lunedì 24 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ETA' D'ORO

Allora arrivò Sam
, Edward Van De Velden, Philip Hopman (trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Kix percorse qualche metro del vialetto avvicinandosi al cane bianco. Emilia lo seguì. 
La mamma invece rimase vicino alla macchina. 
Il cane lo teneva d'occhio. 
Guardava e guardava, ma sembrava che cercasse di affondare sempre più le zampe anteriori nella ghiaia. Kix non si muoveva, e anche Emilia non si muoveva. 
'Emi' bisbigliò Kix 'anch'io voglio tenerlo'. 
'Sì' disse Emilia a bassa voce. 
A quel punto Kix cadde in ginocchio. Non sapeva perché, ma lo fece spontaneamente. 'Voglio tenerti', sussurrò Kix al grande cane bianco. 'Io voglio tenerti'. 
E allora accadde." 

Accade quello che i due fratelli sperano accada: il cane fa due passi verso di loro. Si fa toccare e guardare molto da vicino. Ma quando la madre dei due li raggiunge, allora il cane si allontana. Trotterellando attraversa la strada e va verso la fattoria dei Jones. La madre, che ha molta dimestichezza con i cani, capisce che quel grande cane bianco non è un randagio, ma appartiene ai Jones. E questa non è una bella notizia, per Kix ed Emilia che quel cane da favola lo avrebbero tanto voluto. Sebbene in casa ci siano già due cani - la vecchia e dolce Holly di sua madre e la vivacissima Springer del padre - i due bambini vorrebbero un cane che fosse solo loro. 
E quel grande cane bianco dagli occhi tristi che i fratelli chiamano già Sam potrebbe essere quello giusto. 


Questa è la storia di quel magnifico pastore dei Pirenei che un bel giorno decise del proprio destino. 
Che decise di lasciarsi alle spalle la vita passata e che si diede una seconda possibilità. Ma è anche la storia di tutti gli umani che gli girano intorno e non sempre con buone intenzioni... 

Perché i bambini, una volta cresciuti, possano guardare indietro alla loro infanzia come al più bel periodo della propria vita, è necessario che durante detta infanzia loro possano aver avuto tra i piedi un qualche tipo di animale (escluderei quelli in gabbia o in vaschetta). Vanno bene i cavalli e anche i gatti, ma in assoluto sono i cani quelli che rendono le loro infanzie autentiche età d'oro. 
E questo è un fatto incontrovertibile, che che se ne possa dire. 
Ed è forse questa la ragione per cui tutti i libri che raccontano di bambini o bambine cresciute con un cane sono libri speciali. Questo in particolare ha il grande pregio di essere una storia vera, circostanza che rende tutto molto più toccante nella sua concretezza, quando lo si scopre a storia conclusa. 
Van de Vendel di nuovo di fronte a un fatto realmente accaduto, come era successo con Misha. Qui come lì si riconosce la qualità della sua scrittura, qui come lì si percepisce con chiarezza che la storia lievita con il passare del tempo e con l'intrecciarsi dei fatti. 
Ma qui la materia è meno certa: Van de Vendel deve raccontarci il pensiero di un cane. 
Non solo quello dei due bambini, dei loro genitori, o dei loro scostanti vicini di casa che in fondo è cosa nota. 
Mettersi nella prospettiva di un pastore dei Pirenei, ovvero dare ai suoi comportamenti un senso che diventi leggibile, non credo sia stata una passeggiata. 


E per di più farlo in tutta onestà, ossia avendo il coraggio di mettere anche i lati più selvatici di un cane, senza cedere all'idea che in un libro per bambini la ferocia di un cane si possa omettere... 
E così come dimostra di saper raccontare con grande onestà le scelte di quel cane, altrettanto onestamente mette in scena un vero e proprio duello tra le due famiglie che si stanno contendendo il possesso del cane (salvo poi far arrivare il lettore alla sacrosanta conclusione che spetti al cane, e non ad altri, decidere del proprio destino). 
A quaranta pagine dal finale il ritmo tutto sommato cadenzato, che vedeva un cane sempre più felice di far parte della nuova famiglia e ovviamente la sempre maggiore consapevolezza di questo da parte degli adulti, si interrompe bruscamente e tutto diventa maledettamente concitato, ossia la tensione schizza a mille e si precipita a un centimetro dal baratro. 
In una notte buia, compare un mozzicone di sigaretta che arde, compare un ragazzino in pigiama che se la fa sotto, compaiono due contendenti parecchio aggressivi, compaiono due fucili e un cane. 
E soprattutto compare in tutta la sua chiarezza l'ottusità umana, che solo la lucida assenza di sovrastrutture e preconcetti, la determinazione e la purezza di un ragazzino riescono a smontare e rendere inoffensiva. 
Bravo Van De Vendel a metterlo nero su bianco!

Carla

venerdì 21 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DOPPIO AH!

L'ometto a cui non piaceva nulla, Pépito Matéo, Irène Bonacina 
(trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Lo si sentiva mormorare il suo solito ritornello: 
che fastidio questo mondo, ha toccato proprio il fondo 
giran tutti come bestie, il tempo non è di mio interesse 
per non parlare poi del resto, che di certo io detesto 
che schifo qua, che schifo là, mamma mia che follia e così via! 
Quel giorno, a forza di borbottare e camminare - cosa che comunque non gli piaceva -, sempre con il naso all'ingiù, era uscito senza volerlo dalla città." 

Lui è fatto così: nulla gli piace. E di tutto si lamenta. Ma da quando? Che importanza può avere... 
Non ama alzarsi dal letto, né uscire di casa. Detesta i tombini grigiolini, l'immondizia e la sporcizia (come dargli torto?!). Non ama neanche gli animali e persino il sole lo infastidisce, al punto che con il dito inquisitore e il naso stranamente all'insù ha il coraggio di gridargli contro che lui della sua luce proprio non sa che farsene. 


E così il sole in punta di piedi esce dalla vita dell'ometto. Lo stesso fanno le nuvole, i monti, la terra e gli alberi: insomma, tutto quello che gli si para davanti in quella passeggiata in campagna piano piano sparisce dalla sua visuale. 
Togli questo e togli quello alla fine intorno a lui non rimane nulla: solo un gran silenzio. Un gran gran silenzio. Ma si sa che troppo silenzio, e anche troppo vuoto intorno, schiaccia sempre un po' e l'ometto comincia a preoccuparsi, e poi ad arrabbiarsi fino a davvero spaventarsi... 
"Che ti succede, ometto?"..."Vorrei vedere una stella brillare". 
Clic! 

