venerdì 19 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DISEGNATORE DI DRAGHI

L'albero e il drago, Pierdomenico Baccalario, Chris Riddell 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Fu così che iniziò: tra i rami del vecchio albero, il piccolo drago imparò a volare, a cacciare, a dare un nome a tutte quante le stelle. 
Conobbe la pioggia, il sole e la neve. 
Non erano soli però: c'erano molti animali intorno a loro e, tra tutti, i più pericolosi erano le persone che costruivano le case con i tronchi e usavano la legna per scaldarsi. E tra tutte le persone, le più pericolose erano i cuccioli, che non stavano mai fermi. 
Al piccolo drago piacevano un sacco..." 

Nessuno lo può dire con certezza, ma pare che l'uovo che si trovò un giorno ai piedi dell'albero, fu rotto proprio da un bambino. l'albero stava lì e dava informazioni, consigli, suggerimenti. E il drago esplorava, talvolta bruciava e soprattutto collezionava oggetti. Il tempo passava e il drago cresceva e cambiava pelle, ma non abitudini, finché un giorno l'albero gli disse che era arrivato il momento di andare. Doveva volare lontano e lui, nel frattempo, avrebbe aspettato. 


Così il drago volò e andò per il mondo: solo, con solo l'ombra a seguirlo, non si voltò mai indietro. Quando era stanco si fermava e quando c'era da andare andava. Imparò molto: a difendere e ad attaccare ad avere amici di cui fidarsi e anche qualche nemico. Vinse e perse, fu felice e anche molto triste fino al giorno in cui capì che era arrivata l'ora: l'ora di tornare. 
E così fece, giusto in tempo... 

Mettete insieme una buona penna con una buona storia di draghi in testa e un illustratore che è un mostro di bravura in generale, ma in particolare quando si racconta di creature fantastiche, come per esempio un drago, dà il meglio di sé; ecco metteteli insieme e difficilmente verrà fuori un libro mediocre. 
L'albero e il drago è proprio una bella storia rotonda, ossia ha un preciso punto di partenza che diventa, come per incanto, anche punto di arrivo. Nel suo centro ne succedono diverse, ma la sua bellezza sta proprio in quel suo mordersi la coda. In quel suo acciambellarsi sul finale proprio nello stesso punto da cui tutto è nato. 


Ma come è giusto che sia, tanto è cambiato da quell'inizio con un drago cucciolo e goffo e un albero saggio, pieno di consigli e di suggerimenti. Ora alla fine della storia abbiamo un drago che si è fatto coraggioso e leale e un albero rimasto fedele alla sua consegna di fare da rifugio sicuro a chi vorrà sedercisi sotto. 
Che Baccalario sia una penna felice lo darei come fatto assodato. 
Qui in particolare si cimenta in una cadenza che non pratica di frequente: un albo illustrato. Una storia breve breve che deve essere costruita lasciando la giusta aria aperta, il giusto spazio all'altro racconto, quello fatto per immagini. 
E che Chris Riddell sia un pennino felice lo darei altrettanto per assodato. E a proposito di quello spazio che l'illustrazione deve pretendere per sé, parrebbe evidente che Riddell non se lo faccia dire due volte e si prenda una bel po' di libertà nel raccontare ciò che il testo solo accenna. 
Quattro pagine in cui le parole si ritraggono allo stretto necessario e il disegno che fino a un attimo prima era tavole a doppia pagina, ora accelera e si trasforma in panels, ossia vignette in cui quello che accade sono solo le immagini a raccontarlo e si appoggiano sulla giusta vaghezza del testo. 
Con lo stresso piglio da grande illustratore, Riddell conquista il finale del libro con una tavola che è lì a dire molto di più del finale del testo che, peraltro, è già bellissimo e pieno di senso. 
La tavola finale suggerisce un'apertura inaspettata, davvero una piccola capriola che fa dire al lettore: ah!. 
Come è saggio che accada in un buon libro illustrato, testo e immagini raccontano porzioni del racconto che non sempre coincidono, le due voci, quella di Baccalario e quella di Riddell, si alternano con una grazia rara e una velata ironia. 


E chi ne gode è il lettore che contemporaneamente legge con gli occhi e ascolta con le orecchie. Con la stessa generosità e vaghezza il testo lascia che sia Riddell a scegliere un contesto, un tempo preciso, un ambiente in cui dare casa all'albero e al drago. Sono davvero minuscoli gli indizi che suggeriscono un tempo e un luogo circoscritti: "era un tempo in cui le case si costruivano con i tronchi e la legna si usava per scaldarsi..." 


Ma Riddell, a parte il suo indubitabile talento, è inglese al mille per mille e il suo immaginario non può non avere radici nel mondo del fantastico tolkeniano e il Medioevo è il suo tempo ideale. A parte tutti i draghi della Terra di mezzo, ce ne è uno in particolare che con il drago di Baccalario condivide una certa indole guascona e bonaria che me lo fa amare più degli altri: Crysophylax, il drago scaltro ma anche a suo modo fedele che con il contadino Giles si contende il sorriso del lettore durante tutta la lettura del racconto Il cacciatore di draghi
E così da drago nasce drago... 

Carla

mercoledì 17 dicembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TEMPO SERENO CON SPORADICI ROVESCI DI MAIALI 


Piovono maiali di Shiro Yadama inaugura Tekuteku, la nuova collana di prime letture della casa editrice Kirakira che dalla sua nascita nel 2016 propone una selezione di albi illustrati di autori giapponesi poco conosciuti in Italia. 
Piovono maiali mi ha attratto subito per due motivi. 
In primo luogo per il titolo: beh, insomma, che piovano maiali è alquanto particolare, direi.
Perché piovono maiali? Cosa è successo? Come se ne esce? 
In secondo luogo, per la copertina.
Il piccolo non mi pare entusiasta del fatto che piovano maiali. Direi anzi che è molto preoccupato. C’entra qualcosa? Risolverà lui la questione? I maiali, al contrario, sono evidentemente molto felici. Che sia lui l’origine della pioggia maialosa? Andiamo a leggere.


Il libro è diviso in brevi capitoli, con le illustrazioni in bianco e nero di Yadama. 
Al racconto  in prima persona di Noriyasu Hatakeyama - chiamato Mezzafrana, anni otto - si alternano stralci del suo diario, scritto diligentemente in minuscolo e illustrato a matita.
 

