mercoledì 19 febbraio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

SPAZIO AL SILENZIO 

Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. 


“Ascoltami quando sto zitto” lo dichiara apertamente: le parole non riescono a dire tutto. Dicono le cose, le mettono ciascuna in un posto dove possono restare più o meno in ordine, ma c’è tanto altro che dentro alle parole non ci sta, e quello che non ci sta rischia di rimanere nascosto o di andare perduto.


Disegnato in bianco e nero con tratti fittissimi e sottili, l’orso ragiona sulla sua esperienza del mondo e lo fa con un testo scarno e poetico sottolineato dalla maestria grafica di Orecchio Acerbo che, nel rigoroso bianco e nero dell’albo, introduce solo un color oro, a cadenzare la lettura, come a introdurre delle pause, come una punteggiatura aggiuntiva che illumina le parole quasi sempre poste al centro esatto di pagine completamente bianche, o totalmente nere. 
L’essenziale. 
Il discorso parte con un monologo riflessivo sul potere e sul limite delle parole lasciando chi legge in una posizione esterna e compiaciuta di tanta poetica consapevolezza ma all’improvviso, nelle ultimissime pagine, si viene richiamati con forza, con un imperativo/esortativo: ascoltami quando sto zitto. 


Il percorso delle immagini ci fa conoscere l’orso narrante inizialmente in relazione con ciò che è fuori da lui: la natura, le cose e noi, che in queste pagine possiamo guardarlo negli occhi. Le illustrazioni successive ci porteranno sulla soglia di luoghi interiori insondabili, chiusi allo sguardo di chi legge (già in copertina il volto dell’orso è esposto ma completamente chiuso) per poi spalancarci gli spazi aperti del silenzio: lo spazio (di intere doppie pagine) occupato dai sogni, dai suoni, dalla luce e molte cose ancora. Un libro con una grande potenza evocativa dove il silenzio (ciò che eccede la parola) apre spazi infiniti, misteriosi, necessari. 


Diverso il silenzio de “La visita” che, coloratissimo e dialogato, racconta un silenzio quasi visibile. 
Qui il silenzio è qualcuno, anzi no: Io non sono nessuno - dirà entrando nella tana di una piccola volpe – Sono semplicemente il Silenzio. 


In questo albo - vincitore nel 2023 del “XVI Premio Internazionale Compostela per albi illustrati” - il silenzio è una presenza, un dialogo, uno spazio: una tana sotterranea che, col procedere del racconto, prenderà la scena della doppia pagina fino a occuparla tutta. 


E anche a superarne il limite, se si tratta di danzarci dentro poiché in silenzio, guarda un po’, si può danzare”! La piccola volpe ha conosciuto uno spazio interiore ampio e gioioso che si fa vivo quando intorno tutto tace. Un racconto certamente rivolto ai più piccoli, molto esplicito ma non banale, per apprezzare un’esperienza che non è fatta di parole, per darle spazio. 
 

“Solo con sé stesso” cambia completamente registro. 
Scritto e disegnato da Geoffrey Hayes nel 1976 ci racconta di un orsetto (un peluche vestito con maglietta e salopette) che, prima ancora che la storia abbia inizio, ci viene incontro uscendo da una porta disegnata nel bianco più totale, quasi a dire, dovunque tu sia, esci, andiamo nel viottolo segreto. 


Il racconto è composto da 23 tavole tutte identicamente quadrate (o quasi: base e altezza differiscono di pochi millimetri). Disegnate a matita grigia e verde pastello, sono collocate nel pieno di pagine bianche tanto da dare l’impressione di sfogliare una raccolta di istantanee, una collezione di momenti, di pensieri, di ricordi. 
C’è un gran silenzio in queste pagine: il peluche non parla ed è sempre solo. Chi legge segue una voce fuori campo che descrivere le singole scene con pochissime parole e il silenzio di ogni singola tavola esplode in scene di spazi aperti, ricchi di natura, di gioco, di contemplazione, di immaginazione.


E pure quando cala la sera, nel chiuso di una stanza, ben piantato nel suo, proprio il suo, letto, anche allora, con il sogno la scena si riapre su un paesaggio, che orsetto attraversa seguendo un ampio sentiero che va verso chissà dove. In "Solo con sé stesso" orsetto sperimenta spazi interiori che sono intimi e allo stesso tempo aperti a orizzonti vasti. 
Il silenzio è uno spazio ampio da percorrere in lungo e in largo.
 

Per "Killiok" bisogna innanzi tutto ringraziare Babalibri e Orecchio Acerbo per aver pubblicato i primi titoli italiani di Anne Brouillard.
Detto questo, si può affermare che di silenzio Anne Brouillard ne sa eccome. 
Sono silenzi brulicanti quelli delle sue storie, silenzi pieni di voci della natura, di pensieri e progetti tra sé e sé, di incontri tra amici e di passeggiate nel bosco o intorno al lago, o in treno tra una stazione e l’altra. 
I silenzi delle storie della Brouillard sono piuttosto posture: il modo in cui i personaggi si muovono nel mondo. In questa storia Killiok è solo, ci vorrà qualche giorno ancora prima che torni a casa l’amico Rubin Zuzù (che non apparirà mai nella storia), giusto il tempo per chiacchierare con inaspettati animaletti del prato o per inseguire un piccolo progetto, pensarci un po’ su, parlarne con Gatto Mistero che è passato a trovarlo. 
È un silenzio sempre dialogato: che siano dialoghi interiori, o con i suoni e gli abitanti della natura, o con qualcuno. In "Killiok", per esempio, possiamo godere di un bellissimo silenzio tra una chiacchiera e l’altra con Gatto Mistero. 


