mercoledì 12 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ZII A RIGHE E ZII FANTASIA

Zlatan e il suo super zio, Pija Lindenbaum (trad. Giusi Barbiani) 
Iperborea 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La mamma e il papà sono a Sharm. E che cos'è? ho pensato. Io non ci devo andare. 
Posso stare con la nonna. Ci sono anche gli zii. Tutti tranne lo zio Tommy. 
Lui è quasi sempre in giro per il mondo. 
Gli zii lavorano in ufficio. Tommy no. 
Gli zii vanno matti per il pasticcio di carne. 
'Eh sì' dicono. 
Per me il pasticcio di carne non è male. 
Ma Tommy preferisce il sushi. 
Ecco che suonano alla porta. 'Tommy!' strillo. 'Sei tornato?'" 

Sì, è tornato. 
Dal suo viaggio ha portato, come sempre, un regalo per Zlatan: un serpente morto dentro un barattolo di vetro. Alla nonna fa schifo ma alla nipote, che solo lui chiama Zlatan, piace un sacco e lo ha sempre desiderato. 
Adesso che zio Tommy è tornato, tutto il resto perde di importanza, compreso l'asilo. Con lui sente la musica, va a fare la spesa al mercato, all'opera e al bar a bere qualcosa. E un giorno intero lo passano a casa facendo finta di essere morti. Lei ha sempre con sé nella retina un pallone per farci due tiri, ma certo non con zio Tommy perché è proprio negato. Senza contare che Tommy, se Zlatan vuole, le tinge i capelli ogni giorno di un colore diverso. E a proposito di capelli, un giorno quanso Zlatan arriva da Tommy ci trova un intruso, o almeno così lo considera lei: Steve. E anche a taglio di capelli concluso, questo Steve non accenna minimamente ad andarsene: insieme a Tommy vanno al solito bar e poi al cinema. E comincia così a crescere dentro la piccola Zlatan una bella rabbia che la fa essere dispettosa e malmostosa. 


Fino al momento in cui Steve le chiede in prestito la palla... 

Irresistibile Pija Lindenbaum. Senza i suoi libri si vivrebbe molto peggio. 
Zlatan e il suo zio Tommy è di nuovo un chiaro esempio di come costruire bene in libro per ragazzini, usando tra gli altri ingredienti, che, a mio parere, non dovrebbero mai mancare: l'ironia, il silenzio, la libertà e il coraggio, la lingua universale e certa magia nel raccontare il quotidiano. 


Partiamo dalla magia. Di questa sua capacità di leggere la realtà, avvolgendola sempre con un poco di magia e stupore, così come lo potrebbe fare un ragazzino. Questa dote che potrebbe derivare da una sua capacità di far riaffiorare la propria infanzia nel racconto, pochi sono gli autori che sono in grado di farlo con tanta disinvoltura, oppure da una sua attenta osservazione di quelli che sono i pensieri dei bambini, di fatto rende le sue storie sempre un po' meravigliose. Nel libro Else-Marie e i suoi sette papà questo accade in assoluta scioltezza, esattamente come qui affiora una figura di zio, assolutamente mitico agli occhi di Zlatan. Una riflessione a parte andrebbe fatta sulle figure degli zii (niente a che vedere con le zie che di solito sono megere: Saki rules) che in letteratura sono in larga parte portatori di grandi rivoluzioni nella vita dei propri nipoti. Lo zio di solito incarna tutti i lati migliori degli adulti, senza portare il peso della responsabilità educativa che invece di norma si ascrive a un genitore. Insomma, con uno zio si possono fare tutte le cose che un padre potrebbe vietare. 
A proposito della lingua universale, qui mi pare sia sotto gli occhi di tutti: dal nome della bambina che è un omaggio a un altro mito indiscusso, peraltro svedese, fino alla comparazione tra i gusti alimentari e di abbigliamento dei tre zii 'a righe' e quelli dello zio 'fantasia', passando per l'arredo svedese della sua casa. Senza contare i piccoli gesti di nonna e altri zii. Un adulto li coglie al volo e un bambino chissà. Ma il bello sta proprio lì, perché a lui, al bambino, è destinato un altro valore importante, il silenzio. Che in una storia così congegnata è fondamentale quanto necessario per non cadere nella facile trappola dell'insolito, dello strano, dell'eccezionale. A parlare sono piccoli dettagli: una collanina turchese, una retina con la palla... 


Tacendo Lindenbaum dimostra altre due sue grandi doti: la libertà, anche quella compositiva, e il coraggio di affidare ai sottintesi il nocciolo portante dell'intera vicenda. Con una voce ironica che è un piacere ascoltare e cogliere nei dettagli di un disegno attentissimo e mai casuale: grandi sguardi e piccoli gesti che dicono tutto quello che le parole tacciono. Questo lo ha fatto altrettanto magnificamente nel libro L'alleanza dei bambini. 
Ma soprattutto dimostra ai suoi lettori piccoli e grandi - senza dire nulla di esplicito o peggio didascalico - che effettivamente non c'è da dire, ovvero da spiegare. 


Proprio niente: è così e basta. 

Carla

lunedì 10 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PASTORE E L'ASSASSINO

Il passo di ciascuno. Un racconto di montagna, Henri Meunier, Régis Lejonc
(trad. Maria Bastanzetti) 
Terre di Mezzo, 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"'E vedi, amico, per te sarà una stanzetta angusta, ma io, il sole e la montagna ci viviamo insieme da sempre. E non stiamo affatto stretti.'
'Non sono tuo amico' ringhiò l'assassino. 'E attento a quello che fai, o sei un uomo morto.' Avrebbe voluto che questa frase suonasse secca. Secca e definitiva. Come il tintinnio della pallottola che il pastore aveva gettato nella scodella dopo avergliela estratta dalla coscia. Ting. 
Ting, e poi silenzio." 

