lunedì 13 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI NO FORSE

I fratelli Zzli, Alex Cousseau, Anne-Lise Boutin (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Un giorno, la mia amica pipistrella mi dice: 'Ho conosciuto dei tipi, sono viaggiatori e stanno cercando un posto dove vivere. Vengono da molto lontano e sono di buona compagnia. Perché non li accogli qui a casa tua?'. In effetti, perché no? 
Li incontro il giorno dopo. Sono tre. Alti. Forti. Sembrano delle rocce. Dei macigni. Delle montagne. 
Li distinguo a mala pena l’uno dall’altro. 
Cambiano solo per lo spessore e la lunghezza delle folte sopracciglia. 
Ed ecco come si presentano: 'Noi siamo i quattro fratelli Zzli'." 

A vederli non sono affatto quattro, quindi è normale che quella bambina che abita nella casa troppo grande e che un po' si annoia, chieda loro spiegazione di questo. Il primo risponde: Sì effettivamente siamo tre, il secondo replica, già con la bocca piena, il suo No e il terzo, forse ha la giusta risposta: siamo in tre ma forse ci chiamiamo così perché mangiamo per quattro!"
Ed effettivamente... 
La bambina non perde tempo e li soprannomina: Sì, No e Forse. 


Comincia così la loro piacevole convivenza: Sì, No e Forse, con i loro racconti e con la loro ingombrante presenza, riempiono la casa di parole e di risate. La bambina è proprio contenta e insieme decidono di organizzare una festa di benvenuto: ci sta! La casa prima triste e silenziosa ora appare tutta piena di luce e movimento e rumori di luogo pieno di vita, let's go party! Ma nonostante le frittelle in grande quantità nessuno dei vicini invitati si presenta. La bambina e la sua amica pipistrella indagano. Ai vicini questo nuovo arrivo, questa nuova presenza proprio non piacciono. Questi orsi hanno abitudini diverse, possono alterare il tran tran del bosco e forse possono essere addirittura pericolosi... 
Nel frattempo, le cose vanno molto diversamente perché Sì No e Forse si danno un gran da fare per migliorare la casa e il bosco circostante; aggiustare l'altalena, pulire dalla neve i tetti e mettere nuovi alveari in giardino. 
Ma si sa, le malelingue ci sono ovunque e le dicerie e i pregiudizi sono duri da demolire e così un giorno bussa alla porta un gendarme che chiede loro se hanno il permesso di fare tutto quello che stanno facendo: la loro risposta è la solita, Sì, No, Forse andrebbe chiesto alla bambina che, a giudicare da quanto scritto sul suo zerbino, dovrebbe chiamarsi - così pensano gli orsi - Ben Venuti...


Ah, Benvenuti! Benvenuti a chi? 

L'argomento sotteso a questa storia è piuttosto chiaro, fin dal primo momento. I racconti di viaggio che questi tre orsi fanno alla bambina non lasciano dubbi, così come la reazione dei vicini di casa ostili ai nuovi arrivi è roba già vista, non solo nei libri, ma anche e sopratutto nella vita vera. Beh, è la questione del secolo, o forse di sempre. 
Chi arriva da fuori viene guardato con diffidenza, con sospetto. Viene tenuto a distanza, o comunque ai margini della comunità. Nella migliore delle ipotesi. Altrimenti, cacciato. 


Quello che colpisce in questo libro è la grazia, anche visiva, con cui tutto questo viene messo sul piatto della pagina. La questione, in verità, di aggraziato non ha proprio nulla. Eppure. Questi tre marcantoni, con cravatta e bretelle o pigiama a righe,  che riempiono le giornate di questa ragazzina, che fanno del loro meglio per migliorare ciò che li circonda sono molto ben consapevoli, ben più di lei che non c'è passata in mezzo, che alla discriminazione è molto difficile porre un freno. Eppure, loro sono felici di essere lì e cercano di dimostrarlo in ogni modo. Ma nel loro aggraziato modo di comportarsi, di fronte alla loro emarginazione, di fronte alla terra bruciata (!) che gli si fa intorno, mettono in conto anche di riprendere il cammino per cercare altrove un po' di pace e serenità. 
Andare con loro sembra essere la cosa giusta da fare. 
Sotto la folta pelliccia di questi tre orsi, si nascondono tutti quelli che cercano il loro posto nel modo, la loro piccola pace, la loro piccola felicità, in un posto diverso da quello in cui sono nati e cresciuti. 
Però questo libro, nello stesso tempo, solletica il lettore anche su un'altra questione, più sottile. Il ripetuto ritornello: Sì no forse... mi pare interessante. 
Al di là dell'essere un gioco divertente in una lettura condivisa, magari ad alta voce... 
Quindi, di istinto, lascerei da parte ciò che è più evidente (lo lascerei preferibilmente a quelli che usano i libri come strumenti per indirizzare le coscienze) e mi concentrerei su questo dettaglio, che sembra essere poco più che un gioco. 
Lascerei indietro i ragionamenti più generali e teorici sul dovere dell'accoglienza, dell'inclusione e andrei preferibilmente dritta a spiluccare la sequenza di quelle tre parole: Sì no, forse... 


Le tre risposte che gli orsi fratelli danno in sequenza sono un bel modo per mettere sempre davanti alle certezze che ognuno cerca di costruirsi, anche la terza possibilità, quella che presuppone il dubbio. Questo, oltre a essere un divertente ritornello è un buon suggerimento da tenere presente quando si cerca una risposta. L'arte del dubbio, ossia considerare nello scegliere da che parte stare - a favore o contro - altri scenari possibili, credo sia segno di cervello aperto, di pensiero libero. 


Parlarne, farebbe bene? Forse? No? Sì! 