Lo spazio della relazione tra i due è disegnato in questa tavola (soprattutto quella di destra) dove Killiok e Gatto Mistero sono in primissimo piano, privati di qualunque contesto, sono intenti a scambiarsi pareri seduti su una banchina scontornata tra le righe del testo. A un certo punto, entrambi restano in silenzio e basterà girare la pagina per stupirsi dello spazio meraviglioso e luminoso che il silenzio apre ai nostri due amici (e felicemente anche a noi): Killiok e Gatto Mistero non si sono spostati di una virgola, sono sempre seduti sulla stessa banchina, solo che ora sono al centro di un paesaggio di rara bellezza (e felicemente anche noi). La tavola è muta: silenzio. 


Dunque il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età. 

Patrizia

“Ascoltami quando sto zitto”, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 


lunedì 17 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTO QUI!

Il piede di Freki, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Quando Freki è andato a letto, quella sera, aveva le scarpe ai piedi. 
Erano nuovissime. Molto veloci, ma anche belle.Proprio quelle che desiderava. 
Di notte, Freki ha sognato di correre e riuscire a scappare da Ove, il cane del vicino. 
La mattina dopo Freki scopre che una delle scarpe è scomparsa. 
A guardare meglio, vede che è svanito anche il piede." 

La ricerca della scarpa comincia subito, ancora con il pigiama addosso, nel bidone, sotto il letto, nell'armadietto del bagno o dietro il water. 
In verità una sua logica questa fuga ce l'ha: la scarpa, annoiata da un'intera notte sotto le coperte, ha deciso di fuggire. Certo, ragiona tra sé Freki, non deve essersi ricordata che con lei, ossia dentro di lei, c'era anche il piede...
 

Il problema viene posto anche alla madre, nella consueta sequenza: scarpa fuggita, con piede dentro. Lei, che è in cucina a dar la pappa al fratellino di Freki, non pare scomporsi più del necessario. Tuttavia, mentre finisce di asciugarsi i capelli, dà al suo figlio maggiore due cose importanti: la merenda e il consiglio di guardarsi dal cane Ove. 
Comincia così la passeggiata claudicante di Freki attraverso la città in cerca della sua scarpa e, incidentalmente, del suo piede sinistro. Attacca i cartelli che ha preparato e fa incontri illuminanti. Ma della scarpa ancora nessuna traccia. Che sia stato l'accalappiascarpe a trovarla per primo? Ma esiste poi? Oppure potrebbe essere caduta in acqua o finita all'amo di quel pescatore. Ma no. 
Neanche lungo il sentiero che attraversa il bosco c'è la sua scarpa fuggita. Men che meno il piede. In compenso c'è una ragazzina con il berretto rosso che lo rassicura che l'accalappiascarpe è tutta un'invenzione dei grandi... 
Palestra, calzolaio, sotto le auto parcheggiate: niente da fare scarpa e piede sembrano essersi volatilizzati... 

Ancora e ancora e ancora Pija Lindenbaum! Non ce n'è mai abbastanza
La cosa che succede qui non è poi molto dissimile da quello che avevamo visto succedere in Else-Marie e i suoi sette papà. In un contesto di assoluta normalità, nella vita quotidiana di un bambino o di una bambina si incista qualcosa di assolutamente distante dalla realtà e quindi totalmente assurdo. 
Lì c'erano sette papà alti come un birillo, che in squadra si comportavano come veri e propri padri, qui invece ci sono una scarpa con relativo piede calzante che spariscono dalla circolazione. Dopo essersi staccati dalla caviglia di un ragazzino, entusiasta delle sue scarpe nuove. Qui come lì, allora come oggi, si fa buon viso a cattivo gioco e il guaio magicamente si dissolve nel nulla. 


Là la piccola Else-Marie in trepidazione per i possibili commenti dei suoi compagni di classe che hanno un solo papà a grandezza naturale, nel vedere lei circondata da ben sette papà ma bonsai, decide di dormirci sopra. 
Qui Frike, visto che della scarpa e del piede non se ne vede neanche l'ombra, decide che forse il tempo possa essere impiegato meglio che inseguire qualcosa o qualcuno che non vuole farsi trovare e prendere... 
Meglio andare al bosco e giocare a legnetti con la bambina dal berretto rosso! 
Beh, i bambini sono economici. Me lo diceva sempre il pediatra di mia figlia ogni volta che mettevo sul fuoco un'ansia diversa e lui provava a rassicurarmi sul fatto che i bambini sanno molto bene trovare in autonomia la loro strada. Che di solito è la più dritta, quindi la più economica, in termini di sforzo. 
Le cose belle che accadono in questo libro, a parte il colpo di genio di averla concepita, una storia del genere: così tanto assurda quanto autentica nei suoi risvolti umani, sono nelle pieghe, ma non solo. 
Provo a metterne una decina in elenco, così come entrano in scena, poi ognuno giudicherà per sé. 
La prima: la passione universale che tutti i bambini del pianeta dimostrano nei confronti delle scarpe. Possibilmente nuove.
La seconda: la stanza buia di Frike, vista dall'alto. 


Quel gran nero attraversato dai profili di mobilio e suppellettili fatti a matita azzurra. 
La terza: l'ordine di priorità dei fatti. Mi manca una scarpa, ah mi manca anche il piede che c'era dentro. Non fa una grinza, soprattutto se è vera la prima delle cose belle. 
La quarta: tale ordine è lo stesso che applica la madre di Frike. 
La quinta: la scena di vita casalinga, in cui si vede una signora lievemente 'sformata' dalla vita che tenta invano di far mangiare un piccoletto che esprime tutto il suo disgusto di fronte al pappone che ha nel piatto davanti. Un piccolo capolavoro, quell'asciugamano sulle spalle per non inzupparsi la vestaglia, a doccia fatta. Asciugamano che poi diventa protagonista assoluto nella tavola successiva.


La sesta: l'incontro con un signore con gli stivali con gli speroni e un cordino di cuoio al collo e un orologio da polso al polso e il carrello della spesa: peccato sia un tasso. Un gentiluomo, tasso cow-boy? 
La settima: il piccolo Freki nel grande bosco. 
L'ottava: l'argomentazione inoppugnabile della poliziotta in partenza per le ferie: te la devi cavare da solo! 
La nona: come risolvere, senza dannarsi, il problema di piede e scarpa mancanti. 
Tutto qui? Tutto qui!