Il pastore, che vive in tutta solitudine tre le montagne con il suo gregge di pecore e il suo cane, non si intimidisce delle parole secche dell'uomo che è arrivato ferito alla sua porta. Si prende cura della sua ferita, estrae il proiettile dalla coscia, lo ricuce, lo medica e gli offre un letto e un tetto. 
L'obiettivo del pastore è quello di ritrovare la propria solitudine, l'obiettivo dell'assassino è quello di fuggire dalla milizia fascista che è in pianura. 
I due obiettivi, in qualche modo, coincidono. Così il pastore decide di aiutarlo. D'altronde che senso avrebbe l'averlo salvato per poi lasciarlo morire da solo nella traversata? Lui è il solo che conosce la strada e sa anche quanto quelle pareti rocciose siano pericolose. A lui spetta quindi ogni decisione in merito: la partenza dovrà essere prima che arrivi il grande freddo. Ma per tutto questo tempo l'assassino dovrà rimanere nascosto, in una grotta, un tempo abitata da una lince. Le milizie sono sulle sue tracce e il pastore sa il rischio che corre se lo trovano nella baita... 
Questo è l'avvincente racconto di un pastore che, nei suoi alpeggi, cura e nasconde un assassino ricercato. Insieme dovranno tentare di scalare la montagna per rifugiarsi dall'altra parte. 

Due protagonisti principali, il pastore e l'assassino, che il titolo originale francese - Le berger et l'assassin - sottolinea per il loro incarnare non tanto due singoli individui, quanto piuttosto il loro ruolo, la loro funzione, come pure il loro modo antitetico di stare nel mondo. 
Nel titolo italiano questo si perde, ma si guadagna un riferimento alla terza grande protagonista, incombente quanto maestosa, la montagna. Montagna che nell'immaginario di Lejonc diventa non un massiccio qualsiasi, ma quello che ha dominato la sua infanzia ad Annecy, in Alta Savoia, la Tournette. 


Molteplici le ragioni per apprezzare questo libro. 
In ordine sparso sono: testo pieno di profondità, pensato per pubblico di lettori più grandi cui non sottrarre l'illustrazione, plot molto robusto, illustrazioni mozzafiato, scrittura letteraria e, last but not least, felicissima sintonia tra due autori. Qui alla loro sesta collaborazione in cui la felice intesa si declina in modi espressivi anche tra loro molto diversi: un esempio per tutti il bellissimo La mer et lui
Il valore 'filosofico' di questo racconto lo si intuisce (nel libro italiano, fin dal titolo, a scanso di equivoci) ben presto. 
Da una parte la solitudine del pastore: di chi ha deciso di fermarsi a metà di un sentiero, che verso valle porta all'abisso, e verso l'alto verso l'ignoto. Di chi ha deciso di tenersi lontano da tutte le cose, belle o brutte che siano, perché questo è il modo che conosce per vivere. 
Dall'altra quella di chi questo isolamento lo ha rotto, cambiando di fatto l'esistenza di una persona, anche solo con la sua presenza lì. 
Dentro la testa del pastore si forma l'idea, una delle tante, che assume subito il suo valore universale: non posso far finta che tu non esista e quindi per me niente sarà più come prima e dovrò misurare me stesso con questo... 
Eri ferito e io ti ho curato. Che senso ha curarti, per poi lasciarti morire?... 
E mi costringi a salire con te oppure a scendere per consegnarti ai miliziani. E a parità di rischi, direi che è più dignitoso scegliere l'ignoto all'infamia
La potenza del pensiero del pastore, uomo di poche e sagge parole, la sua logica tagliente, il suo granitico rispetto per tutto ciò che lo circonda, addomestica la passione proterva iniziale dell'assassino.


Questo gioco di relazione reciproca che si modifica con il passare del tempo è di grande interesse e mi ricorda un altro libro, un romanzo, amatissimo dai ragazzini di un po' di anni fa con un altro assassino dentro: Le lacrime dell'assassino. Di nuovo giocato su un binomio improbabile: un ragazzino e l'omicida dei suoi genitori, anche lì i lettori si godevano questo lento processo di assimilazione e mutuo aiuto tra due mondi estranei che si trasformavano nel loro entrare in contatto. Bellissimo e indimenticabile, anche quello. 


Qui come lì c'era un plot che stava così bene in piedi sulle proprie gambe, da non creare il minimo cedimento della fiducia da parte del lettore. Qui, Meunier si concede solo alcuni necessari riferimenti storici, per non scalfire l'universalità della situazione; peraltro non ne sarebbe servito nessuno ulteriore. La grande forza del contesto, in uno con la restituzione visiva, costruita emotivamente da Lejonc che si prende lo spazio per raccontarcelo a storia chiusa, danno vita a un magnifico riverbero tra testo e immagini. 
Su tutto, una scrittura apprezzabile nella sua immediatezza - molti dialoghi e rare digressioni sul contesto. Molte ellissi e silenzi nella narrazione che danno agio al lettore di abitarli, raccogliendo, cammin facendo, un bel po' di occasioni di riflessione. 
In montagna, nel silenzio, nella fermezza della pietra, i pensieri brillano.


E la linea chiara di Lejonc, tutta dedicata ai tagli delle rocce e solo in fondo alla cordata dei due, fa eco. 