Non è dato sapere se Irène Bonacina venga scritturata dai suoi editori per illustrare solo storie magnifiche, oppure se dipenda dal suo 'naso' nel scegliere di illustrare questa o quella, ma è un fatto che quando arrivano i suoi disegnini lievi, dietro c'è sempre un grande racconto. 
Anche in questo caso la sua presenza alle figure conferma che la storia di Pépito Matéo è molto ben concepita e scritta e, fortunatamente, anche molto ben tradotta. 
La scintilla che ha fatto venire in mente a Pépito Matéo di raccontare, e lui lo fa così bene, ai bambini la storia dell'ometto perennemente scontento è una signora scintilla, che viene da lontano, nel tempo e nei luoghi. 
Lui stesso lo racconta in poche righe nei risguardi: un cantastorie amerindo, incontrato in Luisiana durante un suo viaggio, gli racconta una storia che suo padre gli aveva raccontato perché a sua volta l'aveva sentita dal suo. 
E la storia diceva così: "tutte le mattine i nativi ringraziavano ogni cosa necessaria all'esistenza, in modo che nulla scomparisse sulla Terra." 
Come sempre dai nativi non possiamo fare altro che imparare. Sembrerebbe quasi che loro siano i depositari della memoria del mondo e resistano - quei pochi che non abbiamo sterminato - per testimoniare. 
La questione parrebbe bella grossa e può essere affrontata da vari lati. 


Senza voler fare un pippone filosofico, mi sembra che dietro alcune parole si possa comunque scavare un bel po' e arrivare a mettere in piedi bei discorsi: parole come ringraziare, cose necessarie, scomparire, nominare... 
Altrettanto interessanti sembrano essere i modi in cui tutto questo si è fatto libro. 
Il racconto di Pépito Matéo, ovvero il suo modo di scrivere, è figlio del suo mestiere di narratore, attore, appassionato autore di scrittura orale: lo hanno definito un 'maestro di parole'. E accipicchia se lo è! 
La lettura di questa storia la si potrebbe paragonare a una giovane pattinatrice che fa scorrere veloce le lame dei suoi pattini, si muove con sicurezza, accelera verso il centro del suo esercizio, e quando è lì fa salti e piroette in aria. E poi riatterra per chiudere in bellezza con un inchino. 
Se il testo, così pieno di poesia (con un sacco di rime) e di filosofia, letteralmente canta nel leggerlo ad alta voce, dimostra tutta la sua difficoltà nell'essere illustrato. 


Un paio di esempi di come anche la Bonacina pattini leggera con i suoi pennelli e la sua china: far sparire le singole cose che mette in elenco, senza mai diventare ridondante con il testo, senza farlo diventare didascalia. Ah! 
Per converso non cade nella trappola di costruire un catalogo visivo di oggetti che il testo nomina per vederli ricomparire. Ah! 
Ma soprattutto, dimostra un grande talento per aver saputo creare visivamente il vuoto, il nulla e il relativo silenzio. E di averlo creato nel suo divenire. Doppio ah! 
Ma lei è Irène Bonacina. 

Carla

mercoledì 19 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CAPPUCCETTO VIVE A COPENAGHEN 


C’è un tipo di scrittura che io amo moltissimo ed è quella che raccontando fatti, trascrivendo dialoghi, stando sulla superficie delle storie che racconta, scende in profondità e te ne accorgi man mano procede e non solo quando il libro è finito. Quando torni alla realtà hai un tassello in più da utilizzare oppure no, da conservare senz’altro. 
Lois Lowry è una scrittrice maestra in questa scorrevolezza. Conta le stelle è un libro che ha scritto nel 1989, già tradotto in Italia e ripubblicato oggi per Mondadori. 
Nel 1943 a Copenaghen la popolazione comincia a sentire la presenza tedesca in modo sempre più pressante: la Danimarca si era arresa ai tedeschi immediatamente nel 1940, non avrebbe mai potuto resistere all’assedio. Annemarie vive nella capitale danese, tranquilla e allegra, come lo può essere una bambina di dieci anni per cui le strade sono il luogo per eccellenza del gioco. Certo lei non ama particolarmente quei soldati tedeschi appostati in ogni svincolo strategico, che fanno paura con quel loro accento tutto strano, che urlano ordini e impongono regole (tipo non correre sul marciapiede). La loro presenza si fa però via via più ingombrante man mano che vede sparire dentro casa la sua migliore amica Ellen e la sua famiglia, la famiglia Rosen. 
Annemarie è curiosa: ascolta parole strane di cui non capisce bene il significato (come “Resistenza”), fa i conti con la morte della sorella maggiore, addormenta la sorellina minore da cui imparerà una lezione che le salverà la vita e che accompagna ogni sera attraverso le porte della veglia raccontandole fiabe di ogni tipo. 
Proprio sull'impianto fiabesco questo libro mi ha rubato il cuore. 
Annemarie è nata e cresciuta a pane e fiabe, ogni sera tenta invano di raccontare alla piccola Kristi la storia dell’arcinota sirenetta, ma la sorella le nega sempre e in modo deciso questa possibilità. 
I momenti più intensi del libro sono di due tipi: il primo fa riferimento a tutto il quotidiano di tre bambine (Annemarie, Kristi e Ellen) che giocano, si spaventano, si aiutano vicendevolmente apprendendo anche l’una dall’altra in modo automatico, osservando i comportamenti con precisione. In questo la Lowry è assoluta maestra: dettaglia minuziosamente i micro movimenti tipici dell’infanzia, quelli che all'apparenza appaiono come casuali posture e che poi si trasformano in elementi fondamentali per quelle piccole persone e di conseguenza per la storia. 
Il secondo è quello della tragica storia degli ebrei danesi, costretti all’esilio in Svezia, esilio progettato e messo in atto dalla Resistenza: anche in questo frangente Annemarie e Lowry si affidano alle fiabe, prendendo in prestito dalla tradizione, e giocando proprio sul sottile limite che fa sfumare la realtà nella fantasia. 
Quanto le fiabe raccontano di soprusi, di prepotenze, di salvezze all’ultimo momento, di catarsi, di bambine perdute, di cani che diventano buoni? Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’impalcatura della storia e rimangono gli alleati perfetti in primis di Annemarie ma anche del lettore, che come lei partecipa al tentativo di salvare Ellen. Il libro contiene due scritti della Lowry, una prefazione e una postfazione nella quale la scrittrice rimette un po’ il limite al suo posto, raccontando come abbia attinto dalle storie ascoltate e dalla realtà. Con il suo consueto amore per i dettagli, nelle ultime pagine unisce magistralmente la Storia alle storie. Lo consiglierei a lettori oltre i dieci anni.