Nori ha ascoltato i consigli della sua maestra Kazuko: ogni giorno scrivere una pagina di diario; non farlo vedere a nessuno, in modo da poter davvero scrivere la verità, senza paura e senza vergogna; infine non temere gli errori, ma attraversarli. 
Le prime pagine che Nori mostra a noi lettori sono davvero deliziose, e seguono perfettamente le tre indicazioni della maestra Kazuko. 
Peccato che di ritorno da scuola il piccolo sorprenda la mamma leggere proprio il suo amato diario. E qui accade una cosa interessante e che ritornerà più volte nel libro: la mamma non ascolta le proteste di Nori, cambia discorso, esce di scena. Nori dunque, e giustamente, se la prende e architetta una vendetta davvero astuta: non scriverà più ciò che è accaduto durante il giorno ma ciò che accadrà il giorno dopo. 
Peccato che ciò che scrive si avvera. 
Peccato che Nori non se ne accorga subito. Da qui prende il volo la parte del libro più divertente, dove i due poveri genitori si trovano ad avere a che fare con serpenti e tempura di matite, il tutto con un aplomb che descriverei come tipicamente giapponese. Fino ad arrivare al fatidico giorno della pioggia di maiali. 
Il libro ha proprio la voce del piccolo Nori, ma non solo poiché il diario è pieno dei suoi disegni che Yadama riproduce in maniera incredibile. 
Mi ha molto sorpresa e divertita questo mondo adulto che circonda il bambino che allo stesso tempo è prepotente nell’indifferenza alle sue preghiere, tanto quanto è succube del potere magico di Nori. Allo stesso tempo ho goduto del terreno di libertà che Nori attraversa scrivendo un Diario del Domani, lasciando libera la sua mente e anche prendendosi delle libertà nei confronti degli spioni, fosse anche sua madre. 
Il racconto è ricco di termini giapponesi che alla fine del volumetto appaiono in un glossario molto utile. Ci sono altre due pagine importanti alla fine, firmate da Yadama, dove lo scrittore invita a tenere un ‘diario di domani’ per allenare la mente verso terreni non scoperti, per pensare in modo originale, per non dare tutto per scontato, un ammonimento che oggi come non mai ci appare importante.
Questo libro è uscito in Giappone nel 1980 e dopo pochi giorni è andato subito esaurito. Da allora viene ristampato continuamente. 
Siamo davvero grati a Kira kira per questo testo e brindiamo alla sua nuova collana di prime letture per ragazzini e ragazzine intorno ai sette anni: in alto i calici! 
Che piovano maiali! 

Valentina 

"Piovono maiali", di Shiro Yadama, trad. Roberta Tiberi, Kira kira Edizioni 2025

lunedì 15 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

A SFRONDARE NON SI FA MAI PECCATO

Gli uccelli,
Sergio Ruzzier 
La grande Illusion 2025 


ILLUSTRATI 

"CAPITOLO I 
Di quando gli uccelli, affamati senza il becco di un quattrino, si domandano se rubare sia una soluzione da considerare. 
Del parere negativo di uno di loro. 
Come la questione viene risolta." 

Gli uccelli in questione, quattro, di cui uno con l'occhio di vetro, sono tornati nella loro residenza invernale perché è primavera. E, aspettando l'arrivo dell'autunno, si mettono comodi. 
Fanno piccole attività come pescare, come visitare una chiesa in cerca di qualcosa da rubare o come leggere a voce alta i Fioretti di San Francesco, in particolare quello dedicato alla Predica agli uccelli. Cosa questa che gli provoca un gran diletto. 
E con altrettanta gioia liberano un loro confratello chiuso in gabbia per poi vederselo sparire davanti...

Gli uccelli è la prova provata che, se la storia è buona,  a sfrondare non si fa mai peccato.
Se non ho contato male questo libro, diviso in un prologo, cinque capitoli e un epilogo, conta circa duecento parole di testo (escludendo le parole prologo, epilogo e capitolo I, capitolo II ecc. ecc.). 
Conta quattordici tavole ad acquerello, tutte a destra e quindici disegnini a china, che segnano una pagina sì e una no le pagine bianche di sinistra. 
Eppure Gli uccelli è un libro (la prima pubblicazione è del 2002, con Despina). 
Ed è anche un libro esilarante almeno quanto è raffinato. 
Lo pubblica La Grande Illusion in 800 copie, brossura, filo refe su carta Fedrigoni con una sovracoperta che anima la copertina vera e propria, che altrimenti ospita solo il nome dell'autore, il titolo e l'editore. Dunque.
Duecento parole, quattordici acquerelli in cornice e altrettanti disegnini a china riescono a fare insieme un bel po' di cose. Come mai succede? 
La prima cosa che viene in mente sono le buone idee che contiene e che si manifestano capitolo dopo capitolo e che sono così potenti da poter da sole reggere il peso di una narrazione. 


Per esempio, far leggere loro la Preghiera di San Francesco, oppure mandarli a pescare, o ancora porli davanti a questioni importanti, come la liceità del furto in caso di bisogno. 
La seconda cosa che viene in mente è l'ironia che questa narrazione attraversa. 
Ma questa ironia non sta solo nel racconto in sé, quanto piuttosto nel dialogo fitto fitto che esiste tra immagine e testo. Quindi Gli uccelli diventa un piccolo quanto sapiente manuale per chi studi le regole del buon albo illustrato, o forse dovrei chiamarlo libro con le figure? Vabbè. 


In estrema sintesi si tratta di questo: il testo indica un percorso a cui il lettore deve credere per contratto, un percorso che deve compiere in una precisa direzione, salvo poi rendersi conto che l'autore si è appena preso gioco di lui, perché, cambiando codice dal testo all'immagine, nella successiva tavola (meglio se dopo un giro di pagina, quindi con una pausa più lunga nella lettura) tutto è andato un po' diversamente. Si chiama contrappunto ed è il sale dei buoni libri illustrati. 
Questo gioco di asserzione e smentita capita qui con una certa sistematicità: si parla di residenza invernale e si vede invece un appartamento totalmente spoglio, salvo un allampanato attaccapanni. 
Si scrive di una diatriba tra i quattro e si fa menzione di una soluzione non meglio definita e quando si gira pagina si vede come i quattro hanno deciso di risolverla... 
Stesso gioco con il diletto raccontato per la liberazione del compagno prigioniero... 
Va da sé che a ogni capriola dell'immagine rispetto al testo si ride con gusto. 
Ma l'ironia si nasconde anche nei giochi di parole - per un uccello essere senza il becco di un quattrino è amaro quanto ineluttabile destino. O no? 
E tutto questo solo con un pugno di parole e di immagini. E in particolare queste ultime sono lì a dirci, ancora una volta di più, che Ruzzier meno disegna e più efficace si dimostra. 
Panorami spogli, con alberi secchi, qualche collinetta che segna l'orizzonte come negli affreschi di Lorenzetti a Siena, qualche nuvola che nasconde il cielo, appartamenti spogli, con un solo divano e una libreria, ma un pavimento a mattonelle intarsiate reso con una meticolosità "fiamminga". 


