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mercoledì 30 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA DIPARTITA DEL BOSCO

I bambini che vivono nella foresta sono tre: Maggan, lo Sbirro e Trim. Magicamente, le loro volontà coincidono con i moti silenziosi della foresta e del cielo. Del resto, sono loro a decidere. Circondati dagli alberi, con i piedi a mollo nelle pozze d’acqua, sono loro che fanno piovere, loro a stabilire il vento e la nuvolosità variabile. Concedono alle foglie la possibilità di ingiallire e agli aghi di pino di cadere; grazie a loro il sole splende, e i legnetti si dispongono di traverso sui sentieri.  


Un bel giorno però, dai tronchi spuntano minuscole gambine e tra le chiome si vocifera di una vacanza, a quanto pare su un’isola, in mezzo al lago. Senza troppe spiegazioni, dopo un frettoloso saluto, betulle e pini se ne vanno, e pure i pioppi tremuli spariscono, spaventati a morte da un malevolo cespuglio di rovo. A nulla valgono le decisioni dei tre abitanti: il loro chiedere a gran voce di restare rimane sospeso a mezz’aria, senza più nessuno ad accoglierlo. 


Negli albi di Eva Lindström le grandi questioni esistenziali prendono posto con naturalezza nella quotidianità dei protagonisti. L’ingenuità e lo stupore con cui essi le maneggiano non sono però presentate come manifestazioni di debolezza o ostacolo per una comprensione razionale delle cose. Anzi, nel racconto l’atto stesso di capire viene depotenziato, e gli viene preferita appunto la capacità di restare in ascolto, di soffermarsi di fronte al mistero, per quanto disorientante possa sembrare. 


Si dice che al momento dell’ideazione di questo albo Lindström fosse mossa dalla necessità di catturare e restituire l’emozione che si prova di fronte alle cose che scompaiono inaspettatamente. Uno sgomento che si impara a gestire nei primi anni di vita, quando sperimentiamo che le cose continuano a esistere anche se non sono davanti ai nostri occhi. Uno sgomento che però non perde il suo potere perturbante, poiché se è vero e lampante che un bambino che si nasconde è pur sempre vivo e vegeto dietro a un divano o che la mamma che esce dalla porta lo fa per andare a lavorare e tornerà a sera, qualcosa dell’antico sconcerto rimane e risuona in noi più forte di qualsiasi normalità appresa. 


Con la dipartita del bosco e l’uscita degli alberi dalla rassicurante cornice della pagina, Lindström decreta l’esistenza di un desiderabile altrove, invisibile sì, ma non per questo inesistente, e porta questa alterità direttamente in dialogo con chi nella pagina è rimasto. Con la dipartita del bosco si allenta tutta la costruzione di senso che Trim, lo Sbirro e Maggan chiamano, con una certa protervia, casa. Scomparsi gli alberi, a Maggan, lo Sbirro e Trim non rimane che continuare il gioco con quello che hanno, ma nonostante questo darsi da fare si accorgono che tra loro e il paesaggio che li contiene qualcosa dell’antica, magica – e forse un po’ forzata- corrispondenza si è inceppato. Guarda un po’, il freddo arriva senza essere stato evocato, e pure le nuvole e il vento, insensibili a qualsiasi comando, si rivelano per quello che sono: entità distinte, indipendenti, a volte contrarie. 


Per tirare avanti, Trim, lo Sbirro e Maggan bruciano gli scarti nel fusto di legno in cortile, fanno amicizia con una piccola uccellina che non ha fatto in tempo a raggiungere lo stormo, sistemano il terreno, aggiustano quello che deve essere aggiustato, rastrellano, si danno da fare con i legnetti. Trovano insomma uno spazio di azione per abitare quello speciale silenzio che sembra essere calato su di loro da che gli alberi si sono dileguati. E quando finalmente arriva una nuova stagione, quella in cui, una mattina presto, pini e betulle ritornano e tutto sembra tornare al suo posto, devono fare i conti con una nuova assenza: non solo mancano i pioppi, i delicati pioppi tremuli e dorati, ma mancano anche le parole per nominare. Per entrambe le cose, pare non esserci nulla di meglio che disporsi in fiduciosa attesa.


Se questo albo sembra voler raccontare il rapporto di interdipendenza tra uomo e natura, lo fa involontariamente. Certo, le assonanze con l’attuale crisi climatica sono fortissime: la natura si palesa come un vero e proprio personaggio della storia e reclama qualcosa per sé, ed emblematiche sono sia l’impotenza dei protagonisti al cospetto degli elementi meteorologici sia la presenza dell’edificio sempre sullo sfondo, con porte e finestre aperte, a evocare che la terra è la nostra unica casa… Eppure, la posta in gioco è forse più coraggiosa e profonda: raccontare come si entra in dialogo con quello che non vediamo e non sappiamo, quello che non è in nostro controllo, quello che sta fuori dalla cornice di dominio del tangibile, quello per cui non abbiamo (ancora) parole ma che non per questo non esiste. Mettere momentaneamente da parte la razionalità in favore di un diverso tipo di relazione. 


Se nella prima parte del racconto i protagonisti stabiliscono una primitiva, istintiva relazione di causa effetto tra quello che accade e la loro volontà, nella dimensione dell’attesa, quando gli alberi non ci sono (o meglio: ora che gli alberi sono altrove…) tocca loro compensare utilizzando sensibilità e immaginazione. Non accade quasi nulla, nelle tavole iridescenti che Lindström dedica a questa attonita e inestimabile resa: soffia il vento e Maggan, lo Sbirro e Trim aspettano, aspettano fino a quando il vento decide di calare, aspettano fino a quando gli alberi decidono di tornare, fino a quando la volontà di capire e spiegare si placa. Allora forse non aspettano più. Semplicemente stanno, dandoci le spalle, per osservare con noi. 