Carla

venerdì 10 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO 

Il magico potere del disordine, Einat Tsarfati (trad. Maria Laura Capobianco) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI 

"Il disordine ha molti volti. Può essere gretto ed esibizionista, ma anche astratto e incommensurabile. Non posso giurare sul mio onore che tutti i dati contenuti in queste pagine siano corretti al 100% né che talvolta io non mi sia persa nella grettezza generale, arrendendomi alla marea trascinante del caos. Insomma: questo libro ti aiuterà a essere meno disordinato o disordinata, e nemmeno ci troverai i concetti esposti con metodo e rigore, ma forse dopo averlo letto capirai che sei in buona compagnia." 

Questa è l'unica pagina di un libro che ne ha più di duecento, che non si può considerare illustrata. Si tratta di una piccola nota introduttiva in cui l'autrice si autodenuncia come disordinata, mette in fila una serie di ragionamenti sulla questione disordine e sulla percezione che ogni essere umano ne ha, ovvero quanto ritenga sé stesso ordinato o disordinato. Racconta anche della doppia perdita del manoscritto come a voler testimoniare che mettere in ordine il disordine non è stata proprio una passeggiata di salute... 
Per smentire subito la percezione di avere per le mani un libro disordinato, basterà scorrere l'indice iniziale in cui fanno bella mostra di sé i nove capitoli che lo compongono. Ognuno di questi si accenderà per fare luce su distinte tematiche, per poi ridursi in cenere. Con cadenza regolare. Li elenco per dare onore al merito di un lavoro ordinato di un'artista che si definisce disordinata... 
1 - Perché il disordine è un problema? 
2 - Sei una persona disordinata? 
3 - Definire il disordine 
4 - Gestire il disordine, o: conosci il tuo nemico 
5 - Fare ordine senza diventare ordinati 
6 - Le Genti Ordinate 
7 - I vantaggi evolutivi del disordine 
8 - L'arte della resa 
9 - La salvezza 
Se li si leggono in sequenza si percepisce immediatamente il senso finale dell'intero ragionamento: il disordine è necessario e come tale va capito, accettato e, se possibile, anche utilizzato e messo a frutto. L'unico atteggiamento sensato è quello di saperne cogliere le potenzialità, come pure di imparare a conviverci, oppure imparare a convivere con i rari ortodossi di ordine o disordine senza fare troppe storie. Perché si sa, a questo mondo nessuno è perfetto. 

Come sempre le cose che arrivano da Einat Tsarfati si distinguono per un guizzo di genio e di follia. E anche questa volta, in questo bel librone, l'evento si ripete, puntuale. 


Partiamo dal titolo. In ogni lingua in cui il libro è stato tradotto, le soluzioni sono diverse. Dall'inglese e spagnolo: I'm a mess/Soy un desastre, passando per il francese Je suis bordelique, al tedesco, Ordentlich durcheinander, ossia Ordinatamente disordinati. 
Tuttavia credo che il titolo dell'edizione italiana vinca il premio per raffinatezza. 
A parte quella E fuori posto, si tratta infatti di una sottile parodia di un altro libro che anni fa aveva spopolato, creando molte false speranze nei suoi lettori, almeno in quelli disordinati: Il magico potere del riordino, di autrice giapponese, che aveva un sottotitolo molto promettente... 
E siamo solo alla copertina. 

Appena entriamo in medias res, che in una traduzione libera si potrebbe pensare voglia dire "in mezzo alle cose", cogliamo la rara capacità della Tsarfati di mettere in figura tutto quello che le parole non potrebbero dire, se non a costo di scrivere un libro di mille pagine. 
A prescindere dall'originalità di prospettiva che caratterizza sempre i suoi libri, mi pare che qui - molto più che altrove - Tsarfati applichi al meglio i suoi criteri che la guidano nella visual communication. 
Si percepiscono con molta chiarezza due cose.


La prima, attraverso immagini, simboli e poche, pochissime parole lei è in grado di trasmettere significati ben complessi. E' in grado di far ridere e ragionare il proprio pubblico, attraverso singole figure: una su tutte la scatola di fiammiferi che attraversa l'intero libro. 
Questa sua capacità di tenere sempre alta l'attenzione del lettore è semplicemente magnifica. Mai una volta che si riveli scontata, prevedibile. Al contrario è capace di toccare corde profonde, oppure di sollecitare fantasie, disegnando oggetti che nell'immaginario sono lì sepolti e che brillano nel tornare a galla, improvvisamente e inaspettatamente. 
Utilizza qui tutto il suo know how di graphic designer e di illustratrice pura. 
Ogni pagina è visivamente e letterariamente una sorpresa, un salto verso soluzioni di impaginazione ogni volta diverse, attraversate da un sense of humor degno delle migliori radici di Tsarfati: un capolavoro il test e i paradossi, elencati stanza per stanza: il paradosso del frigorifero, per citarne uno...


Vediamo parole che alludono a precise strategie per sconfiggere il disordine che corrono lungo i margini per lasciare posto a una mappa ideale della propria abitazione, pagine che paiono strappate da un manuale di storia dell'arte in cui si elencano le singole tipologie delle Genti ordinate. 


Oppure strappate da un libro di fisiologia umana, pagine che paiono fumetti ante litteram, per mettere in sequenze le buone pratiche con la ramazza, e altre che sembrano uscite da un fumetto di supereroi con onomatopee esagerate per raccontare un match con uno stendino pieghevole.
 

Si alternano visioni zenitali di ambienti, a immagini frontali, si sfrutta il taglio tra i due piatti della pagina con un gusto senza pari, per separare visivamente e letterariamente l'ordinato dal disordinato. Insomma Tsarfati gioca con tutto, utilizza tutto quello che le viene in mente. 
E i lettori godono sfrenatamente. 