E poi loro: i quattro uccelletti nasuti e storti. Alette da pollo, zampe da gallina ma un'espressività inequivoca. 
E per concludere i quindici schizzetti a china che sono un niente, ma se non li si nota è davvero un peccato. 
Non so dire quanto sforzo abbiano richiesto a Sergio Ruzzier per essere realizzati, ma non credo molto. Eppure il loro essere lì a segnare un emblema, il senso ultimo di quanto è detto e disegnato, è l'ennesima prova provata che, se la storia è buona, a sfrondare non si fa mai peccato! 

Carla

domenica 14 dicembre 2025

LE B DI BERNARD 

Bernard 
Boîte à biscuits 
Bible 
Beurre 
Bâtonnets 
Biscuits de Bernard 


Bernard è arrivato con una boîte à biscuits per me che conteneva 15 diversi tipi di biscotti che aveva fatto a casa (sta scaldando i motori in vista del Natale). 
Ne ho mangiato due o tre metà al giorno, quelle che Enrico mi lasciava dopo aver preso la sua porzione. 
Subito dopo la Boîte à biscuits ha fatto uscire dalla sua valigia anche un libro: la Bible dei dolci alsaziani - così l'ha definita! 
L'ho letta e riletta ogni sera di ritorno dalla mia giornata in giro per scegliere da cosa avrei cominciato. 
Il libro è diviso in capitoli e il primo si intitola Petits gâteaux au beurre
Come se lo sapesse che il burro è la cosa che mi piace più al mondo. 
Tra le ricette di piccoli biscotti al burro ho scelto i Bâtonnets, ossia i bastoncini, gli stecchini, i legnetti. 
E li ho fatti. 
E da oggi ora questi saranno per sempre i Biscuits de Bernard... 

Ingredienti per mezza dose: 

110 gr di farina 00 
50 gr di burro 
100 gr di zucchero 
1 pizzico di sale 
125 gr di mandorle o nocciole in polvere 
1 uovo 


Se avete un robot da cucina mettete nel contenitore la farina, il sale lo zucchero e date un paio di colpi di motore perché con la lama tutto si mischi a dovere. Aggiungete il burro a tocchetti e ancora una po' di motore in modo che venga una sabbia, aggiungete le mandorle in polvere e quando è tutto ancora più sabbioso aggiungete l'uovo. Fate andare a velocità sostenuta finché non otterrete una palla di impasto. 
Se non avete il robot da cucina fate tutto a mano come quando fate la frolla. La sequenza degli ingredienti è la stessa, ma faticherete un po' di più. 
Fate riposare l'impasto per un'ora, quindi spianatelo a 6 o 7 millimetri di spessore e con la rotella del tagliapasta fate rettangolini di misura che può variare, ma intorno a 1 o 2 cm di larghezza e 5 o 8 cm di lunghezza. 
Infornateli come se fossero tante e ordinate bandierine al vento. 
Fatele cuocere a 175 gradi per una decina di minuti. 
Et voilà! 

Carlà

venerdì 12 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL RE FILOSOFO

Il re e il mare
, Heinz Janisch, Wolf Erlbruch (trad. Angela Ricci) 
Gallucci editore 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

Il re e le nuvole 

" 'Ah, eccovi!' disse il re alle nuvole. 'Di nuovo in viaggio! Non c'è niente che possa dire per farvi restare? Il mio regno è bellissimo, in lungo e in largo. C'è un verde rigoglioso, e prati e campi di terra scura. Ci sono torri alte come...' 
Ma le nuvole erano già passate oltre. 
'Capisco' disse il re sottovoce. Poi sospirò." 


Stesso atteggiamento ebbe quando disse al mare che lui era il re e il mare mormorò la sua risposta alla quale non poté che saggiamente replicare lo so. E poi si mise lì ad ascoltare il mormorio dell'acqua. 
Per non parlare di ciò che fece quando, dopo aver annunciato al gatto che lui era il re, il micio sdraiato comodo al sole lo informò che per oggi il suo re era il sole caldo, altro che omino con la corona... 
Al re, di nuovo saggiamente, non restò che fare tesoro di quelle parole e, dopo essersi tolto la camicia, si sdraiò al sole accanto al gatto. 


Anche con la stella il re provò a imporsi e a farsene beffa, millantando di non averne alcun bisogno. Ma quando la stella sparì e si fece un gran buio, il re dovette tornare indietro e fare ammenda e così la stella tornò, dicendo un lapidario 'Ah, ecco'. 
Solo una volta il re ebbe l'impressione che qualcuno gli ubbidisse: quando chiese con gentilezza al cielo una coperta: la voleva subito e che fosse bella. 
E così nevicò. E questa neve, questa bella coperta, stupì per la prima volta il re. 

Si contano sulle dita di una mano i libri di Janisch tradotti in Italia. 
Pubblicati tutti più o meno vent'anni fa, sono rimasti lì a galleggiare per poi inabissarsi nel silenzio generale e uscire silenziosi dai cataloghi di Arka, Nord-Sud o Donzelli, per esempio. 
Sebbene non si possa non notare che una qualche differenza l'hanno fatta i diversi illustratori che hanno messo le immagini accanto alle sue parole, tuttavia di questo grande autore abbiamo fatto a meno per anni.


Poi, finalmente, nel 2024 vince l'Hans Christian Andersen Award per la narrativa e si accende un faro che illumina il suo catalogo pregresso affinché qualcuno decida di pubblicarlo e dargli il merito dovuto. Parte Gallucci, a ruota orecchio acerbo e poi si vedrà. Rispettivamente con Wolf Erlbruch (bel botto, vederlo libero dal suo giogo editoriale italiano...) e con Helga Bansch. 
In questo libretto quasi quadrato succedono cose meravigliose seppure con poco frastuono. La voce del libro, tanto nelle 21 storielline di Janisch quanto nelle 21 illustrazioni a collage di Erlbruch, è volutamente sommessa (anche se talvolta il re caccia un urlo), pur essendo molto ferma. 
Le immagini sono ridotte al minimo, si riconosce il beige delle sue carte porose, colorate con i pastelli. Si ritrovano i pastrani lunghi a quadri, i pigiami a righe, gli spartiti, le tende a fiorellini, la giusta quantità di nero e di grigio e blu cobalto, il rosso e il colore solo negli uccelli che svolazzano tra le foglie di una finta o vera incisione quattro-cinquecentesca (esattamente come nell'albero di L'anatra, la morte e il tulipano). 
Il libro che nasce in Germania nel 2008 è perfettamente in linea con gli altri grandi libri di Erlbruch, e con quella cifra illustrativa, quella degli anni Duemila che arriva fino a L'orso che non c'era. 