Solo allora tornano i pioppi, i tremuli pioppi dorati, dalle foglie cangianti come cangiante e ineffabile è il significato. I bambini che vivono nella foresta sono tre. Non sono loro a decidere, ma l’uccellina dice che è arrivata l’estate, e loro, che hanno imparato ad ascoltare, non hanno nulla di meglio da aggiungere. 


Giorgia 

“La foresta”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi) Camelozampa, 2025

mercoledì 24 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LUNGA VITA A ROBIN HOOD!


Il ritorno in libreria di Wu Ming 4 non può che essere una festa: l’autore emiliano pubblica con Bompiani ‘La vera storia della Banda Hood’ e già dal titolo possiamo capire che non ritroveremo la riproposizione di una leggenda raccontata in molti modi, ma una seria ricostruzione storica degli avvenimenti che circondarono le gesta di una banda di straccioni.
Siamo nell’Inghilterra della fine del XII secolo: Riccardo Cuordileone è partito per la Terza Crociata, per sottrarre al curdo Saladino il territorio di Gerusalemme.
Il fratello minore di Riccardo, Giovanni Senzaterra, congiura per sottrarre il trono al Crociato; nobili e funzionari del regno si dividono fra lealisti e cospiratori; fra questi ultimi il feroce sceriffo di Nottingham.
Questa fitta rete di tradimenti e congiure costituisce lo sfondo su cui si svolge l’azione che vede coinvolti, all’inizio, un gruppo di ragazzini, capitanati da Little John. Si tratta di un piccolo gruppo di ladruncoli, che ha scelto di vivere nella selvaggia foresta di Sherwood, un luogo non solo naturalmente insidioso, ma anche pervaso da presenze sovrannaturali. Questo gruppo di ragazzi sassoni si adatta perfettamente alla vita nella foresta, animato com’è da un miscuglio sincretico di credenze religiose e di miti ancestrali. A questo gruppo si unisce, a un certo punto, un cavaliere crociato, reduce dalla spedizione in Terrasanta e decisamente incline alle trame e ai complotti: fedele a Re Riccardo e alla Regina Madre, conquista la fiducia dei cospiratori e si fa inviare nelle terre di Robin Hood, più termine generico che personaggio vero e proprio. Lì convince i ragazzi a compiere il colpo grosso, rapinare il convoglio che porta le nuove tasse richieste per pagare il riscatto del Re, prigioniero del duca d’Austria. Li aiuta, li addestra, ben sapendo che al di là dell’effimero successo, questa impresa segnerà la fine della banda. Il suo vero obbiettivo è smascherare i cospiratori, giusto in vista del ritorno del Re legittimo.
Quindi un doppio gioco che alla fine indicherà il destino di ciascuno.
Grande avventura, dunque, ma anche molto di più.
Questo romanzo, piuttosto breve, si segnala per diversi aspetti; l’individuazione dei personaggi, con la creazione di una carrellata di figure che risponde sia alle necessità narrative che al rigore storico: dal mendicante cieco al cantastorie, da Lady Marian alla schiera di cupi nobili normanni, attaccati al proprio potere più che alla stessa vita; Maud, la giovane mezzafata che segue John nella foresta; fino allo stesso Gisborne, il crociato.
La ricostruzione storica è accurata e puntuale, rende conto dell’ambiente di corte, intessuto di tradimenti e vendette, della crudeltà e della violenza della guerra, così come delle lotte intestine fra lealisti e cospiratori. Ma tiene fermo il punto di vista degli ultimi, dei poveracci che campano di poco e quel poco lo devono dividere con chi esige le tasse; i poveri, gli ultimi sono destinati a subire violenze e sopraffazioni, ma sono anche pronti a prendersi la loro vendetta, a sollevare quel vessillo di rivolta che le leggendarie imprese della banda Hood rappresenta.
Proprio la trasformazione di una storia, la cui veridicità è ipotetica, in leggenda trasforma il racconto in un’epopea, che trascende però dal singolo personaggio per farne una vicenda collettiva: la lotta fra ricchi e poveri, fra sassoni e normanni, fra lealisti e congiurati. Vicende che possono ben trasporsi in altri contesti e in altre epoche.
Due ultime osservazioni: il puntuale riferimento all’eccidio di ebrei londinesi, in occasione dell’incoronazione di Riccardo, che apre il romanzo con una descrizione breve e cruda, colpendo il lettore con durezza; un incipit di notevole effetto.
La frase, contenuta in un dialogo fra Gisborne e il mendicante cieco, ‘Se il mondo non è sempre stato com’è, allora può essere diverso’, mi sembra il vessillo che possiamo ancora afferrare, nonostante tutto.
Possiamo considerare ‘La vera storia della Banda Hood’ un romanzo per ragazzi? Questo suggerisce la collocazione a Bologna nello stand Giunti nella parte riservata a Bompiani. Personalmente ritengo che il romanzo sia per tutti, lettrici e lettori di ogni età a partire dai quindici anni. Prevedo non poche difficoltà nella lettura per i riferimenti storici, che non sono mero contorno, ma parte essenziale della narrazione. Suggerisco una lettura collettiva, partecipata, che chiarisca i punti oscuri e metta in luce l’innegabile forza di questo romanzo.

Eleonora

“La vera storia della Banda Hood”, Wu Ming 4, Bompiani 2024






 

mercoledì 15 gennaio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PIETRA SERENA

La pietra blu, Jimmy Liao (trad. Silvia Torchio)
Camelozampa 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"La pietra blu giace serena nel profondo della foresta. Ama il canto degli uccelli, la fragranza sfuggente dei fiori, la luce che filtra attraverso le foglie. Le piace questo luogo, crede che rimarrà qui per sempre.
Ma un incendio divampa nella foresta. Brucia per molti mesi, da est a ovest, da sud a nord.
Infine l'erba non cresce più. Resta solo una pietra nuda e nera che giace sul terreno arido, come una balena senza il suo oceano."

