lunedì 13 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

“WHAT DOES SHE DREAM OF?" 

Che cosa sogna il sole? Philip C. Stead, Erin E. Stead (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Un mulo, una mucca, un pony stanno sulla soglia del fienile, aspettando il sorgere del sole. C’è silenzio in ogni cosa... nel legno umido del fienile, negli attrezzi appesi alle pareti, e in alto, nel cielo scuro.
Quando soffia la brezza, il segnavento fa un suono gnick-gnick-gnick, e c’è silenzio anche lì. 
'Il sole è in ritardo' dice Mulo. 'Anche la contadina' aggiunge Mucca. 
'Dovremmo parlare con Barbagianni' suggerisce Pony. 'Barbagianni saprà cosa fare.'" 

Non è una mattina come le altre. Il sole non è sorto. Sembrerebbe in ritardo. 
Gli animali della fattoria, si sa, sono abitudinari e quindi questo ritardo li ha messi in apprensione. 
Il Barbagianni va interpellato, perché, lui, le cose le vede dall'alto... 
E infatti Barbagianni, che è di poche parole, li illumina (!) con la sua risposta: devono mettersi in cammino e andare lontano. Ai confini del mondo ed è lì che dorme il sole. Necessario portarsi un gallo. Gli animali della fattoria, si sa, sono prudenti. 
La situazione però richiede un loro sforzo, una vera prova di coraggio. E così partono e, come succede sempre nei viaggi lunghi in buona compagnia, vien fatto di chiacchierare. E di farsi domande. 
Arrivati alla fine del mondo e alla fine delle domande, il gallo canta, il sole sorge e la contadina si sveglia e c'è la colazione per tutti. 

Ancora e fortunatamente un altro libro a voce bassa. Un libro a marchio Stead's. 
Come è sempre successo nelle loro storie sono i mezzi toni e le mezze tinte a raccontare. Tutto sfuma verso una indeterminatezza, una sorta di nebbiolina diffusa, visiva e narrativa. 


Non si ha mai la certezza di essere nella realtà, mentre spesso si ha quella di essere in un sogno o in una visione. Tutt'al più una visione sognata della realtà. 
In questa meravigliosa ambiguità e incertezza dei contorni si gioca anche l'identificazione di sole e contadina... Come a dire che per quei tre animali, in fondo, il sole e la contadina sono la stessa cosa. Come dar loro torto?
E ancora. Intorno al sogno ruota quel ripetersi di una medesima domanda, dal titolo italiano in poi. 
Qual è la materia dei sogni? Forse, a voler guardare in trasparenza, i sogni per loro tre son desideri...  
Più in evidenza, narrativamente e visivamente parlando, poi l'attenzione si sposta sul 'contenitore' dei sogni: la notte, il buio. 
Infatti, lo spunto di partenza, in particolare se si è mucca da latte, mulo gigante e cavallo in miniatura, ha del prodigioso: il passaggio dalla notte al giorno. Un passaggio che porta con sé una sorta di meraviglia inspiegabile ma che magicamente si ripropone con regolarità, rassicurando gli animi semplici. E quando l'orologio interno percepisce un inciampo, le orecchie si drizzano. Tutti i sensi si allertano. 
Ecco, i sensi. Qui, molto più che nei precedenti libri, tutto ruota intorno alla percezione. Suoni, odori e colori sono percettibili protagonisti del racconto. 
In questa prospettiva lavora Erin E. Stead mettendo un po' da parte il suo consueto uso del colore tenue, per andare incontro a quello che nella realtà si percepisce come il passaggio dal buio alla luce, dalla notte al giorno. 


Fino ad esplodere nelle piume del gallo cui fa ecco il sonoro canto per il risveglio del sole. Quindi si parte e si va avanti per quasi tutte le tavole con grandi pennellate di acquarello, blu cobalto forse, per il cielo di fondo e per l'aria che tutto circonda. 
Solo alla fine scompare per lasciare posto a un tono di azzurro verde dei minuti prima che il sole si affacci e che poi diventa il rosa luminoso dell'alba, in cui la pennellata sparisce per lasciare il posto alle macchie di colore piene di acqua che le stempera. 


Fanno eccezione le pagine bianche che sono dedicate alle parole del Barbagianni, in cui l'azzurro è presente ma in tutt'altra forma. Sembra essere lì per non far perdere il legame con quel colore a livello visivo ed emotivo. 
E a proposito di bianco, sempre la Stead è capace di punteggiarlo qui e là, come veri e propri colpi di biacca, come si usava in antico, sulle superfici dei panneggi colorati. Qui, uno per tutti i nasi e criniera dei tre animali sotto la lampada accesa all'entrata del loro fienile. 


Tutto questo lavoro sui sensi lo si ritrova nel testo quando Philip C. Stead scrive del legno umido degli attrezzi appesi, del cielo scuro. Del rumore che fa il segnavento quando soffia un po' di vento. O il fruscio del granturco (Michael Rosen rules). Tutto questo è pieno di silenzio, così finisce la frase. 
E qui si accende una riflessione ulteriore: perché parlare di suoni e di silenzio che è l'assenza di suono? Io credo, ancora una volta, che il gioco stia proprio in questa loro esistenza reciproca. Un po' come dire che anche il silenzio lo si percepisce come un suono. E su questo, al pari di molte altre assenze che si percepiscono come presenze, ci sarebbe molto altro da dire. 
Un paio di ultime ragionamenti sui personaggi: le loro parole e la loro rappresentazione e il loro essere insieme. Il mulo, la mucca e il pony sono di fatto una squadra, fin dal principio. 