 Carla

venerdì 7 luglio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FARE LA COSA GIUSTA


Parafrasando un film di Spike Lee del 1989, il romanzo ‘Dear Martin’, di Nic Stone, pubblicato da Giralangolo, gira intorno proprio al dilemma espresso da un giovane afroamericano: qual è la cosa giusta da fare se il mondo che ti circonda ti discrimina (ed è un eufemismo).
Il protagonista, Justyce, è un brillante studente liceale, apprezzato dalle ragazze, con grandi ambizioni per gli studi universitari. Ma. Il suo problema è essere nero e come tale presunto colpevole in qualunque situazione.
Viene infatti ammanettato brutalmente da una coppia di poliziotti che mal interpretano un suo gesto durante un controllo.
Questo episodio apre gli occhi a Jus, spalleggiato da Sarah-Jane, detta SJ, una ragazza ebrea, segretamente innamorata di lui. Durante le discussioni in classe Jus deve affrontare il vero nocciolo della questione: quando si è neri, non basta essere bravi, rispettare le leggi, fare una vita normale. Il colore della pelle è di per sé una motivazione alla presunzione di colpevolezza.
Per affrontare questo problema Justyce scrive una sorta di diario, sotto forma di lettere dirette al reverendo Martin Luther King: a lui si rivolge per capire cosa deve fare, come deve comportarsi.
Accanto a lui, l’amico Manny frequenta senza turbamenti un gruppo di amici bianchi e sembra non comprendere le inquietudini dell’amico. D’altra parte, un cugino dello stesso Manny fa parte di una gang di afroamericani decisi a prendersi con la forza quel rispetto che nessuno sembra voler riconoscergli.
La vicenda prende una piega drammatica e la non violenza di Martin Luther King sembra un’arma spuntata nei confronti della sopraffazione sistematica e violenta che i neri subiscono.
La tematica è di strettissima attualità e riguarda non solo gli Stati Uniti, con gli scontri violentissimi fra comunità afroamericana e polizia, ma anche l’Europa, laddove l’apparente integrazione copre segregazioni non scritte eppure efficientissime.
Attraverso il corollario dei personaggi secondari, che circondano il protagonista, si rivela uno spaccato della realtà americana che vede differenze anche forti all’interno delle comunità afroamericane: chi è più integrato, chi sceglie la strada, chi a fatica cerca un proprio percorso di vita, che sarà sempre e comunque condizionato dal colore della pelle. Il protagonista a un certo punto confessa: ‘Non riesco a capire qual è il mio posto’. E questo non avere un posto naturale da occupare nella società è la condizione straniante di chi appartiene a minoranze, di chi non ha un percorso già scritto all’interno della comunità dei pari.
Questa complessità è vista, nel romanzo, con gli occhi di un adolescente che vorrebbe avere solo problemi da adolescente, le ragazze, gli amici, la futura università, e invece deve confrontarsi con la violenza della polizia o farsi affascinare dal potere delle gang.
Nic Stone descrive tutto questo con realismo, cui si attiene anche la traduzione di Anna Rusconi, che cerca di rendere lo slang dei rapper, il gergo delle gang.
Strutturalmente semplice, ‘Dear Martin’ racconta la straordinaria complessità del nostro presente.
Probabilmente per questo è stato premiato quest’anno dalla giuria di Mare di Libri.
Consiglio la lettura a ragazze e ragazzi in cerca di risposte non banali a un tema quanto mai urgente, quello delle discriminazioni, la cui sedimentazione non può che produrre rabbia e violenza.
Lettura matura adatta a lettrici e lettori con almeno quattordici anni.

Eleonora

“Dear Martin”, N. Stone, trad. A. Rusconi, Giralangolo 2022




mercoledì 5 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GEOGRAFIA DI UN'INFANZIA

Gladys, Ronald Curchod (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"Attraversare i prati, le colline, 
 il bosco, il ruscello. 
Vedere in cielo 
l'Aquila & il Falco. 
Sentire in montagna 
il fischio della marmotta, 
quello del camoscio. 
Scoprire sui prati 
una jungla di giunchiglie, 
la quinta foglia della potentilla, 
la farfalla Vulcano, la Xantia e l'Orbettino." 

Gladys ha undici anni, vive in una fattoria nei monti che sovrastano la cittadina di Aigle, in Svizzera, nel cantone di Vaud, attraversata dalla ferrovia. Suo padre, un uomo robusto, sua madre, una donna alta che avrebbe tanto voluto suonare il piano, e un fratello che ha due passioni, la montagna e i camosci. Tutti insieme lavorano sodo alla fattoria - la cucina, la stalla, il pollaio, la cantina, il fienile, l'orto e le conigliere. Ci sono i campi da coltivare, i prati da curare e tra il bosco e il torrente c'è sempre un grande viavai. A tutto questo va aggiunta la scuola. 
Questa è la vita di Gladys, una ragazzina, che impara dal nonno maestro di scuola i nomi delle piante e degli insetti, che ha le gambe secche ma forti, una ragazzina cui piace stare scalza, cui piacciono i gufi, anche di legno, che fa a pallate con i cachi maturi, che non teme gli orbettini, che le strisciano anche sotto il suo vestitino a pois. Vestito che cresce con lei: lo indossa anche da grande, in copertina, dove i capelli sono stati domati. Da vecchia con i capelli bianchi, i pois sono spariti, ma gli occhi continuano a essere frecce azzurre che scoccano verso chi la guarda. 

Gladys, da lì a nove anni, si sposerà e poi sarà la madre di Ronald Curchod.
 