La seconda cosa ha a che fare con i suddetti lettori gaudenti. 
Come spesso capita ai grandi autori - e Einat Tsarfati è certamente nell'olimpo - sanno rivolgersi, colpire e interessare pubblici anche molto diversi. Va da sé che ne godranno tanto quelli che abitano la sponda degli ordinati quanto quelli che vivono sul versante dei disordinati, quanto quelli che sono a metà del guado. 
Ma dirò ancora di più: con cognizione di causa ed esperienza ho visto con i miei occhi che questo libro piace a un novenne, a una quindicenne, a una trentaduenne, a un cinquantenne e a una sessantacinquenne impenitente (per chi non lo avesse capito). 

Carla

mercoledì 8 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

UNO SPAZIO CHE PRIMA NON C’ERA 

Da persona indecisa e poco propensa alla sintesi quale sono, quando mi trovo di fronte a un problema che non offre una immediata soluzione affido le mie valutazioni al tempo. Lo lascio scorrere come si farebbe con un fiume, costruendo a valle le mie domande a forma di diga. Poi, sto seduta lì, paziente, a osservare cosa arriva: suggerimenti, indizi, ripetizioni. 
È osservando sparsi sul palmo i pezzetti di ciò che si accumula a ridosso dell’ostacolo che intuisco: la natura del problema, la precisa domanda. 
Spesso pure la risposta. 
Qualcosa di simile succede in questi due albi, abbastanza diversi, capaci di generare domande cogenti sull’infanzia, sul potere e l’autorità, sugli spazi interiori, senza tuttavia cadere mai nella tentazione di fornire risposte, forti proprio dell’eloquenza del materiale messo in movimento e in virtù del movimento stesso. 

 

In Di qui non si passa un generale generalissimo si proclama l’eroe della storia e mette un soldato di guardia alla linea di attaccatura delle pagine, stabilendo a gran voce che da lì nessuno potrà passare: la pagina di destra è riservata a lui! La guardia blocca diligentemente il passaggio a tutte le persone che non tardano ad arrivare, ognuna spinta da un proposito, un’urgenza personale, un desiderio. 
Tra le numerose lamentele e il sempre più chiassoso sconcerto passano ignari due bambini impegnatissimi a non lasciarsi sfuggire la palla con cui stanno giocando. Costretti anche loro a fermarsi, mancano un tiro, e allora è solo una questione di attimi: giusto il tempo che la pallina si fermi al centro della pagina di destra e anche i bambini sono dall’altra parte, seguiti a ruota da tutti gli altri. A nulla servirà l’arrivo del generale e dell’esercito: persino il cavallo si lascerà contagiare dall’anarchia e, disarcionato il proprio stesso padrone, se ne andrà con tutti gli altri, lasciando il sedicente eroe della storia solo e sconsolato a riordinare i resti colorati che, come seconde pelli, rimangono a terra dopo che tutti sono passati. 
Tutte quelle cose che non ci stanno più, invece, mette in scena una situazione più intima. 


È questa la storia di bambino che si trova ad avere a che fare con misteriose palline arancioni che cominciano inspiegabilmente ad apparirgli in numero sempre crescente. In assenza di una figura di riferimento e di validi suggerimenti, il piccolo tenta in tutti i modi di trovare uno spazio e uno scopo a questi inspiegabili oggetti. Tuttavia né la borsa della palestra del papà, né la cuccia del cane, l’autobus o il carrello della spesa sembrano adatti a contenerle, e al bambino, sovrastato dallo sforzo, non rimarrà che arrendersi alla loro presenza. Sarà dopo questa resa che vedrà qualcuno simile a lui, un altro bambino che, sgattaiolando tra le gambe degli adulti indifferenti, lo condurrà oltre una porta in un giardino dove le palline troveranno il loro posto. 
I due dispositivi narrativi presentano certo notevoli differenze: 
- Da una parte abbiamo un protagonista adulto, dotato di autorità, che agisce per proprio esclusivo interesse contrapponendosi a una molteplicità di persone libere, ognuna dotata di nome, relazioni amici, e di una direzione ben specifica che le spinge ad affrontare il divieto di non attraversare un dato confine; dall’altra ecco un bambino solitario (o lasciato solo?) alle prese con l’apparizione apparentemente insensata di palline arancioni di cui non è chiaro lo scopo… 


- Da una parte i colori squillanti e il tratto nitido dei lampostil danno vita a personaggi dinamici, quasi ritmici, dall’altra una palette di grigi sfumati: delineano con campiture sfumate una serie di ambienti estranei e respingenti in cui l’unico colore concesso è quello delle palline, arancioni e luminose, e il giacchino del bambino, anche questo arancione, come da programma… 
- Da una parte l’azione avviene in spazi indefiniti, candidi, e viene interrotta dal bordo della carta, come a suggerire un campo d’azione che supera la struttura del libro per estendersi ben oltre il margine; dall’altra, ecco susseguirsi scenari domestici e urbani di un quotidiano vivere comune che pare ripiegarsi su sé stesso.
- La chiara identificazione del limite e del divieto con l’attribuzione di funzione scenografica alla linea di attaccatura tra le due pagine de Di qui non si passa! si contrappone al confine psicologico che si sostanzia pagina dopo pagina in Tutte quelle cose che non ci stanno più separando gli ambienti esterni dallo spazio interno – attonito e lievemente angosciato - del piccolo protagonista, ma anche gli adulti dall’infanzia. 



- Infine, tra i personaggi della folla del primo albo serpeggia un elettrico senso di energia e si aprono variopinti fumetti che sostanziano all’occhio il rumoreggiare delle voci dei molti, rappresentando anche a livello sonoro il crescendo di un attrito tutto esterno tra il generale e la folla. Nelle grigie ambientazioni dove si muove il bambino alle prese con le palline invece, rimbomba in silenzio un conflitto intimo e personale, vissuto in una solitudine sottolineata con puntualità dagli sguardi infastiditi o indifferenti degli adulti.
 