Qualcosa che ricorda, anche visivamente, i musicanti di Brema (con il gallo sulla schiena ancora di più). Almeno nel loro essere disorientati e prudenti in un mondo molto più grande di loro. 
E a proposito di grandezze, le loro misure in scala, ben lontane da quelle reali, non fanno altro ribadire senza dire il rapporto che li tiene insieme e il carattere di ciascuno. 
Non credo di doverlo spiegare qui, perché si capisce a occhio nudo. 
E ancora a proposito di personaggi, va detto che Philip Stead in un lavoro di cesello lessicale si concede, proprio in virtù di quella ambiguità di cui entrambi hanno voluto ammantare l'intera storia, un ulteriore, quasi impercettibile, ma significativo passetto più in là, che in italiano forse era troppo difficile seguire: il genere di appartenenza del sole. Che non a caso coincide con quello della contadina. Quando si parla di lei o del sole spariscono il neutro e il consueto maschile, mentre si illumina un magnifico femminile: What does she dream of? 

Carla

venerdì 10 novembre 2023

FAMMI UNA DOMANDA!

MA SI PUÒ FARE?


Un bel libro illustrato, pubblicato da Camelozampa e firmato dalla giornalista e scrittrice francese Florence Thinard con la traduzione di Sara Saorin, illustrato da Eleonora Antonioni, dal titolo evocativo ‘Immagina un mondo’, propone i diciassette obbiettivi dell’agenda 2030, ovvero quel protocollo d’intesa fra le nazioni aderenti all’Onu relativo ad alcuni obbiettivi fondamentali del Pianeta: dalla lotta alla fame e alla povertà alla lotta al cambiamento climatico.
Nella stessa pagina del Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite, a fianco delle enunciazioni relative all’agenda 2030 compare una notizia, che non ha suscitato particolare scandalo: i principali Paesi produttori di materie prime come il petrolio e il carbone hanno annunciato un deciso incremento della loro produzione proprio entro il 2030. Dunque?
Da una parte si enunciano principi e si lanciano progetti lungimiranti e virtuosi, dall’altra, in assoluta controtendenza, ciascun Paese guarda ai propri interessi immediati e pazienza se a pagarne il prezzo saranno le popolazioni più esposte agli effetti del cambiamento climatico e le generazioni future.
Ci sarebbe da essere davvero scoraggiati, ma la rassegnazione è un lusso che, globalmente, non ci possiamo permettere.


Quindi ben venga un libro che con precisione e chiarezza enuncia questi diciassette obbiettivi, che tutti e tutte dovremmo cercare di realizzare; per ogni obbiettivo viene fornito un esempio concreto del suo significato, l’approfondimento che consente di comprenderne l’importanza e dei riquadri con alcuni dati statistici.
Un esempio: l’obbiettivo riguardante l’istruzione è centrale perché andare a scuola può voler dire imparare un mestiere, ma anche saper leggere le istruzioni delle medicine, poter assistere fratelli e sorelle più piccoli, informarsi attraverso i giornali, affermare i propri diritti e via discorrendo. Le scuole servono anche ad altro: nel mondo ci sono 370 milioni di bambini che si nutrono regolarmente solo a scuola; e ben 617 milioni di bambini e adolescenti non sanno leggere né scrivere.
Un altro esempio: l’obbiettivo di una distribuzione più equa delle ricchezze in alcuni paesi può essere di vitale importanza per sconfiggere la povertà; ma è un problema globale: in Brasile o in Gran Bretagna il 10% più povero della popolazione paga più tasse del 10% più ricco. E già questo dice come lo stesso sistema fiscale sia pensato per alimentare la disuguaglianza fra i diversi strati sociali. Poi c’è la discriminazione fra i sessi: mediamente gli uomini possiedono il doppio della ricchezza delle donne. Se vogliamo ancora ampliare il discorso, c’è da guardare allo strapotere delle multinazionali: l’uno per cento delle aziende agricole detiene il 70% delle terre coltivabili.
Da questi esempi, secondo me, si evince che questi obbiettivi, di equità e redistribuzione delle ricchezze, così come quelli riguardanti la lotta al cambiamento climatico e all’inquinamento, mettono in discussione equilibri di potere fra gruppi sociali e fra Stati.
Se è vero che immaginare un mondo diverso, come postula l’autrice di questo libro, è già un primo passo nella prospettiva del cambiamento, bisogna anche dire che questo cambiamento auspicato comporterà un conflitto anche aspro contro chi detiene privilegi e rendite, chi specula sulla povertà e sulle guerre.


La consapevolezza dei problemi è importante, la capacità di immaginari scenari differenti può alimentare la capacità progettuale delle giovani generazioni, quelle cui stiamo regalando un futuro tutt’altro che radioso; spero ardentemente che queste giovani generazioni sappiano liberarsi di questa eredità e costruirsi un futuro su basi nuove.
Questo libro illustrato, così accurato ed efficace, merita di essere letto e discusso insieme, fra adulti e ragazzi e ragazze che abbiano a cuore il futuro di questo Pianeta.

