bastare per qualche giorno. 

Agli occhi del pescatore due dozzine di maccarelli e quattro aragoste sono più che sufficienti. Ma al turista questa serenità interiore del pescatore genera, per converso, un'agitazione di pensiero ancor più convulso. In un crescendo esponenziale, il turista immagina che se il pescatore uscisse in mare ancora e ancora otterrebbe la moltiplicazione dei pesci e in capo a un anno potrebbe comprarsi una barca a motore e dopo due anni di altro convulso vai e vieni dal largo del mare avrebbe due barche, poi un peschereccio, due pescherecci, un elicottero, un affumicatoio,una cella frigorifera quindi una fabbrica di pesce, un ristorante di pesce e un servizio di consegna a Parigi delle sue numerose aragoste, se...se...e quando l'immaginazione ha raggiunto l'apice il turista esplode dicendo che se accadesse tutto questo il pescatore potrebbe finalmente sedersi al porto a sonnecchiare al sole e guardare questo bel mare...
E così il cerchio si chiude, perché -a ben vedere- sonnecchiare al sole e godere di un così bel mare era esattamente ciò che il pescatore stava facendo prima di quei fastidiosi tre clic!

Da un lato un uomo tranquillo, un uomo che si sa accontentare di quello che la vita gli offre e sa mettere a frutto il poco che possiede, un uomo che sa distinguere la fatica del lavoro dal godimento del riposo, un uomo che non ha bisogno di tante parole...e dall'altro un uomo un po' agitato, un uomo che dalla vita vuole sempre di più, un uomo che non conosce riposo in nome della ricchezza, un uomo che parla, parla, parla...
Non so se dipenda dai pesci che guizzano qui e lì ma la somiglianza con la fiaba della tradizione russa il Pesciolino d'oro, a me è parsa subito evidente. Oltre al profumo di mare, le due storie condividono anche il senso profondo del racconto.
Correre ed inseguire la ricchezza come unica fonte di felicità, arrovellarsi fino a dimenticar noi stessi in nome del successo, considerare come un disvalore la modestia e la semplicità per lasciare spazio all'inquietudine e all'irrequietezza, a tutto questo dobbiamo opporci dichiara Böll in questo "Aneddoto con effetto deprimente sulla morale del lavoro" che compare nella raccolta Il nano e la bambola (Einaudi, 1963).
Ma se la fiaba di Puskin ha un obiettivo dichiaratamente pedagogico, Böll per primo rende questa narrazione irresistibile ed esilarante, seguito a ruota da quei due 'monelli' incorreggibili di Bernard Friot e Émile Bravo. Sebbene uno scriva e l'altro disegni, i due 'ragazzacci' della letteratura francese hanno in comune un tono: la leggerezza. Entrambi li abbiamo visti più volte come sanno raccontare e toccare con un particolarissimo senso di ironia e con sincera tenerezza i lati più sensibili, le parti molli (mi si passi la definizione), dell'animo umano. Entrambi, perfetti per tirare dentro dei ragazzini in un racconto da Nobel per la letteratura!



Carla

Noterella al margine: Baopublishing ha fatto di nuovo buona pesca!

mercoledì 4 settembre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LEONI DA BAR

Ernest Hemingway, Il leone buono
Mondadori 2013


NARRATIVA PER PICCOLI (dai 5 anni)

"'Chi sei tu che credi di essere tanto migliore di noi? Da dove vieni leone mangiapasta? E che ci fai qui?' gli ringhiò, e tutti ruggirono senza ridere.
'Mio padre vive in una città, sotto l'orologio di un campanile, si staglia dall'alto sopra migliaia di piccioni...'"

Un leone davvero particolare, se pensate che è buono perché non fa come gli altri leoni cattivissimi che mangiano gnu e mercanti indù e poi perché sulla groppa lui ha due belle alette che, al bisogno, gli permettono il decollo. Il nostro leone buono mangia pasta con gli scampi, ama i cocktail - dal Negroni all'Americano- e il succo di pomodoro lo preferisce al sangue dei mercanti indù.
Il suo papà è di pietra e lo si potrebbe definire, nonostante sia un leone, il vessillo di un sant'uomo...