© Ronald Curchod

Questa è la sua storia. È a lei dedicato questo libro molto particolare. 
Particolare nella sua architettura. 
Un grande panorama visivo: l'intera vallata punteggiata di lettere dell'alfabeto, tutte le lettere dell'alfabeto, cui corrisponde un panorama testuale. 
A una tavola doppia dedicata ad Aigle, la sua valle e le sue montagne, segue una doppia pagina di solo testo in cui quelle stesse letterine sparse diventano l'iniziale di singole parole che si organizzano in una poesia, che ha l'andamento di un elenco di luoghi, azioni da non dimenticare. 
Scritti come versi, in una traduzione che ha saputo destreggiarsi con grazia tra i vincoli ineludibili di un alfabeto che non è il nostro, hanno il merito di mettere in fila, perle lungo un unico filo, molti dei ricordi di un'infanzia. 

© Ronald Curchod

L'intento sembrerebbe proprio quello di tenere a mente, mettere in una sequenza personale le cose da fare ma anche da tenere a mente: tenere d'occhio l'orto, vedere la lepre che si abbevera, annaffiare la yucca. 
Un verbo, sempre all'infinito, che scandisce il tempo: lanciare i kaki (!) quando ormai si spappolano, sentire in montagna il fischio delle marmotte. 
A ciascuna di queste perle è dedicata poi una grande tavola e un breve testo che riverbera in parte il testo iniziale, ma ha anche il pregio di farlo sbocciare, ossia maturare. Sentire in montagna il fischio della Marmotta e quindi poi desiderare da morire di dormire nella sua grotta... Ecco cose così. 
In un gioco di rimandi tra parole e parole e tra parole e immagini, ma anche a ben vedere tra immagini e immagini si ricostruisce un quadro di insieme: la storia della piccola Gladys che attraversa gli scenari che hanno ospitato la sua infanzia e, forse, una certa parte della sua vita. 
La si conosce bambina al principio, la si saluta in uscita con i suoi capelli bianchi nell'ultima pagina. Stessa specularità è data alla grande fattoria. Bella, grande, imponente al principio. 
Drammaticamente ritratta la sua fine.

© Ronald Curchod

In questo libro, come già si notava altrove per un altro bel libro di Curchod, ogni singola tavola diventa in qualche misura una visione, dove le dimensioni diventano parte di un gioco - un'enorme nocciola, delle minuscole vacche, una lepre gigante. 

© Ronald Curchod

Le cose talvolta abbandonano il loro contesto - una lampada pende nel bosco. Chi legge e osserva non non apprezzare la percezione materica di animali e piante e soprattutto non può fare a meno di partecipare al gioco che Curchod ha organizzato per lui: una continua oscillazione dal particolare al generale in cerca di conferme, in cerca di punti fermi, come lo si farebbe su una carta geografica. 

© Ronald Curchod

Una carta geografica emotiva. 

 Carla

lunedì 3 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA CONCHIGLIA IN UN BOTTONE 

Canto per una casa ritrovata, Sophie Blackall (trad. Chiara Carminati) 
Terre di mezzo 2023 


POESIA 

"In cima a una collina 
in fondo a una strada 
accanto a un ruscello 
che svolta e risvolta, 
 c'è una casa 
dove dodici bimbi 
sono nati e cresciuti 
andando a gattoni 
 nell'atrio accogliente 
mettendosi in posa 
sui gradini di legno..." 

Lo stipite della porta è segnato a matita con tutte le misure di bimbi in crescenza. Le pareti sono decorate da stampi dipinti con le patate. A essere dipinto adesso è anche il gatto di casa. Sgridate, scuse e un po' di lacrime finiscono in un grande abbraccio. A chi invece si impunta va un po' meno bene. Intorno c'è chi gioca e chi suona. Quando si fa l'ora di andare a letto, nel sottotetto, qualcuno di quei bambini prende un libro da leggere e qualcun altro continua il suo broncio. Ma tutti, da addormentati, sogneranno qualcosa.
La vita va avanti nella grande casa che contiene i loro giochi, i loro sogni di mare, i loro tesori, i loro segreti, i loro dentini caduti. 
La vita va avanti anche nei lavori da fare: mungere, pulire la stalla, allattare i vitellini, raccogliere il fieno sul carro. Ma anche andare a pescare e raccogliere mele per la torta di mamma. I più grandi hanno cullato il bebè, hanno aggiustato i calzini e attaccato bottoni che prima erano conchiglia. 
Se i bambini ogni giorno diventano più grandi, la casa ogni giorno diventa più vecchia: entra l'acqua dal tetto e piano piano si svuota perché ognuno di loro parte per la propria strada. 
E quando anche le ultime due sorelle, ormai vecchiette anche loro, la lasciano per raggiungere il mare tanto sognato, la casa si svuota, diventa silenziosa, ma non per molto... 

Succedono cose molto interessanti in questo libro. 
In ordine sparso: la prima è l'idea di fondo: ossia di raccontare la storia di un grande contenitore - una casa - attraverso il suo contenuto - una famiglia con i suoi animali. Bambini, genitori, gatti, mucche un cavallo si muovono tra le sue mura e con esse interagiscono: dai segni lasciati su uno stipite per segnare le altezze dei bambini, alle coccarde appese che sono state vinte a scuola per buona condotta, dai fiorellini stampati sulle pareti ai segni di una di una foto incorniciata portata via come ultimo ricordo. 