Eleonora

“Immagina un mondo”, F. Thinard, ill. E. Antonioni, trad. S. Saorin, Camelozampa 2023



mercoledì 8 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BINOMI FELICI

Strider, Beverly Cleary (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2023 
 
NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 


"Strider sembra contento quando rido. Qualche volta penso che il mio miglior amico sia Strider, non Barry. Sarò contento di rivedere Barry ma mi dispiacerà di... beh, non si può avere tutto. Metà di un cane è meglio di niente, come si dice. 
Strider ha una nuova abitudine. Quando ci fermiamo, mi mette una zampa su un piede. Non è un caso perché lo fa tutte le volte. Mi piace pensare che non voglia lasciarmi andare." 

Seduto sulla spiaggia e fermamente deciso a non muoversi di lì, salvo poi convincersi con un salsicciotto e una bella corsa di due ragazzini, Strider è un bel randagio che cammina a passo veloce, grandi falcate, da cui il nome che si guadagna su strada. I due ragazzini, Barry e Leigh, io narrante, sono amici. Alcune cose li distinguono altre li accomunano: hanno entrambi genitori separati. Barry vive con suo padre, le sue numerose e rumorose sorelline e la nuova moglie del padre. Un mese all'anno lo passa invece con sua madre in un posto che lui non ha difficoltà a definire Los Chifo. Leigh, invece, vive con sua madre, perché suo padre fa il camionista e non ha una casa vera e propria, se non la cabina del suo camion. Di rado si vedono, e quando accade non va sempre bene: ci sono silenzi, malinconia e rimpianto. Barry è sempre circondato da tanta gente e la sua è una casa spaziosa, Leigh è spesso da solo perché sua madre deve lavorare molto per riuscire a pagare tutto e vive in quella che lui non ha difficoltà a definire baracca. 
Alla vigilia dell'estate, in una delle loro passeggiate al mare, incontrano questo cane. Solo. Impossibile solo pensare di lasciarlo lì, quindi i due decidono di tenerlo con loro, ovvero applicano quello stesso principio che tiene insieme le loro famiglie: l'affido condiviso. 
Un cane, un po' per uno. 
Questo è un pezzetto della loro storia a tre. Dei cambiamenti che la attraversano, tra un'estate e una nuova scuola. Tra allontanamenti, tra paura e coraggio, tra nuove amicizie e vecchie sicurezze. Con in vista, finalmente, un po' di tranquillità. E molto correre. 

Lo avevamo lasciato che aveva una dozzina d'anni e lo ritroviamo a 14. Sulla soglia delle superiori. Continua a non digerire la sua situazione familiare, ma adesso ha decisamente più frecce al suo arco per imparare a conviverci. E soprattutto, complice un'ispezione sotto il suo letto, richiesta espressamente dalla madre che vorrebbe vedere la camera di Leigh un po' più in ordine, riemerge il suo vecchio diario, che riaccende in lui il desiderio di continuare a raccontarsi, nero su bianco. 
La indiscussa piacevolezza nel leggere le storie di questo ragazzino californiano, dipende da tre fattori, principalmente. 
Una, la scrittura che, forse anche complice la traduzione di Mattiangeli, scorre che è una bellezza. 
La seconda, invece, dipende dall'angolo visuale. Ossia va riconosciuto a Beverly Cleary una capacità evidente nel saper raccontare senza incursioni troppo adulte il mondo dei ragazzini. Merito che le viene riconosciuto dalla critica, che con Caro Mr. Henshaw l'ha premiata con la Newbery Medal. È indubbio il suo talento nel raccontare un undicenne alle prese con una serie di guai - quali la separazione dei genitori, il trasferimento, una scuola del tutto nuova e quindi piena di sconosciuti - nonostante non si possano considerarle come questioni nuove per la letteratura per ragazzi. Insomma, pur non montando un contesto e dei personaggi particolarmente originali, ciò nonostante riesce a dare loro la giusta profondità e complessità e non essere mai troppo didascalica.
La forma del diario le permette di 'sdoganare' il lato riflessivo di tutto il percorso e così risultano autentici i malumori di questo ragazzino, le sue paure, e altrettanto credibili sono gli adulti che lo circondano, con le loro fragilità o necessarie durezze. 
Come già in Caro Mr. Henshaw, anche qui a interrompere la quotidianità di Leigh, tra la scuola e un unico amico, tra le assenze del padre, e quelle della madre per motivi tra loro molto diversi, anche qui arriva un granello di sabbia che lo fa deviare dalla sua routine. 
E qui subentra il terzo elemento di interesse di Strider. Che è proprio Strider, ossia questo randagio che ha il pregio di riempire i vuoti che caratterizzano le giornate di Leigh. Ma non solo. 
Come spesso succede, cani e ragazzini sono binomi felici e costruttivi. E anche questa storia sembra dimostrarlo. 
Un po' per esperienza, un po' per teoria, mi sentirei di dire con una certa sicurezza che far crescere sotto lo stesso tetto dei ragazzini e dei cani (i gatti hanno altri pregi, ma non sono adatti allo scopo) è cosa buona e giusta. In estrema sintesi, credo dipenda dal fatto che da entrambe le parti ci si riconosca - al di là di ogni apparente differenza - come simili. Appartenenti entrambi a una sfera primigenia, a una stessa foresta originaria. 
Quindi l'intuizione della Cleary di mettere insieme cani e ragazzini è buona. Diventa addirittura ottima, dal punto di vista del plot e non solo, il fatto di metterne due e uno, ossia di creare in innesco naturale alla competizione, tra due amici e un unico cane. Con tutte le relative prove d'affetto del caso. 
E puntualmente, accade. E altrettanto puntualmente mette in moto una serie di interessanti riflessioni su ciascuno di loro, dandogli la possibilità di esprimere la complessità che li tiene insieme o li divide. 
E ancora, il cane Strider, come succede nella vita vera, con la sua semplice presenza mette in moto una serie di altre relazioni umane che altrimenti sarebbero rimaste sopite (quante sono le amicizie fatte al parco con il proprio cane?) e con la sua semplice presenza spinge verso piccole e grandi prove di coraggio, dall'indossare proprio quella camicia all'entrare nella squadra di atletica, dall'affrontare la padrona di casa all'invitare a un primo appuntamento quella ragazzina per raccogliere insieme le erbacce nel quartiere. Il coraggio, se si è in due viene fuori, e ancor di più se si percepisce forte e chiara la piacevole responsabilità verso l'altro da sé. 
E se poi questo "altro" è peloso e ha quattro zampe e una coda mozza, ancora meglio. 