All'ennesimo attacco dei leoni cattivissimi, il leone buono decide di tornare a casa e, volando volando, arriva a Venezia. Suo padre è ancora lì, fermo come una statua, due chiacchiere con lui e poi un drink all'Harrys Bar di Cipriani per un Martini dry, ben secco. Mai perdere le buone abitudini.
Girando lo sguardo da quel tavolino, il leone buono si sentì a casa e fu molto felice.

Hemingway per i più piccoli. Ho strabuzzato gli occhi leggendo questo nome su un librino illustrato da pochi euro. Eppure è così.
Questo racconto è stato scritto per il nipote di Adriana Ivancich, sua amica, è dedicato al simbolo della città di Venezia e risale al soggiorno di Hemingway nella città tra il 1948 al 1950. A poco più di cinquant'anni dalla sua morte, Mondadori lo pubblica nella collana Oscar Junior. Evviva.
Storiellina che fa sorridere un bambino per alcuni aspetti della storia, ma anche un grande per tutti altri aspetti. Quelli più alcolici. Va da sé che gli amanti o conoscitori di Hemingway troveranno in questo raccontino divertenti rimandi alla vita del grande romanziere...



Ancora una volta siamo di fronte ad un leone con problemi identitari poi risolti, come negli altri due precedenti esempi, con grande serenità.
Mi viene in mente il notissimo, intelligentissimo e meraviglioso Lafcadio (Orecchio Acerbo, 2009) di Shel Silverstein che parte per gli USA dove cerca la felicità diventando il miglior tiratore al mondo, per poi tornare in Africa per poi riallontanarsi nuovamente...o ancora il leone che dalla savana piuttosto noiosa e sempre uguale a se stessa, parte per Parigi (Beatrice Alemagna, Un leone a Parigi, Donzelli, 2009) dove, al centro di piazza Denfert-Rochereau su un bel podio, finalmente trova la sua ultima collocazione.
In questi tre bellissimi libri ci piace far vedere ad un bambino lettore, tra un sorriso e una risata, un tema molto serio: nella vita è buona cosa cercare se stessi, accettarsi per quello che si è e in ultimo è altrettanto saggio sapersi trovare un proprio posto nel mondo, non facendosi condizionare dalle convenzioni. Mica poco.
E beviamoci sopra, con moderazione.



Carla

lunedì 2 settembre 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


RACCONTI AFRICANI
L’Africa, continente contraddittorio ed evocatore di immagini contrastanti, dalla povertà, alla guerra alle meraviglie naturali, è oggetto di due piccoli libri, che saranno probabilmente sfuggiti alla vostra attenzione: si tratta di due raccolte di favole e storie tradizionali africane, trascritte da Alexander McCall Smith, autore della fortuna serie di gialli della the No.1 Ladies Detective Agency, ovvero la serie di cui è protagonista Mma Precious Ramotswe.
 


Le due raccolte di storie, La ragazza che sposò il leone e Il leone e la lepre, non fanno nulla per rendersi accattivanti: formato piccolo, nessuna immagine, a parte le amabili copertine di Scarabottolo, non è certo un libro pensato per i bambini, ma per lettori ben consolidati e curiosi.
Vale la pena, però, sfogliare questi volumetti, magari cercando consonanze con il nostro patrimonio tradizionale, popolato di lupi, volpi e orsi, a fronte di leoni, iene e uccelli misteriosi. Troveremo storie davvero poetiche, come Sorella d’ossa, in cui i coccodrilli svolgono un imprevedibile ruolo salvifico, o L’uccello da latte. Altri inevitabilmente crudeli, con la punizione degli ingenui e dei cattivi. Quello che colpisce è, però, soprattutto l’immagine dell’Africa rurale, con i suoi riti, le sue tribolazioni, le sue magie. Le stesse atmosfere che si respirano nei romanzi che lo stesso autore ha dedicato al suo personaggio più fortunato, Mma Ramotswe, la detective di corporatura tradizionale, che, risolvendo enigmi, racconta quella parte dell’Africa non brutalizzata dalle guerre e dalla miseria. Si respira un’aria familiare, di quel mondo contadino, appena sfiorato dalla modernità, che noi ci siamo lasciati alle spalle solo qualche decennio fa. Le sue storie, ambientate nel Botswana, sono letture piacevoli anche per i ragazzi dai dodici anni in poi; in particolare mi piace consigliare il primo, Le lacrime della giraffa, ora disponibile nell’edizione Tea. E' una lettura scorrevole, con personaggi originali, dal signor Matekoni, alla segretaria, signorina Makutsi, che parla con le proprie scarpe e quest'aria di essenzialità, di una vita sfrondata dagli orpelli della nostra assillante modernità.