Non è esattamente il primo libro con questa prospettiva, tuttavia con i suoi precedenti, condivide l'intento di dare voce e anima a chi si suppone non ne abbia: un muro, un tetto, una porta... 
Chiunque avrà nei propri ricordi l'attraversamento di una casa disabitata e avrà altresì in mente di averla immaginata abitata e per farlo avrà dovuto cogliere i segni che essa porta sui muri, le tracce sui pavimenti: è una voce silenziosa, ma pure sempre una voce. E come spesso accade sono le assenze, i vuoti a raccontare, come fossero echi di suoni che ora non ci sono più. 
E proprio su questi vuoti Sophie Blackall costruisce la storia di una casa diroccata che era accanto alla vecchia fattoria che lei aveva appena acquistato.
 La casa, così è lei stessa a raccontare, era davvero molto malmessa. Talmente lo era che lei - che tanto ama le cose vecchie - non ha potuto fare diversamente e l'ha fatta demolire (dolore vero). Tuttavia le sue pareti pericolanti avevano conservato nel tempo piccoli o grandi oggetti che invece ha salvato non solo per conservarne il valore come cimeli, ma per farli entrare di nuovo in gioco a rappresentare di nuovo l'arredo della casa, quella disegnata. Pezzetti di stoffa, un bottone di madreperla, tutti possibili frammenti di carte raccolti, sono diventati illustrazione, strato su strato. Oppure sono diventati parole. 


Le cose vecchie portano storie. 
Un bottone un tempo è stato conchiglia. E questa è la seconda cosa interessante che succede. 
La terza è il racconto della vita di quella casa senza le persone, una casa che si fa tana, cuccia, riparo. 
Un orso in cantina, procioni in cucina e scoiattoli alla scordatura dell'organo. 
La quarta è la ricerca da parte di Sophie Blackall delle storie vere della famiglia Swantak. Le raccoglie soprattutto attraverso i racconti dei loro discendenti che quella valle la abitano ancora. E attraverso le storie che ha ascoltato e raccolto ne è nata una poesia illustrata: un unico flusso che attraversa il tempo senza mai fermarsi. Solo qualche virgola qui e lì e un punto alla fine. Lo stesso lo si percepisce nelle immagini che attraversano il tempo con bambini e bambine che crescono. Grandi panorami sinuosi della campagna cui si alternano visioni della casa piena di gente, di mobili e di suppellettili, visti in sezione come se fosse una casa di bambole. E in qualche modo lo vuole essere.


La quinta cosa sono gli indiscussi qualità, spessore e esattezza, di disegno e parola (nella traduzione di Chiara Carminati). 
La capacità di essere semplice e nello stesso modo intenso. Di essere chiaro e profondo. 
In un dialogo, un canto libero tra figure e parole.

Carla

venerdì 30 giugno 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SOPRAVVIVERE

Come nel precedente romanzo, ‘The Skeleton Tree’, pubblicato anch’esso dalle Edizioni San Paolo, in ‘Fuoco sul Monte senza Testa’ tradotto da Christina Mortara, Iain Lawrence, si conferma come uno scrittore votato ai romanzi d’avventura.
Protagonista di questo romanzo è Virgil Pepper, dodicenne, in viaggio col fratello diciannovenne Joshua e la sorella, anche lei più grande, Kaitlyn. Stanno portando l’urna con le ceneri della madre verso l’amatissimo Little Lost Lake, un lago sperduto nella foresta canadese. Il padre, uno scrittore, non ha voluto andare con loro. I tre fratelli partono sul camper di famiglia, ‘Rusty’ e si inoltrano nella strada, chiamata Il Cimitero, che porta al lago; stanno ripercorrendo un viaggio che hanno fatto tante volte con la madre, scienziata e naturalista. Virgil ricorda con esattezza quante cose la madre gli ha mostrato, come gli ha insegnato a orientarsi nel bosco, di cosa e di chi avere veramente paura.
Si scatena una tempesta di fulmini, che, nell’altro versante della montagna, incendia un abete secolare, scatenando un incendio.
Questo i tre ragazzi non lo sanno, sono invece preoccupati perché il loro camper si ferma e non sembra intenzionato a ripartire. Siamo in una zona tutt’altro che turistica, il cellulare non ha campo, non passano macchine, non ci sono centri abitati vicini, sono partiti dimenticandosi le provviste a casa. Joshua, dopo la prima notte popolata da richiami agghiaccianti, che alimentano la leggenda del Sasquatch, una sorta di yeti locale, decide di partire a piedi da solo per cercare aiuto. Sarà il primo di loro ad avvistare l’incendio, che nel frattempo le guardie forestali decidono di lasciar bruciare, sottovalutandone la potenziale estensione.
Virgil è un ragazzino pieno di risorse e con grande fatica e mezzi di fortuna, riesce a riparare il camper; deve essere avviato a spinta e nel farlo, più o meno maldestramente, perde il contatto con la sorella, infortunata. L’incendio li ha raggiunti, sembra impossibile qualunque cosa, anche se gli elicotteri perlustrano la zona.
Non è davvero possibile dire di più senza svelare le svolte narrative del romanzo, che ha alcuni incontestabili punti di forza: una potente descrizione della natura selvaggia, raccontata senza romanticismo, in tutta la sua potenza e pericolosità, rappresentata dall’incendio stesso, dagli animali selvatici come gli orsi e i puma; la scelta di un protagonista, Virgil, fragile ma dotato di capacità non indifferenti, che mette all’opera ricordando gli insegnamenti della madre. Viene facile qui il parallelo con l’episodio realmente accaduto in Colombia, dove quattro ragazzini sono riusciti a sopravvivere per quaranta giorni nella giungla. E dunque, una lezione di sopravvivenza legata alla conoscenza del mondo naturale, dei suoi abitanti, dei fenomeni atmosferici; conoscenza che non nasconde le pericolosità della natura, ma non cerca di piegarla alle esigenze umane.
Virgil è un personaggio a metà strada fra il mondo infantile e quello degli adulti, crede alle leggende, ha paura del buio, ma si fa forte di quello che la madre gli ha insegnato: soprattutto non si arrende, anche quando tutto sembra perduto.
Scritto con ritmo incalzante, alternando la storia dei tre ragazzi con le azioni delle squadre di soccorso, il romanzo è un vero romanzo d’avventura, che molto deve, nel continente nordamericano, a Paulsen.
Sono certa che piacerà moltissimo a lettrici e lettori, a partire dai dodici anni, che amino l’avventura, la natura per come è e non come una bella cartolina; è un romanzo che tiene con il fiato sospeso, in cui non si vede l’ora di scoprire come andrà a finire, ma anche una storia che parla di legami che non finiscono mai, lezioni che, impresse nella memoria, possono anche salvarti la vita.