Pochi segni sulla faccia del re per dargli forte espressione e ribadirla con la postura del corpo: occhioni sgranati, pochi segnetti su naso orecchie e guance e un tratto sicuro per la bocca e per gli occhi quando sono chiusi in estasi o in riflessioni. E su tutti questi re, la necessaria corona, a tre punte. Né piccola, né grande. 
I 21 incontri che il re fa con mare, gatto, ombra, pioggia, albero o scoiattolo ecc. ecc. sono delle pietre preziose che prendono luce dal loro essere molate alla perfezione. Sono dialoghi brevi, talvolta brevissimi, intorno a cui si costruisce il contesto che è ridotto all'osso. 
Non ci sono parole superflue, descrizioni inutili, aggettivi accessori. Si va dritti al finale che contiene in sé il nocciolo di senso. E ognuno troverà il proprio. 
Parrebbe che la chiave di tutto stia proprio in quella corona e in quel sentirsi re. 
Re del mondo. 
Ma al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, questo sovrano regna sul nulla, in tutta serenità. A ogni incontro prova ad esercitare un potere, ma essendo pieno di saggezza (cosa insolita nei potenti) è anche molto capace di saper trovare il giusto modo per entrare in contatto con ciò che ha davanti: spesso e volentieri è il silenzio ad aiutarlo, oppure l'accoglienza del punto di vista altrui, in altri divertenti casi è lì a testimoniare la propria inettitudine o peggio la propria sconfitta.


Tanto nitore di pensiero lo si vede nel cerchio che si chiude intorno al mare: da imponente, incombente e verticale si appiana e si fa accogliente. A corona tolta. 
Libro necessario.

Carla

mercoledì 10 dicembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA STORIA DI UNA DIVENTA LA STORIA DI DUE 


La prende alla larga Van Rijckeghem, e ci fa entrare nella storia nel pieno di una zuffa tra ragazzini che si sfidano per impossessarsi della testa di Jormungandr e conquistare così il ruolo del “principe del solstizio”. 
Jormungandr è il serpente gigante che tiene insieme il mondo degli umani avvolgendolo tutto intorno fino a mordersi la coda e che simboleggia il caos e il destino, una delle intriganti narrazioni della mitologia norrena in cui questo racconto ci immerge piacevolmente. 
Ed è effettivamente tra caos e destino che si muoverà tutta la storia. Siamo nel villaggio della Rocca di Mimir, collocato dall’autore sulla costa orientale dello Jutland, Danimarca vichinga, anno domini 870. Ma com’è che ci ritroviamo proprio qui? 
Pare che uno zio ultra novantenne dell’autore avesse appena condotto una ricerca sul DNA dei Van Rijckeghem scoprendo che almeno un 5% delle origini della famiglia risalissero ai danesi: è abbastanza probabile dunque che qualche vichingo, intorno al nono/decimo secolo, si fosse inoltrato fino a Gand, nelle Fiandre, inserendosi nella genealogia della famiglia belga. Tanto è bastato a Jean-Claude, che a Gand ci è nato, per decidere di immergersi in quel 5% della sua antica storia e regalarci questa avvincente avventura. 
Ed è vieppiù interessante rilevare come una ricerca identitaria arrivi a rivelare stratificazioni di culture tanto diverse tra loro. Che di questi tempi è purtroppo sempre utile ricordarlo. 
Ma torniamo alla Rocca di Mimir. Il villaggio è piccolo, in tutto cinque case sulla costa. Gli uomini sono spesso in mare a fare razzie giù fino in Francia e oltre per depredare villaggi e rivendere merci e schiavi. Le donne sono impegnate a tessere lana, cucire vele e a portare avanti la vita del villaggio in assenza degli uomini. I ragazzotti, come abbiamo visto, si azzuffano senza troppe cortesie. 
È ora che entra in scena Yrsa, una ragazza di sedici anni che subito si presenta con le sue principali qualità: sagace e determinata, senza peli sulla lingua, capace di fronteggiare ogni insulto o tentativo di umiliazione. Di motivi per insultarla pare che ce ne siano. Yrsa ha un piede storto dunque è zoppa (non proprio un buon auspicio per le credenze del luogo), inoltre ben presto scopriamo insieme a lei che, pur essendo figlia di Toke, il rispettato Timoniere del villaggio, è nata da una donna che era stata presa come schiava. Per “sistemarla”al meglio, la potente nonna Gudrum l’ha promessa in sposa al figlio di un gioielliere dell’entroterra in cambio della lana di 25 pecore (solo perché zoppa, in realtà ne valeva 50 di pecore). Lei però è innamorata di Nokki, il più bel giovanotto del villaggio. 
Al rientro dalla spedizione, gli uomini riportano un ostaggio, una giovanissima suora, anche lei sedicenne, rapita in un monastero di Gand: suor Job. 
L’arrivo della giovane suora coincide con la metà della Prima parte del romanzo, la sua entrata in scena dà un nuovo motore alla storia. 
La suorina dice di essere una discendente di Carlo Magno dunque si decide di non trattarla come schiava ma come ostaggio, appunto, sperando in uno scambio che porti al villaggio ingenti di ricchezze. Così suor Job verrà affidata a Yrsa. Anche suor Job è sagace e determinata e, per quanto bigotta, è anche risoluta a salvarsi e a non farsi contagiare dai selvaggi pagani del villaggio. 
Yrsa e Job, sono due giovani donne distanti millemila miglia -in quanto a cultura, visioni del mondo, credenze, pantheon e divinità- che si avvicineranno sempre più, senza smancerie da “migliori amiche” ma con la durezza dei due caratteri e della diversità delle appartenenze. 
Suor Job è colta, sa leggere il latino, sa scrivere, conosce a memoria il Vangelo e tutte le preghiere per resistere -con la sicumera della religione dei potenti di quel tempo- al mondo pagano in cui si ritrova. 
Yrsa è ironica, sa tessere le migliori vele del villaggio, è sinceramente immersa nel mondo delle numerose divinità vichinghe e dei suoi miti cosmogonici. Inoltre sta appena scoprendo di possedere capacità divinatorie che a poco a poco la aiuteranno a indagare la verità sulle sue origini. 
Le due ragazze prendono la scena di primo piano del racconto ma anche tutto attorno la storia cresce fino a disegnare un caotico dispiegamento di eventi che determineranno un’altra svolta alle vicende. 
Seconda Parte. Un nuovo motore fa ripartire la storia: da qui in avanti le figlie del destino diventano due, con un unico destino da affrontare insieme. 
Credo che quanto fin qui accennato basti a dare l’idea di una storia avvincente, ricca di eventi e di capovolgimenti rispetto ai quali Jean-Claude Van Rijckeghem sa costruire personaggi mai bidimensionali: che siano protagonisti o no, quasi tutti sono parecchio sfaccettati e difficilmente incasellabili in caratteri prevedibili. 
Il finale aperto, anzi apertissimo, ci lascia col fiato sospeso anche se, arrivati a pagina 395, l’ultima, avremo imparato anche noi con Yrsa a leggere il futuro, e una idea di ciò che accadrà una volta chiuso il libro ce la siamo fatta. Pare che l’autore non escluda di dare un seguito a questa avventura per portarla a compimento. Ma già così, va più che bene. 
Di Jean-Claude Van Rijckeghem Camelazampa aveva già pubblicato “Testa di ferro” nel 2023, ancora un romanzo storico, ancora ambientato a Gand, ancora con protagonisti impegnati a ribaltare destini segnati, ancora con figure femminili per niente rassegnate. 
Dunque a Van Rijckeghem piace raccontare storie di donne e di coraggio, incastonate in affreschi storici che hanno tutte le carte in regola per incontrare il gusto e la complicità di lettrici e lettori a partire dai 13 anni. 