Per fortuna sono in arrivo le piogge che lentamente la ripuliscono da tutta quella fuliggine. E, di nuovo di un blu splendente, tutto sembra tornare come prima, ma una pietra legata a una gru le piomba sulla schiena, spaccandola in due. Una delle sue parti resta nella foresta, l'altra, imbrigliata con delle corde, viene portata via. Ed è proprio qui che comincia il suo lungo viaggio, durante il quale perde la sua forma originaria, rimpicciolisce di volta in volta, subendo tante diverse trasformazioni. 


Attraversa scenari per lei del tutto nuovi, dallo studio di uno scultore che la trasforma in un grande elefante grigio da esporre al museo, arriva a diventare un uccello-fontana, un pesce-testimone di un'attesa disattesa. Finisce anche in fondo al mare, diventa uno spicchio di luna e lapide in un cimitero, gattino da orfanotrofio fino al momento in cui è davvero minuscola e diventa piccolo cuore, al collo di una ragazza innamorata. Il suo peregrinare tra le cose belle e ma soprattutto brutte del mondo non le impedisce di provare costante il sentimento della nostalgia. Spesso si strugge ricordando la sua vita laggiù e non ha mai dimenticato la parte di sé da cui l'hanno strappata.


Ed è lì che sente di dover tornare, alla fine di tutto.

Se, davanti all'evidenza che questa storia sia un'occasione per ragionare delle proprie radici, e sulla forza di un richiamo interiore a tornare lì dove si è nati, tuttavia quello che mi colpisce di più e il lato metamorfico della storia.
Riguardo alla nostalgia, ho una perplessità di fondo che non riesco a risolvere.
Personalmente associo al termine nostalgia parole come struggimento, malinconia, rimpianto. E potrei spingermi anche verso parole come inquietudine che può diventare anche malessere, il male di essere (lontano da qualcuno, lontano da un luogo, lontano da un tempo).
E sebbene la pietra più volte vada in frantumi per la troppa sofferenza di essere stata portata via dalla sua foresta e dalla sua metà, tuttavia essa è spesso anche 'serena'. Ed ecco che la perplessità si genera nella congiunzione tra questo diffuso senso di nostalgia, e la serenità che accompagna spesso il suo giacere su un prato, in un barattolo, nel fango, nel bosco o incastonata in un muro.


Resta da capire da dove nasca questa serenità. Forse ha lo scopo di rendere meno gravoso il lungo girovagare della pietra? I testi di Liao sono il punto più fragile delle sue storie. in questo preciso caso, non sapendo come trovargli un senso definitivo a questa serenità, forse è più interessante andare a vedere l'altro grande tema che attraversa questo corposo libro di Jimmy Liao: ovvero il percorso di trasformazione cui viene suo malgrado sottoposta la pietra.
La prima volta che appare, occupa lo specchio delle due pagine ed è nera di fuoco, poi recupera il suo colore elettrico, un blu profondo che mantiene per poco perché da grande sasso diventa elefante grigio e poi uccello rosa. il suo trasformarsi in qualcosa d'altro riguarda la sua forma e il suo colore, ma come in tutte le metamorfosi un nocciolo di un sé originario rimane sempre. E anche la pietra blu non fa eccezione. Tutte le volte che la nostalgia la fa esplodere e andare in frantumi, lo sguardo del lettore riesce sempre a intravedere e riconoscere tra le sue schegge il suo inconfondibile colore.


La metamorfosi è un tema universale che nasce in uno con la vita stessa, e non è un caso che mito e fiaba se ne siano abbondantemente nutriti.
Jimmy Liao lo attraversa con delicatezza, dicendoci che per quanto una creatura possa cambiare essa sarà allo stesso tempo un elemento fatto di materia mutevole, ma anche di anima unica. Attraverso i continui cambiamenti della pietra, Jimmy Liao attraversa molti scenari differenti, un repertorio di umanità variegata e di luoghi che con la pietra necessariamente si confronta. Nessuno di loro e nessuno dei contesti che abita rimane indifferente alla sua presenza. La pietra stessa dimostra una grande tensione ad adattarsi.
Il lettore, in questo continuo cambio di scenari (in alcuni casi non così fluido come ci si aspetterebbe), inevitabilmente si appassiona e si lega a livello emotivo alla sorte della pietra. 


E se anche a un adulto forse può apparire da subito chiara la circolarità del percorso, i bambini invece, come in un gioco ipnotico, saranno catturati dalle routine del testo e dal continuo avvicendarsi di magnifiche immagini.


 Come in una bella pinacoteca.

Carla

lunedì 10 marzo 2025

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

IL TUO KLASSEN! 

[seconda e ultima parte] 
La cura, il rispetto sono una sorta di terreno fertile dove Klassen fa crescere i suoi semi preferiti. 
Si allude al suo irrefrenabile bisogno di dare sempre e comunque una scossa finale, possibilmente anche un po' inquietante, a un andamento tutto sommato regolare e rassicurante. E ancora una volta gli occhi dicono tanto.


Uno potrebbe illudersi che in libri così l'inquietudine, il piccolo mistero non trovi casa, e invece (effettivamente è costato un lungo confronto con l'editore che alla fine ha ceduto)... Qui in effetti non muore nessuno, ma ci sono personaggi che partono (ma poi ritornano) e altri che arrivano quando fa scuro e poi e stazionano. 
Attenzione però, che lui mai dimentica che questi tre libri sono destinati a un pubblico di piccoli piccoli, ragione per cui va a toccare corde sensibili. 
E come lo fa? Costruendo per loro scenari, dove piccole storie accadono, dove gli occhi parlano (i lattanti sono i primi a dover imparare quel linguaggio), dove le figure sono forme, dove tutto quello che accade accade nell'arco di un giorno (altro leitmotiv di Klassen) e soprattutto dove tutto appartiene in modo incontrovertibile al lettore stesso. 