Tuttavia, la scelta di procedere nella narrazione attraverso il dispositivo dell’accumulo stabilisce una sotterranea comunanza tra questi due albi: entrambi presentano fin dal titolo una negazione, un divieto, una linea di demarcazione, ovvero dispongono un ostacolo contro cui è necessario scontrarsi, e ovviamente entrambi procedono con l’accumulo progressivo di elementi formali proprio contro il margine stabilito dalla negazione; entrambi utilizzano espressivamente la distribuzione del peso dell’immagine nelle pagine, spostandola nel corso della narrazione da sinistra a destra quasi che l’intera struttura fosse un bilanciere e la storia una questione di stabilizzazione di forze fisiche…


Infatti, è fatto grande affidamento sul tempo necessario allo sviluppo della massa critica ed è prevista, alla fine di questo processo, l’apparizione di una soglia funzionale allo scioglimento della tensione creata dall’accumulo stesso. 



In questo modo, autori e autrici vanno costruire una efficace metafora delle modalità con cui si sviluppa e sostanzia nella mente un pensiero nuovo, un’idea o una consapevolezza per cui non era previsto uno spazio che tuttavia, da un certo momento in poi, incredibilmente si crea.


L’accumulo funziona ottimamente come dispositivo narrativo: fa nella narrazione quello che tempo e peso fanno alla roccia: strato dopo strato, millennio dopo millennio il depositarsi di materia, riordina i significati, stabilizza i legami, mette in quadratura i conflitti e i rapporti. Così, nasce la lucentezza della malachite, il verde dello smeraldo, la stabilissima trasparenza del diamante. 
Ecco allora la critica all’autorità e al rigore, ecco la negazione dello spazio dell’infanzia, ecco un inno alla vitalità dei desideri e all’individualità genuina che nell’infanzia prova a trovare la sua prima legittimazione. 


La questione saliente è la fiducia. Saper confidare nel gesto ripetitivo di voltare pagina dopo pagina dopo pagina, rimanendo tuttavia in attesa del mutamento della situazione: che l’equazione si sviluppi, che il processo si compia, che il significato si riveli. Che i materiali – persone, palline pensieri e sentimenti e domande - rivelino attraverso la loro persistenza il proprio messaggio.


Più che logico è inevitabile: l’accumulo è un arrendersi che affida alla natura stessa delle cose la parola, e che accoglie il significato evidenziato dalla ripetizione per restituirlo finalmente intero e visibile alla singolarità. Recuperando l’immagine della diga, è inutile pensare di ostacolare il libero e pulsante fluire di palline, persone, sentimenti e pensieri, stabilire a tavolino che non sia possibile passare: ciò che si accumula è destinato presto o tardi a tracimare, e per tutte le cose che sembrano inizialmente non avere collocazione, per la novità o l’urgenza del loro messaggio, si creerà un nuovo spazio: uno spazio che prima non c’era. 


Giorgia 


“Di qui non si passa!”, Isabel Minhos Martins, Bernardo Carvalho, Topipittori 2015 “Tutte quelle cose che non ci stanno più” Marta Lonardi, Corraini 2024

lunedì 6 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E' SEMPRE VERO

I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"La donna avvicinò il viso tondo e triste al finestrino dell'auto. 'Fate i bravi' si raccomandò. 
'Capito? Voi piccoli state a sentire Dicey. Capito?' 
'Sì, mamma' risposero. 
'Allora va bene.' Si mise la tracolla della borsa sulla spalla e si allontanò, ciabattando con i sandali che avevano i cinturini rotti, i gomiti ben visibili attraverso i buchi del maglione troppo grande, i jeans scoloriti e sformati. Quando la sua sagoma scomparve tra la folla dei clienti che si accalcavano al centro commerciale quel sabato mattina, i tre bambini più piccoli si sporsero istintivamente in avanti, verso i sedili anteriori, dove stava seduta Dicey. Lei aveva tredici anni ed era capace di leggere le cartine stradali. 
'Perché ci siamo fermati qui?' chiese James. 'La spesa l'aveva già fatta. Non c'è motivo.' James aveva dieci anni e pretendeva che tutto avesse una chiara motivazione. 
'Non lo so. Hai sentito anche tu quel che ha detto, no?' 
'Lei ha detto solo "adesso ci fermiamo qui" ma non ha spiegato perché."

Questo è l'inizio della storia di questi quattro fratelli, i Tillerman: Sammy di sei anni, Maybeth di nove, James di dieci e Dicey, tredicenne. 
La loro madre si è appena allontanata dalla macchina. Si è diretta verso il centro commerciale, ma da loro non è più tornata. I quattro ragazzini, prima aspettano, ma con il passare delle ore, realizzano che qualcosa deve essere successo e che da questo momento in poi se la devono cavare da soli, o per meglio dire, sono passati sotto la guida della loro sorella maggiore. 'State a sentire Dicey', è stata l'ultima indicazione della madre, l'ultima frase cui appendersi... 
Quella mattina erano partiti tutti per andare a Bridgeport dalla zia Cilla, una prozia che forse li avrebbe potuti aiutare. Lei è l'unica parente che ha mantenuto un contatto con loro: una cartolina a Natale, tutti gli anni. Ma poi in quella fatidica mattina qualcosa è andato storto. Adesso Dicey, con pochi dollari in tasca, si trova sulle spalle la solitudine e la responsabilità dei suoi fratelli. Piuttosto che cercare aiuto tra gli adulti, con il terrore che, in assenza di madre, li possano dividere, decide di mantenere il progetto originario, quello di andare a Bridgeport. 
Ma a piedi. 
Questo è il loro lungo viaggio attraverso la provincia americana, dal Connecticut al Maryland, tra parenti e gente sconosciuta, tra brave persone e malviventi. Sempre con una manciata di monete in tasca. 
Questo è il loro modo di misurare se stessi, di imparare a cavarsela, il loro modo di fare i conti con la realtà, a volte anche molto dura. 
Obiettivi da raggiungere: fare squadra e trovare finalmente un po' di serenità e un posto dove potersi sentire di nuovo a casa. 
Riuscire finalmente a provare il senso di appartenenza, senza il quale si vive maluccio.