Eleonora

“Fuoco sul Monte senza Testa”, I. Lawrence, trad. C. Mortara, Edizioni San Paolo 2023



mercoledì 28 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DELLA GENTILEZZA

George e Martha, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
LupoGuido 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"A Martha piaceva tantissimo preparare la zuppa di piselli. 
A volte ne faceva così tanta che stava ai fornelli tutto il giorno. Pentoloni e pentoloni di zuppa di piselli. Se c'era una cosa che a George non piaceva affatto, questa era la zuppa di piselli. 
Per dirla tutta, George detestava la zuppa di piselli più di ogni altra cosa al mondo. Ma era impossibile dirlo a Martha." 

Così accade che quella sera, dopo la decima scodella di zuppa, George non ce la fa più e ne versa un bel po' nelle sue pantofole che sono sotto il tavolo. Martha se ne accorge e la verità viene fuori. Ma gli amici non dovrebbero sempre dirsi la verità? Sì, dovrebbero. Ma hanno anche paura del dispiacere che potrebbero provocare.
Confessione per confessione, anche Martha, della zuppa di piselli in realtà, ama solo prepararla. Nessuna fatica dunque per lei abolirla dal menu. Sostituendola amabilmente con dei friabili biscotti al cioccolato. 

Ed è così che Martha e George, due ippopotami tra loro grandi amici, entrano nella nostra vita. 
Lo fanno alla grande, ma con un sensibile ritardo che, ci spiega Sendak nella prefazione del 1997, dipende soprattutto dalla costante sottovalutazione da parte delle critica di questo grande autore statunitense. Attraverso i quattro libri che contengono rispettivamente cinque storie, per un totale di venti racconti brevi e fulminanti, capiamo che siano costoro. 


Amici che si frequentano con molta assiduità. Entrano quotidianamente nelle loro reciproche esistenze. Talvolta dalla porta, talaltra dalla finestra. Condividono esperienze: il cinema di paura, il luna park o una giornata al mare senza crema. E quando invece i loro progetti non incontrano il favore dell'altro, succedono cose piuttosto spassose. Tra loro alcune certezze che condividono: la più importante di tutte è che sono tra loro molto amici. Quindi, in linea di massima, sono tra loro rispettosi, benevoli, quindi gentili. 
Ecco, la gentilezza mi pare il tratto 'rivoluzionario' di queste storie che hanno un bel po' di anni sulle spalle. Tratto che già Sendak nella sua prefazione, parlando dell'arte dell'amicizia, definisce dolce calore. Insomma, chiarisce, aveva la capacità di rimproverare ma anche quella - catartica - di amare e perdonare. Il portato 'rivoluzionario' sta proprio in questa disposizione d'animo che si riflette in tutte le storie di Martha e George. 
Su venti che ne sono, solo due (peraltro le mie preferite) non si appianano nel finale: la prima finisce con una vasca da bagno messa per cappello (non va dimenticato che un ippopotamo ha tutte le forze necessarie per farlo) a George che, amando sbirciare, attraverso le finestre, guarda in quella di Martha mentre lei sta facendosi un bagno. La seconda finisce con un bel No deciso e irremovibile: di nuovo una piccola invasione di campo da parte di George che vorrebbe sbirciare nel diario di Martha mentre lei lo scrive seduta sotto un albero. 


Attenzione, il cambio di passo ha un suo preciso senso nella constatazione che la gentilezza debba necessariamente passare anche per il rispetto dell'altro. Ragion per cui è difficile dispensarla, anche se dà un gusto particolarissimo praticarla qui e là. Per Martha e George si tratta di un esercizio quotidiano. E vederli in azione, ascoltarli mentre si usano premure, come per esempio infilare tulipani comprati dal fioraio per rallegrare il prato secco dell'altra, è una esperienza piacevole. E decisamente controcorrente.


In linea di massima, riguardo alla gentilezza, nel migliore dei casi tra cui il mio, la percezione che mi pare più diffusa è quella di tenersela in tasca, solo per regalarla a chi dimostra di saperla apprezzare. 
La consuetudine, invece, non la contempla affatto come modalità di relazione. Forse proprio perché appartengo alla categoria delle tazzine che "'ncoppa, amara site la ritengo cosa preziosa e ne sono inevitabilmente attratta. Ma il mio limite, in controtendenza rispetto a Marshall, è quello di non saper essere gentile con chi è villano con me. E forse perché ne riconosco la rarità, apprezzo molto i libri con dei 'gentili' dentro. 