Valentina

Conta le stelle, di Lois Lowry, trad. Simona Broglia, Mondadori 2025


lunedì 17 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI SOFFITTI ALTI E DI GRAZIA

Vida e la missione di Re Inverno, Bjarne Reuter, Anna Forlati (trad. Eva Valvo) 
Iperborea, 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Accanto al letto c'era un quadro che raffigurava Pioppotremolo, che non si poteva nemmeno definire un 'paese', ma al massimo un bosco con alcune vecchie case sparse. In una di quelle case abitava il nonno di Vida e Karl, insieme al pappagallo Paolo e al gatto Mosè." 

Gli zaini dei due fratelli, Karl il maggiore e Vida la più piccola, sono già pronti dalla sera prima. Quello che li aspetta è un fine settimana a casa del nonno, a Pioppotremolo. Ma a mettersi di traverso ai loro progetti è la grande nevicata nella notte che ha bloccato le strade. 
Solo i treni, seppur lentamente, viaggiano ancora... 
Il nonno per telefono ha appena detto alla mamma dei due bambini che effettivamente anche lì da lui è tutto fermo. Il fine settimana pare saltato. Ma se Karl non parte per andare dal nonno, ha minacciato di scoppiare. Così il nonno decide di fare un estremo tentativo per salvare il nipote... 
Il tentativo consiste nel rimettere in uso la vecchia slitta, attaccarci il vecchio cavallo e andare a prendere Karl e Vida alla stazione del treno, dopo aver attraversato il bosco. 


Il tentativo, nonostante il vecchio Salomone von Olsen abbia arrancato nella neve alta con le sue tre zampe e mezzo, è riuscito! Quel cavallo pigro ha portato il nonno fino al piazzale della stazione e poi, nonostante tutto, nonostante il freddo e nonostante il buio, ha riportato indietro a casa nonno e nipoti. 
Questo è il racconto di un fine settimana che - complice la grande bufera di neve che ha bloccato l'intera Danimarca - è durato ben di più e si è trasformato in una avventurosa impresa per aiutare un quasi folletto a superare la grande prova che il Re Inverno gli ha assegnato per poter diventare un folletto al cento per cento! 
Una corsa contro il tempo, perché tutto deve succedere entro il 25 dicembre, ovviamente! 

Il consiglio è questo: procurarsi entro il 30 novembre una copia di questo libro e leggerne - da soli o in compagnia - un capitolo a sera, per arrivare alla sera di natale con il miglior animo possibile. 
Se il piano A non dovesse riuscire, il piano B suggerisce di procurarsi detto libro e ricavarsi una mattinata libera (o anche due serate o tre ore un giorno sì e un giorno no) per leggerlo e anche in questo caso l'animo se ne gioverà parecchio. 
Questo libro è illuminato perché possiede una bella aria dentro e tanta grazia diffusa. Quelle stesse aria e grazia che illuminano spesso e volentieri la letteratura del Nord, almeno quella per l'infanzia: dove tutto scorre con così tanta naturalezza che l'unica cosa che il lettore può fare è quella di abbandonarsi al flusso della narrazione e farsi portare fino all'ultimo punto. Quello che chiude la storia. 
In ordine sparso, un po' di cose luminose. 


La relazione tra adulti e bambini: autentica, matura, risolta, leale, serena. 
I bambini e i grandi sono spesso su posizioni diverse, tuttavia da entrambe le parti c'è il rispetto dell'altro e l'ascolto reciproco. I grandi fanno i grandi e i bambini fanno i bambini. Nessuno sconfina! 
La relazione tra realtà e magia: equilibrata e permeabile.


Con grande naturalezza si passa dalla missione magica di Vida e del suo amico quasi folletto che deve raccogliere uno stivale di chiardiluna alla spesa al supermercato, dal gilet di ragnatela alle partite a Ludo tra nonno e nipote. 
Il lettore passeggia allegramente tra i due mondi e capita che a ogni superamento del confine un po' di polvere di realtà gli resti sul vestito, così come un po' di brillantini di magia. I dialoghi tra un bambina e un folletto rendono concreto questo continuo passaggio.
Il sense of humor che forse ha una sua ragion d'essere geografica, data dalla vicinanza tra Danimarca e Gran Bretagna. Un fatto è indubitabile: quel nonno è davvero una sagoma. 


E non riesce proprio a fermarsi di fronte a nulla: sa ridere di cose anche molto serie. 
Grande insegnamento, il suo! E già che c'è fa molto ridere anche il lettore grande, il che non guasta! 
Lo spessore dei personaggi e lo spessore del contesto: tanto i due bambini quanto i tre adulti che abitano questa storia sono lì ben piantati nei loro rispettivi caratteri. E sono anche molto belli nelle loro relazioni interpersonali. 
Karl e la sua concretezza, Vida e la sua poesia. 


Con sullo sfondo belle giornate invernali, quelle con "il soffitto alto", la campagna danese in inverno, una casetta accogliente, calda e luminosa, il silenzio intorno, la neve che tutto copre, mangiandosi ogni rumore... 
E il natale in arrivo. 
I disegni di Anna Forlati che su tutto questo apre finestre, come in un vero calendario dell'avvento, e tavole singole o doppie che restituiscono - attraverso una nebbiolina perenne - l'aria e la grazia di questa storia. 

Carla

venerdì 14 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INQUIETA

Tornare
, Nadia Al Omari, Richolly Rosazza 
Kite edizioni 2025 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 15 anni) 

"L’inverno si stava annunciando. Non volevo passarlo in città. Tu mi avevi raccontato che al di là del mare era ancora estate. Così decisi di partire. 
Il viaggio mi parve più breve del previsto. Arrivai su una spiaggia rossa, abitata da pescatori. Lì c’era una piccola casa ad accogliermi. Ci misi poco a sentirla mia. 
Un giorno, camminando sulla sabbia senza contare le ore, presi una svolta che mi condusse a un litorale deserto. Lì, in mezzo all’acqua, c’erano enormi faraglioni abitati da pellicani. Abbarbicati alla roccia spiegavano le ali leggere, schiudevano il becco all’aria lanciando richiami che volavano alti nel cielo fino a raggiungere le mie orecchie. C’era qualcosa di magnetico in quella visione." 

Ogni giorno, al tramonto, lei tornava lungo quella spiaggia perché il suo sguardo si beava e il suono degli uccelli calmava i suoi pensieri che le dicevano essere arrivata l'ora del ritorno. 