Patrizia 

“Figlia del destino”, Jean-Claude Van Rijckeghem , trad. di Olga Amagliani, Camelozampa 2025 

 

lunedì 8 dicembre 2025

ECCEZION FATTA! (gli amici immaginati)

QUARANTA AMICI IMMAGINATI E UN CAPPELLO 


La prima, che io ricordi, è stata Bibi. Il titolo del primo libro era Bibi. Una bimba del Nord. Anche io ero una bimba del Nord. Venivo da Milano e avevo un accento che con quello romano strideva. Ancora oggi i cinque libri di Bibi sono con me: hanno resistito nel tempo, con le loro copertine di tela color mattone e le sovracoperte con il viso di una ragazzina con trecce bionde e occhi azzurri. La sua fisionomia cambia di volume in volume perché lei cresceva, e io con lei. L'anno della dedica di mia nonna è 1967: avevo otto anni. Lei è stata la mia prima amica immaginata, amica di carta, amica letteraria. Poi ne sono arrivati altri. Alcuni ora abitano solo in biblioteca per lasciare che nelle librerie abitino i più giovani. Ma gli amici immaginati, come quelli immaginari, non sono sempre lì. E non basta desiderarli, perché compaiano. Occorre sempre una bella storia dentro cui trovarli e solo in questo modo si può seguirli per un po', il tempo di farci amicizia. Può succedere che gli amici di carta ritornino. A ogni nuova storia, si rinnova il piacere di incontrarli proprio come succede con quelli in carne e ossa: in vacanza, o al parco, o nel cortile di scuola. Gli amici immaginati, che siano raccontati a parole o disegnati, la prima volta li troviamo quasi per caso, ma poi succede che li andiamo proprio a cercare, perché senza di loro si sta peggio! Si riapre il libro, si rilegge la storia e tutto ricomincia. Proprio perché sono immaginati, possono essere di tanti tipi. Alcuni sono creature umane, con difetti e pregi che conosciamo, con desideri e paure che proviamo anche noi. Alcuni sono altissimi, altri minuscoli. Possono esser pelosi o piumati e hanno un numero variabile di zampe o di ali. Spesso hanno il dono della parola e comunque sanno sempre come farsi capire. Tutti loro hanno per noi un "qualcosa" che li rende speciali, e rende indimenticabile il tempo passato assieme, volendo loro un gran bene. Questi sono solo quaranta dei tanti che ho. E tra loro c'è anche un cappello... 

Carla


 E SE? 
 ovvero lo scoiattolo (p)ossessivo di Olivier Tallec 


"E se un giorno qualcuno decidesse che il MIO albero non è il MIO albero, ma il SUO? E se a quel qualcuno venisse voglia di mangiare le MIE pigne all'ombra del SUO albero, o le SUE pigne all'ombra del MIO albero?" E se? Questo è il rovello di ogni ansioso: immaginare per ventiquattro ore al giorno potenziali sciagure, eventuali catastrofi, possibili iatture che potrebbero colpirlo. L'ansioso quindi si organizza per poter fare fronte alla potenziale disgrazia in agguato, per poi passare immediatamente a quella successiva, perché - è risaputo - i pensieri di un ansioso sono sempre rivolti al peggio. Murphy rules! Effetti collaterali delle loro ansie sono uno sviluppato senso per la proprietà, quella da difendere a ogni costo, e una grande velocità nel cambiare opinione, mossi sempre dalla necessità di arrivare a ottenere il meglio. Per sé. Lo scoiattolo di Olivier Tallec è l'incarnazione boschiva di una serie di fragilità che noi umani ben conosciamo: ansia, possesso, mutevolezza. Lui, come molta parte delle persone, passa il suo tempo a preoccuparsi e ad aver paura di quello che forse, un giorno, potrebbe accadere. E quando non è lì a preoccuparsi, passa il suo tempo a cambiare idea sulle cose... Decisamente, uno scoiattolo sotto stress. Chi di noi non lo è stato almeno in un'occasione? Lo abbiamo conosciuto mentre passava il tosaerba intorno al suo albero. Lo abbiamo visto approntare palizzate, cancelli e quindi costruire un muro inespugnabile e interminabile per difendere dagli altri il suo albero e le sue pigne. Ma nulla di tutto questo gli ha dato la matematica certezza di potersi considerare al sicuro. Indimenticabili, i suoi occhi spalancati perennemente in allerta. Poi lo abbiamo visto perdere il senso della misura con il consumo delle sue pigne. Di più, di più e ancora di più. Non importa a prezzo di cosa. Si percepisce un'eco intorno all'intero pianeta? Quindi lo abbiamo visto attraversare una grave crisi di identità che lo ha fatto ondeggiare tra l'impossibile desiderio di essere cervo o castoro o pangolino... Sempre ad occhi spalancati e sempre insoddisfatto. Chi di noi non ha sognato per sé un'altra possibilità? Infine lo abbiamo visto entrare in crisi sugli affetti: occhi spalancati e umidi di lacrime di fronte all'incapacità di poter stabilire, tra i suoi sempre crescenti amici, chi fosse davvero l'unico, suo miglior migliore amico. Di lui benevolmente sorridiamo, ma attenzione che sotto quel folto pelo fulvo, e dietro quegli occhioni ci potremmo essere in tanti... 
E l'ultima volta che lo abbiamo incontrato aveva sempre un rovello intesta: ma il merlo sta dormendo? Oppure?