Carla

venerdì 14 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI DI FAMIGLIA

Storie di paura
, Edward Marshall, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni)  

"'Andiamo giù in riva al lago” propose Lolly. 
'Lì si sta tranquilli e si può fare i compiti in santa pace.'
'Ottima idea!' approvò Spider. 'Troviamoci al lago alle sei in punto' disse Sam. 
'Se le nostre mamme ci danno il permesso.' 
Alle sei in punto al lago c’erano solo Lolly e Sam. 
'Forse la mamma di Spider non l’ha lasciato venire' disse Lolly. 
'Ecco che arriva' annunciò Sam. 
'Oh-oh' fece Lolly." 


Sono di nuovo loro. Più uno. 
Lolly, Sam e Spider, ai quali si è aggiunto il fratello minore di quest'ultimo, Willie. In quanto fratello piccolo non ha compiti da fare, al contrario degli altri tre. In quanto fratello piccolo è molesto, per contratto. Infatti è lì appeso all'albero sotto cui i tre stanno cercando di studiare la lezione. 
Sam prega Spider di tenere a bada suo fratello. Come se fosse possibile... 
Infatti è per questo che i tre decidono un secondo appuntamento per poter finire quei compiti: vedersi al tramonto in riva al lago, un posto appartato. 
Ammesso che le madri diano loro il permesso. E' storia nota che le mamme americane i permessi li danno più facilmente di quelle nostrane, così i tre si vedono al lago, ma... Willie è ancora lì. Spider non è riuscito a seminarlo e ora deve anche dare retta alle sue molteplici e petulanti richieste. 
Lolly, la ragazzina sveglia, escogita un piano: mentre scende la sera e il cielo si fa scuro, in riva al lago deserto, vicino al fuoco, circondati dal brusio del bosco che li circonda, sarà bello raccontarsi storie di paura e ancora più bello sarà vedere fuggire a gambe levate verso casa il piccolo e molesto Willie... 
Forse. 

Questa è la storia cornice che contiene i tre più uno racconti di paura. Uno di Lolly, uno di Sam, uno di Spider e uno di Willie che a casa a gambe levate non ci è mai tornato. 
Lo schema, salvo l'entrata in scena di un quarto personaggio, è identico a quello visto per Storie da spiaggia, in originale Three by the sea, che fa pure rima. 
Lì come qui sono tra loro concatenate, ovvero dove finisce una si ricollega la successiva. Più o meno. 


Qui, in Four on the shore, che rifa di nuovo rima ed è di poco successivo, le due cose che lievemente cambiano sono le relazioni interpersonali che un po' si complicano con l'arrivo del quarto, e il fatto che le surreali storie nonsense di un gatto e di un topo qui lasciano il posto a un più classico repertorio di storie del terrore: con lupi, streghe, fantasmi, punteggiato qui e lì dalle arguzie di Marshall: la prima delle quali è un piccolo siparietto tra moglie e marito in casa dei Lupi.


A parte la grazia dei disegni, in primo luogo lo scenario del lago che, con il passare delle ore, si scurisce sempre più fino a diventare notte, a parte le espressioni dei quattro ragazzini, uno dei quali sempre sorridente, mentre gli altri tre -solidali- sempre più perplessi e corrucciati o sardonici, a parte i loro gesti e le loro posture intorno al fuoco...


A parte tutto questo, la cosa che mi colpisce, in questa seconda uscita, sono proprio i personaggi che, se guardati in prospettiva, hanno inevitabilmente assunto un loro spessore maggiore rispetto a un anno addietro. 
Capita un po' la stessa cosa quando incontri una persona per la prima volta: certe cose non le noti. Ma già quando la rivedi in una seconda occasione, ti è più familiare. Per questa ragione, le serie - anche corte come questa che se non sbaglio ha solo tre titoli (aspettiamo il terzo!) - innescano nei loro lettori un gusto tutto particolare nel ritrovarsi e riconoscersi e volersi più bene. 
E se gli vuoi già bene, come a un amico, il libro e la sua lettura ti sarà più grata. 
E questa cosa quel geniaccio di Marshall e il suo compare Harry Allard la hanno sempre saputa, ragion per cui a loro si deve una galleria di personaggi che con un niente sono diventati di famiglia nelle case americane: Fox, George e Martha, o gli Stupids, oppure la già nota maestra Dolcini, alias Miss Nelson. 
In concreto, azzarderei qui alcune note in proposito. 
Cominciamo da Lolly, la bambina. Lei è quella sveglia del gruppo, quella che dà sempre la direzione. E anche qui non si smentisce. Lei è anche l'intellettuale del gruppo e anche la più sensibile al look, per cui sulla spiaggia era accessoriata il giusto e qui invece è perfettamente nel ruolo di una magnifica campeggiatrice hippie fuori tempo massimo (complice il falò sul lago?). 
Sam è il più convenzionale dei tre, un elegantone, un po' rigido e inappuntabile sempre, mentre Spider è quello più bonario nei confronti del mondo, e non a caso è lui ad avere un fratellino a carico. 
Ma le sue storie sono decisamente le più pulp. 


Ma, come si dice, buon sangue non mente... 
E questo è (di nuovo) tutto. 
Leggere per credere. 