Questo libro ha più quarant'anni e più di quattrocento pagine. 
Cynthia Voigt lo ha pubblicato, con il titolo Homecoming, nel 1981. Ambientato nell'America dei primi anni Settanta restituisce in pieno la temperie di quegli anni e  delle storie on-the-road. Nella letteratura per ragazzi sono innumerevoli gli esempi e tutti - necessariamente - devono partire da un elemento determinato e comune: la solitudine, l'abbandono, la fuga, la scomparsa di tutti i punti di riferimento su cui di solito un ragazzino - qui quattro fratelli - può fare affidamento: gli adulti, o per meglio dire, una famiglia, quale che sia. 
Cynthia Voigt si inserisce alla perfezione nella cornice di storie del genere. 
Dalla riga cinque già si intuisce che quella madre è in difficoltà. Quel suo abbigliamento sdrucito, quel suo sguardo triste, quella sua frase sibillina sono tutti segnali che la direzione che la storia sta prendendo è quella di un abbandono. 
Ci siamo. La storia on-the-road può cominciare. 
Il passo successivo, nei romanzi di bambini soli diretti chissaddove, prevede la costruzione e il relativo crescendo del lato avventuroso della vicenda. 
Il modello prevede, di norma, diverse prove da superare, attraverso le quali i protagonisti crescono, consolidano il loro coraggio e la personale consapevolezza e soprattutto misurano la complessità della realtà e delle relazioni interpersonali. 
E anche in questo, I Tillerman rispetta il canone. 
E allora dove si trova l'originalità? In due cose principalmente: nelle cento pagine finali e nella compattezza che questa piccola squadra dimostra di avere per arrivare a vincere. 
La bellezza dei Tillerman non sta tanto nel loro avventuroso viaggio, quanto piuttosto nel loro essere i Tillerman. Nessun Tillerman escluso, si intende. 
Lo spessore del libro si percepisce proprio in questo loro diversissimo modo di reagire agli eventi. In tale prospettiva si costruisce, pagina dopo pagina fin quasi alla fine, lo spessore dei personaggi. Si impara a conoscerli e a familiarizzare con loro. Si impara a capire cosa stiano cercando, si apprezza la differenza di percorsi che scelgono per arrivare all'obiettivo comune. 
Ognuno di loro si distingue rispetto alle situazioni: si passa dalla mitezza di Maybeth che viene scambiata spesso e volentieri per stupidità, alla lucidità del pensiero di James, che ogni mattina si sveglia e pronuncia la frase è sempre vero, passando per il grande senso pratico e la determinazione senza scrupoli di Sammy, che lo porta più volte a un millimetro da guai seri. E poi c'è Dicey che tiene in mano il loro destino comune, dimostrando di saper governare con sapienza la barra del timone. Anche in senso letterale... 
Si susseguono i fatti, si generano le singole strategie di reazione. Di volta in volta, esse si intrecciano generando trame e situazioni sempre differenti. E con lo scorrere del tempo le loro relazioni interpersonali mutano, ma inevitabilmente si consolidano. E il risultato finale è un pacchetto di mischia invincibile. 
Due parole ora sulle cento pagine finali. Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! 

Carla

giovedì 2 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E SE... 


Letargo, Claudia Mencaroni, Gioia Marchegiani 
InternoPoesia 2024 

NARRATIVA & POESIA

"Si è raggomitolata per benino, ha chiuso un occhio 
poi ha chiuso l'altro, infine il suo respiro 
è diventato così lento e cavernoso che i bambini 
si sono guardati per ben ventisette secondi, finché 
uno di loro il più scientifico 
si è avvicinato a lei 
ha posato l'orecchio sulla sua schiena e ha detto:
- Dorme. 
- Citrullo, si dice 'è in letargo', 
ha replicato l'altro che alle parole ci tiene parecchio." 

Prima di raggomitolarsi sul tappeto del salone, aveva preso il suo cuscino e la coperta di lana da un lembo e, lentamente, aveva attraversato il corridoio con quell'insolito strascico. Insonnolita aveva incrociato i suoi due bambini, aveva appoggiato sulle loro teste il bacio della buonanotte e aveva sfregato il suo naso freddo nei loro colli ancora caldi di letto. E aveva proseguito, in silenzio. Poi era andata giù e si era addormentata. Di un sonno profondo. 
Che nessun richiamo di figlio, nessun profumo di caffè, nessuno scuotimento riesce a sconfiggere. Così i due bambini avevano ripreso le loro abitudini: la colazione, la scuola, il gioco, le cose proibite. Sempre davanti, intorno, sopra di lei. Che, addormentata, faceva solo piccoli movimenti, quelli che si fanno nel sonno. Il suo letargo attraversa le stagioni, con i suoi bambini che non perdono il contatto con lei, che diventa cavalluccio per giocare, scrivania per i compiti, tana per trovare il sonno quando arriva la paura... E se questo letargo dovesse superare anche la primavera senza risveglio? E se invece tra il muschio coperta si cominciasse a intravedere un nuovo germoglio? 
E se...? 