Carla
 
Olivier Tallec, Questo è il mio albero (trad. Maria Pia Secciani), Edizioni Clichy 2020 
Olivier Tallec, Un po' troppo (trad. Maria Pia Secciani), Edizioni Clichy 2021 
Olivier Tallec, Avrei voluto (trad. Maria Pia Secciani), Edizioni Clichy 2022 
Olivier Tallec, Il miglior migliore amico (trad. Tommaso Gurrieri) Edizioni Clichy 2023
Olivier Tallec, Sta dormendo? (trad. Tommaso Gurrieri) Edizioni Clichy 2025

venerdì 5 dicembre 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

STATE ATTENTI!

Ore 25:05, Guy Billout, Bernard Friot (trad. Chiara Carminati) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI 

"Quando comincia un viaggio, Jonas Bongo disfa la valigia e la infila nell'armadio. 
Poi esce di casa, vestito così com'è: in salopette, con una tuta da astronauta, in gonna e grembiule, non importa.
Non chiude a chiave la porta di casa, dimentica il cellulare, lascia il portafoglio. Tutte cose inutili. In particolare, non prende nessuna guida turistica: quello che vivrà e vedrà non è ancora esistito." 

Jonas Bongo non è neanche tanto sicuro che il suo nome sia Jonas Bongo. Lui potrebbe chiamarsi benissimo anche Walter Kingston, oppure Adina Kaufmann. 
Viaggiare leggero è il suo motto: calze buone, qualche foglio da disegno e molte paia di occhiali che possono servire per vedere quando non c'è nulla da vedere, per prevedere il tempo che farà o per guardare indietro nel tempo o ancora per registrare parole dette in silenzio o pensieri tenuti nascosti... 
Gli capita anche di perdersi, soprattutto quando usa il GPS, ma non è un problema perché tanto da qualche parte si arriva sempre. 


Gli capita anche di assistere a eventi straordinari e di fare incontri interessanti e se si ha pazienza è anche possibile fondersi con il paesaggio ed è così che una storia può cominciare... 
E anche finire. 

Questo è un po' il racconto che Bernard Friot ha ricamato intorno alle 70 tavole di Guy Billout. Questo è per dire che le immagini sono nate ben prima del testo. 
Chi sia il gigante Guy Billout non è da raccontare qui. E che tipo di immagini pazzesche sia in grado di concepire e realizzare è cosa altrettanto nota. 
Un tempo, fatte tutte a mano, adesso che ha più di settant'anni usa un po' di computer... Questo libro, che in francese è stato pubblicato nel 2024 con il titolo De minuit à quatorze heures, ossia Da mezzanotte alle due, ha come precedente illustre il libro Number 24, pubblicato nel 1973 da quell'altro genio assoluto di Harlin Quist, editore più che illuminato che negli anni Sessanta e Settanta in Usa pubblicava libri di gente come Guillermo Mordillo o Nicole Claveloux o Etienne Delessert.... 
In quel libro di quasi cinquant'anni fa, che all'epoca fece scalpore e vinse una valanga di premi, il seme dell'immagine surrealista stava mettendo radici. E così nel tempo sono stati pubblicati altri suoi libri che mai si discostano da questo suo modo di costruire le immagini. Fino ad arrivare alla summa che già dal titolo dice ai propri lettori di aguzzare lo sguardo. 
Ecco. 
Inserire un'anomalia e quindi aguzzare lo sguardo o la mente era anche il consiglio che dava sempre Milton Glaser a chiunque si ponesse di fronte a un'immagine o a un testo, sostenendo che solo così l'attenzione si sarebbe messa in allerta e solo così si sarebbe dato l'avvio a quella che potrebbe definirsi un'esperienza estetica.


In altre parole l'arte - rendendoci attenti, avrebbe fatto il suo gioco: avrebbe mosso, spostato, la mente di chi la stava guardando. 
Sono per inciso, forse sarà utile sapere che Guy Billout quando sbarcò negli Usa nel 1969, approdò nello studio grafico di Glaser, i Push Pin Studios. 
Della sua lezione, di Glaser intendo - l'arte rende attenti - Billout ne ha fatto un must. E questo suo libro, come molti altri precedenti, ne è la prova provata. 
L'editore francese - Sens dessus dessous - un nome un destino (!) nel 2024 mette insieme con Billout questa selezione di immagini che diventano quindi una sequenza, una sorta di narrazione, facendole diventare scene di una storia... 
Ma la storia non va solo raccontata per immagini. Il rischio che il lettore non scenda in agone per farlo è alto di questi tempi sciatti, distratti e superficiali. 
Quindi va scritta. E allora va cercata una penna felice che abbia la stessa scioltezza di mettersi sottosopra, che abbia lo stesso talento e predisposizione a inserire l'anomalia nel flusso di ciò che è quotidiano. 


Bernard Friot da sempre, sia nella sua scrittura in prosa - le sue magnifiche Histoires pressées - sia nella sua scrittura poetica è assoluto maestro dell'inaspettato, dell'insolito che si palesa all'improvviso. E che dunque si mostra in tutta la sua luminosità, come un lampo. 
Costruire una trama sui settanta scenari surreali, assurdi, improbabili, su settanta lampi, che Billout ha messo sulla pagina non avrebbe avuto alcun senso, mentre molto più interessante sarebbe stato confrontarsi sullo stesso piano dell'illustratore, ossia il surreale, ma a parole. 
Bella sfida! 
Il racconto di viaggio era - come dire - l'unico possibile. E così è stato. 
Ma una cosa di certo andava fatta: evitare come la peste la didascalia, per non uccidere un potenziale piccolo capolavoro. Così Friot ha capovolto anche lui i termini consueti del discorso. 


Laddove Billout mette il mare in cielo, Friot ci dice che il suo viaggiatore in partenza - peraltro pure lui con un profilo sfuggente parecchio - disfa la valigia e la lascia a casa. Laddove Billout sgonfia una ruota di legno di una carrozza, Friot sostiene che a occhi chiusi si vede molto meglio, laddove Billout pota con le aiuole anche i getti della fontana, Bernard Friot sostiene che il modo migliore per viaggiare è restare immobili... 