Questo è per dire del grande salto in avanti - anche emotivo, ma soprattutto di visione - che fa Klassen rispetto a quanto visto finora per i toddlers. 
Lui che, fin dal principio della sua carriera, ha sempre cercato la semplicità (al confine della monotonia che fracassava con il crimine finale) ora sembra essere arrivato a un punto interessante. In questi tre libri manca del tutto il gusto per il problema del personaggio e anche il personaggio, inteso come quello che guida la storia, di fatto non c'è. 
Ci sono, al suo posto, una serie di entrate in scena, peraltro rigorosamente mute, da parte di figure che convivono in armonia proprio perché il luogo che vanno a costruire sia il più accogliente possibile. E finisce così: lo scopo dei tre è quello di creare piano piano posti per poi regalarli ai propri lettori. È qui è il salto cui alludevo. 
Che bella cosa. Di nuovo. 
Your places, non a caso, è il titolo di una mostra che è durata una settimana di febbraio con le illustrazioni di questi tre libri e Jon Klassen, per un intero giorno a firmare le copie che una interminabile fila di adulti che glieli sottoponeva... 
La costruzione a livello visuale di questo scenario è di nuovo un elemento pieno di interesse. Sembra davvero che ci siano mani trasparenti che vanno a disporre in un preciso quanto voluto ordine spaziale (tridimensionale, nonostante il piano del foglio) i singoli personaggi. E poi li mettano in connessione. Complici anche gli occhi di ciascuno di loro. 
Funziona così: le "cose" entrano in scena nella pagina di destra - sole escluso - accanto al testo, mentre nella pagina di sinistra la "cosa" precedente ha preso posizione senza più perderla. Accade quindi che nelle pagine di sinistra lo scenario si va componendo e arricchendo di "cosa" dopo "cosa", il cui ingombro era stato previsto fin dall'inizio. Viene spontaneo ricordare, per quelli che almeno una volta lo hanno fatto, di quando con i bambini piccoli gli montavamo davanti fattorie o stazioni di treni, piccoli mercati, camere da letto per bambolotti... Per poi dare loro, nella disposizione scelta, una informazione successiva, un senso più generale a cui riferirsi per cominciare il gioco vero e proprio. 
E se così davvero è, mi parrebbe plausibile pensare che questi libri contengano qualcosa che sta in mezzo tra il gioco puro e la narrazione. 


Che cosa bella. Di nuovo. 
Adesso occorre tornare alla questione degli occhi e degli sguardi. 
Gli occhi e gli sguardi che pagina dopo pagina cambiano sono di nuovo un attestato di stima nei confronti dei lettori, ma anche un modo per suggerirgli, come se ce ne fosse bisogno, che ogni personaggio, anche vegetale o minerale, ha un suo preciso sentire e un suo autonomo moto di reazione a ciò che capita. Uno su tutti lo sguardo delle "cose" già presenti, all'arrivo del falò sull'isola. Be' a quel che so sono i bambini le creature più animiste che conosco. Per loro quegli occhi e quegli sguardi sono solo una conferma, mentre per gli adulti co-lettori rappresentano il non plus ultra della goduria. Come è accaduto dal primo libro di Klassen in poi. 
Ancora e ancora una cosa bella. 
I libri che già così possono definirsi grandiosi e in qualche modo unici e rivoluzionari nei confronti del canone dei cartonati per bambini piccoli piccoli hanno un'ulteriore lucentezza nei diversi piccoli doni che Klassen lascia appoggiati qui e lì per i suoi lettori. E non mi sto riferendo all'uso ripetuto degli aggettivi possessivi che attestano che cosa sia e di chi sia. 
Sono regaletti più nascosti... 


Il primo dei quali sta nella qualità del mondo che sta offrendo ai suoi lettori: nella fattoria il cavallo ha il fieno, nella foresta c'è l'acqua e il ponte per attraversarlo, nella foresta c'è anche un fantasma gentile e di parola, e una capanna per ripararsi, nell'isola c'è una tenda da campeggio, un fuoco magico che non si spegne mai e una barchetta per navigare, nella fattoria c'è un fienile dove tanto l'ottimo camion quanto il cavallo satollo potranno trascorrere felici la notte. 
E noi con loro! 
Buona notte, buona notte.

Carla 

Noterella al margine. Due spigolature sul fenomeno editoriale. I tre libri vengono annunciati per il 4 febbraio: si possono prenotare. Poi spariscono dal mirino: l'attesa, preannunciano, potrebbe durare anche mesi, visto il successo immediato i libri sono andati a ruba. Non si stenta a crederlo, visto cosa sono...

Tu isla, Jon Klassen, Oceano Travesia 2025
Dein Wald, Jon Klassen, Nord-Süd Verlag 2025
Your Farm, Jon Klassen, Candlewick Press 2025

lunedì 10 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MARY POPPINS E GLI ALTRI

Il Kappa della pioggia, Saori Murakami (trad. Roberta Tiberi) 
Kira Kira 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Nao aprì la porta e una strana creatura verde fece capolino. 'Salve, sono Kappa.' Per lo spavento Nao si nascose sotto il tavolo. In quel momento arrivò la mamma che si era preparata in tutta fretta. 'Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa.Vedrai che vi divertirete un mondo. Fai la brava.' disse, e uscì di corsa." 