Come miccia di innesco c'è la grande domanda che spesso accende altrettanto grandi storie: e se? 
E se una mamma un mattino si svegliasse con l'idea di riaddormentarsi, ma non per cinque minuti ancora dopo la sveglia per andare incontro alla sua giornata di compiti, ma per dormire. Dormire tanto: una cosa che abbia la forma del letargo. Quindi un letargo per uscire di scena, o meglio per restare in scena, pur tirandosi indietro dal suo ruolo, dal suo personaggio. 


Bella idea su cui ragionare da adulti, ma forse anche da bambini: non sparire fisicamente dalle vite dei propri figli, ma restare lì davanti a loro a sancire il proprio diritto alla pausa. Esserci, ma diventare sfondo. Almeno per un po'. 
Il letargo, così come sentenzia uno dei due bambini, è cosa nota: ha dei contorni che anche i più piccoli possono conoscere. Il letargo è un po' misterioso come è misterioso il sonno, ma non fa paura come l'andarsene o il morire. In fondo è un andarsene per un tempo, e soprattutto prevede un risveglio e un ritorno. 
Trovato questo insolito innesco, accesa la fiamma di un racconto, l'abilità di chi lo ha scritto sta nell'aver saputo governare il fuoco. 
Fin da subito il patto con i propri lettori è chiaro: venitemi dietro e credetemi sulla parola. 
Come succede con il fuoco e con l'acqua, è difficile prevederne l'evoluzione, il tragitto e infatti anche in Letargo per necessità le leggi di realtà saltano più e più volte, ma si impara presto a prendere atto di una serie di fatti. I bambini sanno cavarsela da soli, minuto dopo minuto, fanno la cosa giusta: per proseguire si agganciano a ciò che hanno sotto mano, ossia le loro routine. La fame mattutina li spinge verso la colazione, i compiti da fare gli occupano i pomeriggi e via andare. Nello stesso tempo non possono far finta di niente rispetto all'opportunità che il letargo materno offre loro: una libertà di azione che deve essere sfruttata. Senza divieti espliciti da parte di quel corpo addormentato, le prove di autonomia, di superamento dei limiti imposti si susseguono. Ma c'è sempre da parte di quei bambini la consapevolezza, come se - d'istinto - avessero preso loro il testimone dell'essere ragionevoli e responsabili. 
Certo, questa mamma che dorme sodo in salotto, per terra avvolta nella sua coperta, provoca anche una serie di inconvenienti, ma tutti sormontabili. 
Sarà dura ammetterlo, ma parrebbe proprio che i bambini senza di noi, se la caverebbero molto meglio di come noi possiamo anche lontanamente immaginare... 
Un po' come a dire che a loro va insegnato ad andare, poi, messi sulla strada migliore, a camminare ci penseranno da sé. 
A una cosa, però, sembra non siano capaci di rinunciare: a condividere con quel mucchio di mamma le grandi emozioni. Forse è a questo che un genitore non può proprio sottrarsi. 
Ma forse le cose sono due. 
A un genitore non dovrebbe essere concessa la possibilità di tirarsi indietro nel momento del tentennamento, del dubbio, della perdita di sicurezza da parte di un figlio. Dormire, riposare, farsi da parte fino al punto in cui non sia di nuovo necessario riaprire gli occhi per farsi ancora una volta luogo sicuro. 
Questo e molte altre magnifiche sottigliezze si trovano in questo piccolo libro. Comprese le poche e soffuse illustrazioni di Gioia Marchegiani.
Chi avrà la fortuna di leggerlo, riceverà in dono anche una lingua inaspettata, anzi due. 
Più e più volte i due registri si toccano e si intrecciano: accanto a una scrittura poetica di una voce fuori campo che racconta e che usa gli a capo come punteggiatura ed è piena di raffinatezze, c'è una poesia vera e propria per voce spontanea di bambino: la voce di chi quel letargo lo vive e lo percepisce, e per questo lo mette su un quaderno a righe. Ma proprio a righe.
 
- Lo sai che oggi a scuola abbiamo scritto le poesie, mamma? 
 
Te ne leggo una, 
scritta tutta 
tutta da me? 

Carla







martedì 31 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 

 luglio 2024 


Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) Pension Lepic 2021 

 perché 

"la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre.


Papà ha perso la testa, André Bouchard, Quentin Blake (trad. Fabio Regattin) #Logosedizioni 2024 

perché 

"La scintilla che accende le storie di Bouchard è sempre molto luminosa e questa forse lo è ancora più di altre: partire da un assurdo assoluto, da un paradosso, impensabile purché comprensibile, quindi stravolgere o meglio capovolgere la realtà in un colpo solo, quindi rimettersi in piedi e riguardare tutto da un punto di vista consueto che però a questo punto assume i toni del grottesco e del comico. Cosa ne deriva? Umorismo allo stato puro." 

 agosto 2024 
 




perché 

"Se nell’uno veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, nel secondo il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità.


Nino, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari), orecchio acerbo 2023 

perché 

"La permeabilità dei mondi... Qui, in modo molto esplicito, Brouillard ci dice che tra realtà e immaginazione il confine è labile e forse addirittura non esiste. Guardarsi, sorridersi e riconoscersi - animali del bosco e bambino con peluche - attraverso un unico diaframma, invisibile di fatto, ossia una vetrata. Troppo poco perché non siano tra loro comunicanti." 

settembre 2024 


 Ö, Guridi, Kite edizioni 2024 

perché 

 “Da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole -guida- che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato.”


Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió 
(trad. Federico Taibi) L'Ippocampo 2024 

 perché 

"Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola... Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità."

ottobre 2024


Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi  Kite edizioni 2024  

 perché 

"A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono.  Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco."