Carla

lunedì 6 novembre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)



DI AVVENTURA E DI MAGIA


Philippe Lechermeier, autore francese noto anche per la collaborazione con l’illustratrice Rébecca Dautremer, firma una trilogia, ‘Maldoror’, il cui primo volume, ‘I ragazzi della leggenda’, ha vinto l’ambito ‘Prix de Pépites’ al Salone di Montreuil.
Romanzo corale, ambientato fra l’Austria, la Russia e l’Ucraina, vede il viaggio periglioso di quattro ragazzi, che poi diventano cinque, in fuga dalle trame oscure legate a un regno magico, il Regno di Maldoror.
Protagonista principale Anja, giovane talento musicale cui il padre ha donato un prezioso violino; perde il contatto con i genitori alla stazione di Kiev e si rende conto che l’evento non è casuale, ma è la manifestazione di una trama oscura che vede coinvolta la sua governante. In molti, infatti sono convinti che il padre di Anja, famoso scienziato, abbia nascosto nel violino preziosi segreti.
L’altro personaggio principale è un ragazzino analfabeta, ma con il misterioso potere di comunicare con insetti e altri animaletti, compreso il suo ragno personale, chiamato Vera; dalla Siberia viene mandato dalla nonna a Kiev e poi a Odessa per trovare determinate erbe, insieme al Maldoror.
Pjotr, questo il suo nome, suona il clarinetto ed è così che incontra Anja: diventano una coppia musicale che vive suonando per strada. Ma in molti sono sulle loro tracce e tutti cercano di impossessarsi del violino: una banda di ragazzini al soldo di una misteriosa baronessa, i tartari al seguito del Gran Cofto, con i due gemelli Ivo e Ava, e poi il personaggio più misterioso di tutti, il cui ruolo resta celato per tutto il romanzo: la Morte di Anja, creatura magica che la insegue attraverso le steppe siberiane.
Nel corso della loro fuga, Pjotr e Anja incontrano Pepina e Čavolo, zingari figli di quella cui la nonna di Pjotr aveva detto di rivolgersi. Pepina ha ereditato dalla madre le sue arti magiche e comunica con lei attraverso strani segni che appaiono e scompaiono. Anche loro sanno qualcosa del Regno di Maldoror e del suo unico erede, il Principe Fauno. Con il loro carrozzone girano in lungo e in largo, suonando e vendendo le erbe officinali di Pepina. Ma vengono scoperti e nella loro fuga incontrano Jǿrn, un artista circense, muto ma con la capacità di governare tutti gli animali.
Pjotr viene catturato dal Gran Cofto, torturato e destinato a morire, ma i suoi amici non si rassegnano e comincia un nuovo inseguimento.
Altro non si può dire, se non consigliare di leggersi anche il secondo volume, in uscita nei prossimi giorni.
Il romanzo di Lechermeier mi ha colpito per diversi aspetti: intanto una evidente discendenza dal grande romanzo d’avventura ottocentesco, e questo è un gran merito: ho ritrovato le atmosfere e anche il dettaglio di un episodio, quello della tortura di Pjotr, che mi hanno felicemente riportato alla lettura giovanile di ‘Michele Strogoff’, di Jules Verne. Gli spazi immensi delle terre russe e ucraine, il mito di Odessa, così come le lande sconfinate della Siberia. Poi una sapiente sintesi di avventura e fantasy, con quella dose in più di mistero, enigmi da svelare, indizi disseminati nel racconto. C’è una grande cura nella descrizione dei personaggi, dei loro più o meno misteriosi talenti; anche i personaggi minori, pur nella loro essenzialità, si impossessano del lettore.
Infine l’aver prodotto un romanzo che pure nella complessità della struttura, dei riferimenti storici e ambientali, riesce a essere di facile fruibilità grazie a una narrazione scorrevole e sostenuta da un ritmo costante, con continui cambi di scenario.
In questo primo volume il mistero si infittisce e la curiosità aumenta, portando naturalmente alla lettura del volume successivo.
Consiglio caldamente la lettura a lettrici e lettori, amanti dell’avventura e del mistero, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“Maldoror. I ragazzi della leggenda”, P. Lechermeier, L’Ippocampo 2023






domenica 5 novembre 2023

PASTATELLE 

Presentazione che fai, biscotto che scopri. 
Conversano, anni fa, mi concesse il privilegio di imparare a fare i cannoli di pane. E fu tanta roba. 
Ma mi tenne nascoste le pastatelle. 
Biscotti che adesso scopro perché mi sono stati regalati con l'intento di riportarmi a casa un altro pezzetto di buona puglia. 
Breve scambio di whatsapp per avere la ricetta della nonna novantunenne, ma nonostante le insistenze questa ricetta non arriva così mi consolo con la rete, facendo una serie di confronti e quello che ne ricavo è la seguente ricetta, che si rivela vincente. 