Il giorno prima della partenza, un pellicano le si avvicinò e, toccando con le sue piume la sua pelle, le sussurrò qualcosa all'orecchio. 
A casa, di ritorno, l'aspetta l'inverno e la neve. Ma c'è anche un piccolo vuoto che non si riesce mai a colmare del tutto. Una piccola inspiegabile inquietudine. 
Lentamente le giornate si allungano, il freddo lascia il posto al tepore e la neve si scioglie perché tutto possa di nuovo sbocciare. Ed è ora che lei decide di andarlo a trovare. Insieme cenano intorno al fuoco e quando si fa notte ed ora di tornare, lei si riporta a casa l'odore del legno bruciato e il suo abbraccio. Arriva l'estate e con lei la voglia di ripartire e quando passò di lì una carovana, lei ci saltò sopra... rivide l'oceano con i suoi pellicani. Ma quando sentì di nuovo l'odore della sua terra e le cicale parlavano una lingua che le era nota, allora si fermò. Tornò da lui che le regalò cose da fare durante il tempo in cui sarebbero stati di nuovo lontani, l'autunno: ribes da trapiantare, finocchio da essiccare e mele da far maturare... Ma adesso era tutto un po' diverso e la luna se ne accorse e le regalò un sentiero fatto di foglie cadute per tornare da lui. 
Anzitempo, o forse no? 

Diverso tempo è passato dall'ultimo libro in cui Nadia Al Omari e Richolly Rosazza sono di nuovo assieme sul foglio: lei ai testi, lui alle matite. Ma non è solo il tempo a essere trascorso, vista la differenza forte che tiene distinti L'ospite del 2020 e Tutte storie dell'anno successivo. 
Lì avevamo letto due storie ad altezza di bambino, qui il lettore o la lettrice dovranno essere ben più cresciuti. 
Kite è forse una delle case editrici che di più in questa direzione vanno esplorando. 
Loro pubblicano libri che per forma sono dei veri e propri albi illustrati pur facendo la scelta di concepirli per un pubblico adulto. Il gioco sta proprio in questo: un oggetto che nasce e si diffonde nella prima infanzia viene messo a disposizione di un lettore del tutto inaspettato. 
L'idea è coraggiosa, anche se - credo - nessuno si nasconda la difficoltà di perseguirla. 


Qui la questione è complessa anche se davvero sfumata e difficile da afferrare a una prima lettura. E la trama che tiene insieme i pochi fatti in sequenza è esile e sfuggente. Quindi per capire - e ognuno avrà una sua propria lettura personale - occorre farsi un po' portare dal testo e dalle immagini. 
La prima cosa che si percepisce è l'indole inquieta della protagonista. 
Legata agli umori che cambiano a seconda delle stagioni: l'inverno è freddo e fatto di solitudine, quindi spinge ad andare via. Al contrario, la primavera è momento di rinascita e quindi di relazioni, il bisogno di comunicare e di condividere è la spinta vitale. L'estate è il tempo del viaggio, della partenza, dell'esplorazione... 
Chi di noi non ha percepito con chiarezza questo tipo di sensazioni che segnano il passaggio da una stagione all'altra? Chi di noi non ha mai sentito il proprio e personale primo giorno di primavera che ovviamente non coincide con l'equinozio di primavera e lo stesso per il primo giorno d'estate e d'autunno o d'inverno. Ieri era ancora estate, verso mezzogiorno, oggi ho i piedi gelati se cammino su un prato.


Ma l'altra grande sensazione in cui Tornare ruota è proprio la perenne inquietudine che porta i più giovani e i meno giovani a trovarsi sempre nuovi obiettivi e percorsi per arrivare da qualche parte. 
Poi un bel giorno succede qualcosa, un clic che ci indica che è arrivato il tempo giusto per fermarsi. 
Se questo accade, può essere che dipenda dal luogo che si sta attraversando - fosse una palestra, o una metropoli, o un tavolino di un bar, poco importa. 
Di questo luogo si riconosce la familiarità, odori, colori, sapori. E allora ci si sente a casa...
Oppure potrebbe dipendere dalla persona - o dalle persone - accanto a cui si sente irresistibile il bisogno di stare. E anche in questo caso si cerca di fare casa... 

Carla 

Noterella al margine. Neanche tanto al margine, visto che i disegni di Richolly Rosazza - tra colore e monocromo - si infilano alla perfezione nel tessuto del testo così nebbioso e pieno di vaghezze e ne riescono a definire i contorni, pur non venendo mai meno a quell'immaginario un po' surreale con rocce pellicano, elefanti da trasporto, boschetti a quattro zampe e casette e foglie dappertutto. 


La cifra di Rosazza.

mercoledì 12 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CONDANNARE IL PIACERE 


“Ho voluto essere libera, e lo sono. Sola anche. Molto sola. Lo ero già un po’, prima. Prima dello sbarco dell’armata di faccine che fanno vibrare il mio telefono. Lo ero perché avevo deciso di ascoltarmi. Dal primo dito che ho lasciato scivolare tra le cosce a otto anni, per trovarci un tesoro, fino ad oggi. Ho deciso di ascoltare ciò che batte dentro di me. Scegliere la libertà significa scegliere la solitudine. E arriva un momento in cui non è più una scelta. 
Viene un momento in cui non puoi più tornare indietro. Lo sai, lo sai dall’inizio. Ma davanti a questo plotone di esecuzione, quando li guardi dritto negli occhi e vedi soltanto cieca obbedienza e voglia di sangue, allora lo sai. Lo sai davvero, intendo. Sai che sei sola. E che sei libera.” 