 Carla

mercoledì 12 febbraio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA QUESTIONE DI ENERGIA 

Quando apriamo un libro è come se inserissimo una spina nella presa e, chiudendo il circuito elettrico, permettessimo all'energia scaturita in un’altra mente di raggiungerci per accendere in noi qualcosa che non avevamo pensato, far riverberare pensieri che mai saremmo riusciti a esprimere, creare connessioni e spazi che non sapevamo nemmeno di contenere. Ma da dove arriva quella energia, quanti chilometri ha percorso, quanti anni separano la sua generazione dalla nostra fruizione? E in che punto del silenzio tra il naso e la pagina questa energia fa scoccare la sua scintilla, qual è il momento in cui un messaggio predisposto dalla mano di un illustratore supera la carta per entrare in noi? 
Renato Moriconi ha mostrato nei suoi albi precedenti di avere la spiccata sensibilità di concretizzare sulla pagina il momento in cui tra un’immagine e l’altra si stabilisce quel senso di continuità prossimo alla fusione. Sfidando l’interruzione tecnica del voltar pagina, e mischiando a questo gesto l’elemento immaginativo del racconto, ci ha fatto sentire la vertiginosa rotazione di una giostra, ha mostrato la contagiosità di uno sbadiglio, estrapolato dal silenzio dei ritratti il sussurro segreto delle parole che passano di orecchio in orecchio con il gioco del telefono.


In occasione de L’opera liquida l’autore chiama in causa la fluidità e si appropria di alcuni elementi del mondo musicale per provare a mettere a fuoco proprio quel punto di contatto tra autore e fruitore, tra intenzione artistica e ascolto, e lo fa fin dalla copertina, dove, moltiplicato e gesticolante, un direttore d’orchestra appare impegnato a muovere le braccia per gestire qualcosa di invisibile. Il suggerimento che arriva dal titolo L’Opera liquida suggerisce che si parlerà di musica, ma a ben vedere, e come si conviene all’autore, si tratta di un parallelo che va ben oltre. 


Tutto ha inizio a bordo di una piscina vuota, quasi a voler suggerire una capienza, uno spazio pronto a contenere e a farsi da cornice per quei movimenti immaginifici provocati dal gesto del direttore. È in queste quattro pareti che viene disposto il gioco sottile di creazione e accoglienza per quello che verrà stimolato dal dialogo tra direttore e acqua.


L’innesco è nel corpo. Il direttore richiama a sé sulla punta della bacchetta tutta l’attenzione per condurci attraverso le qualità intrinseche del proprio gesto verso le metamorfosi e sinestesie che emergono e traboccano da bordo vasca: la tensione sottile dell’attesa al cospetto di una nuvola gravida, il rumore della pioggia, poi la compressa promessa dei rumorosi animali di una giungla fin troppo ordinata… 


Senza mollare mai completamente la tenuta, Moriconi gioca con equilibrio vertiginoso nello spazio sinestesico creato dalla interdipendenza di occhio, orecchio e tutti gli altri sensi, muovendosi liberamente nel campo libero della sovrapposizione millimetrica dei linguaggi. 
Egli conduce con gesto fermo e sensibile lo sguardo fino alla riesumazione del suono sepolto nella memoria: allora, sono subito tonfi sordi dei guantoni, stoppate di caviglie su palloni di cuoio, il tintinnio dei fioretti. 


Non solo di suono però si tratta: quanto è azzeccato infatti l’abbinamento tra lo squalo e la sinuosa inquietudine di certi silenzi? E come è facile sentire l’energia del direttore tramutarsi in inquietudine muscolare quando viene espressa per evocare un polpo, oppure il senso di potenza incombente compresso nell’onda, catturata proprio sul punto di scatenarsi fragorosa, un attimo prima di rompersi a bordo vasca… 


Serpeggia in ogni immagine e tra un immagine e l’altra il riverbero ineffabile dell’energia attraverso cui il suono si propaga. Allo stesso modo dell’onda sonora si muovono le similitudini: impiegano un tempo per svilupparsi, mostrarsi e finire. 
Ed è qui che Moriconi posiziona la sua bacchetta: sul culmine di una suggestione, un attimo prima che cada… 


…quando cade, allora si rompe la quarta parete di silenzio che separa il lettore da ciò che avviene sulla pagina: è in noi che deflagra l’onda, è in noi che brucia il fuoco, è dopo qualche secondo dall’osservazione che da qualche parte, dentro, ribollire in lontananza il vulcano, è in noi che si ristabilisce il silenzio e il senso di fine, quando il direttore fa scendere la bacchetta lungo la gamba per ristabilire la quiete. 


“Parlare di musica è come ballare di architettura” affermava, con provocatorio genio musicale, Frank Zappa, ma se da un lato questa frase sembra voler scoraggiare ogni tentativo di contaminazione di sguardi, a spostarsi leggermente la stessa affermazione pare essere un’indicazione per un sentiero da percorrere per libera associazione di idee, che conduce a territori in cui è possibile intravedere nel gesto minimo del direttore d’orchestra il tramutarsi di intenzione in energia, un flusso invisibile capace di travalicare spazio e tempo, e raggiungerci e continuare in noi. 
Perché quando si chiude un libro, il silenzio che accade è solo apparente. 


Giorgia

“L’opera liquida” Renato Moriconi, Gallucci 2023

lunedì 10 febbraio 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

STARE E (RE)STARE AL MONDO


Tutto quello che fa Cruschiform assume importanza ai miei occhi. 
Personalmente la cosa che trovo più affascinante nei suoi libri che conosco è, in primis, la sua capacità di catalogare, ossia di leggere e sistematizzare porzioni importanti del mondo, guardandone le caratteristiche. E restituendocele, dopo averle ragionate. 
E, in secondo luogo, mi piacciono proprio questi ragionamenti, ossia i criteri di catalogazione che utilizza, perché spesso non sono convenzionali. 
I cataloghi, lo avrò ripetuto mille molte, li trovo oggetti pieni di fascino. Mi piace sfogliarli e vedere come la realtà può declinarsi, ma soprattutto mi piace scoprire i criteri di visione che hanno guidato il catalogatore, nella scelta. 
Questo perché un catalogo non è un semplice elenco, ma una rielaborazione sistematica e selezionata di materiale omogeneo. E questo prevede necessariamente una scelta, una selezione. Infatti, la cosa che mi attira di un catalogo è il suo non essere mai esaustivo, mai completo, il suo essere per questo potenzialmente infinitamente implementabile (cfr. La vertigine della lista di Umberto Eco). 
Il catalogo di una mostra per esempio è l'esito finale di una scelta da parte dei curatori, che hanno scelto quell'opera d'arte e non un'altra per precisi motivi: cronologici, di stile, di argomento. Non ci sarà l'opera omnia di quell'artista. 
Il catalogo di una biblioteca contiene tutti i titoli presenti sugli scaffali di quel luogo, ma per ovvie ragioni essi sono la risultante di precise scelte da parte dei bibliotecari: questo libro sì, lo prendiamo e lo cataloghiamo, e questo libro no. Resta fuori dal catalogo.