INGREDIENTI 

per la pasta: 
250 gr di farina 00 
90 gr di olio pugliese 
90 gr di vino bianco 
1 cucchiaino di sale 

per la farcitura: 
una buona marmellata di ciliegie (soda) 
oppure 
una buona marascata (altrettanto soda) 
3 o 4 noci 
buccia di limone
oppure
un po' di cannella 

Mischiare la farina con l'olio mentre in un pentolino sul fuoco si scalda il vino. Alle prime bollicine versarci il sale e farlo sciogliere facendo anche evaporare un po' dell'alcol del vino. Quindi aggiungerlo alla farina e continuare a impastare fino a ottenere un composto morbido ed elastico. 


Lasciare riposare per una mezz'ora e intanto preparare la farcitura, sminuzzando con 2 colpi di frullatore le noci che poi vanno aggiunte alla marmellata insieme a un po' di cannella. 
Passata la mezz'ora stendere con il mattarello la pasta fino ad arrivare a uno spessore di 3 millimetri tagliare dei tondi di circa 8 cm di diametro. Mettere al centro di ciascuno un cucchiaino di ripieno e richiudere come se fosse un panzerotto. 
Cuocere nel forno a 200° per 15 o 20 minuti finché non raggiungono il colore d'oro. 
Toglierli dal forno e, una volta freddi, spolverarli di zucchero a velo: l'unico zucchero di tutta la questione.


Enjoy!

Carla

venerdì 3 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TANTA ROBA [parte seconda e ultima] 

Il teschio, Jon Klassen (trad. Greta Poli) 
Zoolibri 2023 
 
ILLUSTRATI 
 
"Entrarono nella serra. 
'Oh mi piace questa stanza' disse Otilla. 
'Questa è la mia stanza preferita' disse il teschio. 
'Puoi mangiare le pere?', chiese Otilla. 'Posso mangiare quelle che cadono per terra, ma non riesco a raggiungere quelle buone sui rami', disse il teschio. 
'Te ne prenderò una', disse Otilla porgendogli una pera a cui lui diede un morso. 
Il boccone gli passò tra i denti e cadde sul pavimento. 
 'Ah, deliziosa', disse il teschio. 
'Grazie'." 

Uno spunto che Klassen non si lascia sfuggire nella fiaba tirolese riscritta dalla Manning-Sanders è un sottilissima punta di ironia, quando il teschio chiede all'orfanella alla porta del suo castello di prenderlo con le mani perché le scale in salita non le può proprio fare. 
Ecco la prima bolla: Klassen ne approfitta e comincia a espandere il gioco di entrare e uscire dalla finzione alla realtà, dalla magia di una fiaba all'esperienza quotidiana. Il teschio, nella sua testa (!), è l'anello di congiunzione perfetto tra due mondi dalle regole ben diverse. E così parte il Klassen che conosciamo: gioca, là dove si può giocare, prende i pensieri dei suoi lettori e li sposta un po' di qui e un po' di là. 
Questo modo di raccontare fa di lui un 'onesto bugiardo' , così come lo sono tutti i più grandi artisti, letterati compresi. In questo senso risulta nodale ciò che disse Mac Barnett in una memorabile (almeno per me e per chi mi frequenta) TED Talk a proposito della definizione di arte, citando tra i tanti anche Picasso. Ma se Barnett, peraltro grande amico di Klassen, spiega con un diagramma di Venn che tra la realtà e la finzione esiste una zona condivisa che è la creazione artistica e quindi decide nei suoi libri di far irrompere la finzione nella realtà, Klassen qui fa l'esatto inverso. Nella fiaba inserisce la vera verità: se nella fiaba un teschio addenta una pera, nella realtà perderà inevitabilmente la polpa dalla mascella... e lo stesso accadrà con il tè (al contrario del teschio tirolese che il pancake se lo sbafa senza fare briciole). 


E ancora: il teschio klasseniano invecchia e ne è consapevole, il teschio klasseniano dorme stando con le orbite spalancate, il teschio klasseniano ha moti assolutamente umani: adora ballare e balla. Il teschio Klasseniano colleziona maschere tirolesi. Il teschio klasseniano dice bugie per galanteria ed è pronto a cambiare idea per far piacere a un'amica... 
Ecco qui entra in gioco l'altra grande differenza con la fiaba di partenza. 
E per questo va considerata la seconda bolla di invenzione di Klassen. 
La complessità delle relazioni interpersonali. Tutti ma proprio tutti i libri di cui è autore unico ruotano inevitabilmente intorno a i rapporti che tengono assieme le persone tra loro. Una varia gamma di legami interpersonali che ognuno di noi - dai bambini fino agli adulti - può facilmente riconoscere. Non c'è suo libro in cui - con ironia ma anche con grande onestà - non vengano fuori le fragilità o le nostre buone pratiche di comportamento. La cura, il rispetto, l'invidia, la vendetta, la gelosia, la menzogna: pesci ladri, granchi spia, lepri bugiarde, tartarughe redente e tartarughe in cerca di affetto, armadilli pazienti e accoglienti. 
E qui? Un teschio ospitale e rispettoso e una ragazzina coraggiosa, generosa e misteriosa si fanno compagnia e condividono un pezzo di strada assieme. Lo spessore umano di entrambi i personaggi esce dunque dalla dimensione della fiaba e irrompe in quella che è la sfera emotiva. 
Entrambi sono pieni di attenzioni reciproche: dal rincalzarsi le coperte, all'avvertimento del parapetto basso. Fino all'apoteosi del dialogo per invitarsi reciprocamente al ballo. In maschera. 