Così comincia la fantastica giornata di Nao e del suo originalissimo tato, il signor Kappa. 
Verde, con un laghetto circondato di capelli sulla sommità della testa, una vera passione per la pioggia e una gentilezza e premura innata, lui - come tutti i kappa come lui - si prende cura di un piccolo per fargli trascorrere del tempo meraviglioso nella foresta piena di verde e piena di mille altri divertimenti, dove poter fare tutti un bel pic-nic per festeggiare assieme la giornata di pioggia. Basta avere qualcosa di buono nel cestino della merenda e un ombrello della misura adatta. 


E poi quando tutto si asciuga e il sole va giù non resta che salutare tutti gli altri amici e prendere la via di casa, ciascuno tenendo per mano il proprio kappa. 

Sono diverse le cose che colpiscono di questo libro molto verde. 
La prima è il kappa, una creatura tutta verde che ricorda un essere umano con braccia e gambe, ma con una testa molto particolare e un sorriso e uno sguardo rassicuranti. Entrambe utili per il suo mestiere di custode a tempo di bambini e bambine. Altra peculiarità interessante è la sua passione per l'acqua, ossia per la pioggia. 


E qui entra in gioco la seconda cosa che colpisce di questa storia: la naturalezza nell'uscita di scena di una mamma dalla giornata della protagonista: Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa. Vedrai che vi divertirete un mondo... e la conseguente disobbedienza da parte del Signor Kappa che, nonostante o per meglio dire proprio grazie alla pioggia, ha in progetto una bella passeggiata. 
Il signor Kappa, un po' come Mary Poppins, arriva nella vita delle persone per scompaginarne, almeno per un po', i ritmi e le abitudini. E lo fa, proprio come la tata della Travers, in assoluta autonomia e determinazione, infischiandosene dei grandi, con l'unico obiettivo di far trascorrere una esperienza unica e indimenticabile ai bambini che ha in affidamento. Come nelle storie della Travers, anche qui gli adulti sono accessori alla narrazione e tutto sommato accessori anche nel quotidiano dei propri figli, quanto meno capaci di allontanarsene senza patemi e quindi di uscire di scena per lasciare il campo ad altri. 
Il terzo elemento di interesse è proprio questo passaggio di consegne che preannuncia una esperienza del tutto nuova e indimenticabile. 


I kappa incarnano coloro che hanno il compito di traghettare, e qui questo avviene in senso quasi letterale, i bambini verso un altrove (sia esso il mondo sotterraneo sulle tracce del coniglio di Alice, o capovolto come il tè da zio Albert in Mary Poppins e via andare) e offrire loro qualcosa di assolutamente straordinario. E qui arriva la quarta bellezza del libro: la foresta, così verde e così fitta, in cui tutti i kappa si muovono in una sorta di mimesi continua e dove, invece, i bambini sono puntolini colorati, nei loro impermeabili e stivali coloratissimi. 
Questa foresta ha tutte le caratteristiche del luogo magico, pur non avendo nulla di misterioso o inquietante: è piena di sorprese che sono luoghi di gioco e di piacere. Ed è proprio il piacere ha dare il carattere a tutta l'esperienza, coinvolgendo tutti i sensi: dal rumore della pioggia, al sapore della merenda: Quando si mangia all'aperto è tutto più buono, vero? alla bellezza del luogo che cattura lo sguardo. Quest'ultimo, continuamente sollecitato a muoversi alla ricerca del dettaglio in un mare di verdi diversi. 


La sensazione che avvolge l'intera storia ha molto a che fare con il piacere: il primo è quello interno, ossia quello che provano i piccoli protagonisti condotti dai loro rispettivi signori Kappa. 
Ma esiste anche un piacere esterno alla narrazione, un piacere che è contemporaneamente una esperienza estetica ed emotiva. Che è quello che prova il lettore nel leggere le parole e nel bearsi nelle figure. 
E questa è la quinta meraviglia che accade. Un piacere che passa per una innegabile naturalezza dell'azione, e nel contempo per una grande attenzione nel creare un contesto che sia il più confortevole possibile per i lettori. 


Ma... con un continuo spostamento graduale verso qualcosa di diverso. 
Davanti a un bel quadro è esattamente questo che dovrebbe accadere: qualcosa cambia in noi. 
In sostanza, nel libro accade questo, a mio modo di vedere: si alternano a rapidi spostamenti di condizione che hanno il compito di 'destabilizzare' - la mamma che esce, camminare sotto la pioggia, l'arrivo nella foresta - altri momenti di assoluta tranquillità, le scarpe di mamma indossate per andare ad aprire, dettagli di una cucina familiare, la preparazione di un cibo prediletto, la bottega degli ombrelli, il parco giochi... 


Quindi si vive un'esperienza che ci porta verso un altrove, un'altra parte, e lo fa a piccoli passi, tenendoci per mano, senza grandi strappi o traumi. 
Non dovrebbe essere questo l'obiettivo di un buon libro per bambini? Partire per un luogo sconosciuto, visitarlo e, se possibile, tornare indietro in sicurezza, ma un po' diversi. 
E qui accade. 

Carla



venerdì 3 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TANTA ROBA [parte seconda e ultima] 

Il teschio, Jon Klassen (trad. Greta Poli) 
Zoolibri 2023 
 
ILLUSTRATI 
 
"Entrarono nella serra. 
'Oh mi piace questa stanza' disse Otilla. 
'Questa è la mia stanza preferita' disse il teschio. 
'Puoi mangiare le pere?', chiese Otilla. 'Posso mangiare quelle che cadono per terra, ma non riesco a raggiungere quelle buone sui rami', disse il teschio. 
'Te ne prenderò una', disse Otilla porgendogli una pera a cui lui diede un morso. 
Il boccone gli passò tra i denti e cadde sul pavimento. 
 'Ah, deliziosa', disse il teschio. 
'Grazie'." 