Ecco, il pensiero che sta dietro queste scelte mi interessa. E il pensiero di Cruschiform che sta dietro i suoi cataloghi, mi interessa in modo particolare. 
Amo, a distanza di tanto tempo, Colorama come il primo giorno. 
Adesso c'è da amare un altro catalogo, un magnifico repertorio di semi. 
Si potrebbe ragionare sul perché colori e adesso semi. 
Beh, io me lo sono spiegata così: godono entrambi di immaginari immensi e tutti e due hanno molto a che fare con la vita. 
Ma torniamo ai criteri. 
Se si prova a capire quale sia quello che l'ha guidata nella scelta, direi che la parola Odissea sia imprescindibile. 
Difatti Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse... 
All'interno di queste ha fatto una ulteriore scelta: ad alcune dedica le due pagine iniziali di ogni macro gruppo. Per i sei-otto semi che sono tutti assieme in una unica pagina a destra, a sinistra - sotto la grande definizione del sistema di diffusione che le tiene assieme, compaiono numerate brevi boxini. 




Ad altre, che lei evidentemente giudica più interessanti, dedica una pagina intera, talvolta la doppia, e un titolo evocativo cui fanno seguito grossomodo sei righe che, pur non perdendo il sentiero della scienza botanica, danno di quel seme e del suo sistema una lettura piuttosto evocativa. In tal modo la magnolia diventa una cornucopia, la carota un nido al vento, il vischio un ingegnoso parassita, il fiordaliso il pane delle formiche e l'avocado è un bambino viziato. 


Credo che qui sia la chiave del successo di ogni buon divulgatore: quello di non perdere mai di vista il rigore e la verità nei confronti dell'oggetto di cui si parla, e nello stesso tempo quello di renderlo qualcos'altro, trasformarlo in qualcosa di evocativo, di metaforico, di simbolico. E quindi di comprensibile a molti, se non a tutti. 
E qui l'Odissea ci sta alla perfezione. 
In sostanza, e ancora una volta sotto metafora come fa anche Cruschiform, il divulgatore scienziato sa dove si trova il traguardo e conosce anche bene la via maestra che la scienza ha fatto per raggiungerlo, ma può decidere di prendere anche altri sentieri, deviazioni meno faticose e più consone, per portarci persone che di scienza non sanno. Bambini, in testa. 
In altre parole, deve incrociare tra loro i due linguaggi. 
Da qualche tempo mi capita di chiacchierare con un signore che di mestiere fa l'astrofisico e che ha deciso di fare con me un po' di strada, ogni tanto ci perdiamo ben inteso, ma la sua ricerca verso questi sentieri alternativi, uno di questi che lui predilige è la letteratura per ragazzi, mi pare divertente. 
Ecco, Cruschiform fa questo, ma per mestiere. 
E quindi qui ha trasformato in Odissea il viaggio dei semi. 
Una tassonomia simile a quella vista in Animali bellissimi! 
Quelli che viaggiano nell'aria, quelli che si fanno portare dal vento, quelli che vanno sul pelo dell'acqua, quelli che hanno bisogno del fuoco, quelli che senza le formiche sono spacciati, quelli che transitano nell'intestino degli uccelli (contenti loro...), quelli che si infilano nel pelo, quelli che hanno fatto della gravità la loro modalità, quelli che sono sparati lontano e infine quelli che siamo noi a portare qui e là... 
Ma siccome Cruschiform è Cruschiform qui la sua lettura non convenzionale si espande anche alle parti del libro: per intenderci, gli indici ragionati diventano Scorciatoie, e quello alfabetico si intitola Da una lettera all'altra. 
Da vedere sono tutte le scelte grafiche del libro - a partire dalla sovracoperta forata, alla font che utilizza, al color fiordaliso che si diffonde dai risguardi in poi. 
E naturalmente su tutto, il suo disegno di semoni e semini che, proporzionalmente hanno tutti il necessario spazio nella figura.
 

Leggermente stilizzati per tirarne fuori al meglio il loro carattere precipuo. Ma questa è storia nota. 
Libro necessario per crescere con menti avventurose, come quelle delle piante. 

Carla 

"L'odissea dei semi", Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

venerdì 7 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN'ARCHITETTURA LEGGERA

Ossa che Cantano. Immagini ispirate alle fiabe dei fratelli Grimm
Shaun Tan (trad. Omar Martini) 
Tunué 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA 

"I DUE VIANDANTI 
Le montagne e le vallate non si incontrano mai, mentre le persone lo fanno spesso, soprattutto quelle buone e quelle cattive. Così accadde che le strada di un calzolaio e di un sarto si incrociassero durante i loro viaggi. Il sarto era un uomo bello e piccolo, sempre allegro e di buon umore. Quando vide il calzolaio arrivare dall'altra direzione, capì dai suoi attrezzi quale fosse il suo mestiere e decise di cantare una breve filastrocca per prenderlo in giro. Però il calzolaio non sapeva stare agli scherzi e fece una faccia accigliata come se avesse appena bevuto dell'aceto. Di sicuro sembrava che volesse afferrare il piccolo sarto per la collottola." 