Ecco un altro titolo della collana L’ardeur, dell’editore francese Thierry Magnier. 
Avevamo già apprezzato il primo romanzo uscito in Italia per Terre di Mezzo. 
Ora è la giovanissima casa editrice Faros che – come si legge nella home del sito – decide di offrire a lettrici e lettori adolescenti e young adult quei romanzi di qualità con cui poter scoprire con semplicità l’universo della sessualità e del corpo, senza falsi pudori e senza moralismi. 
Queen Kong è firmato da Hélène Vignal - autrice già tradotta da Camelozampa (Troppa fortuna, nel 2011 e Diario di un ragazzo invisibile nel 2022) - ed è un lungo monologo fatto di voce e rumori. 
La voce è di una ragazza diciassettenne di cui non conosciamo il nome. Una tra tante. Una voce che rischia costantemente di essere sopraffatta da rumori incalzanti e prepotenti. 
Dall’alto, il rumore delle pale di un elicottero che gira sopra la sua casa per controllare e sanzionare un gruppo di ragazzi che hanno occupato il bosco impedendo la costruzione di un grande albergo. Dal basso, il rumore che viene dalla sua stanza e le riempie la testa: è il tintinnìo delle notifiche sul suo cellulare. Sono i suoi amici (ex) che le inviano insulti, per controllare e sanzionare il suo comportamento. Elicottero e cellulare. Sembrano due mondi separati, ma la storia ci chiarirà che non lo sono perché in comune hanno il controllo e la sanzione, in effetti. 
Lei ha deciso con lucidità e curiosità di conoscere il suo corpo e la sua sessualità, sa che il suo corpo sa procurarle un piacere intenso, una specie di estasi. Ascoltare il suo corpo diventa una ricerca determinata, serena e consapevole. Da bambina le bastava farlo da sola, ora capisce che può spingersi più in là: esplorare il sesso, ascoltare il suo corpo e quello dell’altro. Ma più in là è pieno zeppo di tabù, di schemi prestabiliti e stereotipati. Perché lei non cerca l’“amore”, come tutte le sue coetanee. Non insegue sogni romantici e preconfezionati, non ci pensa proprio a condurre la sua ricerca conformandosi ai vincoli imposti dalla società e dagli stereotipi sull’amore e sul sesso, quelli in cui ogni adolescente, maschio o femmina, cresce e su cui impronta il proprio immaginario. 
“Se vuoi sesso senza amore, se vuoi separare le due cose, se vuoi il tempo di capirci qualcosa, devi essere pronta a pagarne il conto. Nessuno te lo permetterà. Soprattutto se sei una ragazza.”
Ecco qual è il problema. Il gruppo dei pari non accetta. Eppure nella voce non c’è trasgressione né provocazione. 
Il monologo ripercorre gli incontri con i quattro ragazzi che ha scelto, quattro esperienze diverse nelle quali misura se stessa e l’altro, impara, capisce quello che cerca di volta in volta, quello che vuole e quello che non vuole. Ma l’ultimo incontro sarà particolarmente offensivo. Intanto i messaggi sul cellulare incalzano, si fanno sempre più ingiuriosi, sempre più violenti ed è lì che, quasi istintivamente, nasce la rivolta perché “là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che ti salva”. 
Come una novella King Kong, si inerpicherà su quella collina occupata dai manifestanti: un’arrampicata selvaggia e disperata (“Sono King Kong, in carne e ossa, e la ragazza nella sua mano sono io… Mi sento gridare. Delle grida da belva, delle grida da scimmia gigante che non vuole essere abbattuta”). La voce si libera in un urlo che alla sanzione e al controllo risponderà con la lotta. 
Dunque una storia individuale che si inserisce in un più ampio scenario di critica sociale richiamando il saggio-pamphlet, King Kong Théorie, pubblicato in Francia nel 2006 e tradotto in Italia nel 2019 da Fandango. Un saggio che, firmato dalla punk-femminista Virginie Despentes, analizza e denuncia senza mezzi termini come il potere nelle società capitaliste determini le identità di genere ingabbiandole in schemi produttivi funzionali al mantenimento dell’ordine sociale costituito, anche quando pare consentire la massima libertà di scelta. 
Premiato con la Pépite d'Or dal Salon du livre et de la presse jeunesse di Montreuil nel 2021, Queen Kong è un romanzo interessante e necessario per il modo in cui affronta le tematiche della sessualità adolescenziale (ma, direi, non solo adolescenziale) e per il potenziale di libertà e di liberazione che è in grado di offrire ai lettori e alle lettrici a partire dai 15 anni. 

Patrizia 

Noterella al margine. Il testo pubblicato da Faros è stato tradotto dal francese da un gruppo costituito da uno studente e cinque studentesse durante il Corso universitario di Lingua e Traduzione Francese presso il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna nel 2024. 
Nella Nota del traduttore e delle traduttrici si dà conto della “dimensione collaborativa della pratica traduttiva in ambito letterario”, pratica che ha consentito di affrontare un testo non semplice sia per lo stile adottato sia per le tematiche affrontate, dovendo fare i conti con i tabù impliciti della nostra lingua. E dunque, così concludono: “Più che un semplice esercizio di traduzione, questo lavoro è stato un invito ad aprire un dibattito necessario. Sarebbe auspicabile che anche in Italia si avviasse un percorso di sensibilizzazione ed educazione capace di parlare ai giovani in maniera diretta e rispettosa, così da stimolare un dialogo che oggi appare ancora troppo silenziato”. 

“Queen Kong”, Hélène Vignal, trad. di Rebecca Balzano, Maria Grazia Coppola, Gaëlle Dellamaria, Luca Lemoni,Cecilia Tarquini, Apoorva Yadav e Licia Reggiani (professoressa associata di Lingua e traduzione francese), Faros edizioni 2025 

lunedì 10 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN FULMINE A CIEL SERENO 

Se fossi un cavallo, Sophie Blackall (trad. Alessandro Zontini) 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

Per Jack 

"Se fossi un cavallo, galopperei tutto il giorno. 
Potrei andare dappertutto. 
E tornerei a casa quando è ora di mangiare." 
 
Se fossi un cavallo potrei fare, nella mia vita di tutti i giorni, le cose in modo diverso. 
Porterei in groppa mia sorella e la lascerei davanti all'entrata di scuola. In piscina mi metterei gli occhialini e mi tufferei con il resto della mia squadra e faremmo furore. Ecco perché tutti mi vorrebbero in squadra! Ed essendo cavallo, nelle mie ore di libertà potrei fare il cavallo al cento per cento, ovvero non avrei paura o fastidio per la pioggia, anzi mi rotolerei nel fango, ridendo a crepapelle (ma quelli non erano i maiali?) 
Ma da cavallo si può essere sicuri che qualcuno, una a caso: mia madre, non mi costringerebbe a fare il bagno? Di una cosa però si può essere certi: non indosserei vestiti, se non per fare una bella sfilata in salotto, davanti a tutti gli altri fratelli e a mamma e papà! 

Questo libro è dedicato a Jack. Jack è stato un ragazzino che, una decina di anni fa, in un viaggio di famiglia con Sophie Blackall, stava sonnecchiando in macchina accanto agli altri suoi fratelli e coetanei e, aprendo gli occhi e guardando fuori dal finestrino dell'auto, ha detto, con voce assonnata e trasognata: se fossi un cavallo, galopperei tutto il giorno... 