Uno spunto che Klassen non si lascia sfuggire nella fiaba tirolese riscritta dalla Manning-Sanders è un sottilissima punta di ironia, quando il teschio chiede all'orfanella alla porta del suo castello di prenderlo con le mani perché le scale in salita non le può proprio fare. 
Ecco la prima bolla: Klassen ne approfitta e comincia a espandere il gioco di entrare e uscire dalla finzione alla realtà, dalla magia di una fiaba all'esperienza quotidiana. Il teschio, nella sua testa (!), è l'anello di congiunzione perfetto tra due mondi dalle regole ben diverse. E così parte il Klassen che conosciamo: gioca, là dove si può giocare, prende i pensieri dei suoi lettori e li sposta un po' di qui e un po' di là. 
Questo modo di raccontare fa di lui un 'onesto bugiardo' , così come lo sono tutti i più grandi artisti, letterati compresi. In questo senso risulta nodale ciò che disse Mac Barnett in una memorabile (almeno per me e per chi mi frequenta) TED Talk a proposito della definizione di arte, citando tra i tanti anche Picasso. Ma se Barnett, peraltro grande amico di Klassen, spiega con un diagramma di Venn che tra la realtà e la finzione esiste una zona condivisa che è la creazione artistica e quindi decide nei suoi libri di far irrompere la finzione nella realtà, Klassen qui fa l'esatto inverso. Nella fiaba inserisce la vera verità: se nella fiaba un teschio addenta una pera, nella realtà perderà inevitabilmente la polpa dalla mascella... e lo stesso accadrà con il tè (al contrario del teschio tirolese che il pancake se lo sbafa senza fare briciole). 


E ancora: il teschio klasseniano invecchia e ne è consapevole, il teschio klasseniano dorme stando con le orbite spalancate, il teschio klasseniano ha moti assolutamente umani: adora ballare e balla. Il teschio Klasseniano colleziona maschere tirolesi. Il teschio klasseniano dice bugie per galanteria ed è pronto a cambiare idea per far piacere a un'amica... 
Ecco qui entra in gioco l'altra grande differenza con la fiaba di partenza. 
E per questo va considerata la seconda bolla di invenzione di Klassen. 
La complessità delle relazioni interpersonali. Tutti ma proprio tutti i libri di cui è autore unico ruotano inevitabilmente intorno a i rapporti che tengono assieme le persone tra loro. Una varia gamma di legami interpersonali che ognuno di noi - dai bambini fino agli adulti - può facilmente riconoscere. Non c'è suo libro in cui - con ironia ma anche con grande onestà - non vengano fuori le fragilità o le nostre buone pratiche di comportamento. La cura, il rispetto, l'invidia, la vendetta, la gelosia, la menzogna: pesci ladri, granchi spia, lepri bugiarde, tartarughe redente e tartarughe in cerca di affetto, armadilli pazienti e accoglienti. 
E qui? Un teschio ospitale e rispettoso e una ragazzina coraggiosa, generosa e misteriosa si fanno compagnia e condividono un pezzo di strada assieme. Lo spessore umano di entrambi i personaggi esce dunque dalla dimensione della fiaba e irrompe in quella che è la sfera emotiva. 
Entrambi sono pieni di attenzioni reciproche: dal rincalzarsi le coperte, all'avvertimento del parapetto basso. Fino all'apoteosi del dialogo per invitarsi reciprocamente al ballo. In maschera. 


Ovviamente, e questa è la quarta bolla di invenzione, essendo Klassen a concepire la storia, nessuna sbavatura è concessa: solo dialoghi serrati, da cui tutto questo si evince. Come vorrebbe la norma: tutto accade e nulla è "raccontato". Una lezione di cinema d'animazione che Klassen non ha mai dimenticato. E a proposito di cinema, l'altra grande bolla di invenzione, la quinta, che si espande nella sua testa è il filo horror che la attraversa. Anche in questo ambito Klassen applica la regola aurea del far vedere o anche del far sentire. 
Nella fiaba tirolese è lo scheletro il personaggio che di più segue una vena horror nel suo precipitare dal camino osso per osso per poi ricomporsi e girovagare per la cucina in cerca della parte mancante, il teschio. Ed è ancora lo scheletro a essere coprotagonista nell'immagine di Robin Jacques. Ma più che horror tutto questo ha del comico. 
Klassen, invece, ci va giù piatto, sonorizzando molti aspetti narrativi. A partire dall'invocazione del nome Otilllaaaaaaa che echeggia più volte nella foresta, fino al silenzio che esce dal pozzo senza fondo con il torsolo di pera e con la cenere delle ossa che ci precipitano dentro. 
Ecco il pozzo senza fondo. Nella bella casa del teschio, tra luminose serre e sale da ballo a vetrate, c'è una zona d'ombra, o per meglio dire, buia: una prigione con un pozzo senza fondo. 
Questo oggetto, icona del mistero e dell'inquietudine, compare due volte: la prima è solo per attestarne la presenza, mentre dopo viene utilizzato per far sparire nel nulla e per sempre la cenere delle ossa cremate dello scheletro che perseguita il teschio. 
Il fatto che sia Otilla, con tutta calma e preciso metodo, a celebrare il macabro rito la rende ancora più magnifica di sempre: ne sottolinea da un lato la luminosità per la sua generosità e coraggio nei confronti del teschio, e dall'altro ne mette in evidenza il lato scurissimo del suo essere. Lato scurissimo che mai scompare, in quel suo voler mantenere un alone di mistero intorno a sé. 
Da dove arriva? Da cosa scappa? 