Per sapere come quei due andarono avanti insieme, dovete leggervi l'intera fiaba. Ma preparatevi, non sarà una passeggiata... 
Questo libro è fatto di settantacinque frammenti di settantacinque fiabe dei Grimm. Alcune molto conosciute, altre - come questa - molto meno. 
Per ciascuna di loro, Shaun Tan ha realizzato come "illustrazione" un vero e proprio piccolo set teatrale in cui una piccola scultura viene fotografata, con tanto di fondali e luci di scena.
 

Va precisato che l'immagine, ossia la fotografia della scultura, si riferisce solo alle poche righe prescelte in testi molto più lunghi e complessi, pieni di magie, trabocchetti, trasformazioni. Insomma quello che di solito è nelle fiabe. 
Il libro ha una genesi lontana. 
Nasce in Gran Bretagna con sole 50 fiabe riscritte da Philip Pullmann, in occasione del bicentenario della prima pubblicazioni delle Fiabe del focolare. Poi l'anno successivo in Germania, Aladin decide di comprare i diritti e viene chiesto a Shaun Tan di illustrarle tutte e cinquanta. E lui decide di costruire per ognuna di esse una scultura. 
Anna Patrucco Becchi le intercetta e ne scrive
Ma la cosa non si ferma all'edizione di Aladin. 


E per di più a Shaun Tan due vincoli stanno stretti in quel 2011, anno in cui realizza le sculture per il libro Grimms Märchen del 2013. Il fatto che il libro sia solo in lingua tedesca e che le sculture siano solo cinquanta. Quindi dal 2011 al 2013 ne realizza altre venticinque e decide per un'altra strategia narrativa, che gli corrisponde di più: non riscrive le fiabe prescelte, sa di non essere Gaiman o Pullmann, ma lavora per sottrazione, ossia inventa come al solito un'architettura leggera: ne tira fuori solo le parti che in qualche modo corrispondono alla sua illustrazione. O forse si potrebbe dire meglio: ne estrae solo quella parte, capace di rappresentare la fiaba per intero, e che per questo diventa per lui spunto ideale per creare l'immagine. 
Quel che ne nasce è un libro possibilmente ancora più interessante. 
Non solo perché le fiabe adesso sono settantacinque, e quindi anche le magnifiche sculture di corredo, ma perché in quel silenzio che si avvolge intorno alle due o tre frasi di ciascuna si nasconde un intero mondo da esplorare. 
La cosa che succede è che la fiaba non c'è, ma c'è la sua evocazione. 
E non a caso è lo stesso Shaun Tan che suggerisce ai suoi lettori di accettare la sfida e usare quelle poche parole come spunto di partenza per la creazione di un proprio racconto.
Un gioco non troppo dissimile da quello che fece Chris Van Allsburgh con Le cronache di Harris Burdick, altro libro - capolavoro, al pari di questo.
La magnanimità dell'editore australiano che lo ha pubblicato nel 2015 è stata quella di mettere in coda al libro settantacinque brevi sinossi che non superano mai le dieci righe. 
Inoltre Allen and Unwin concorda sulla scelta di prendere in squadra Neil Gaiman e Jack Zipes, nel frattempo diventati grandi amici di Shaun Tan. Loro costituiscono in questo libro le due sostruzioni imprescindibili quanto solide, che hanno permesso a Shaun Tan di avventurarsi in un terreno tutto sommato, inesplorato, e di poterlo fare con la sua consueta semplicità e profondità.


Non va sottovalutato il fatto che lui, da australiano, era obiettivamente un po' lontano dall'orbita europea dei Grimm. Cenerentola o Raperonzolo lui, all'epoca,  le ha conosciute solo attraverso le trasposizioni cinematografiche disneyane. 
Così è successo che Zipes si è preso l'incarico di fare luce sulla vicenda letteraria dei due fratelli e della loro raccolta - credo di non sbagliare dicendo che è il massimo esperto vivente dei Grimm; Gaiman invece - che è nello stesso tempo uno dei massimi scrittori viventi - si è assunto il compito di riflettere sul senso che la tradizione del racconto popolare o della fiaba abbia in una prospettiva antropologica. Nel mettere in fila una serie di incontrovertibili fatti, dà senso al grandissimo lavoro di Shaun Tan. Ne nota la capacità di essere nel contempo straniante e accogliente, di essere parsimonioso di parole e anche di forme. Un po' come succede nelle fiabe stesse: pochi tratti per definire i protagonisti. Di fatto sono i dettagli a dare spessore. 


Per essere chiari: Il sarto era un uomo bello e piccolo, sempre allegro e di buon umore [...] 
Però il calzolaio non sapeva stare agli scherzi e fece una faccia accigliata come se avesse appena bevuto dell'aceto. 
Ad evidenza realizza con una curva l'incedere e con un'altra curva le due opposte espressioni.
Ecco fatto!
Giustamente, a tal proposito, Gaiman nota il valore primordiale che hanno i testi delle fiabe e quindi sa perfettamente che ogni raffigurazione delle stesse porta con sé anche il suo limite.
Per questo, di Shaun Tan apprezza la capacità di togliere, riassumere, di sintetizzare in un gesto, in un dettaglio il senso ultimo del tutto. 
A tal proposito, suggerirei di guardare il lavoro fatto da Negrin quando ha illustrato le molte fiabe, da quelle siciliane a quelle danesi, per Donzelli. Delle poche prescelte, ha sempre tirato fuori una suggestione e non una descrizione di personaggi o fatti. Anche lui ha scelto la strada di evocare lo spirito dell'intera fiaba e non altro. 