Se si escludono tutti quelli con l'intento di insegnarla a colpi di belle parole, gli altri, quelli che la praticano, sono davvero rari. E per questo indimenticabili. 
Accanto alla rivoluzionaria 'gentilezza' un altro elemento che mi pare interessante, quanto raro, è la brevità. 
A parte quella evidente, che definisce la costruzione dei testi belli serrati, ma soprattutto nell'uso del disegno: una linea di contorno che definisce le morbidezze dei due ippopotami, pochi elementi di contorno a creare contesto, alcune variazioni cromatiche necessarie, ma soprattutto una serie di impercettibili variazioni di trattini e puntini che definiscono e danno spessore alle espressioni: a partire dalla rabbia con la spazzola in mano per finire con la sfida sugli autoscontri, in mezzo tante occhiate oblique. 

Carla

lunedì 26 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TRA CHATTARE E INTRECCIARE

Il nostro piccolo paradiso, Marianne Kaurin (trad. Lucia Barni) 
La Nuova Frontiera Junior 2023 




NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Vilmer sarà forse il vicino di casa più irritante del mondo, ma se è da un pezzo che sei reclusa in casa, non puoi fare troppo la schizzinosa. Inoltre sembra davvero stupido e buffo mentre danza tutt'intorno sull'asfalto del cortile più brutto della Norvegia. Tiro fuori il telefonino dalla tasca. Cerco il messaggio ricevuto, da un numero sconosciuto, dal ragazzo che sta ancora ballando nella notte estiva, e gli rispondo. 'Niente Tropici' scrivo e osservo dalla finestra cosa succede. Lui interrompe il suo ballo, prende il telefono. Guarda verso di me. E sento un bip. 'Ci vediamo domani?' c'è scritto sul mio schermo." 

Cosa è successo prima. Ultimo giorno di scuola. Arriva un nuovo compagno di classe. Riccioli, grandi occhi, incisivo storto e maglietta improbabile. Ina lo guarda: non è il suo tipo. Troppo sfigato. 
La prof, prima di chiudere l'anno scolastico, chiede a tutti quali saranno le mete delle loro vacanze: fioccano nomi di luoghi esotici e da sogno. Solo lui, il nuovo arrivato che si chiama Vilmer, dichiara di restare a casa perché suo padre è in bolletta. 
In verità anche Ina non andrà in vacanza, perché anche sua madre è al momento disoccupata, ma lei, che patisce la pressione sociale esercitata in particolare da due sue compagne, sfodera una balla dell'ultimo minuto: andrà con sua madre ai Tropici. 
Ora, la sorte vuole che Ina e Vilmer abitino nello stesso grande condominio Trine, con scale che arrivano fino alla lettera J... Vista la sua bugia, a Ina tocca passare le sue giornate tappata in casa per paura di essere scoperta, ma Vilmer, complice la vicinanza, un giorno la vede e capisce che forse i Tropici non è proprio il posto dove lei sta trascorrendo le sue vacanze. 
Questa è la storia della loro vacanza ai Tropici, che effettivamente non sono una località precisa ma piuttosto un luogo in cui ci sia sabbia, una piscina, un lounge bar e tramonti mozzafiato. E si trovi a Sud. 
Forse per quei due, i loro personalissimi Tropici sono anche molto di più: uno stato dell'anima. 
Questo, almeno fino al momento in cui qualcuno non decida di indagare....

Almeno tre sono le questioni che questo libro norvegese, tradotto ovunque e pluripremiato anche con il Deutscher Jugendliteraturpreis nel 2021, mette nero su bianco. 
La prima, decisamente la meno scontata e la più felice anche in senso letterario, è il grande 'progetto' di questi due ragazzini che non vanno in vacanza. 
Pieni di bellezza e tenerezza gli esiti cui porta. 
La seconda, non esattamente una novità nella letteratura rivolta ai più giovani, ruota intorno a una questione centrale: la pressione che ogni persona avverte su di sé da parte del prossimo. In questo caso appare declinata in un contesto in cui ragazzi e ragazze dodicenni, più o meno consapevolmente, la esercitano e la subiscono giorno dopo giorno. Soprattutto tra i banchi di scuola. Va da sé che la storia metta davanti ai lettori la grande domanda: qual è il prezzo che si è disposti a pagare per essere accettati dagli altri? 
La terza, a quest'ultima strettamente connessa, è la questione della comunicazione virtuale. Che è tale nelle sue forme, ma diventa reale nel momento in cui è l'unico canale attraverso cui testimoniare la propria esistenza in vita. E anche in questo caso le procedure per rendersi visibili, per sentirsi vincenti hanno un costo. Spesso alto. 
Salvo poi, leggere tra le righe, che alla resa dei conti tutto quello che passa per la finzione, finzione resta. 
A stravincere sulla distanza non sono le chat, ma le dita intrecciate. 
Tra loro molto diversi, Ina e Vilmer nuotano in queste acque. 
Rispetto a tutti gli altri personaggi di contorno, che forse appaiono troppo semplificati nel loro ruolo, Ina e Vilmer sono un'altra cosa.
Tra loro molto diversi: soprattutto nella percezione del mondo che li circonda, e soprattutto diversamente permeabili nei confronti dell'esterno. 
Forse per storia personale, o forse più semplicemente per carattere, tra Ina e Vilmer c'è una grande differenza nelle modalità scelte per restare a galla. 
Ina è in cerca di affermazione e di successo e pensa che per ottenerlo, anche a costo di mentire, debba entrare a far parte del gruppo dei 'vincenti'. Mente a scuola, ma mente anche a sua madre, facendole credere che è una ragazzina con una vita sociale dignitosa. Non vede altre vie. 
Al contrario, Vilmer della sua condizione non fa mistero e cerca soluzioni personali che possa poi gestire senza nascondersi o mostrarsi per quello che non è. 
Quindi di fronte a un'estate a casa hanno due reazioni ben diverse: una si nasconde, l'altro costruisce l'alternativa. 
La cosa bella è appunto la sua capacità di mettere in piedi 'qualcosa' che abbia un senso, anche se all'apparenza sembra più che altro un gioco da bambini. 
La costruzione da parte sua di uno scenario che possa ricordare i Tropici sognati da Ina è il suo modo di volerle bene, il suo originalissimo modo di dirle che lui è - veramente - dalla sua parte. Lento, ma sicuro, Vilmer la accoglie in un abbraccio fatto di attenzioni, di generosa condivisione di tempo e pensieri cui Ina, la fragile Ina, non sa e poi non vuole sottrarsi. Così anche lei, lenta ma sicura, accetta il gioco, accetta quel bene e, quasi inconsapevolmente, lo ricambia. E addirittura rilancia. 
L'allestimento dei loro personalissimi Tropici la vede parte attiva: piscinetta, tramonto da parati e suppellettili varie sono il suo contributo. Ma la cosa più bella che lei fa è quella di sognare. Di sognare da sola e di sognare in due. Ormai anche lei è dentro al gioco e giocare le piace e le piace farlo con Vilmer. 
Una finzione, uno scenario unico - tutto finto - per contenere qualcosa di meravigliosamente vero. 