E a proposito di scuro e chiaro, di luce e ombra (e di tagli prospettici dall'alto) non si può non notare quanta sapienza ci sia nelle immagini: Klassen, per chi lo segue da sempre, ha fatto molta strada in questo senso. Con la sua consueta palette di colori, lui con la luce ci gioca già da parecchio, ma il livello raggiunto qui è davvero altissimo. Meriterebbe una terza puntata, ma vi risparmio. 
La tavola con la scala a chiocciola, ma soprattutto le due di teschio e bambina a letto dalla notte al mattino successivo sono illuminanti (!!). 
Sono piuttosto sicura che con il suo amico e collega nonché conterraneo, maestro indiscusso della luce, il canadese Sydney Smith, delle cose in proposito se le siano dette. Le lame di luce che entrano dai finestroni... Si sono guardati reciprocamente. 
E ancora, entrambi conoscono benissimo e amano il Canada, essendo canadesi: la neve e le tempeste di neve e quella luce radente che attraversa la nebbiolina che fanno i fiocchi fitti che cadono. Klassen dichiara che i boschi tirolesi lui li ha disegnati come quelli intorno a Niagara. Più consueti, per lui. 


Gran finale, in leggerezza: il suo racconto, con una punta di civetteria, sulla camicia da notte con i fiorellini. Lei sta lì unicamente, così dice, a coprire parte del viso di Otilla, perché lui non sa disegnare le bocche che sorridono... 
Ma rendere espressivo persino un teschio, beh, questo lo sa fare. 

Carla 

Noterella al margine: Klassen è diventato famoso nel mondo per come ha saputo giocare con lo sguardo dei suoi personaggi. Questi ultimi, di solito raffigurati come forme poco più che abbozzate, seppure sempre di grande efficacia, hanno tutti un grande impatto sui lettori per il loro sguardo 'parlante'. Come lui ci lavori, l'ho già detto, ma anche in questo ultimo libro Il teschio la sua enorme capacità nel produrre impercettibili sfumature negli ovali bianchi e nelle pupille nere che li abitano, atterrisce. 


E con queste sottigliezze la gamma espressiva chiama dentro e diventa indimenticabile. 

[Fine]

lunedì 27 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NERO FUMO 

Aspettando l'alba, Fabiola Anchorena (trad. Marta Rota Núñez) 
Kalandraka 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

 "E da molto che non vediamo l'alba. 
 Nemmeno la luna tra le stelle, né la pioggia lenta che scende. 
Sembra che il sole se ne sia andato via. 
Sarà stata la fatica di sorgere ogni mattina?" 

Il cielo nella foresta è nero pece e un gruppo di animali, guidati da un giaguaro femmina si incamminano tra gli alberi in cerca della luce del sole. 
Lentamente sentono il calore, forse finalmente è il sole. Ma no, quel bagliore che si fa sempre più forte che li investe è il fuoco. Il fuoco di un grande incendio che sta devastando e riducendo in cenere la foresta. Non è calore che scalda, è calore che brucia. Scappano gli animali. Solo l'armadillo è rimasto un po' indietro. 
Lontano dal bagliore del fuoco, si mettono in salvo e solo allora sentono scendere sui loro mantelli le gocce della pioggia, che per tutti significa pace. Le fiamme si sono spente e lenta torna la luce del sole e con essa i colori. 
Sugli animali il fuoco ha lasciato un segno e loro non sono più gli stessi, ma la foresta lentamente rifiorirà e i colori, anche loro stanno tornando. Facciamo qualcosa perché restino. 

Al suo primo albo 'in solitario' , Fabiola Anchorena, giovane illustratrice peruviana, vince il Premio Compostela 2022. Obiettivo raggiunto. E' lei stessa a raccontare, in una bella intervista, che quando andava al liceo dichiarò a sua madre che entro il suo quarantesimo compleanno avrebbe pubblicato un libro. Ed eccolo qui, pubblicato, premiato e tradotto in 6 lingue diverse, una l'italiano. 


L'idea originaria nasce da un necessario bisogno di risarcimento, di saldo di un debito interiore, che lei ha avvertito forte e chiaro dentro di sé quando nel 2019 un devastante incendio ha distrutto parte della foresta amazzonica sul versante brasiliano, peruviano e boliviano. 
Esattamente un anno prima lei stessa aveva fatto un viaggio in quella parte del mondo in cerca di una sua perduta pace interiore e ora quegli stessi posti che le avevano ridato un po' di tranquillità erano finiti in fumo e gli animali che in quella foresta vivevano avevano fatto una fine ancora peggiore. 
Se l'idea originale c'era, tuttavia le mancava ancora una storia per poterlo raccontare. 
La storia è arrivata quando le capitò in mano un articolo in cui si raccontava che il fumo, la caligine dell'incendio in Amazzonia aveva addirittura oscurato il cielo della città di San Paolo. 
Quel cielo plumbeo è diventato il grande nero che gli animali attraversano nella loro corsa verso la salvezza. 
Una copertina nera non passa mai inosservata. E se poi quel nero dilaga anche all'interno del libro la cosa si fa anche più interessante. 
Tre sono le fasi che la storia attraversa e per ciascuna di esse Fabiola Anchorena decide di usare una dominante di colore. 
Il nero plumbeo che avvolge la loro fuga, il rosso del fuoco e infine il verde, ma soprattutto la luce che l'acqua rigeneratrice porta con sé. 
Ognuna di queste dominanti ha un suo preciso riscontro emotivo. Il nero, nonostante la bellezza dei giochi di ombre che riesce a creare con gli animali che si intravedono, con le silhouette degli alberi, porta con sé un senso di incombente pericolo e paura diffusa in quegli animali che lo percorrono di corsa. 


Del rosso arancio si comincia a percepire traccia nei tronchi, ma soprattutto nelle scintille che lei magnificamente ottiene picchiettando su un fondo scuro gocce di cloro che producono questo meraviglioso effetto. Lo stesso effetto che si ha su un tessuto che si macchia con gli schizzi di candeggina. Tutto poi rilavorato e perfezionato con il digitale. 
E anche quella pagina in cui gli animali ci guardano, o meglio capiscono che quel bagliore è dato dal fuoco e non dal sole è un piccolo capolavoro che lavora a livello sensoriale, nel senso che si percepisce con gli occhi la caligine, il caldo soffocante, la mancanza di ossigeno, cui le parole alludono.