Ma torniamo a Gaiman. Di queste singole immagini lo affascina la qualità tattile, nonostante la loro bidimensionalità. Il desiderio che lui esprime - e che tutti provano nello sfogliare il libro - è quello di poterle tenere in mano, toccare. 
Ed è forse questa il filo comune che tiene insieme queste magnifiche settantacinque perle. 
Due cose sono a mio parere importanti da sapere. 
La prima: Shaun Tan finalmente si riconnette con la sua infanzia appassionata per la scultura (molto più che per il disegno o la pittura...). Tornano a galla i suoi ricordi di bambino levigatore di pietre, con l'intento di riuscire a cogliere una figura all'interno di una forma già data, quella della pietra che ha in mano. 
Quasta condizione gli ha insegnato a lavorare sulla semplicità, sul profilo evocativo. 
La seconda cosa ha a che fare con la scultura precolombiana e con quella inuit, che nei suoi viaggi ha avuto modo di conoscere e apprezzare.
Il fatto che indubitabilmente le due tradizioni si assomiglino nonostante la distanza è per Shaun Tan motivo di riflessione: l'arte dei primordi condivide qualcosa con le fiabe, che sono quanto di più diffuso al mondo ci sia. In fondo l'arte primitiva e le fiabe sono espressione di un archetipo
Il loro essere straordinariamente semplici e allo stesso tempo molto evocative, ha fatto il resto, nel ragionamento di Tan. 
E il risultato è questo libro pazzesco. 

Carla 

Noterella al margine. Va da sé che Shaun Tan nel 2015 ha messo in mostra a Melbourne le sue sculture. Ma siccome l'allestimento non è stato affatto semplice all'epoca, adesso è semplicemente impossibile riproporlo. Sculture a tutto tondo, non più alte di 40 cm, realizzate con materiali diversi: carta, argilla, vernice, cera, zucchero, sabbia, spago, fil di ferro, ramoscelli, fiori, bacche, tessuto, chiodi, legno, decorazioni da dolci... 
Quindi chi le ha viste allora, sappia di aver vissuto una esperienza irripetibile. Accidenti!

mercoledì 5 febbraio 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

TORNARE, RITORNARE 


Taccuino per un luogo è un libro – laboratorio. E’ uno strumento che offre degli spunti pratici per andare, stare o attraversare i luoghi in modo consapevole e originale. 
Due cose mi sono venute in mente subito aprendo Taccuino per un luogo di Monica Guerra. Una quasi direi banale e un’altra forse legata a un’immagine che da anni mi si è piantata nel cervello e che ricerco continuamente nelle letture che faccio. 
La prima è stata ripensare a Keri Smith e al suo Come diventare un esploratore del mondo, edito sempre da Corraini nel 2011: più che all’accostamento dei due libri in sé, in me è nato naturalmente l’accostamento delle due autrici, anche se oltre a un oceano a dividerle, c’è anche il piano professionale che apparentemente le pone agli antipodi. 
Keri Smith, secondo una sua definizione, è un’illustratrice, artista concettuale, polimaterica. 
Monica Guerra è una professoressa di pedagogia presso l’università Bicocca di Milano. Come fanno a stare insieme questi mondi? Se continuiamo a spulciare nelle definizioni che di sé dà Smith, allora capiamo cosa le accomuna, eccone alcune: esploratrice, ricercatrice ossessiva, lettrice, sperimentatrice, onesta, curiosa, etc. 
La seconda cosa riguarda la prima lettura del Taccuino. A me è venuto in mente Eco, Eco mentre racconta l’incipit dei Promessi Sposi, una lezione famosissima e magistrale dove Eco riconosceva in Manzoni una narrazione cinematografica: con uno zoom narrativo Manzoni procede dall’alto verso il basso, dal cielo alla terra e ai personaggi. Il Taccuino procede allo stesso modo: all’inizio osservando i luoghi da lontano e poi sempre più da vicino, arrivando a toccare gli oggetti che li compongono, le persone, gli odori, i suoni. Propone degli esercizi per stare nei luoghi, per osservarli ma soprattutto per viverli in modo divergente. Si può leggerlo e praticarlo dall’inizio alla fine, perché, come abbiamo visto, ha una direzione. Ma si può anche aprirlo a caso e lasciarsi condurre, tornare indietro, trovare la pratica perfetta per questo momento, che non avrà la stessa perfezione domani. 



Il libro - grande come una mano, con un formato adatto al trasporto, alle tasche, agli zainetti – ha due caratteristiche davvero interessanti e, mi verrebbe da scrivere, deliziosamente anacronistiche. 
La prima è che va contro l’idea di luogo come spazio instagrammabile: in quest’epoca molti luoghi sono diventati location per la maggior parte delle persone e assumono tanto più valore quanto più hanno caratteristiche adatte all’istantanea, alla fotografia, al selfie. Non è importante stare in un luogo, darsi tempo, quanto far vedere che lì si è stati, anche solo per lo spazio di pochi minuti. Il Taccuino insegna invece a stare negli spazi, ad avere la pazienza di osservarli, a chiedere il permesso, porta l’attenzione sui luoghi che frequentiamo spesso e dei quali probabilmente non ci accorgiamo nemmeno più. L’idea stessa di tornare più volte in un luogo, oggi, diventa strana, essendo diventati ormai bulimici consumatori di esperienze di superficie. Ma conoscere uno spazio significa ritornarci ancora e ancora e ripensarlo e immaginarselo. 
Monica Guerra non lavora solo sullo spazio fisico, ma anche su quello mentale, tornando per esempio indietro nel tempo: com’era quel luogo un tempo? Così si aprono gli orizzonti immaginativi e un luogo diventa una storia. 


La seconda caratteristica del libro che va controcorrente rispetto alle dinamiche attuali è il farsi da parte dell’autrice. Nel libro è assente la biografia di Monica Guerra, il suo nome in copertina e nelle pagine successive è quasi sussurrato. Il Taccuino è una sottrazione del concetto di Autore e in questa caratteristica sta la grande differenza rispetto ai libri di Keri Smith. Dove là l’autrice canadese in qualche modo segna ogni pagina col proprio stile, con la propria presenza – a partire dalla forte personalizzazione del lettering, fino alle foto e ai disegni delle proprie esplorazioni – qui Monica Guerra gioca a nascondino, scansandosi il più possibile e andando così nella pratica di quella funzione pedagogica, che vale per adulti e bambini, che offre strumenti e guarda poi cosa succede. 
Trovo questa elusione molto bella e stimolante: pone davvero al centro dell’interesse il lettore, dai 12 anni in su, e quindi la sua esperienza. La trovo anche coraggiosa in un mondo editoriale dove la personalizzazione gioca un ruolo molto forte. 
Il Taccuino è fatto per lo più di domande. Non di domande retoriche, Monica Guerra fa domande di cui non conosce le risposte, fa domande per suscitare stupore, per dare strumenti che facciano apprezzare dove stiamo, che facciano far pace, che creino relazioni. Di fatto anche lei vuole a sua volta essere stupita dal lettore, e questa a me pare una grande lezione. 