Se invece volete rimanere in ambito fiabesco, come non ricordare Le mie fiabe africane, pubblicate da Donzelli con Nelson Mandela teorico curatore. La raccolta, uscita nell'edizione italiana nel 2004, mette insieme storie tradizionali e moderne, affiancate dalle illustrazioni di diversi artisti africani. Ho un ricordo speciale legato ad uno di questi racconti, La madre che divenne polvere: una lettura magistrale, fatta da Carla ad un gruppo di ragazzini, di una storia di grande poesia.


Permettetemi di chiudere come farebbe un narratore Ashanti: “Quella che ho raccontato è la mia storia, dolce o amara che vi sia sembrata, qualcosa portatela con voi e qualcosa lasciate che torni a me”.*
Eleonora
*Dalla premessa di Mandela al volume Le mie fiabe africane.

“La ragazza che sposò il leone”, A. McCall Smith, Guanda 2012
“Il leone e la lepre”, A. McCall Smith, Guanda 2013
“Le lacrime della giraffa”, A. McCall Smith, Tea 2007
“Le mie fiabe africane”, N. Mandela, Donzelli 2004

domenica 1 settembre 2013


TORTA GRECA DI ARANCE E MANDORLE

Secondo esperimento di ricette greche.
Nella mia esperienza personale i dolci non sono i protagonisti della cucina greca, e nei miei ricordi dei vari passaggi che ho fatto su quelle terre ci sono poche cose che mi hanno attirato davvero. Una tra queste è una specie di budino bianco molto compatto ricoperto di marmellata molto caramellata, forse d'uva, che ci portavano sempre come omaggio alla fine della cena nell'ottimo, ed anche molto simpatico ed economico, ristorante 'Captain John' di Kefalos a Kos, l'estate scorsa.


Durante l'inverno ho fatto una serie di prove per riprodurlo, ma senza arrivare alla meta. Pazienza. Ci proverò ancora. Anzi ne approfitto per chiedervi se qualcuno ha capito di cosa si tratta e ne conosce la ricetta.
Ovviamente, quando ho avuto in mano il libro di ricette greche che mi sono portata a casa l'ho subito cercato, ma purtroppo non c'è. Ci sono invece molte più preparazioni di quanto mi sarei aspettata: pani dolci, biscotti, lavorazioni della frutta e alcune torte a base di semolino (anche il mio budino probabilmente lo è).
Tra queste ho provato una variante all'arancia e mandorle, di facilissima preparazione e di ottimo risultato.



ingredienti
2 arance piccole (o 1 e mezza se normali) non trattate
120 cl di latte
200 gr. di zucchero
2 cucchiai colmi di semolino
2 uova
200 gr di mandorle
1 cucchiaino scarso di lievito
un pizzico di sale

Iniziate frullando le mandorle nel mixer fino ad ottenere una grana abbastanza fine, anche se non è necessario che sia omogenea. Liberate il mixer e dopo averne grattugiato la buccia (che terrete da parte), sbucciate le arance per quel che resta, tagliatele a pezzettoni e frullatele con il mixer. Aggiungete 110 gr di zucchero, le uova intere, il semolino, il lievito, frullate ancora un po' il tutto e per finire unite anche le mandorle e il sale.