Va da sé che quella frase si è incisa nella testa di tutti i presenti e per anni tra loro i ragazzi rievocavano l'inizio di questa frase ...se fossi un cavallo, e gli altri in coro rispondevano all'unisono... galopperei tutto il giorno. 
Quella frase si è incisa anche nella testa di Sophie Blackall che dopo dieci anni ha scritto la storia e l'ha illustrata! 
Visto il libro che poi ne è nato, probabilmente le due cose che l'avevano colpita di quel fatto sono state: 
1- la velocità di pensiero di un bambino che guarda il panorama, magari una bella brughiera, e all'istante è capace di formulare una dichiarazione di intenti in piena regola. Dichiarazione che parte da una fondamentale congiunzione, se... 
2- la capacità di un ragazzino di non porre alcun limite alla propria immaginazione e, nel caso specifico, di saperlo fare al meglio in quei momenti liminari tra sonno e veglia, che sono sempre molto fertili dal punto di vista della creazione. 
Su questi due nodi la Blackall ha cominciato a intrecciare la sua storia.


Tutti i più grandi autori di libri per l'infanzia sanno perfettamente che un innesco sicuro per la nascita di una storia, di una buona storia, sta proprio in quel "se". Il "what if" di Antony Browne o il "If apple had teeth" di Milton e Shirley Glaser (nato da un loro gioco per passare il tempo nei lunghi viaggi in treno) o ancora il gioco che William Steig faceva ogni sera con sua figlia prima di addormentarsi: se fossi un ... cosa faresti? 
Ad evidenza quella piccola congiunzione ipotetica, che poi corrisponde al ben più diffuso "facciamo finta che" o "facciamo che io ero" è il principio di ogni gioco di bambini. 
La cosa bella che ha reso la frase di Jack indimenticabile (e che poi è diventata una storia per un libro) forse sta proprio nella purezza della sua espressione e nell'essere stata pronunciata - presumibilmente - nel silenzio generale e soprattutto fuori contesto: qualcosa di molto simile a un vero fulmine a ciel sereno. 
Il resto del libro è farina del sacco di Sophie Blackall che con molta sapienza ed esperienza, e con una cura e sensibilità apprezzabile riguardo alle questioni di genere  e al politicamente corretto nella realizzazione dei dettagli delle scene, espande il concetto, come forse lo stesso Jack all'epoca avrebbe potuto fare. 


Il suo essere cavallo si cala infatti nella realtà quotidiana di un bambino, per cui dopo aver galoppato, deve andare a scuola, deve fare sport, deve fare il bagno la sera e suo fratello lo ignora, ovviamente, come tutti i fratelli maggiori fanno... 
Ma l'occasione è troppo ghiotta per lasciarla ad esaurirsi così: laddove ce ne sia la possibilità, arriva l'assurdo, ossia il cavallo mantiene la sua essenza di cavallo, ma nello stesso tempo anche quella di essere bambino, quindi la sfilata, quindi il tutù nella copertina. 
E soprattutto quella maglietta pomellata che rappresenta l'anello di congiunzione tra un cavallo e un bambino che sogna di esserlo! 

Carla

venerdì 7 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CI SONO COSE CHE FANNO PAURA

Cinque minuti prima dell'estate. E altre storie horror
, 
Davide Calì, Isadora Bucciarelli 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Antonio suonò e qualcuno aprì. Entrò. Cercò subito l'ascensore della scala C, ma era guasto. Sarebbe dovuto salire per le scale...
Antonio inspirò profondamente, poi cominciò la scalata. Primo piano, secondo, terzo, quarto, quinto, ed ecco il sesto. Antonio riprese fiato poi vide che c'erano due corridoi: uno a destra e uno a sinistra. Si diresse verso il corridoio di sinistra ma era quello sbagliato. Da quel lato c'erano le porte dispari, 21 e 23. Andò dall'altra parte ma... qual era il numero? Ah sì, 36. Ma non c'era una porta numero 36. C'erano soltanto 22 e 24. 
Aveva sbagliato piano." 

Finita la scuola, Antonio deve restituire a una sua compagna di classe un libro che lei gli ha prestato: l'indirizzo è Palazzina A, portone B, scala C, sesto piano, porta 36. 
Facile. Difficile perdersi. 
Eppure. 
Una volta capito di aver sbagliato piano, Antonio sale a quello successivo, ma no: lì ci sono solo le porte dal 25 al 28 e a quello ancora successivo non ci sono più porte di appartamento, ma un'unica porta di metallo che porta forse sul terrazzo del condominio. 
Forse è la scala quella che ha sbagliato. Ridiscende, ma controllando le cassette della posta capisce che anche tutte le altre scale si fermano prima del 36. 
Risale e comincia a suonare ai campanelli delle case, ma nessuno risponde. 
Forse è la palazzina che ha sbagliato. Ridiscende, ma i piani che fa sono ben più numerosi di quelli fatti in salita. Forse è arrivato nei sotterranei? Risale, ma i piani che fa sono uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette... 
Possibile? 

Un piccolo quanto perfetto incubo. Attraversare in lungo e in largo, in su e in giù, un luogo che non si conosce e vederlo trasformarsi, modificarsi attraverso la percezione che proviamo. Scale che non finiscono, corridoi che si allungano, porte che si moltiplicano. Unico scopo dell'incubo: non farci arrivare all'obiettivo. E mentre questo accade avere la netta sensazione che il tempo passi mentre ti arrabatti e annaspi senza esito. Quindi l'incubo può raddoppiare: non solo non raggiungere l'obiettivo, ma invecchiarci dietro e ritrovarti solo e pieno di rughe... 
Questo è l'esordio della piccola raccolta di racconti horror. 
Tutto sommato, un avvio soffice. 
Inequivocabile il fatto che le storie che seguono sono di paura. Ma anche la paura può prendere direzioni diverse. 


L'inquietudine che si genera nel momento in cui si capisce di non avere più la situazione chiara sotto gli occhi, quando si capisce che ci sta sfuggendo di mano ciò che pensavamo di essere capaci di dominare... Cose del genere le ho lette in uno dei più bei libri che mi siano capitati tra le mani e che si intitola: Ci sono cose che fanno paura ed è scritto e illustrato da due geni, Florence Parry Heide e Jules Feiffer. 
La cosa che mi aveva colpito all'epoca era questa: le paure che venivano messe in elenco non alludevano a mostri a molte teste, ma al contrario andava a pescare piuttosto nel grande pentolone delle piccole e sottili inquietudini che ci riguardano tutti e che quotidianamente sono in agguato: vedere un cartellone con un avviso importante e non capire cosa c'è scritto; essere l'ultimo rimasto quando nessuno ti ha ancora scelto per la sua squadra; tenere la mano di qualcuno pensando che sia tua mamma e invece non lo è; giocare a nascondino e non trovare nessuno; cercare le tue scarpe sotto al letto e toccare qualcosa che non sai cos'è... 
Calì, nei suoi otto racconti, questo fa.