Terzo momento importante è segnato dall'arrivo della pioggia. Anche in questo caso il passaggio è molto delicato, ma lei lo risolve utilizzando lo stesso sistema usato per ottenere le scintille del fuoco, ma è nel cambio di prospettiva visuale che tutto si accende: quel giaguaro visto dall'alto è una magnifica soluzione per creare l'effetto di refrigerio. 
Il tutto si stempera poi nelle pagine successive. Del rosso e dell'arancio restano tracce nell'angolo inferiore sinistro della pagina. Tuttavia non scompare, ma anzi si schiarisce, ossia si illumina e permea la pelliccia del giaguaro e punteggia qua e là, i fiori degli alberi e poi sempre più acceso, le piume dei pappagalli.
 

Bella idea mettere sotto gli occhi di un bambino un libro del genere. 

Carla

lunedì 1 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E FUORI INTANTO NEVICA

Pikkeli Mimù
, Anne Brouillard (trad. Manon Le Bourg) 
Babalibri 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Pikkeli Mimù abita in una casetta in mezzo alla Grande Foresta. 
'Andrò a fargli visita' decide Killiok. 'Se parto presto, arriverò nel tardo pomeriggio. Camminerò sul lago ghiacciato, così farò più in fretta. Poi però la situazione si complica. 
Non devo perdermi nella foresta. La notte cala velocemente. Forse dovrei chiedere a Veronica di accompagnarmi.' 
'Ma ora devo occuparmi della torta e trovare un regalo per Pikkeli Mimù. E poi nevica ancora. Me la caverò da solo.'" 

La prima neve dell'inverno è arrivata. 
Ed è per questo che Killiok ha guardato il calendario, accorgendosi così che il giorno dopo è il compleanno del suo amico Pikkeli Mimù. 
I preparativi occupano l'intera serata, mentre fuori nevica. E il mattino dopo, ancora prima dell'alba Killiok si mette in cammino tirandosi dietro il suo slittino dove ha messo il bagaglio: la torta, il regalo, un sacco a pelo e un po' di provviste per il viaggio. 
Il tragitto è lungo: deve attraversare la foresta ed è titubante e prudente perché non vuole perdersi. Quando sorge il sole tutto sembra più facile, ma se si guarda intorno tutto gli sembra uguale... 
E in inverno le giornate sono corte, ma fortunatamente al calar del sole è la luna a rischiarargli un po' il sentiero e le tracce di sci e l'odore di legna bruciata lo rassicurano. 
Una casetta nel mezzo della foresta, una finestra illuminata, due figure conosciute all'interno: buon compleanno Pikkeli Mimù! 

Piano piano i libri di Anne Brouillard arrivano anche qui. 
Questo è il quinto che viene pubblicato in Italia. 
Senza grande clamore le sue storie prendono posto sugli scaffali delle librerie (nelle case, nelle biblioteche) e aspettano solo che qualcuno le racconti. 
Per farlo occorre un tono di voce pacato, una situazione di lettura tranquilla, intima. Magari un divano o qualche cuscino sparso e un tappeto a disposizione: un bambino o un pugnetto di bambini e un grande vicino con il libro aperto davanti. 
L'atmosfera dei libri di Brouillard questo richiede. 
Quella quiete che abita le sue storie deve potersi espandere e avvolgere tutto quello che respira intorno. Altrimenti della storia si perde il meglio, ovvero quel senso di tepore che fin dalla prima tavola è lì a invitare il lettore ad accomodarsi all'interno. 


Dentro la piccola cucina di Killiok, mentre lui è intento a preparare una torta, fuori con un cielo stellato e una distesa di neve che scricchiola, tra le betulle a fare merenda e infine nel tepore dato dalla stufa e dagli amici finalmente trovati nella casina isolata. 
Il lettore deve sentirsi proprio come si sente Pikkeli Mimù, ormai tornato solo, seduto placido tra le pareti di casa sua, con un nuovo legno che arde nel camino, un libro nuovo da leggere e una coperta calda che gli cinge le spalle, entrambi regali di compleanno. 
Ancora una volta i temi cari a Brouillard si riconfermano.


La natura come luogo ideale per ambientare le sue piccole e delicatissime storie. Un ambiente autentico che va esplorato con attenzione e con la dovuta e rispettosa cautela. Solo così ci si potrà sentire armoniosamente particella di qualcosa di immensamente più grande. 
La comunità di piccoli animali e bambini che la abitano lo sanno e per questo con l'ambiente che li circonda vivono in perfetta armonia. 
Ma l'armonia è diffusa anche tra loro. 


Si conoscono, sono amici affettuosi, si aiutano a vicenda, condividono il piacere di stare insieme e nello stesso tempo sanno rispettare i reciproci bisogni di solitudine e di silenzio. 
Ognuno di loro si è costruito un proprio 'nido', casetta o tana che sia, l'importante è che sia confortevole, accogliente e a propria misura. 
E con ciò si arriva al terzo grande elemento essenziale e imprescindibile per Brouillard. 
La casa di Killiok, che è il punto di partenza di questa storia, la casa di Pikkeli Mimù che invece è il punto di arrivo, sono entrambe lì a fare da guscio morbido e accogliente. 
E non solo per i due abitanti. 


Dalle loro finestre, o al loro interno, sono in grado di emanare calore e diffondere luce, hanno addirittura un odore da offrire al lettore: un aroma di torta appena sfornata (che si può riprodurre ogni volta che se ne ha voglia perché c'è la ricetta) e un odore di legna che arde. 
E fuori intanto nevica. E nevica. E nevica. 
Magnifico. 

Carla