Ovviamente, e questa è la quarta bolla di invenzione, essendo Klassen a concepire la storia, nessuna sbavatura è concessa: solo dialoghi serrati, da cui tutto questo si evince. Come vorrebbe la norma: tutto accade e nulla è "raccontato". Una lezione di cinema d'animazione che Klassen non ha mai dimenticato. E a proposito di cinema, l'altra grande bolla di invenzione, la quinta, che si espande nella sua testa è il filo horror che la attraversa. Anche in questo ambito Klassen applica la regola aurea del far vedere o anche del far sentire. 
Nella fiaba tirolese è lo scheletro il personaggio che di più segue una vena horror nel suo precipitare dal camino osso per osso per poi ricomporsi e girovagare per la cucina in cerca della parte mancante, il teschio. Ed è ancora lo scheletro a essere coprotagonista nell'immagine di Robin Jacques. Ma più che horror tutto questo ha del comico. 
Klassen, invece, ci va giù piatto, sonorizzando molti aspetti narrativi. A partire dall'invocazione del nome Otilllaaaaaaa che echeggia più volte nella foresta, fino al silenzio che esce dal pozzo senza fondo con il torsolo di pera e con la cenere delle ossa che ci precipitano dentro. 
Ecco il pozzo senza fondo. Nella bella casa del teschio, tra luminose serre e sale da ballo a vetrate, c'è una zona d'ombra, o per meglio dire, buia: una prigione con un pozzo senza fondo. 
Questo oggetto, icona del mistero e dell'inquietudine, compare due volte: la prima è solo per attestarne la presenza, mentre dopo viene utilizzato per far sparire nel nulla e per sempre la cenere delle ossa cremate dello scheletro che perseguita il teschio. 
Il fatto che sia Otilla, con tutta calma e preciso metodo, a celebrare il macabro rito la rende ancora più magnifica di sempre: ne sottolinea da un lato la luminosità per la sua generosità e coraggio nei confronti del teschio, e dall'altro ne mette in evidenza il lato scurissimo del suo essere. Lato scurissimo che mai scompare, in quel suo voler mantenere un alone di mistero intorno a sé. 
Da dove arriva? Da cosa scappa? 


E a proposito di scuro e chiaro, di luce e ombra (e di tagli prospettici dall'alto) non si può non notare quanta sapienza ci sia nelle immagini: Klassen, per chi lo segue da sempre, ha fatto molta strada in questo senso. Con la sua consueta palette di colori, lui con la luce ci gioca già da parecchio, ma il livello raggiunto qui è davvero altissimo. Meriterebbe una terza puntata, ma vi risparmio. 
La tavola con la scala a chiocciola, ma soprattutto le due di teschio e bambina a letto dalla notte al mattino successivo sono illuminanti (!!). 
Sono piuttosto sicura che con il suo amico e collega nonché conterraneo, maestro indiscusso della luce, il canadese Sydney Smith, delle cose in proposito se le siano dette. Le lame di luce che entrano dai finestroni... Si sono guardati reciprocamente. 
E ancora, entrambi conoscono benissimo e amano il Canada, essendo canadesi: la neve e le tempeste di neve e quella luce radente che attraversa la nebbiolina che fanno i fiocchi fitti che cadono. Klassen dichiara che i boschi tirolesi lui li ha disegnati come quelli intorno a Niagara. Più consueti, per lui. 


Gran finale, in leggerezza: il suo racconto, con una punta di civetteria, sulla camicia da notte con i fiorellini. Lei sta lì unicamente, così dice, a coprire parte del viso di Otilla, perché lui non sa disegnare le bocche che sorridono... 
Ma rendere espressivo persino un teschio, beh, questo lo sa fare. 

Carla 

Noterella al margine: Klassen è diventato famoso nel mondo per come ha saputo giocare con lo sguardo dei suoi personaggi. Questi ultimi, di solito raffigurati come forme poco più che abbozzate, seppure sempre di grande efficacia, hanno tutti un grande impatto sui lettori per il loro sguardo 'parlante'. Come lui ci lavori, l'ho già detto, ma anche in questo ultimo libro Il teschio la sua enorme capacità nel produrre impercettibili sfumature negli ovali bianchi e nelle pupille nere che li abitano, atterrisce. 


E con queste sottigliezze la gamma espressiva chiama dentro e diventa indimenticabile. 