A parte un omaggio finale alla preistoria dove i ragazzini amanti del genere potrebbero apprezzare l'attraversamento dei vari habitat ricostruiti nel museo da parte di un loro coetaneo sempre più atterrito da triceratopi e da maestre arrabbiate, Calì va a pescare anche lui nel torbido, nell'ambiguo, perfino nel politicamente scorretto. 
Evviva! 
Gioca su questioni importanti e nel racconto ne tende, estremizzandole, a tal punto le possibilità che al lettore non resta altro che saltare sulla sedia e dire: ah, però, fino a qua si può arrivare! 


Come si suol dire: Calì non fa prigionieri, ovvero i protagonisti delle sue storie vanno diritti per la loro strada, hanno nel mirino il loro obiettivo finale e se questo prevede che loro si facciano spazio a spese di qualcuno, beh, lo faranno! 
Evviva! 

Carla 

Noterella al margine. Isadora Bucciarelli alle illustrazioni si inventa ancora un nuovo percorso di ricerca, che si va ad aggiungere a quelli già intrapresi finora. Qui direi che si tratta di immagini fotografiche in bianco e nero, rielaborate e quasi bruciate, tese ed estremizzate al pari dei racconti, per arrivare a quell'effetto di straniamento assolutamente necessario in chi guarda. Non vorremmo mica tranquillizzare il lettore, attraverso le immagini, vero? Evviva!

mercoledì 5 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

È ANCORA LECITO SOGNARE? 


I protagonisti di questa vicenda sono Giorgio, Joëlle, Florence e Max, rispettivamente padre, madre, bambina e bambino. Sono i componenti di una famiglia che attraversa una situazione dolorosa: il padre è detenuto in carcere con l’accusa di rapina (presumibilmente a mano armata, considerata la misura della pena). 
Giorgio non appartiene a una banda armata, la sua storia non è quella di un delinquente seriale, ma è semplicemente la vicenda eccezionale di un uomo assolutamente comune, che conduce una vita cosiddetta normale. È accaduto qualcosa che ha rotto un fragile equilibrio e l’uomo gentile e padre affettuoso si è improvvisamente trasformato in un bandito. 
Condannato a 20 anni di reclusione, Giorgio riceve le visite dei bambini, accompagnati dall’assistente sociale, poiché la moglie Joëlle chiede immediatamente il divorzio all’indomani dell’arresto. Con loro cerca di intrattenere una corrispondenza e un rapporto fatto anche di doni che realizza in carcere durante le lunghe giornate. 
Ma i figli non reagiscono allo stesso modo: il piccolo Max è l’unico a possedere una fiducia nel padre che non viene minimamente scalfita da quanto accaduto, il bambino gli scrive lettere affettuose e accoglie sempre con grande gioia i modellini di imbarcazioni che Giorgio realizza. 
Florence, al contrario, si chiude prima in un solido mutismo, dopo, la sua rabbia e l'impossibilità di accettare quanto accaduto sfociano in un atteggiamento aggressivo e nel rifiuto totale di avere alcun rapporto con il padre. Ognuno procede per la propria dolorosa strada e il racconto si sviluppa nell’arco di 20 anni mostrando da una parte Giorgio che si ostina a costruire barche e a cercare di vivere il proprio presente nel modo meno doloroso possibile, dall’altra figli e moglie che tentano di ricucire una ferita di cui dimensioni forse lo stesso Giorgio non ha piena consapevolezza. 
Una storia complessa e attraversata da sentimenti e vissuti così profondi non è facile raccontarla, soprattutto se a disposizione si hanno solo le poche pagine di un albo illustrato. Ma Germano Zullo e Albertine (una coppia di autore e illustratrice già molto rodata) sono maestri nella sottrazione, nel ricondurre, cioè, anche i contenuti più ardui a poche frasi e illustrazioni di grande pregnanza. 
La prima doppia pagina ci propone Giorgio, 30 anni, e una lettera in cui dichiara il proprio dispiacere per quanto accaduto e il suo amore, oltre alla speranza che il tempo possa aiutare le ferite a guarire. 
La pagina successiva è il ritratto di Joëlle, anch’essa trentenne, che risponde alla lettera di Giorgio chiedendogli però di non scriverle più e di continuare a farlo solo ai bambini. 


Le pagine che seguono sono quadri che ritraggono, alternandosi, la vita in prigione dell’uomo e quella del resto della famiglia, ognuno affiancato da una lettera scritta alternativamente da uno di loro. In questo senso il libro potrebbe definirsi un romanzo epistolare, poiché composto unicamente dagli elementi di corrispondenza e, come nella tradizione del genere, nessun elemento narrativo si somma alle informazioni che ricaviamo dalle missive. E questo è vero se ragioniamo unicamente sul piano verbale. 


Se invece allarghiamo la questione includendo le informazioni che provengono anche dalle immagini, ci rendiamo conto che quella definizione di genere non è più calzante. Perché qui un racconto esiste eccome, e dalle tavole dalle linee morbide di Albertine riusciamo a rimettere insieme i pezzi di una condizione esistenziale complicata e in continua evoluzione. Quello con cui gli autori giocano sono le ellissi temporali, in alcuni casi anche molto ampie, quadri che mostrano quanto accade in cella e nel quotidiano del resto della famiglia. 


Non siamo di fronte a un romantico bandito, né tantomeno a un fascinoso cattivo. Giorgio piuttosto sembra essere un uomo scollegato dal presente, un uomo del quale la moglie prova quasi compassione e la figlia ostilità. Unico che sembra riuscire a rimanere vicino a lui è il piccolo Max che condivide con il padre un sogno irrealizzabile, a prescindere dalle conseguenze concrete e disastrose che ha generato. Si legge della sua vicenda e si guarda a tutta la storia con la tenerezza che si concede a un bambino convinto di essere un supereroe solo perché provvisto di mantello. 
 

Non si propone una lettura di tipo storico del presente, non si cerca, cioè, di recuperare, attraverso la strampalata iniziativa di questo padre sognatore, gli antefatti rintracciabili di un contesto sociale. E restano quindi molti interrogativi sui quali sarebbe bello confrontarsi con gli autori. 


Scegliere di scrivere una storia di questo tipo, ambientata evidentemente nel nostro “moderno e civilissimo” Occidente quali riflessioni induce? 
Forse l’intento degli autori è quello di provocare nel lettore un sottile disagio, che arriva subito dopo la compassione. E quel disagio nasce proprio nel momento in cui si realizza che oggi una storia così ce la aspetteremmo ambientata in altri luoghi, dove ancora il desiderio e il sogno smisurato hanno una legittimazione, dove il necessario manca e si è autorizzati ad aspirare a tutto. Da dove salta fuori in Europa, oggi, un padre che verosimilmente ha un lavoro, che, a giudicare dalla casa in cui vivono moglie e figli, non vive di stenti e che nonostante questo compie un gesto sconsiderato per girare il mondo in barca? Che il senso della storia allora non sia proprio nella natura assolutamente irrazionale del sogno e nell’impossibilità di accettarlo qui, nel mondo che noi conosciamo e che lo scricchiolante benessere degli ultimi decenni non riesce più a riconoscere? 