Carla

venerdì 23 giugno 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PIETRE NERE


Pubblicato per la prima volta nel 1984, arriva ora in Italia con la traduzione Valentina Freschi, il romanzo di Guus Kuijer ‘Le pietre nere’, pubblicato da Camelozampa.
Si tratta di un romanzo complesso, in cui si intrecciano tematiche importanti.
L’ambientazione, distopica, ci porta in un mondo rigidamente diviso in classi: i cavatori, i guardiani, i commercianti. Il personaggio principale, Dolon, appartiene alla stirpe dei cavatori e il suo destino, come quello del fratello gemello Omar, è segnato. Una volta raggiunti i quindici anni i ragazzi sono inseriti nell’eterno lavoro dei cavatori, portare le pietre nere, acquistate dai commercianti, in cima alla torre che stanno costruendo. Sono infatti convinti che, raggiunto il decimo piano, prenderà il via una nuova vita. La divisione in classi prevede, come è logico, divieti e punizioni per i trasgressori, espletate dai guardiani. I commercianti vivono nella ricchezza, lucrando sul commercio delle pietre nere e imbonendo gli ingenui cavatori. Chi si ribella è destinato a perdere la vita.
Sia Omar che Dolon sono ragazzi intelligenti e sensibili: il primo ha una forte inclinazione ad occuparsi di animali e piante, è un’anima sensibile e poetica del tutto inadatta alla vita del cavatore; Dolon si fa molte domande inquietanti sul senso di quello che vede accadere e spesso si rivolge ad un vecchio eremita, Dramok, che lo spinge a scappare. Questo avviene quando Omar viene ucciso dai guardiani e Dolon sente di non aver più nulla da perdere. Lo affianca Guida, una ragazza ribelle, figlia di commercianti. Insieme compiono un lungo cammino, durante il quale incontrano una tranquilla tribù nella foresta. Si uniscono agli indigeni, la cui vita scorre in armonia con la natura e all’insegna della gentilezza. Saranno presto raggiunti dagli emissari dei commercianti che provano a corrompere gli indigeni.
Dolon e Guida riprendono il cammino, fino ad arrivare all’ultima Torre, che scoprono essere stata abbandonata da tempo. La verità è sconvolgente per entrambi, sentono di doverla rivelare anche agli altri cavatori e iniziano il viaggio di ritorno, senza sapere se gli abitanti del villaggio da cui provengono saranno disposti ad ascoltarli.
Questa, in estrema sintesi, la trama, molto articolata e complessa. Altrettanto complesse le tematiche, che rimandano ad una visione di società totalmente dominata dal profitto, in cui i poveri, i cavatori, accettano il proprio destino di sfruttamento nel nome di un futuro radioso: ritratto che si può ben applicare a tutti i regimi totalitari, ma anche allo strapotere del denaro che tutto sovrasta nelle società occidentali.
Nello stesso modo si inserisce il tema della tribù isolata, lontana dai miti del popolo dei cavatori, che rimanda alla situazione di molte popolazioni indigene, che in varie parti del globo sono state corrotte dai falsi miti del mondo occidentale, facendosi sfruttare e perdendo la propria cultura.
In realtà, ad un certo punto, si inserisce anche il tema razziale, perché si scopre che i due protagonisti sono neri.
Come si vede, molto, moltissimo, forse anche troppo, all’interno di una struttura narrativa che spesso si dilunga in descrizioni e ripetizioni.
Sicuramente spunto di riflessioni anche importanti, questo è un testo non facile per i ragazzi e le ragazze abituati a strutture narrative più lineari; e forse non aiuta il fatto che oggi gli incubi che coltiviamo, tutti, giovani e meno giovani, parlano di altro: dell’esaurimento delle risorse, del cambiamento climatico, della fragilità della nostra specie.
Il tema che prevale su tutti è certamente quello della libertà di pensiero, la capacità di pensarsi oltre le presunte certezze di una società organizzata gerarchicamente, in cui il dubbio non è previsto.
Molto diverso dagli altri romanzi di Kuijer, sia per contenuto che per struttura narrativa, ‘Le pietre nere’ esplora il territorio del romanzo distopico, fornendo a lettrici e lettori, con almeno quattordici anni, notevoli spunti di riflessione.
Consigliato a chi ama la complessità e le riflessioni, anche cupe, sul mondo.

Eleonora

“Le pietre nere”, G. Kuijer, trad. V. Freschi, Camelozampa 2023