Di una cosa si deve però essere certi: dopo aver letto e guardato questo libro pieno di arte, il lettore non è più allo stesso posto di prima. 
Si è spostato. 

Carla

mercoledì 3 dicembre 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

È UNA STORIA. È UN TERRITORIO. È UNA CASA 

Vi è un legame intrinseco tra le questioni legate alla narrazione e il nostro rapporto con lo spazio che ci circonda: può accadere di intravederlo muovendosi in profondità, scavando con andamento verticale nelle storie (vere o inventate che siano) ma anche ricercando una connessione più di superficie, quella che si sperimenta affrontandole come fossero territori in cui esplorare per orientarsi.


Prendiamo un trasloco, per esempio. Un’esperienza classicamente tra le più stressanti. Io del mio non ricordo tanto la fatica del cambiamento, quanto quella dovuta alla quantità di cose che, scomodate dai loro legittimi e silenziosi alloggiamenti, hanno sprigionato un’intollerabile quantità di quella impalpabile energia chiamata memoria. Non erano meri oggetti portatori di ricordi, ma accumulatori di cosmogonie legate a interi periodi di vita. In altre parole, radici denudate che mostravano in bella vista la loro intera estensione. 


Lo strambo trasloco della magione Miller racconta di un filone d’argento, della miniera Minnie Moore e relativa fortuna, dell’amore tra Henry Miller e Annie. E poi c’è la costruzione della villetta, la morte del marito, i rovesci di fortuna. È solo quando Annie, in cerca di nuova prosperità per sé e il figlio, decide di spostare l’intera costruzione per trasferirla sei chilometri più in là, in un luogo più adatto al suo nuovo progetto di vita (un allevamento di maiali) che si entra nel vivo della faccenda. Traslocare una casa intera, infatti, è un ossimoro: pensare lo spostamento in un unico blocco di tutta la struttura, a partire dai muri, per passare alle stanze, ai mobili, i letti, gli armadi, i tavoli, le sedie richiede non solo ingegno e forza muscolare, ma anche un considerevole sforzo immaginativo.


Che il fatto sia dichiaratamente una storia vera è da annoverare non tanto nell’ambito di quella crisi nei confronti dell’immaginario e del fantastico che tanto viene lamentata di questi tempi. Tutto al contrario. Eggers si riallaccia alla tradizione usando uno stratagemma da vecchi cantastorie, che questo dovevano saper fare per lasciare a bocca aperta il proprio uditorio: conoscere una struttura intimamente, interamente, dalle fondamenta alla soffitta, esattamente come muratori competenti capaci di smuovere solo quello che deve essere smosso, per lasciare intero tutto il resto. Il trasloco della magione, con la numerazione puntuale di tutti i mattoni delle fondamenta, funziona benissimo come similitudine per raccontare come si trasferisce tutta intera una narrazione dalla propria testa a quella di chi ascolta.


Lo strambo trasloco della magione Miller, nelle mani di Dave Eggers, è contemporaneamente una storia vera, la sua (re)invenzione e anche una riflessione sul narrare e sulla scrittura. Soprattutto è una riflessione su quella vena preziosa e segretamente lucente che ci attraversa, fatta di memorie e credenze e mitologie sotterranee che stanno, silenti, stipate, in attesa. Un patrimonio grezzo, spesso inconscio o addirittura sconosciuto, che rende però possibile il travaso di interi ecosistemi narrativi. La questione della miniera – fatto vero – così come il viaggio in Europa (se non vero, sicuramente molto probabile e verosimile), ma ancora di più: il fatto della numerazione delle componenti delle fondamenta sono in questo senso eloquenti: è dalle profondità che parte ogni racconto, dal frantumarsi degli accadimenti e delle esperienze, dallo stratificarsi dei significati e dalla successiva ricomposizione.


Perché dal momento che esiste, poi, ogni storia va attraversata, in modo simile a come si attraversa il territorio vero, quello fisico, quello che ci circonda e che in primo luogo sperimentiamo come superficie rilevabile con gli sguardi, con distanze immaginate e vissute. Le analogie sono tali per cui spesso raccontare il fuori diventa intrinsecamente raccontare quello che accade dentro. 


Prendiamo ad esempio un cow-boy. Immaginiamo che decida di seguire le orme del padre solo dopo averle verificate. Immaginiamolo così, alle prese con l’idea della mandria che dovrebbe gestire, ammansire e mungere, come da sempre fa la sua famiglia. Immaginiamolo come un punto circondato da un territorio che esiste, ma che lui vuole percorrere, vedere, rilevare e registrare in autonomia, prima ancora che esserne assorbito. Ecco Billy delle nuvole, il nuovo albo di Eva Offredo. Billy delle nuvole ha la pretesa e l’ardire di voler conoscere prima di accogliere. Anche Offredo si aggancia a una storia vera (o almeno lei così dice): ha incontrato Billy, tanto tempo fa, e questo albo è la sua testimonianza. Invece di scavare però, lei decide di percorrere le tracce in superficie. 


Billy abbandona il lazo e lo sostituisce con lo sguardo. Il movimento di questo utensile riassume efficacemente il funzionamento del nostro occhio in azione: l’energia del lancio, l’allontanamento dell’estremità e poi il ritorno, la deliberata volontà di afferrare qualcosa. 
Diversamente dalla fune, poi, l’occhio torna sempre con qualche informazione: e allora ecco le immagini di Billy tornare e fissarsi sulla pagina come se questa fosse non solo la retina, ma quel posto speciale dove quello che vediamo si deposita. Ecco la Pampa correre a perdita d’occhio, gli armadilli e le civette e poi mangrovie, doline marine e fiordi e renne… 


Pagina dopo pagina, paesaggio dopo paesaggio, pianta dopo pianta, roccia dopo roccia, ecco emergere – in Billy e in noi - una visione più ampia: le singole rilevazioni si approfondiscono e, accumulandosi si dispongono in mappe, le mappe diverse si aggregano in territorio, l’esplorazione narrata assume una consapevolezza spaziale più estesa, lo stupore attonito si traduce in indagine. L’esperienza viva si astrae, i passi si tramutano in rette, le soste si fanno simbolo. Il tesoro che Billy raccoglie camminando è impalpabile. È fatto di oggetti, di sguardi e sensazioni, sorrisi, suoni, versi di animali, temperature e luci. 
E poi c’è la fatica, la frustrazione al cospetto della strabordante molteplicità, la meraviglia. Il caldo, il freddo, la terra sulle mani, le nuvole che viaggiano e, sopra, il cielo.