Teodosia 

"Non tutte le barche prendono il mare", Germano Zullo, Albertine (trad. Beatrice Masini) Timpetill 2025

lunedì 3 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UIUIUI 

La strega Paturnia, Hanna Kraan, Anne Marie Haeringen (trad. Paola Romagnoli) 
Lupoguido 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Arrivò una raffica di vento così violenta che il riccio non riuscì a tenersi in piedi. Venne scaraventato a terra e rotolò fin quando un cespuglio fermò la sua corsa. Stordito, si guardò intorno e poco più in là vide la lepre e il gufo che si tenevano forti a un albero e guardavano in aria con occhi sbarrati. Guardò in su anche lui, ma non c'era più niente. 
E la strega Paturnia dov'era finita? 
Il riccio fece spallucce. 'Sarà di sicuro andata a casa a mangiare.' Si rimise in piedi a fatica.
'Avete visto che capitombolo ho fatto.' 
'La strega è stata spazzata via', esclamò la lepre turbata. 
'Io sono stato scaraventato a terra di botto' disse il riccio.
'Dove sarà finita? si preoccupò anche il gufo."

Il fatto è che quel giorno nel bosco e dintorni soffia un vento pazzesco. Una vera bufera e gli animali per restare in piedi facevano una fatica bestiale (!). In particolare ci sono la lepre, il riccio e il gufo che, piegati a 45 gradi, stanno cercando di raggiungere una collinetta, al riparo della quale potranno tirare il fiato. Negli ululati del vento però si sente il tipico urlo di battaglia della strega Paturnia: Uiuiui. 


A lei tutto questo vento non fa che creare gioia ed eccitazione: gli sfreccia a un pelo di distanza e nella sua mente dispettosa pensa di trasformare quei tre in mosche per farli volare davvero. I tre terrorizzati, come di solito, tentano di sottrarsi all'incantesimo, ma solo a uno di loro viene in mente di alzare un pugno verso di lei e inveire così: Che il vento ti porti via il più lontano possibile! E' il riccio! Ha schivato l'anatema e anche la strega, ma viene scaraventato nel cespuglio dall'ennesima raffica irresistibile. 


Ma se questo colpo di vento ha steso il riccio, ha fatto anche sparire la strega. 
Ora resta da capire se siano state le male parole del riccio, urlate contro di lei o se davvero sia stato il vento a farla sparire. 
Sta di fatto che mentre il riccio elemosina la compassione dei suoi due amici, questi lo ignorano perché entrambi preoccupati per le sorti della strega. E così va avanti per tutto il resto del tempo: a strega ritrovata, a strega rimessa in piedi, a strega aiutata tornare a casa, a strega finalmente tranquilla tra loro davanti a una cioccolata calda... 
Fidarsi di una che si chiama Paturnia? 

Ottava, in ordine di apparizione, delle diciotto piccole storie che ruotano intorno a un bosco dove vivono una strega bizzosa e quindi di umore mutevole nei confronti di una piccola comunità di animali, di cui alcuni - un riccio, una lepre e un gufo - davvero amici inseparabili, anche se diversissimi per indole. Infuria la bufera!, così si intitola, è forse l'episodio che meglio racconta i caratteri dei protagonisti e le loro relazioni interpersonali, che poi costituiscono il sale di questo gustosissimo quanto minuto libro di 150 pagine. 
Per essere chiara il più possibile metto di seguito i suoi pregi. 
La strega Paturnia è contemporaneamente una storia lunga e tante storie brevi. 
Ciascun episodio è autoportante, ma nello stesso tempo è anche un tassello per creare una visione d'insieme. Siamo di fronte a un'operazione editoriale che, a posteriori, ha rimesso assieme tanti piccoli raccontini che negli anni Settanta in Olanda uscirono a puntate su una rivista che si occupava di agricoltura. Quando la collaborazione si concluse, nel 1978, Hanna Kraan non se li dimenticò e ci rimise mano cosicché nel 1990 i racconti scritti fino a quel momento vennero ripubblicati in un unico libro. Ma lei non smise di scrivere le loro storie fino al 2005. 
I bambini olandesi non ne potevano fare a meno! 
L'edizione completa compare in Olanda per Lemniscaat nel 2023, quando lei è già morta da una dozzina d'anni. E questa, pubblicata in Italia da Lupoguido, costituisce solo una parte di quel librone unico. Il che ci fa sperare che da qui all'eternità escano anche in Italia altri titoli dedicati alle paturnie di Paturnia. 
Il secondo pregio, che un po' dipende dal primo, sta nel piacere di leggerlo. 
Un morsetto al giorno, o una scorpacciata in una domenica piena di tempo libero. Di sicuro, in entrambi i casi, va letto ad alta voce perché ha un passo bellissimo, merito del quale sarà la lingua originale, ma anche la sua traduzione. 
Un ritmo battente si coglie nei dialoghi che sono frequenti, serrati e pieni di arguzie e ironia. 
Il terzo pregio, che un po' dipende dal secondo, sta nella caratterizzazione dei personaggi che si profila sostanzialmente solo attraverso il loro reciproco parlarsi e nel loro porsi di fronte alle situazioni che accadono. 


Lentamente capiamo chi sia Paturnia, quanto bizzosa si riveli, ma anche capace di grandi slanci e di alcune défaillances, chi sia il riccio, sempre un po' sopra le righe, e chi ancora siano la lepre e il gufo, tra loro molto solidali e concordi nella loro lettura dei fatti. 
Il quarto pregio, che un po' dipende dal terzo, è il continuo tira e molla di situazioni e atteggiamenti. 
Mi spiego: in questi racconti il lettore non può mai essere sicuro di nulla. Non si può affermare con certezza che il cattivo sia cattivo fino in fondo e per sempre o che il buono lo sia coerentemente per tutta l'esistenza. 
L'imprevedibilità, lo scarto improvviso abitano in quel bosco! 


Il quinto pregio, che un po' dipende dal quarto, sta nella cura di tenersi lontano da ogni stereotipo e da ogni moralismo, giocando tutto il tempo, un po' come ha fatto la Van Haeringen, con le sfumature e il mescolio. 
Bel libro! 

Carla