[Fine]

mercoledì 1 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TANTA ROBA [parte prima]

Il teschio
, Jon Klassen (trad. Greta Poli) 
Zoolibri 2023 


ILLUSTRATI 

"Otilla si avvicinò alla casa. Sembrava abbandonata ma, quando cercò di aprire il portone, lo trovò chiuso a chiave. Bussò forte per vedere se c'era qualcuno all'interno, ma nessuno si affacciò. 
'C'è qualcuno?', chiamò. 'Salve' rispose qualcuno. 
Otilla alzò lo sguardo verso il punto da cui proveniva la voce. Da una finestra in alto sopra al portone un teschio la fissava." 

Otilla, una ragazzina, nel cuore di una notte, scappa. Finalmente. 
Attraversa una foresta e per tutta la notte corre. Fino a quando, stremata, sente delle voci che la chiamano. Forse. O è solo il vento tra gli alberi sempre più fitti? 
Cade nella neve e non ha la forza di rialzarsi. Piange e quando finisce di piangere si rialza e ricomincia a scappare.
Ed è a questo punto che vede la grande casa che le sembra disabitata.


Invece al suo interno vive un teschio che gentilmente le apre la porta a patto che lei lo trasporti. Per un teschio non è poca cosa camminare... 
Otilla lo fa e lui le mostra l'intera casa. La sala del camino, fino su in cima alla torre e fino alle prigioni in basso. La grande serra, o giardino di inverno, dove assaporano delle ottime pere e la sala da ballo dove i due danzano, mascherati. E quando si fa sera lo scheletro, invitatala a passare lì la notte, le confessa il grande segreto dello scheletro che lo insegue perché lo vuole per sé. 
Puntuale come la morte, lo scheletro arriva, ma la coraggiosa Otilla non si fa intimidire e se ne sbarazza in modo definitivo, bevendoci su un buon tè. 
In fondo il teschio con lei è stato così gentile che sarebbe proprio di cattivo gusto non prendere le sue difese. Tra una gentilezza e una galanteria, tra una premura e un rispettoso silenzio, i due si tengono compagnia. Almeno per un po'. 

Tutti, ma proprio tutti, sono saltati sulla sedia, nel leggere l'ultimo libro di Jon Klassen. E nessuno si è preso la responsabilità di non dirne un gran bene. C'è chi ha pianto, c'è chi ne vende copie a rotta di collo, c'è chi non può fare a meno di dire al mondo del web quanto Klassen sia magnifico... 
Proviamo a mettere in elenco le caratteristiche di questo libro diverso dagli altri. 
La prima è evidente: il formato. 
Non è quello consueto dell'albo, neanche nella sua forma 'ibrida' che avevamo già visto per Un sasso dal cielo, ossia grande come un albo classico, ma con molte più pagine all'interno. 
Questo formato da romanzo tascabile c'è da presumere che non sia casuale. Sembra voler dire al lettore: siediti e mettiti comodo perché qui c'è da 'leggere' tanta roba. 
Per citare esempi altrettanto programmatici possiamo pensare a quello che ha fatto Blexbolex con Vacanze, un romanzo di sole figure. 
Il volersi ispirare a un modello letterario preciso lo si coglie anche in un altro aspetto caratterizzante: la scansione in capitoli, ossia in parti. 
Già vista in Un sasso dal cielo (ma anche già in Toh, un cappello!), con la precisa funzione di scandire la narrazione e focalizzare l'attenzione. Ma se nei precedenti c'è solo un numero e un titolo qui il passo è ulteriore. 
Come spesso accadeva nel romanzo ottocentesco, a introdurre il testo vero e proprio compariva un breve riassunto dei fatti principali. E siccome Klassen è un drago nel ridurre tutto all'osso (!), adesso compaiono, per fare un esempio, dopo Parte Prima, La foresta, Le tenebre, La casa. 


Verrebbe da pensare che la stessa ambientazione della storia, così ombrosa e misteriosa, abbia bisogno per valorizzarsi al meglio di un contenitore siffatto. 
Lo stesso Klassen mette in appendice due pagine in cui spiega l'origine della storia che peraltro traspare nel sottotitolo in inglese: The Skull: a Tyrolean Folktale. 
Il fatto che Klassen citi la sua fonte, un libro preso in biblioteca, letto e poi rimasto nella sua testa per del tempo, da un lato ne certifica la sua onestà intellettuale, ma dall'altro mette a fuoco una questione molto interessante che è la seguente. 
La fiaba tirolese è piuttosto diversa da quella di Klassen. Nel finale in particolar modo, ma anche altrove. Come mai? 
Questa circostanza, dice Klassen, deriva dal fatto che è passato del tempo dalla sua originaria lettura al momento di farne una storia illustrata e in questo tempo la sua testa ha modificato il racconto, consegnandone uno diverso alla sua memoria. 
A parte tutte le implicazioni neuronali che questo comporta, sembra interessante notare come la nostra testa sia in grado di trasformare a nostra misura ciò che non ci corrisponde poi troppo. Con questo si può ragionare sul fatto che Klassen il tessuto della fiaba tirolese lo abbia tagliato e cucito per farne un abito che, indossato, lo facesse sentire a proprio agio. 
E proprio così è andata. Se la fiaba prende la direzione del riscatto, attraverso l'apparizione di una donna trasformata in teschio sotto incantesimo, una creatura che arriva dal passato e scompare nel futuro, lasciandola erede di tutti i suoi averi, il castello, la servitù obbediente, a cui aggiunge - in un afflato materno - altri bambini con cui giocare e anche un principe azzurro, fatto arrivare a tempo debito. Potevano questi essere i panni adatti a Klassen? Ovviamente no.
 