Valentina

 "Taccuino per un luogo – Pagine per una ricerca quotidiana" Monica Guerra, Corraini 2024 



lunedì 3 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA VOCE FUORI CAMPO

Non ho fame! Violette Vaїsse (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Va tutto bene Léon? 
'Non ho fame!' 
Ma quel piatto sembra proprio delizioso! 
'Blerk! La minestra non è buona per niente!' 
Ma ti fa diventare grande! 
'No! La minestra di carote va bene per i conigli!' 
La mamma dice che la minestra fa diventare simpatici... 
'Allora, in questo caso, io non ne ho bisogno di sicuro!'
Ah! Ah! Ma senti questa! Ma dov'è la mamma?" 

Interno cucina. Camera fissa sul tavolo da pranzo apparecchiato. Léon, una volpetta, sta dialogando con qualcuno. 
Voce fuori campo? 
L'argomento è il passato di carote che sua madre vuole lui mangi, anzi finisca, nel tempo in cui lei è al telefono con la vicina. Lui non ci pensa neanche e, con la scusa di non aver fame, fa di tutto per liberarsi della suddetta zuppa. Addirittura mette il piatto sul bordo del tavolo in modo che inavvertitamente con una gomitatina cada, ma il piatto resiste, purtroppo. 


E allora prende la decisione: riversa il contenuto della sua scodella nel pentolone. E, nonostante avesse dichiarato di non aver fame, si allestisce un super panino con tutto quello che il frigorifero contiene. Cocomero, formaggio, una fetta di torta alle pere, ketchup, marmellata, cetriolini, cioccolato e via andare. Il panino, una baguette naturalmente, riesce miracolosamente a contenere tutto. 


E Léon lo mangia di gusto. Ora è sazio e sua madre ha finito la sua telefonata. 
In men che non si dica, deve sbaraccare tutto quello che ora è sul tavolo e stiparlo altrove prima dell'arrivo di sua madre. E sperare che lei non si accorga anche che la baguette ora sul tavolo non c'è più. 
Miracolosamente Léon ci riesce: tutto in un sacco dell'immondizia dietro al frigo, ma a una madre volpe non puoi chiedere di essere stupida come una gallina... 

Non ho fame! arriva a circa un anno di distanza da Mi annoio! e con questo condivide l'autrice, Violette Vaїsse, una giovane e gagliarda fumettista francese, e il traduttore, altrettanto gagliardo, Federico Appel. Condivide l'impostazione generale, compreso lo stampato maiuscolo e il fumetto (!) per la voce di Léon. 
Gagliarda anche la casa editrice.


Qui e lì il titolo è una dichiarazione di intenti da parte del medesimo protagonista. 
Qui e lì al protagonista piace esagerare. 
Qui e lì c'è una voce fuori campo, pacata e ragionevole, con cui dialoga, cercando di essergli d'aiuto o di supporto. Il testo è di fatto solo un serrato botta e risposta a due voci.
Qui e lì c'è la camera fissa che tutt'al più si permette delle zoomate. 
Qui e lì c'è una madre da far fessa... 
Questo e quello avevano attirato la mia attenzione. 
Le ragioni. 
La prima è il disegno: colori piatti linea di contorno grossa, data a pennello. Buon gusto nella composizione, grande espressività dei corpi. Mancinismo del protagonista. 
La seconda è la comicità in crescendo, che attraversa le storie. Pur nella loro semplicità, colgono nel segno entrambe le volte e mi è parsa davvero divertente la capacità e la velocità del protagonista nel mettersi nei guai da solo, nella rapida sequenza di scemenze che mette in atto. 
In entrambi, il ritmo è quello del comico: a passo svelto.
Trovo sottilmente ironico il fatto che lui dichiari una cosa, salvo poi smentirsi nei fatti. Non ho fame! urla il titolo di un libro in cui il protagonista sbrana una baguette con tutto dentro, Mi annoio! è il titolo di una storia in cui il protagonista battaglia nella sua stanza come Napoleone contro eserciti interi di nemici inesistenti. 


La terza è la sua irresistibile la faccia tosta. 
La quarta è la voce fuori campo. Onestamente non so dire se ho sovrainterpretato, ma mi viene da pensare che nel caso di Non ho fame! a parlare con Léon sia il frigorifero in persona. Mi piacerebbe fosse davvero così, la considererei proprio una bella idea. Per cui, per trovare conferma plausibile mi sono detta che se, almeno per metà libro, il blocchetto di testo è fisicamente vicino al frigo qualcosa vorrà pur dire... 
Se davvero così fosse in Mi annoio! sarebbe la scansia dei libri a dialogare con Léon. E prova ne sarebbe il fatto che a un certo punto proponga all'annoiata volpetta un dei libri che contiene. 
Il suo ruolo, quello della voce fuori campo, frigorifero o no, è quello di essere contemporaneamente voce della coscienza, compagna di gioco, ma anche di farsi 'paracadute' a un niente dall'impatto con la madre. 


La quinta ha un po' a che fare con la terza. Dietro la faccia tosta di Léon si nasconde un modello di infanzia un po' ingenua, un bel po' bugiarda, un tantino monella, piuttosto coraggiosa nello sfidare le regole adulte. 
Insomma, un'infanzia resistente. 

Carla