Se esiste uno scrigno per questo tipo di cose, ha la forma di un quaderno. Nelle pagine straripanti di appunti, nella seconda parte dell’albo, avviene una prima appropriazione della molteplicità incontrata camminando. Ecco far capolino il tempo, le date, la durata effettiva degli spostamenti e dei giorni. Ecco il riordinare, attraverso numeri ed elenchi, quella messe di informazioni e immagini e reperti raccolti sul sentiero, in forma sparsa, estemporanea, accidentale. Ecco il sedimentare del territorio nel racconto personale, una soglia imprescindibile per il passo successivo. Al ritorno del viaggio, la prima lettura del territorio viene integrata con un approfondimento documentato su flora e fauna delle parti del mondo attraversate.


Billy delle nuvole è un incontro faccia a faccia con il mondo naturale per scoprire come farne parte. Forse proprio per questo contiene diversi sguardi. Il primo è narrativo, certo, ma poi, per contenere tutto, si trasforma, suggerendo un metodo di raccolta da praticare nel quotidiano e infine ancora, offrendo un inquadramento di carattere divulgativo. 


Questi due albi si parlano in modo sottile. Se il primo ragiona sulla profondità delle radici e sul trasferimento della memoria da una mente all’altra, il secondo si dispone come indagine geografica, di superficie, evocando inequivocabili analogie tra il camminare e il leggere. Entrambi però, prendono un punto nello spazio, un luogo conosciuto e familiare, e lo correlano a uno poco distante, in cui non siamo ancora stati: si apre davanti ai nostri occhi una distanza che vuole essere conosciuta. Che chiama, come una promessa. È una storia. È un territorio. Soprattutto: è una casa. 


Giorgia

 “Lo strambo trasloco della magione Miller”, Dave Eggers, Julia Sardà, (traduzione di Giulia Rizzo) L’ippocampo 2024 
“Billy delle nuvole”, Eva Offredo, (traduzione di Martina Arecco), Quinto Quarto 2025 


lunedì 1 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E FUORI INTANTO NEVICA

Pikkeli Mimù
, Anne Brouillard (trad. Manon Le Bourg) 
Babalibri 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Pikkeli Mimù abita in una casetta in mezzo alla Grande Foresta. 
'Andrò a fargli visita' decide Killiok. 'Se parto presto, arriverò nel tardo pomeriggio. Camminerò sul lago ghiacciato, così farò più in fretta. Poi però la situazione si complica. 
Non devo perdermi nella foresta. La notte cala velocemente. Forse dovrei chiedere a Veronica di accompagnarmi.' 
'Ma ora devo occuparmi della torta e trovare un regalo per Pikkeli Mimù. E poi nevica ancora. Me la caverò da solo.'" 

La prima neve dell'inverno è arrivata. 
Ed è per questo che Killiok ha guardato il calendario, accorgendosi così che il giorno dopo è il compleanno del suo amico Pikkeli Mimù. 
I preparativi occupano l'intera serata, mentre fuori nevica. E il mattino dopo, ancora prima dell'alba Killiok si mette in cammino tirandosi dietro il suo slittino dove ha messo il bagaglio: la torta, il regalo, un sacco a pelo e un po' di provviste per il viaggio. 
Il tragitto è lungo: deve attraversare la foresta ed è titubante e prudente perché non vuole perdersi. Quando sorge il sole tutto sembra più facile, ma se si guarda intorno tutto gli sembra uguale... 
E in inverno le giornate sono corte, ma fortunatamente al calar del sole è la luna a rischiarargli un po' il sentiero e le tracce di sci e l'odore di legna bruciata lo rassicurano. 
Una casetta nel mezzo della foresta, una finestra illuminata, due figure conosciute all'interno: buon compleanno Pikkeli Mimù! 

Piano piano i libri di Anne Brouillard arrivano anche qui. 
Questo è il quinto che viene pubblicato in Italia. 
Senza grande clamore le sue storie prendono posto sugli scaffali delle librerie (nelle case, nelle biblioteche) e aspettano solo che qualcuno le racconti. 
Per farlo occorre un tono di voce pacato, una situazione di lettura tranquilla, intima. Magari un divano o qualche cuscino sparso e un tappeto a disposizione: un bambino o un pugnetto di bambini e un grande vicino con il libro aperto davanti. 
L'atmosfera dei libri di Brouillard questo richiede. 
Quella quiete che abita le sue storie deve potersi espandere e avvolgere tutto quello che respira intorno. Altrimenti della storia si perde il meglio, ovvero quel senso di tepore che fin dalla prima tavola è lì a invitare il lettore ad accomodarsi all'interno. 


Dentro la piccola cucina di Killiok, mentre lui è intento a preparare una torta, fuori con un cielo stellato e una distesa di neve che scricchiola, tra le betulle a fare merenda e infine nel tepore dato dalla stufa e dagli amici finalmente trovati nella casina isolata. 
Il lettore deve sentirsi proprio come si sente Pikkeli Mimù, ormai tornato solo, seduto placido tra le pareti di casa sua, con un nuovo legno che arde nel camino, un libro nuovo da leggere e una coperta calda che gli cinge le spalle, entrambi regali di compleanno. 
Ancora una volta i temi cari a Brouillard si riconfermano.


La natura come luogo ideale per ambientare le sue piccole e delicatissime storie. Un ambiente autentico che va esplorato con attenzione e con la dovuta e rispettosa cautela. Solo così ci si potrà sentire armoniosamente particella di qualcosa di immensamente più grande. 
La comunità di piccoli animali e bambini che la abitano lo sanno e per questo con l'ambiente che li circonda vivono in perfetta armonia. 
Ma l'armonia è diffusa anche tra loro. 


Si conoscono, sono amici affettuosi, si aiutano a vicenda, condividono il piacere di stare insieme e nello stesso tempo sanno rispettare i reciproci bisogni di solitudine e di silenzio. 
Ognuno di loro si è costruito un proprio 'nido', casetta o tana che sia, l'importante è che sia confortevole, accogliente e a propria misura. 
E con ciò si arriva al terzo grande elemento essenziale e imprescindibile per Brouillard. 
La casa di Killiok, che è il punto di partenza di questa storia, la casa di Pikkeli Mimù che invece è il punto di arrivo, sono entrambe lì a fare da guscio morbido e accogliente. 
E non solo per i due abitanti. 


Dalle loro finestre, o al loro interno, sono in grado di emanare calore e diffondere luce, hanno addirittura un odore da offrire al lettore: un aroma di torta appena sfornata (che si può riprodurre ogni volta che se ne ha voglia perché c'è la ricetta) e un odore di legna che arde. 
E fuori intanto nevica. E nevica. E nevica. 
Magnifico. 

Carla