Versate il composto in una teglia foderata di carta da forno e cuocete a 180° per 60/70 minuti.
Nel frattempo preparate uno sciroppo mettendo in un pentolino la buccia grattugiata delle arance, 90 gr. di zucchero e 80/100 cl di acqua che farete cuocere a fuoco basso fino a che il composto si è un po' addensato. Indicativamente ci vorrà almeno 15 minuti.


Togliete la torta dal forno e subito dopo versate lo sciroppo su tutta la parte superiore facendo attenzione che venga distribuito uniformemente.
Lasciate raffreddare bene e solo allora toglietela dalla teglia per metterla (con attenzione, si rompe) sul piatto di portata.

Gabriella

venerdì 30 agosto 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ORSI ALL'OPERA

Una canzone da orsi, Benjamin Chaud
Franco Cosimo Panini 2013


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Chi dice ape dice miele, questo Orsetto lo sa bene, e ...hop hop hop decide di seguirla."

E così al principio dell'autunno un tranquillo letargo con Papà Orso che ronfa e Orsetto sulla sua pancia a fargli caldo si trasfoma in un'avventura che vede Orsetto con il naso per aria inseguire quell'ape che ronza fuori tempo massimo e Papà Orso che lo insegue. 


Il problema è che l'ape conduce i due plantigradi in un contesto un po' insolito per loro: una grande città piena di traffico, con motorette e autobus pieni di gente e macchine che sfrecciano da sinistra a destra e da destra a sinistra. Ma il suo viaggio prosegue in un gran teatro dove sta per andare in scena lo spettacolo. Lungo la scalinata piena di gente elegante ora si aggira un Orso per l'occasione in sciarpa banca e tuba e un Orsetto molto assorto per non perdere le tracce dell'ape che, lui ne è certo, lo porterà dritto al miele...


Tutto è predisposto sul proscenio. Le ballerine si scaldano nei corridoi prima di andare in scena, attrici al trucco, macchinisti alle corde delle scenografie, elettricisti all'illuminazione.
Lo spettacolo comincia: orchestra, cantanti e pubblico sono al loro posto, ma Papà Orso irrompe attaccato al lampadario. Questo è un fuori programma e un silenzio glaciale cala sulla scena. Sarà per i fari puntati su di lui, sarà l'atmosfera o lo sguardo di tutti gli spettatori su di lui, fatto sta che Papà Orso intona la sua canzone da orsi, per la precisione quella che gli cantava la mamma per farlo addormentare. 


Ed è a questo punto che qualcuno capisce che quello in scena è un orso in carne, ossa e pelo! Il parapiglia che ne segue vede tutto il pubblico squagliarsela alla svelta tra urla e spintoni. Nel silenzio due sole zampine applaudono...


Un illustrato grande grande che racconta una storiellina piccola piccola e suggerisce un gioco per i giovani lettori che debbono cercare l'Orsetto e la sua ape nelle pagine molto ricche di personaggi e oggetti. Il bosco al pari della metropoli e del teatro sono sfondi di convulsi viavai: dai cinghiali, dalle volpi e dai tassi si passa ai taxi, agli autobus ai tavolini di un affollato ristorante.
Allo stesso modo la gamma cromatica del bosco, con i toni di verde e marrone delle prime tavole si prolunga anche nelle successive dedicate alla città e al teatro, come a dire che bosco e città sono luoghi di grande caos...
Benjamin Chaud, già conosciuto per alcuni illustrati pubblicati da Zoolibri e per la serie francese di Pomelo, un tenero elefante, pubblicato da Albin Michel (in Italia con De Vecchi) è giovane illustratore francese di grande spirito e ne sono una prova i mille particolari buffi che sono disseminati ovunque in queste grandi illustrazioni.
Qui il booktrailer dell'edizione portoghese di questo bel libro.


Carla