CRAC, Matteo Pompili e Lorenzo Monaco, ill. Luogo Comune, Camelozampa 2024 

perché

"Il risultato di questa collaborazione può dirsi riuscito nel felice compito di aprire orizzonti di curiosità, stimolare connessioni tra le conoscenze e mettere in relazione la vita propria e quella dell’universo intero. Ma in tutta questa vita che si spezza e che continua notiamo subito una grande assente. La parola morte non appare mai (nessun lombrico vorrebbe cedere al becco di un merlo, per es.), le immagini raffigurano scheletri di animali estinti e un uccellino giace sul terreno visibilmente senza vita, ma nulla di più. Che sia una scelta evidentemente ponderata ce lo conferma, su esplicita domanda, Matteo Pompili: "La nostra intenzione era quella di arrivare anche al concetto di morte, ma senza forzature e con leggerezza. Quando dopo la lettura - a immagini sedimentate - gli insegnanti lavorano coi ragazzi sul libro però ci siamo accorti che emergono proprio questi aspetti: la perdita temporanea o duratura di adulti di riferimento e la volontà di farcela e di diventare autonomi nonostante quanto accaduto. Insomma, CRAC è anche un libro che suggerisce di accettare le perdite e di “danzare” nonostante esse.""

novembre 2024


Qualcuno mi aspetta dietro la neve, Timothée De Fombelle, Thomas Campi (trad. Maria Bastanzetti) Terre di Mezzo 2024 

perché 

"quella bella lingua universale, alla quale De Fombelle ci ha abituato, qui è centellinata. E' il silenzio, a parlare. Sono così tante le cose non dette che però baluginano tra le parole, che il lettore che nei libri va cercando qualcosa che non sa, qualcosa che non sta in evidenza sul piatto della pagina, qui ha di che saziarsi. A parte i due fili narrativi, quello che racconta della rondine e quello che racconta del corriere, a parte 'la quadratura del cerchio finale' su cui si può solo tacere, sono molti altri quelli che illuminano con lo scopo di dare quella profondità di visione, che un buon libro deve avere con sé. Per essere ancora più chiari forse ha senso entrare nel merito, almeno in due casi, quello di Freddy D'Angelo e quello di Gloria. Anche i loro nomi hanno un senso..."


Le piccole astuzie, Deborah Ellis (trad. Federico Taibi) 
La nuova frontiera junior 2024 

perché

"Ellis, come se avesse una torcia in mano, illumina in modo puntiforme solo ciò che vuole. Mette i suoi lettori di fatto dentro una stanza in penombra: la penombra è il misterioso antefatto, che ignoriamo quasi del tutto. Proviamo a intuire cosa si agita nella stanza, ma ci muoviamo a tentoni. La Ellis dà una illuminatina sulla rabbia di Kate, uno sprazzo di luce sulla severità e intransigenza della nonna. Ma noi ancora brancoliamo. E la cosa curiosa è che anche la stessa protagonista, in larga misura, brancola con noi su larga parte del contenuto della stanza: una buona porzione del passato della sua scombinata famiglia, lei la ignora."

dicembre 2024


Albero. Tavolo. Libro, Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll) 21lettere 2024

perché

"E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. "


Il primo Natale di Babbo Natale, Mac Barnett, Sydney Smith (trad. Sara Ragusa) Terre di mezzo 2024 

perché 

"questo è il grande gioco della letteratura, del teatro, del cinema! Tutti siamo consapevoli che quello che stiamo leggendo, vedendo o ascoltando non è veramente così, eppure ci crediamo (Coleridge rules!), ovvero ci piace crederci. E quindi anche BN in persona entra a far parte del grande gioco della finzione. Proprio lui che è - diciamolo a bassa voce - la quint'essenza della finzione, la finzione per antonomasia."

[fine]

lunedì 30 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE
PER FARE LUCE 
PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, 
un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
(BUM!) 



gennaio 2024


Grande, bro!, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) Iperborea 2024 

perché 

"Centoventi pagine che, come sempre è successo con i libri italiani della Jägerfeld, si bevono a grandi sorsate. A libro chiuso, si percepisce la stessa sensazione di appagamento che si prova quando si ha tanta sete e si manda giù dell'acqua. Ma la grandezza della Jägerfeld non sta solo nello spessore delle questioni che pone, ma anche nella leggerezza della sua architettura per raccontarle." 


L'altalena, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) Uovonero 2023 

 perché 

"Il volo è interdetto a chi non è progettato per farlo... E quindi poterlo avvicinare con tanta immediatezza e semplicità non è roba da poco, che si scorda facilmente. Ragione per la quale, molto spesso ai giardini - spesso fuori orario - sulle altalene ci sono i ragazzetti che ne fanno usi 'sperimentali', oppure gli adulti che ci si dondolano per svuotare o riempirsi la testa e qualche nonna più ardimentosa di altre che, accennando con le gambette solo all'abbrivio del movimento, riesce a rievocare quanto fosse emozionante, all'epoca dondolarsi con tutta l'energia. Credo di non allontanarmi dalla verità sostenendo che la stragrande maggioranza delle persone ha un proprio personale immaginario sulle altalene."

febbraio 2024 


Un mondo di isole, S. Quarello, C. Tasin Bertoldi, Editoriale Scienza 2024 
 
perché 
 
"È piuttosto difficile mettere insieme isole come la Groenlandia con isole molto più piccole, poco più di un insieme di scogli, ma Serenella Quarello riesce nell’intento di proporre un filo conduttore comune che non ha la pretesa della sistematicità, ma risponde alla curiosità del lettore, affrontando di capitolo in capitolo punti di vista differenti."


Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos  #Logosedizioni 2023  

perché 

"Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine.  Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti.  Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante.  Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine." 

marzo 2024 



Il tuo nido, il mondo, Carl Norac, Anne Herbauts (trad. Silvia Vecchini)  Topipittori 2023  

perché 

"Ancora prima che tutto cominci a suonare, vale la pena vedere Carl Norac che si infila le scarpe, se le allaccia e, spinto da una farfalla sulla testa, esce di corsa con la sua sciarpa al vento, attraversa un boschetto e poi quelle scarpe se le ritoglie per infilare nell'acqua di un lago prima le dita dei piedi (sarà fredda?) e poi tutto se stesso e godersela tra lontre e pesci."  



Alfred e la gogna, Jesper Wung-Sung (trad. Eva Valvo)  Uovonero 2024  

perché 

"Un contesto decisamente insolito, un'epoca passata non definita con precisione, che potrebbe oscillare tra il Medioevo, in cui la gogna era in grande voga (prima citazione nel Salterio di Utrecht nel IX secolo), fino all'Ottocento, quando venne in larga parte abolita. E uno spazio, per converso, limitatissimo. Tutto il racconto ruota intorno a un metro quadro di spazio, che è l'area di azione o non azione di Alfred. E degli altri che ronzano là attorno."

aprile 2024 



Parenti serpenti, Teresa Porcella, Roberta Balestrucci, Marianna Balducci  
Rizzoli 2024  

perché 

"Tutte e tre le autrici condividono il senso ultimo del progetto, come pure lo sguardo divertito che hanno nel raccontarlo, con tre linguaggi diversi, ma accordati tra loro.  Ecco. Qui c'è forse il primo merito di Parenti serpenti, in questa regolare e molto armonica cadenza, un passo da montanare (nonostante le loro orgini), che va avanti per 21 volte con 21 diverse tipologie di parenti: quando una delle tre rallenta le altre due la prendono per mano e la tirano in avanti, con l'intento di arrivare insieme in cima: a libro ben fatto."



The Kissing Game. Short Stories, Aidan Chambers (trad. Marta Barone)  Equilibri 2024  

perché 

"Chambers è un autore necessario.  Ragion per cui in casa Equilibri, forse i più devoti apostoli del chambersianesimo, non si perde occasione di diffondere la sua poetica e soprattutto i suoi pensieri e le sue pratiche intorno alla letteratura: dalla 'rilettura' del diario di Anne Frank in una prospettiva ancora ulteriore che possa servire a una riflessione sull'adolescenza tout court, ai suoi 'manuali' su come far radicare in modo efficace e duraturo la letteratura di qualità nelle terre dove pascolano i lettori difficili."  

maggio 2024 



La maestra è scomparsa!, Harry Allard, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier)  Lupoguido 2024  

perché 

"Tanto Marshall, come illustratore preferito di Allard, quanto soprattutto Allard, in quanto scrittore d'elezione di Marshall, con Ungerer hanno condiviso la stessa visione di un'infanzia che sa essere anche molto scorretta, con Ungerer hanno condiviso il coraggio di non fermarsi in nome del politicamente corretto, ma di proseguire per la propria strada, raccontando e disegnando adulti stupidi che fanno cose stupide, oppure brutti e severi, oppure ancora carini, ma bugiardi e lievemente disonesti e anche un filino omertosi..."



Papera, Coniglio e Grande Orso, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec  
(trad. Tommaso Gurrieri)  Edizioni Clichy 2024  

perché 

"Dote rara, la loro, quella di saper cogliere il nocciolo di una questione, mai banale e mai trita, e di riassumerla in pochi segni, in poche parole che mettono in bocca a qualcuno che è terzo rispetto a noi lettori, ma che - proprio per questa sua apparente estraneità - può diventare emblematico. A quei due riesce facile come disegnare un lupo senza mai staccare la matita dal foglio in poco meno di due secondi, o come racchiudere in un puntino nell'occhio un'espressione inconfondibile, facile come definire il sentiero "lungo e tortuoso" o solleticare in una frase Se solo i miei amici potessero vederlo! il ricordo di quello che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha pensato, scoprendo in totale solitudine qualcosa di magnifico."

giugno 2024 


Stardust. Polvere di stelle,  H. Arnesen, trad. L Cangemi, Orecchio Acerbo 2024  

perché 

"è un libro importante e ambizioso, perché si muove su un terreno molto battuto recentemente e pretende di farlo con una forma e un linguaggio tutt’altro che comune.  Si potrebbe sintetizzare l’argomento affermando che Stardust parla di cambiamento climatico.  Ma come tutte le sintesi, anche questa rischierebbe di essere limitativa, banalizzante e in parte fuorviante.  Perché il tema invece è complesso e perché il libro rifugge dal tentativo di ridurlo a poche frasi ad effetto.  Trattandosi di un libro illustrato che possiede una parte informativa, ma una ben più ampia narrativa e in versi, l’autrice avrebbe potuto procedere soltanto sul sentiero dell’aggancio empatico: le sue immagini molto forti lo avrebbero permesso e lei ne sarebbe venuta fuori sicuramente molto bene.  E invece sceglie di parlare al lettore in modo differente, di chiamarlo direttamente in causa, di rivolgersi a lui e alla sua storia."


Il lupo, Saša Stanišić, Regina Kehn (trad. Claudia Valentini) Iperborea 2024 

perché 

"A parte la sottile ironia che lo attraversa, nella voce del protagonista sempre pronto a definire come precisi e stereotipati i contorni di certi personaggi, salvo poi doverne ammettere complessità ben diverse, mi sembra divertente il ripetuto passaggio dal piano di realtà e quello dell' immaginazione che attraversa la storia: gli dà il titolo e offre divertenti spunti alla bravissima Regina Kehn che, tra cervi e lupi, racconta la sua versione dei fatti."

[continua]