Così la sua storia va in tutt'altra direzione. Colpito certamente dall'unica illustrazione a china di Robin Jacques, geniale illustratore britannico (le assonanze con Riddell fanno venire i brividi) in cui lo scheletro tiene per le braccia la piccola orfanella fuggita di casa e la solleva dal letto e la scuote per benino per farle mollare il teschio - i suoi occhi sono sgranati e pieni di terrore - a colpire Klassen è una serie di dettagli della fiaba riscritta da Ruth Manning-Sanders. Primo fra tutti il ritornello dello scheletro: Give me that skull! I want that skull! ripetuto come un mantra. Ma anche: il coraggio della ragazzina, certa determinazione nell'agire, la gratitudine nei confronti del teschio che la ospita, la condivisione di un menage casalingo, dai pancake mangiati assieme all'andare a dormire nello stesso letto, la frantumazione di qualche osso e certa difficoltà oggettiva nel deambulare e fare le scale in salita da parte di un teschio. 


Conseguenza di tutto ciò: la sua ostinazione a non lasciare che il teschio venga preso dallo scheletro che lo pretende. 
E allora quali sono le bolle d'invenzione tutte di Klassen? 

[continua]

Carla

lunedì 30 ottobre 2023

FAMMI UNA DOMANDA!


TENTACOLI SORPRENDENTI


Ci sono animali che entrano raramente nelle narrazioni e nella divulgazione per bambini; fra questi indubbiamente rientrano i cefalopodi, classe di molluschi marini, dalla struttura caratteristica e dalle dimensioni molto variabili.
Di calamari, seppie e polpi si occupa il volume da poco pubblicato da Nomos, intitolato ‘Tentacoli. Piccolo catalogo di polpi, seppie e calamari’, firmato da Marco Colombo e Francesco Tomasinelli, con le illustrazioni di Giulia De Amicis; la revisione scientifica è di Andrea Impera.
La prefazione è di Craig Foster, autore del bellissimo documentario ‘My Octopus Teacher’ (‘Il mio amico in fondo al mare’); se non lo aveste visto, ne consiglio caldamente la visione, per la capacità di modificare il nostro punto di vista su questi straordinari animali.
Le caratteristiche comuni ai cefalopodi sono rappresentate dalla struttura del corpo, costituita da braccia, o tentacoli, attaccate direttamente alla testa, mentre il corpo prende il nome di mantello; da mimetismo, che consente loro di cambiare colore con grande facilità; dalla singolare intelligenza, cui sono dedicati alcuni studi anche recenti, che hanno evidenziato delle capacità cognitive come l’imitazione, il riconoscimento individuale di soggetti umani, l’attitudine al gioco, l’utilizzo di strumenti. Leggendari alcuni tentativi di evasione dagli acquari, così come i dispetti rivolti al personale dei laboratori, in base a simpatie ed antipatie.


Tanta abilità consente a questi animali di sopravvivere in un ambiente in cui sono contemporaneamente prede e predatori e quindi è loro richiesto grande capacità di adattamento e di fuga.
Particolarmente penalizzante il sistema riproduttivo, che nei polpi determina la morte della madre alla fine dell’accudimento delle uova, cui si dedica integralmente, rinunciando a nutrirsi.
Quanto detto fin qui rende evidente la particolarità di questi molluschi, che si impongono alla nostra attenzione soprattutto per le sorprendenti capacità cognitive: il libro riesce a trasmettere proprio il senso di stupore nei confronti di questi animali, da cui non ci aspetteremmo la complessità di comportamenti che invece mostrano.
Stupore che viene trasmesso anche nella seconda parte del libro, dedicata agli approfondimenti, costituiti da focus dedicati alle diverse specie di seppie, calamari e polpi, diversi per dimensioni e forme, le più singolari. Le illustrazioni di Giulia De Amicis rendono bene questa varietà di creature piccolissime o gigantesche, caratterizzate da forme e colori straordinari.
Infine, ci sono le schede tecniche che di ciascun animale indicano dimensioni, distribuzione, habitat.
Il libro termina, come nei migliori libri di divulgazione, con la bibliografia costituita da pubblicazioni, siti web e video, e con il necessario glossario.


Può un libro così specificamente dedicato a un ristretto gruppo di animali attrarre i giovani lettori e lettrici, appassionati di animali? Penso proprio di sì: penso che, fortunatamente, a fianco di libri più tradizionali, che puntato sul facile effetto prodotto, ad esempio, dai grandi predatori, nell’editoria votata alla divulgazione si stiano facendo strada argomenti più sofisticati, che puntano all’esplorazione del meno conosciuto, i territori ancora ignoti o quasi, dove molti punti fermi, o presunti tali, vengono messi in discussione.
Libri come questo si segnalano non solo per l’originalità del contenuto, ma anche per il rigore dei testi, per la precisione dei riferimenti, per le possibilità di approfondimento, contribuendo a determinare uno sguardo nuovo sul mondo naturale, privo di preconcetti e luoghi comuni.
Sicuramente adatto a lettrici e lettori a partire dai dieci anni che amino il mare e i suoi abitanti e siano animati da inguaribile curiosità.

Eleonora

“Tentacoli. Piccolo catalogo di polpi, seppie e calamari”, di M. Colombo e F. Tomasinelli, ill. di G. De Amicis, Nomos 2023